LA CASALINGA EPISTEMICA

Abbiamo un’idea distorta della filosofia, come qualcosa che si esercita nelle aule universitarie e che è di proprietà di un ristretto numero di persone. Niente di più sbagliato, la filosofia non è materia scolastica, ma un naturale disporsi verso le cose, cercando di andare loro incontro, di capirle. Anche nel metodo, il rigore, la logica non mancano negli esercizi quotidiani; come quando una casalinga stira e con abitudine (e l’abitudine è una forma della logica che ordina la relazione secondo il prima e il poi) piega le camicie evitando accuratamente di stropicciarle. C’è più filosofia in quelle mani acculturate nella ricerca di un ordine che in tanti libri pieni di parole ma vuoti di sostanza. E c’è anche tanta teologia; la quale mi pare serva appunto a non prendere una brutta piega. Gli adolescenti di norma sono anarchici e vestono stropicciato; a riportare decoro nei costumi con una fondazione delle regole ci pensano le mamme. Quelle italiane in particolare, che sembrano ossessionate. Stirare equivale a prendere un concetto per renderlo funzionale all’idea che abbiamo del mondo. Talvolta a dimostrare l’esistenza di Dio o la sua immanenza nelle cose. Non sempre siamo coscienti della portata filosofica dei comportamenti ordinari, è vero. Ma nulla toglie a quel che chiamiamo filo-so-fare, che vuol dire l’amore-so-fare; seguendo un filo come in un discorso che non manca di criterio scientifico. Perché anche nei piccoli gesti, nella consuetudine di certi movimenti manuali c’è tanta impensabile episteme, come pure è epistemologia ciò che la madre insegna alla figlia nella normale istruzione domestica. Le cose si fanno così, perché è con quel metodo o con quei modi che si ottengono i risultati. E se il risultato è un piatto saporito o una camicia smacchiata tanto meglio; c’è della scienza anche quando si dosa il sale in una pietanza e nella quantità di sbiancante che si versa sull’indumento, e va appresa come qualunque altra disciplina. Naturalmente parliamo di svariati metodi e non di uno solo, come tutto quel che riguarda le esperienze teoretiche prodotte da una necessità pratica. La filosofia non è un insieme di verità di cui entrare in possesso o un metodo stabilito: “Non c’è un metodo della filosofia, ma ci sono metodi; per così dire ci sono differenti terapie” (Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1999, § 133). Si tratta piuttosto di indagare i modi in cui si presentano le espressioni linguistiche che articolano il mondo, educando a vederlo con perspicuità, disincanto, facendo pulizia. Avete presente quando le mamme chiedono qualcosa? Ebbene la verità già la conoscono, basta loro un’occhiata. Misurano piuttosto il modo col quale vi rapportate al mondo e che per naturale propensione all’idealismo coincide con il loro Io. Questa pluralità dei metodi risponde all’esigenza di rimanere coerenti con quel che si dice. O meglio, di rimanere fedeli alla forma di vita così com’è predisposta nell’ambiente familiare. “Dire, mi meraviglio di questo e di quest’altra cosa ha senso solo se posso immaginarmi che le cose non stiano così … Ma non ha senso dire che mi meraviglio per l’esistenza del mondo, poiché non posso immaginarlo come non esistente” (Sull’etica, in Lezioni e conversazioni sull’etica, l’estetica, la psicologia e la credenza religiosa, Milano, Adelphi, 1976, pp. 1-18, pp. 13-14). Qualcosa di simile a quanto accade con la critica dell’evidenza di alcuni truismi enunciati da G. E. Moore (“esiste un corpo umano che è il corpo”, “questo calamaio è alla sinistra di questa penna”), che Wittgenstein smonta analizzando la grammatica del linguaggio. Una casalinga non dice “hai un corpo sgualcito o sporco” e meno che mai si perde in astruse considerazioni logiche. I pantaloni non sono in terra a destra della lavatrice, vanno messi dentro. Punto. Si potrebbe dire che il discorso vale anche per tutti i mestieri e non solo quello casalingo; ma davvero non so. L’ambiente domestico mi sembra vero, legato ai nostri bisogni intimi, è lo spazio affettivo, emotivo, conoscitivo nel quale ci muoviamo con libertà di linguaggio; non è il luogo dell’Io, ma l’Io in una sua intima dilatazione. Tra le grammatiche del quotidiano mi sembra quella più aderente alle nostre necessità epistemiche, accidentalmente stropicciata dalla filosofia. Una casalinga che organizza la giornata della famiglia ha riti che sembrano preghiere, risolve sottili questioni teoretiche, mostra un’insolita attitudine matematica, formula giudizi analitici, risolve dubbi, la cucina assorbe gli aromi e gli odori, decora l’ambiente con il suo gusto estetico. I mestieri sono un’altra cosa, la finalità è la produzione e la vendita; nella casa alberga invece il sapere per il sapere. E questo se non ricordo male è uno dei nomi che diamo alla filosofia. Il sapere per il sapere; perché come appuntava Aristotele “La filosofia non serve a niente. Ma proprio perché libera da legami di servitù nessuna scienza le sarà mai superiore”. La filosofia non è serva (quante volte sentiamo le genitrici dire: “Non sono la tua serva”), questo è il punto; i mestieri che producono un reddito sono servili e accomodanti, complici a volte. Non tendono al bene, quasi mai hanno un rapporto con la verità e raramente producono felicità; c’è anche chi ha visto in quelle forme di lavoro alienazione e abbrutimento, autodistruzione. Ma è un’altra storia. Le mamme quando chiedono pretendono risposte, non divagano mai, hanno un metodo e si muovono in un ambito empirico. “Il metodo corretto della filosofia è propriamente questo: nulla dire se non ciò che può dirsi … ogni volta che altri voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che a certi segni nelle sue proposizioni egli non ha dato significato alcuno … Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende infine le riconosce insensate, se è salito per esse- su esse- oltre esse; (deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito). Egli deve superare queste proposizioni; allora vede rettamente il mondo. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. (Tractatus, 6.53-7)”. La filosofia descrive i modi con cui usiamo parole e proposizioni, poiché è a causa di un loro uso perverso che si sviluppano teoremi incapaci di dare conto della verità. La frase “il mondo non esiste”, o “il mio corpo esiste”, è logicamente impropria perché si fonda sul presupposto metafisico dell’esistenza. Parimenti quando diciamo alla mamma “nessuno”, alla sua richiesta di sapere chi era al telefono. Quel “nessuno” manca di soggettività, non è oggettivabile, è qualcosa di manifestamente metafisico, insensato sul piano delle proposizioni ordinarie del vivere quotidiano. Non ha un volto ed è irritante. La filosofia deve delineare le condizioni di senso che rendono corretta una certa espressione linguistica. E il senso deve avere un nome (di quella “zoccola”, come appunto dice la genitrice non potendo indagare oltre). La prima delle condizioni del filosofare è che noi parliamo in un mondo che preesiste, e rispetto alla cui esistenza non ha senso il dubbio scettico, perché la sua formulazione è la prova che disponiamo di un linguaggio che ci rende partecipi di un gruppo; e al cui interno stirare camicie o fare filosofia sono attività equivalenti. Stiro ergo sum, il fondamento c’è e a una casalinga epistemica non interessa andare oltre. Contraddire una mamma comporta a vederla difendere il principio di non contraddizione con la pantofola in mano; è empirista prima che agnostica, rinunciate ai paralogismi. Perciò Wittgenstein scrive: “La mia vita mostra che so” (Della certezza, Torino, Einaudi, 1999, § 7). La conoscenza è l’espressione di quanto apprendiamo nella vita, sappiamo ciò che abbiamo imparato. La filosofia è un modo di osservare, guardare. spiare anche dal buco della serratura. Disciplinare la descrizione dell’esperienza, darsi regole non significa costituire una precettistica. Le stesse definizioni che Wittgenstein ha elaborato, quali il gioco linguistico e la forma di vita, mutano di senso a seconda del contesto d’uso in cui vengono adoperate. Non diversamente da una casalinga ha infatti ripulito la filosofia da ogni ambizione fondazionalistica. La filosofia non fonda e non istituisce, mostra il modo in cui il pensiero può articolarsi, ma non cosa deve pensare; è una filosofia del come, non del che cosa. Alle mamme interessano i risultati, non danno un metodo di studio al figlio quando fa i compiti. Si limitano a chiedere il giorno dopo, quanto ti ha dato la maestra? E non è proprio un chiedere, perché la domanda è analitica e sintetica. D’altra parte, le cose si danno immediatamente allo sguardo e ricercare una spiegazione dietro l’apparenza significa compiere un’opera di mistificazione, la ricerca delle cause e dei principi primi è un esercizio come si è detto metafisico. Le mamme indagano, questo sì; ma si limitano ad osservare la forma secondo cui avviciniamo le cose, che appaiono e si presentano per come effettivamente sono. I pantaloni sono rotti e vanno rammendati, il bambino al limte si rimprovera ma raramente mi è capitato di sentire chiedere “com’è successo?” Non c’è progressione nell’intenzione di ricerca, la filosofia fa vedere meglio, nulla di più: “Il mio metodo è quello di rilevare errori nel linguaggio. Sto usando la parola ‘filosofia’ per l’attività di rilevazione di tali errori” (Wittgenstein, Lectures, Cambridge, 1932-1935, pp. 27-28). Veniamo ora al succo del discorso, anzi al frullato che al soggetto casalingo piace di più. La filosofia è un’attività terapeutica e nel concetto di terapia sono presenti l’educazione e le regole. Come quando le mamme dosano il detersivo per il bucato, parimenti ripuliscono “Le parole dal loro uso metafisico al loro uso corretto nel linguaggio” (Filosofia, Roma, Donzelli, 1996, § 88). Come si arrivi a dare una presentazione perspicua dei fatti linguistici, attraverso cui si descrivono quelli antropologici, non è però immediatamente chiaro neanche a Wittgenstein. Se infatti afferma già dal Tractatus che la filosofia deve rischiarare linguisticamente il pensiero e non formulare teorie sul linguaggio, per mostrare che alcune proposizioni filosofiche non sono sostenibili, occorre prima aver puntualizzato come funziona correttamente il linguaggio, e cioè avere elaborato una teoria. E tuttavia proprio l’elaborazione di una teoria del linguaggio è insensata nel momento in cui postula la sua essenza. Wittgenstein risolve il paradosso intendendo la filosofia come un’attività che procede con l’esibizione di esempi di costruzioni semantiche che affidano al lettore il compito di pensare per conto proprio (Filosofia e Ricerche filosofiche). In qualche modo la casalinga costruisce un linguaggio e quello finisce per ordinare il mondo. Un mondo domestico, familiare e pulito; non ragiona in termini metafisici o immaginari. Non costruisce illusioni, afferra piuttosto il desiderio (perché è di quello che parliamo quando pronunciamo la parola filosofia), lo porta dove non possa far danni facendolo esplodere altrove, proprio come fanno gli artificieri. Le illusioni sono metafisica, non come la intendeva Aristotele però. La “meraviglia” con cui comincia il suo Libro è desiderio (ορεγονται) e il desiderio è rivolto alle cose naturali (φυσει). La natura aristotelica è qualcosa di aderente alla vita, al di qua del nomos. Come ho detto sopra, la filosofia non è materia scolastica, ma un naturale disporsi verso le cose prima che alle idee. C’è anche un altro elemento interessante nell’incipit aristotelico, Παντες ανθρωποι, tutti gli uomini, nessuno escluso tendono al sapere, a meravigliarsi, a desiderare. Le mamme lo sanno bene, basta loro un’occhiata sull’epidermide del figlio. Anche nelle illusioni il desiderio è presente e vagamente rimanda a un senso di giustizia e equità. Ma è un desiderio povero, falsamente votato all’educazione, detonato in quel che conta. Non nasce da un bisogno filosofico, ma dalla necessità di ordinare i capricci e gli stropicciamenti della vita. La filosofia non si occupa di capricci e non ama l’ordine pur mettendo in ordine; le mamme non vendono fumo e si arrabbiano anzi se fumiamo. Dove c’è ordine non può esserci meraviglia. Ed è questo il punto: il disordine è necessario alla sua esistenza di domestico filosofico in bigodini, pur tra mille lamentele e la minaccia del battipanni. La camicia stropicciata è la ragione e il senso del suo ragionare con le mani e con la scopa. Non per niente Wittgenstein scriveva che: “Il lavoro filosofico è propriamente … un lavoro su se stessi. Sul proprio modo di vedere. Su come si vedono le cose e su cosa si pretende da esse”. E quello che desidera una casalinga filosofica è una camicia e una vita stirata.

LA COSTITUZIONE PIU’ BELLA DEL MONDO

Voglio bene alla Costituzione. La nostra carta dei diritti non regala nulla, chiede però poco. La casa e il lavoro, l’istruzione sono un diritto ma non una strenna; dà una possibilità a tutti, garantisce che il disgraziato possa vivere decorosamente e crescere all’interno dello stato, al figlio dell’operaio l’opportunità di diventare dirigente per merito e non per familiarità. Si chiama ascensore sociale, una volta c’era. Mio padre lavorava con le mani, quattro figli tutti a scuola senza troppi sacrifici, quelli si facevano per altro, l’accesso all’istruzione era qualcosa di scontato, di normale. La Carta sottolinea anche che è suo compito prendersi cura dei malati e assistere agli anziani (art. 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti … La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”), per principio certo, ma è importante. Pensate all’attuale ministro della salute, Lorenzin e ai tagli che sta facendo alla sanità. Vogliono cambiare la Costituzione, ebbene aggiungano due righe: lo stato si fa carico di coloro che rimangono senza lavoro e contribuisce ad aiutare i giovani che vogliono studiare. Questo no, non lo scrivono. Non lo fanno perché è accaduto qualcosa in questo paese da quando i privati sono entrati nello stato e hanno cominciato a partecipare alle aziende pubbliche; svuotandole, portandole al fallimento e comprandole con quattro soldi. Le scuole, anche in quelle hanno messo le mani. Fateci caso, è cambiato il linguaggio: dagli ospedali alle aziende sanitarie, i pazienti vengono chiamati clienti, i presidi sono diventati dirigenti, gli studenti consumatori di cultura. La cultura in particolare è sempre stata l’ostacolo alle intenzioni di questi signori, un popolo che capisce è difficile da gestire e comandare; l’articolo 33 afferma che:

* “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

Senza oneri: il vezzo di un’istruzione paritaria lo paghiamo invece proprio aggirando la Costituzione con soldi pubblici. Negli ospedali è accaduto lo stesso. Se pagate, la visita la fate il giorno stesso, altrimenti aspettate quattro mesi per una tac. I privati utilizzano le macchine delle strutture pubbliche, sottraggono risorse anche umane; costo zero guadagni tanti. Per continuare a fare profitti questi signori hanno dovuto imbruttire la popolazione, renderla docile e mansueta. La televisione, quella di un gentiluomo tesserato nella P2 ha contribuito non poco. Nel 1994 gli italiani lo hanno votato in massa e le conseguenze le paghiamo ancora oggi. Da “mani pulite” in poi, quando un colpetto di stato all’italiana ha spazzato via una classe politica con mille difetti ma infinitamente più sana di quella attuale; sono cresciuti i movimenti populisti, partiti che hanno assorbito e dato voce alla rabbia sociale, innescando una guerra tra poveri; gli italiani sono diventati razzisti, imbroglioni per necessità, ignoranti perché in Italia studiare non serve a niente, bisogna arrangiarsi e fare il danè. Nonostante le pulsioni autoritarie, non c’è stato comunque un regime e le intenzioni al fascismo sono state misurate proprio dalle regole imposte dalla Costituzione, che riconosce dignità democratica e una reale partecipazione alla vita pubblica; i contrappesi che vogliono cancellare hanno impedito la deriva. Il tiranno oggi non ha un volto dichiarato o la camicia nera, non chiude il parlamento; rende debole l’opposizione, concentra il potere nel partito e nell’uomo che lo guida, fa votare il popolo e poi comanda indisturbato. Ottiene la maggioranza in parlamento con il minimo dei voti. Se passa la riforma il partito col 25% del consenso prenderà il 54% dei seggi; non mi sembra democratico che una minoranza vada a fare le leggi per tutto quanto il paese. La costituzione che vogliono far passare persegue gli interessi dei privati, sempre e solo quelli. Ora provano a cancellare l’ultimo ostacolo che ha garantito diritto al lavoro tutelando la dignità della persona. Lavoro e persona, che per mezzo secolo hanno segnato l’incontro delle due anime del paese. Voglio bene alla Costituzione italiana, le voglio bene perché mi riconosce come persona e rispetta il mio lavoro; questa carta tanto vituperata ha fatto di me un uomo libero, mi ha collocato in uno stato di diritto, lo stato (quello che ha conosciuto mio padre), la Carta Costituzionale non è mai stato un nemico. Ogni volta che si è presentato col volto feroce i proiettili venivano da un’altra parte. Se oggi gli italiani si trovano senza casa, se non possono dare un’istruzione ai figli, se hanno difficoltà a curarsi, se il lavoro manca e quando c’è non soddisfa i bisogni è responsabilità di avvoltoi, affaristi e massoni in cerca di soldi e potere. Ma il tiranno è abile e non lo dice; oggi parla con una simpatica flessione toscana che tanto piace. Ha concentrato l’attenzione sulle istituzioni piuttosto che sui cattivi politici, quelli che fanno gli interessi delle banche e dei privati. I tempi sembrano maturi, le pulsioni al peggio sono al ribasso e non si vede la fine della deriva; cose già viste dalla Repubblica di Weimar alla Marcetta su Roma, a “mani pulite” col popolo che applaude la disfatta della democrazia, del diritto, della giustizia sociale.

L’articolo 33 della Costituzione:

* Con questo articolo il presidente della Commissione dei 75, Ruini, sottolineava che fosse necessario rafforzare il concetto di totale e assoluta libertà dell’arte e della scienza. La totale libertà annunciata nella Carta non ha però mai trovato piena applicazione, nonostante le garanzie costituzionali, la censura all’arte e alla scienza è stata determinante. La scienza non è libera, è limitata da principi religiosi, dicono etici ma sono in realtà quelli della morale cattolica. La libertà dell’insegnamento: sottoscritta per evitare il rischio di indottrinamento dei giovani da parte di una fazione politica, una chiesa o un partito. È importante capirne la portata: nessun limite può essere imposto all’insegnamento, se non quello generico del “buoncostume” e del “rispetto della coscienza civile e morale”. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. Il comma 2 ed il comma 3 sono le due espressioni della parte laico-socialista e della parte cattolico-conservatrice della Costituente. Il comma 2 assegna alla Repubblica un primato generale, quello di “dettare le norme sull’istruzione” e il compito di costruire organizzare e far funzionare le scuole ad ogni livello. Non è tuttavia un monopolio: il comma 3 riconosce il diritto dei privati di avere e gestire scuole proprie a fianco di quella pubblica.

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Chi sono questi privati che hanno interessi nell’istruzione (e nella sanità). In Italia si tratta quasi esclusivamente della chiesa cattolica. Negli ultimi anni si sono visti crescere le richieste di finanziamento per la scuola privata, ottenendo una pioggia di stanziamenti comunali, provinciali, regionali e statali verso istituti religiosi, collegi e convitti vari. Soldi pubblici che finiscono in collegi il cui impegno è a dir poco indecoroso. Ho insegnato dai salesiani: sono diplomifici per giovani di buona famiglia con poca voglia di studiare; escono col masssimo dei voti e scavalcano la fila dei diplomati nelle scuole pubbliche, con quel che consegue per gli accessi alle università a numero chiuso. La prima legge specifica sul finanziamento delle scuole private risale al 1997, ad opera di un ministro dell’istruzione ex comunista, Luigi Berlinguer. Lo stesso Berlinguer emanò altri provvedimenti per una sistematica e regolare concessione di finanziamenti alle private. Fu poi il governo di D’Alema a deliberare nel 2000 una legge organica di stanziamenti ed interventi economici e fiscali a favore della scuole non statali. La legge 62/2000 sancì una serie di importanti benefici ai privati: l’applicazione del trattamento fiscale riservato agli enti senza fini di lucro; l’istituzione dei buoni scuola statali (300 miliardi di lire a decorrere dal 2001); l’aumento di 60 miliardi dello stanziamento per i contributi per il mantenimento di scuole elementari parificate. Il governo Berlusconi, a firma del ministro Moratti, con il DM 27/2005 ha apportato alla legge 62/2000 alcune modifiche: non si parla più di “concessione di contributi” ma di “partecipazione alle spese delle scuole secondarie paritarie”; un salto qualitativo importante che ha abbassato la soglia degli alunni per classe per l’accesso ai contributi, innalzandoli a 12.000 euro per la scuola media inferiore e a 18.000 per quella superiore. Negli ultimi anni oltre a confermare i finanziamenti (gli oneri per lo Stato), i governi che si sono succeduti hanno operato decisivi tagli alla scuola pubblica. Il ministro dell’istruzione del II governo Prodi, l’ex DC Giuseppe Fioroni, ha ulteriormente incrementato le sovvenzioni alla scuola privata, confermando i tagli a quella statale. Dalla Gelmini ad oggi è seguito un autentico salasso delle risorse pubbliche. Nulla è cambiato e la “buona scuola” del governo Renzi ha peggiorato la situazione: gli enti religiosi continuano a farsi pagare fior di rette e ricevono contemporaneamente i finanziamenti da parte dei cittadini italiani; godono oltrettutto di una fiscalità di favore e non pagano gli oneri comunali.

Prima di mettere le mani nella Carta dei Diritti avrebbero dovuto applicarla; se avete intenzione di andare a confermare il referendum di Napolitano-Renzi-Boschi-Verdini pensateci bene: il vostro NO può mandare a casa coloro che vi stanno dissanguando; conservando una Costituzione che altrove ci invidiano, la più bella del mondo.

IL MOVIMENTO DEFORME

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E’ un partito senza voti e consenso. Non ha un colore politico; manca di una sede ed è privo di una collocazione, uno statuto, una storia; non rappresenta nessuno, perché non siamo delle rappresentazioni; non dà voce a un’ideologia, perché siamo persone e non idee; non si radica nel territorio, svella piuttosto dalle radici. Non appartiene e non dà appartenenza, perché la proprietà non è un furto ma comunque fortuita. Non porta valori ma disvalori, deforma e non informa: il movimento aborre tutto ciò che è conforme. E’ un partito senza regole, prìncipi e principi, che non ha un capo e una coda. Quello DEFORME è un movimento che non si accoda.

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SITO WEB DEL MOVIMENTO

Noi, uomini e donne che aderiamo al movimento siamo per il disordine, la cattiva sintassi, i paradossi concettuali, gli ossimori lessicali, le aritmie estetiche. Siamo per i linguaggi non convenzionali (e non convenzionati) nell’arte, nella scrittura, nella vita. Noi, uomini e donne del Movimento Della Deformità, rifiutiamo il logos e la teleologia semantica, la logica lineare, l’universo nei significati codificati unidirezionati e ci impegnamo per un’estetica nell’arte come nella vita di tipo circolare, chiaroscurale, gastrointestinale. Aderiamo a una ricerca superficiale, ottica, destoricizzata e decontestualizzata. Siamo per la cattiva digestione culturale, ascoltiamo le peristalsi dell’occhio, sosteniamo l’iperacidità e anzi la promuoviamo come un fatto di coscienza. Difendiamo il brutto, l’osceno, il satiro in tutte le sue forme. Non siamo DADA né DADAUMPA. Diffidiamo della parola “cultura” poiché siamo per una coltivazione manuale e contadina del sapere, diffidiamo della morale e delle sue storture epocali, diffidiamo delle aberrazioni concettuali e delle distorsioni metafisiche. Noi esseri deformi ci dichiariamo cultori dell’insuccesso, del fallimento, di un politeismo antropologico libero dai confini geografici, ideologici e temporali. Difendiamo il corpo e la carne in tutte le manifestazioni, anche patologiche, la mente nelle devianze, il pensiero paralogico. Aborriamo la lingua nella sua attuale codifica, la bellezza nelle transustanzazioni dell’Io, il diritto consustanziale all’economia. Crediamo nell’etica di Topolino più che in quella di Croce o di Marx, crediamo che i Puffi (pur essendo alti due mele o poco più) siano giganti della cultura, crediamo che Paperina sia più sexy di Belen, preferiamo Paperone che cerca pepite nel Klondike alla new economy che scava nel torbido. Pensiamo e ci battiamo per questo come cavalieri che brandiscono il pennello e la penna, di realizzare un mondo non più di ombre sbiadite, uomini demoralizzati e deumanizzati, ma di cartoni in/animati che fluttuano attraversando il tempo per dare vita a una città di carta svincolata da idee, miraggi e false credenze.

PUNTI PROGRAMMATCI
– Alla logica deduttiva preferiamo quella seduttiva
– Siamo per l’errore in tutte le sue forme, aborriamo la verità e il suo concetto
– Crediamo, come quel saggio che si perse nel deserto alla ricerca di sé, che cercarsi è un bene ma essere cercati è comunque meglio
– La morale è l’altare su cui sacrifichiamo la nostra felicità
– L’anima è ciò che rimane del corpo quando lo abbiamo privato di tutto quello che dà piacere
– Ripudiamo la guerra e mettiamo i liquori nei loro cannoni
– De/psicologizziamo e difinfestiamo l’occhio e la lingua dai vecchi retaggi freudiani
– Siamo per tutto ciò che è instabile, incerto, insicuro, a cominciare dalle categorie di spazio e tempo
– Non crediamo a un’etica senza un’educazione estetica
– La bioetica è un tribunale d’inquisizione, chiediamo lo scioglimento di congregazioni che perpetuano delitti contro la civiltà
– Amiamo e rispettiamo la natura, tanto da amarla anche contronatura
– Lo spazio è una contrazione/dilatazione del tempo
– La luce è l’arteficie di questa contrazione
– La contrazione dello spazio comporta il suo annullamento
– L’annullamento porta a una necessaria revisione dei confini geografici e conseguentemente giuridici
– Il tempo è mero flatus vocis ed è frutto della vecchia logica lineare secondo il prima e il poi
– Noi siamo per il durante, siamo esseri in transizione
– Lo spazio prima che un campo fisico è un campo poetico
– Non c’è verità senza giustizia, salute, bellezza. Tutto ciò che non porta a questi tre universali è contrario alla vita e alla civiltà
– Libertà di parola, di pensiero, di sesso. Il grado di civiltà di un popolo si misura con questi tre parametri. I treni forse arrivavano in orario, ma tutto quel silenzio è contrario alla nostra estetica di uomini e donne disarmonici
– Optiamo quindi per il rumore, in tutte le sue forme
– 2+2 fa 4… ma ci riserviamo il dubbio
– Causa-effetto: ci dichiariamo contro le relazioni logiche, alle certezze aristoteliche di potenza-atto preferiamo l’instabilità di Popper
– A Popper preferiamo comunque le poppe
– Ci dichiariamo contro le relazioni in genere, relazionarsi è creare uno spazio e una prigione di luoghi comuni. Siamo contro i luohi comuni
– Rifiutiamo il principio di identità e la carta di identità. Noi esseri disarmonici andiamo al di là di noi stessi, siamo quello che non siamo, che sfugge, che non si capisce. Siamo ossimori di transizione
– Il nostro motto è ambarabàcicìcocò
– Recitiamo Apelle figlio di Apollo… e ci commuoviamo per la palla fatta da Apelle
– Inorridiamo per la figlia del dottore che faceva l’amore con tre civette sul comò
– Riteniamo che la vita sia comunque meglio

ETICA DELLA DEFORMITA’

Noi Uomini e donne del Movimento rifiutiamo i concetti di bene a e male. Non siamo superiori né al di là, semplicemente stiamo al di qua. La nozione di al di là non appartiene alla nostra visione del mondo. Non siamo contro lo stato, anzi lo difendiamo. Pensiamo però che che lo stato debba avere un nome (attualmente chi può delinque e nessuno sa chi sia appunto… stato). Proponiamo di chiamarlo Paperopoli. Difendiamo il diritto del potente di opprimere, di depauperare, di schiavizzare, mallevando Paperone da ogni responsabilità giuridica, etica e morale. Difendiamo coi denti la Grazia da cui discende questo sacrosanto diritto e facciamo di tutto per entrarci anche noi nella “Grazia”. Siamo contro il diritto al lavoro, allo studio, al salario, alla dignità omosessuale e della donna. SGRUNT! Siamo contro la massificazione, noi non massifichiamo, al limite ma sì, ficchiamo. Siamo contro ogni forma di parità: noi uomini e donne disarmoniche siamo esseri dispari. Riteniamo la libertà una chimera della ragione, e il senso della giustizia una malattia dello spirito. Alla teleologia di nonna Papera preferiamo l’epicureismo di Ciccio. Ci dichiariamo liberi tanto da non incatenarci a un concetto sorpassato dalla storia, annullato dalla lingua, schiacciato dalla tecnica. Più che liberi siamo libertini. Crediamo alla felicità e difendiamo con tutte le nostre forze il bicchiere di vino con un panino. L’eudaimonia è stata confinata nel daimonion e sotterrata agli inferi. Noi pertanto siamo esseri inferiori, più che intellettuali gastrointestinali. Amiamo l’eugenetica di Walth Disney e l’apostasia di Gastone, manipoliamo l’anima. Aborriamo la verità e la morale su cui si è ritagliata la nostra vita, aborriamo la mistica che è fame nella pancia, aborriamo la legge quando è intesa settorialmente e geograficamente. Votiamo esclusivamente quando consumiamo. Siamo per l’uno parmenideo: per noi esseri disarminici non esistono popoli, culture, religioni e civiltà. C’è un solo spazio e un solo tempo, tutto il resto è noia. I confini giuridici sono sorpassati dall’omologazione indotta dalla velocità. Siamo però per la donnalogazione. In/sistiamo quindi nel dubbio paperoghiano e ripetiamo “perché l’ente e non piuttosto il nulla?”. Non solo non abbiamo la risposta, ma titubiamo anche nella domanda SQUARAQUACK! Siamo esseri senza spessore e forma, passeggeri senza senso, frattali privi di storia e di futuro; godiamo il presente e lo consideriamo un regalo. Non per niente si chiama “presente”. Viviamo e non viviamo, presenti/assenti anche a noi stessi. Noi esseri difformi siamo e non siamo.

POLITICA DELLA DEFORMITA’

– Abolizione dell’istruzione di stato; non chiediamo la soppressione degli individui già devastati, ma una ghettizzazione, privandoli degli strumenti della comunicazione e della procreazione, fino all’estinzione degli stessi
– Abolizione del titolo di studio; il cretino con la laurea ha rovinato ed è il nemico di questo paese
. Abolizione degli ordini professionali e delle professioni
– Abolizione della tv di stato e di tutte le televisioni presenti nel territorio
– Chiusura delle scuole e abolizione delle leggi
– Abolizione del lavoro. Si lavorerà per piacere, ciascuno secondo capacità, bisogno e creatività
– Abolizione dei sessi, delle razze, dei luoghi comuni
– Abolizione della figa; per legge istituiamo un declassamento dei contenuti culturali e di senso che prevalgono sulla dignità della femmina
– Abolizione dei patrimoni e dei matrimoni
– Abolizione dell’educazione di stato e delle altre coercizioni culturali
– Abolizione dei confini geografici e culturali, di razza, di colore, di sesso, di specie
– Abolizione delle mestruazioni
– Abolizione delle identità, del nome, dell’Io, della volontà
– Scioglimento della famiglia e dei gradi di parentela
– Obbligo alla lettura
– Coloro che non leggono almeno 300 libri all’anno decadono dai diritti politici e civili
– Obbligo all’ozio, chi verrà scoperto anche solo ad appendere un quadro sarà punito severamente
– Ogni cittadino ha diritto alla felicità
– Ogni cittadino ha diritto al piacere
– Ogni cittadino che incontra un altro cittadino è obbligato a sorridergli; i trasgressori verranno inderogabilmente sanzionati
– Ogni cittadino ha il diritto all’orgasmo, anche sul posto di lavoro; il numero verrà stabilito di volta in volta e nel rispetto dei bisogni individuali
– Ogni cittadino ha diritto a vivere senza Salvini
– Ogni cittadino ha diritto a vivere senza ambizione
– Ogni cittadino ha diritto alla follia, lo stato abolisce a aborrisce la normalità
– Ogni cittadino ha diritto a vivere senza idee, fede, valori.

Lo stato si impegna a far rispettare i punti sopra citati; garantisce altresì:
– Il diritto alla disinformazione; coloro i quali avranno esercitato la professione del giornalista saranno privati dei diritti civili e politici, allontanati dalla città e espropriati dei beni
– Il diritto alla deformità; lo stato incentiva e sostiene ciò che è informe in genere
– Diritti e pari dignità per tutte le specie viventi
– Lo stato difende e sollecita il piacere in tutte le sue forme
– Soppressione degli esercizi intellettuali non finalizzati all’edonismo e alla soddisfazione del corpo.

Lo stato protegge i suoi cittadini dalla cultura, dalle fedi, dall’informazione; difende e tutela il cittadino anche da se stesso.

ESTETICA DIELLA DEFORMITA’

Ogni cosa è luce spazio e tempo. Fedeli all’uno eleatico siamo per l’annullamento dello spazio e la contrazione del tempo. Il corpo non è immune a questo processo di de/composizione. Indeterminati nello spazio e nel tempo i nostri corpi si presentano deculturalizzati, depsiclogizzati, clarabellizzati. Anatomie deformate decontestualizzate, de/organizzate, avulse dal contesto estetico e dalle abitudini della lingua. Luci, parole, musiche vibrano come cacofonie distoniche, sono vita priva di organi che si muove nello spazio alla ricerca di un non senso. Noi uomini e donne deformi siamo e realizziamo cartoni in/animati senza finalità, privi di anima e senza Dio. Produciamo corpi di cellulosa che non si possono redimere né salvare, ospedalizzare o patologizzare.  Noi esseri deformi manipoliamo la vita nella sua profonda insondabile superficialità.

INVITO ALLA DEFORMITA’

Uomini e donne vi chiediamo di aderire al Movimento Della Deformità. Non abbiamo casacche né idee da vendere. L’ideologia è stata sotterrata e svenduta al supermercato col 3×2. Non abbiamo altro da proporvi fuori dalla nostra dignità di esseri liberi. Aderite alla nostra estetica di carta, non chiediamo che indeterminarvi. Come nel principio di Paperoga σχ σρ ≥ h/4π .Cerchiamo l’instabilità piuttosto che l’equilibrio, la probabilità prima della certezza. Vogliamo proseliti non prosseneti… SGRUNT!

Briatore e il turismo

copertina

Il ritratto che Briatore fa dei “ricchi” è più o meno questo: non vogliono pensieri, non amano la cultura se non incorniciata in una bella kermesse, non fanno turismo da musei, sono avulsi da conferenze, libri e altri ripieghi da sfigati. Quella è roba da sventurati che non hanno quattrini da spendere in attività più edificanti. Non offrite loro alberghetti seppure con una decorosa storia enogastronomica, percorsi naturalistici e passeggiate, pietanze locali o vini dozzinali. Per Briatore al turismo di lusso bisogna proporre alberghi sontuosi in cui possano incontrarsi e discurtere di affari, grandi marchi e non la pensione Mariuccia (parole sue); le amministrazioni locali devono attrezzarsi per accogliere gli yacht, perché quel turismo porta ricchezza: “Una barca da 70 metri può spendere fino a 25mila euro al giorno”, afferma il mentore. Niente di nuovo, Briatore conferma quanto sapevamo; i ricchi (quelli di cui parla) sono deficienti, non vogliono rotture di coglioni, cultura compresa, mangiano e vivono secondo un’idea del capitale e della proprietà, divorano denaro e non conoscono il gusto. Per essere chiari: cazzo fai gli proponi Margherita Hack? La figa gli devi dare. Niente di nuovo tra i cliché: vogliono belle ragazze, bottiglie da diecimila euro, desiderano camminare tra le vetrine di via Montenapoleone con le tasche gonfie e senza il lerciume al marciapiede, barboni e disadattati compresi. Il tutto nella sicurezza di non venire minacciati nelle sostanze accumulate in uno stato che svende loro le aziende per quattro soldi. Al convegno in Puglia aggiunge anche che i ricchi sono più educati dei poveri. Non so se sia vero, di certo i disgraziati fanno di tutto per emularli al peggio, sporcizia e maleducazione compresa. Dalle sue parole viene fuori un ritratto misero del nostro paese. Con milionari che spendono 30.000 euro al giorno in sciocchezze, mentre s’industriano per sottrarre quelle stesse risorse alla comunità. Il turismo facoltoso è più educato, ma non si capisce in cosa consista questa educazione; nel mio mondo rurale, quello della pasta e fagioli, dei mosti stagionati nelle cantine, dei racconti popolari significa contestualizzarsi riconoscendosi in un minimo di regole comuni e nello stato: la prima delle quali consiste nel non razziare il pubblico, pagare gli oneri, versare il giusto ai lavoratori. Gli affari loschi resi leciti dalle leggi sottoscritte dagli amici onorevoli, non rientrano nell’ordine della buona educazione. Si chiama etica questa cosa, ma che glielo dico a fare; l’ha anche detto al convegno: ci sono troppi filosofi in parlamento. Gente che non capisce un cazzo e priva di senso pratico, che guarda pure con cattivo occhio un individuo che ha fatto i soldi col malaffare e che spende uno sprosito per una bottiglia di vinaccia adulterata. Perché i maître à penser alla Briatore che non rispettano la cultura (e la cultura non è una cosa astratta, ma proprio un affinamento del gusto) non distinguono un vino dall’altro; il criterio della qualità rimane il prezzo. Più l’hai pagato più vale, come le ragazze con le quali si accompagnano, roba da migliaia di euro a botta. A me sembra una vita miserevole, fatta di nulla, con capitali depositati in Svizzera o chissà dove; denaro col quale di norma ai poveri vengono assicurati i servizi essenziali. A questa gente che compra il Cabernet di Screaming Eagle del 1992 (228.000 euro) e non sa quant’è buono un Dolcetto di Dogliani Sorì Dij But (8 euro a bottiglia), come gliela spiego la differenza tra un uomo e un altro e che se l’altro è costretto a una vita infelice dipende proprio dal cattivo gusto di chi fa carte false per non retribuirlo secondo giustizia e equità?

Da Gli ItaGliani – Tombeur de femmes  alla pagina

gli itaGliani (tombeur de femmes)

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GRATS oggi, illibro si può scaricare alla pagina https://www.amazon.it/dp/B01LJYLB58

Giancarlo Buonofiglio

GRATIS oggi e domani, il libro (completo) lo potete scaricare alla pagina https://www.amazon.it/dp/B01LJYLB58

copertina

Gli ITAGLIANI

gentiluomini e mascalzoni

________________________________

tombeur de femmes

La seconda parte del libro ha un nome sedizioso, Tombeur de femmes. Sono massime e sentenze, uno sfottò per un popolo vittima di luoghi comuni, che tuttavia vive di furbizie e si prende troppo sul serio, difendendo senza vergogna le vicende anche più imbarazzanti della sua storia recente. Da un’altra latitudine le cose si vedono meglio; come i cugini francesi che con qualche ragione ricordano al sussiego degli italiani che les cimetières sont remplis de gens qui se croyaient indispensables. (Dalla prefazione)

Tre anni fa moriva Margherita Hack. Ho amato questa donna che guardava alle stelle senza andare oltre, perché quello che conta è già tutto nelle cose.

Siamo il popolo del “non sono stato io”. Lo diciamo per giustificarci e svincolare dalle responsabilità; da piccoli…

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gli itaGliani (tombeur de femmes)

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Gli ITAGLIANI

gentiluomini e mascalzoni

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tombeur de femmes

La seconda parte del libro ha un nome sedizioso, Tombeur de femmes. Sono massime e sentenze, uno sfottò per un popolo vittima di luoghi comuni, che tuttavia vive di furbizie e si prende troppo sul serio, difendendo senza vergogna le vicende anche più imbarazzanti della sua storia recente. Da un’altra latitudine le cose si vedono meglio; come i cugini francesi che con qualche ragione ricordano al sussiego degli italiani che les cimetières sont remplis de gens qui se croyaient indispensables. (Dalla prefazione)

Tre anni fa moriva Margherita Hack. Ho amato questa donna che guardava alle stelle senza andare oltre, perché quello che conta è già tutto nelle cose.

Siamo il popolo del “non sono stato io”. Lo diciamo per giustificarci e svincolare dalle responsabilità; da piccoli è la regola e un buon sistema per sottrarsi al battipanni. Da grandi un po’ meno, per quel decoro che sopraggiunge a ricordare che siamo pur sempre adulti e che l’utensile di mamma non fa più paura. Ma sempre lo pensiamo, sdoppiandoci come in un riflesso in cui la colpa non è mia, ma di un altro. Quello là, che non mi piace, che non soddisfa gli intimi desideri di perfezione. I bambini sono diretti, si limitato alla negazione, l’altro non completa la relazione e comunque non sottrae alla punizione. Una mamma in guerra non si lascia deviare dai fantasmi inesistenti, riconosce il nemico e lo va a cercare in trincea. Gli adulti imparano la proiezione, sottile e non sempre riconosciuta. Lo spostamento anche, ma è pure quello una forma di proiezione. In sostanza: siamo codardi per un innato istinto alla sopravvivenza, impariamo ad esserlo da piccoli, ma con meno coraggio di un bambino che davanti al plotone si limita a dire “non sono stato Io”. Troppo comodo dare la colpa a un altro e una mamma in assetto bellico non si lascia ingannare. Gli adulti, nella dilatazione del loro Io in un contesto culturale più ampio danno luogo a quella struttura della società che chiamano stato. Non per niente così l’hanno nominato; quando fanno una marachella nessuno sa chi sia realmente e per l’appunto stato. Eccetto le vittime della proiezione. Sempre loro, le donne, i negri (con la “g” che rende meglio); qualche politico di comodo. Gargamella e Amelia si accodano alla lista a ricordare che il bambino è pur sempre sopravvissuto al battipanni di mamma.

SIAMO SEMPRE “IO” AL CITOFONO DI QUALCUNO

Ci sono anche quelli che al telefono dicono “sono Io”, rimanendo delusi quando si sentono rispondere: “Io chi?”. E in effetti il mancato riconoscimento di quel che siamo, della nostra identità fragile ed egocentrica mette di malumore. Mio padre no, lui articolava. Ciao sono io. Io chi? Tuo figlio. E lui: “Quale?”. Il “quale” introduceva un decentramento tra me e lui e metteva il mio Io in un angolo. Andava anche e oltre a dire il vero. Perché (e non ho mai capito se era serio o mi prendeva in giro) quando rispondevo “Gianni!” lui incalzava: “Gianni chi?”. Tuo figlio. E così ad infinitum.

STAI COMPOSTO!

A scuola insegnavano a stare composti. L’educazione cominciava nel disporre il corpo in uno spazio abitato da altri corpi. La postura limita l’Io e lo predispone ad occupare un campo affettivo e relazionale. C’era però qualcosa in più in quei richiami delle maestre, si imparava non solo a non invadere uno spazio comune, ma ad interagire nel vuoto tra un corpo e l’altro. Stare composti voleva dire disporsi con ordine, con misura, avvicinare con leggerezza l’altro riconoscendolo presente. Oggi entri in aula e vedi piedi sui banchi; non stupisce che quegli stessi allievi rispondano male all’insegnante. L’io e le sue funzioni intellettuali si esercitano nel corpo. Un corpo che ha imparato a relazionarsi con lo spazio abitato da altri corpi è ben disposto. Quando una persona ha un carattere ruvido si dice che è indisposta e l’indisposizione rimanda a una rigidità di senso priva di morbidezza. Quella morbidezza è ciò che chiamiamo etica; l’amore dipende da quella prima esperienza che ordina l’Io e le sue passioni.

IL CORPO DELLE DONNE

Meravigliose le donne, ma fanno una gran fatica. Anche oggi che si sono appropriate del corpo e della sessualità. Il piacere svincolato dalla procreazione è qualcosa di banale ma che devono difendere coi denti. Limitare la sessualità vuol dire controllare la libertà. Perché chi si occupa di mettere le catene lo sa bene, la carne è rivoluzionaria e i suoi bisogni hanno un limite oltre il quale deperisce e muore. E allora parlano di anime, di unità o numero piuttosto che di lavoratori, di malattia laddove certo malessere è da ricercare in istituzioni deformate sulla famiglia. Agostino attribuiva un valore sociale alle prostitute, utili a conservare il decoro delle donne domestiche e addomesticate e come sfogo ai bisogni maschili. Uomini che compravano i corpi delle donne. Ma quelli erano in vendita e dunque inflazionati, depoliticizzati, senza tutela giuridica e privi di anima. E’ nel Seicento, ad opera di un tale che si chiamava Colombo, che il piacere entra tra le mura domestiche. La medicina sottopose alle indagini quello casalingo scoprendo che si concentrava in un piccolo organo; non era la penetrazione a soddisfare il corpo delle donne. Kinsey più tardi dimostrò anche la labilità dei confini della sessualità. Il comportamento sessuale può consistere nel contatto fisico come pure si può esprimere con modalità psicologiche (desiderio, attrazione, fantasia). Ma già Freud aveva detto la sua sull’argomento. Il Rapporto che porta il suo nome sollevò oltretutto dubbi sulla distinzione tra eterosessualità, bisessualità e omosessualità. La statistica è la seguente:

il 69% dei maschi americani avevano avuto rapporti con prostitute;
il 37% dei maschi ed il 13% delle donne avevano avuto esperienze omosessuali;

il 50% degli uomini sposati avevano avuto rapporti sessuali extraconiugali;
il 26% delle donne avevano avuto esperienze sessuali extraconiugali entro i 40 anni;

il 14% delle donne in età tra 26 e 50 anni aveva avuto avuto rapporti extraconiugali.

Com’è noto, la reazione è stata forte. Quei corpi diventavano numericamente di interesse politico e il desiderio chiedeva un formale riconoscimento. Le donne si aprivano al lavoro industriale e lo stato di lavoratrici comportò uno sviluppo esponenziale dei diritti, il primo dei quali era il piacere. E allora: laddove il lavoro manca (e per Marx è non a caso antropoietico) troviamo individui mutilati nelle libertà e un abbassamento della coscienza civile. C’è una volontà politica che tende a fare del precariato un modello di vita. Instabile e mutilato, il corpo delle donne diventa mansueto, torna ad essere facilmente addomesticabile.

C’è sempre una croce per il giusto, un tribunale per chi dice il vero, un Dio che assolve il farabutto.

Tdf/6

Un popolo che chiama “coincidenze” la puntualità tra l’arrivo di un treno e la partenza di un altro, può lamentarsi se i convogli arrivano in ritardo?

Tdf/15

Gli italiani non sono un popolo rivoluzionario. Non per convinzione, piuttosto per innata indolenza e scarsa propensione al movimento. Vogliono una ricetta che curi i malanni, un farmaco indolore. Niente a che vedere coi cugini francesi, gli italiani sono per la Presa della Pastiglia. La rivoluzione di cui sono capaci è tutta qua.

Tdf/21

La storia italiana non ha mai avuto così tanti rivoluzionari da quando c’è Facebook. Ho visto gente inferocita giustiziare despoti, autocrati e miserabili anche con tre punti esclamativi. Tdf/33

Una volta la vecchiaia era una garanzia di saggezza; oggi esplode come una rabbia mal contenuta nel pannolone. C’è un detto popolare: pisciare fuori dal vaso. Vuol dire aprire la bocca per dire cose insensate, straparlare, delirare. Con l’allungamento della vita è scomparsa la rilassata placida visione del mondo; non è ideologia quella, si tratta più propriamente di urologia. Lo dico ai vecchietti infervorati pronti a fare le barricate come ai tempi della fulgida giovinezza. Lasciate perdere, il corpo perde colpi e la dentiera costa un patrimonio; riponete il catetere della discordia. Non c’è nessuna guerra per cui combattere, eccetto quella generata dalla vostra geriatrica incontinenza.

Tdf/48

Ciò che mi piace di questo paese è che quando i milionari divorziano vengono spennati dalle mogli. E con quelle non c’è paradiso fiscale che tenga.

Tdf/59

La sindrome dell’arto fantasma procura dolore alla gamba anche quando è stata amputata. Quello che non c’è fa comunque sentire la sua presenza; non si tratta dell’ostinazione a non riconoscere la mutilazione, il fastidio si sente ed è un fatto reale. Ma l’arto non c’è e anche questo è innegabile; dobbiamo allora supporre una memoria che rimane nel corpo al di là di ogni ragionevolezza. E vengo al punto: lo stesso fenomeno si verifica su più piani; Dio è morto da qualche anno ma sembra stia meglio di prima. Almeno in Italia e con quel che comporta sul piano legislativo. Con la politica siamo arrivati a forme paradossali: chiamiamo democrazia e libertà il nostro vivere civile, quando non sono che la memoria storica di un arto fantasma. Un po’ per abitudine e più spesso per indolenza ci siamo accomodati su quelle stampelle. Come nell’apologo di Jung, nel quale un bimbo col sacchetto di ciliegie si incammina dicendo: ne mangio una e conservo le altre a mio papà, ne mangio un’altra e lascio il resto per il papà. Il bambino arriva a casa col sacchetto vuoto, ma con la certezza di avere portato le ciliegie al padre. La democrazia non è un fantasma e il corpo senza la gamba fa comunque fatica a reggersi in piedi; è interesse però di qualcuno continuare a far percepire la presenza di quello che non c’è. Si tratta di un’informazione corrotta; giornalisti lacchè che raccontano al popolo che non manca di nulla. Quel tanto che basta per convincerlo a sentire l’arto anche quando gliel’hanno tagliato.

Tdf/70

L’italiano medio. Che fai nella vita? La passo ad addestrare le persone a non aspettarsi troppo da me.

Tdf/99

L’italiano medio/2. Che fai nella vita? Me la complico. Mi sembra pochino. Complico anche quella degli altri.

Tdf/100

Non esistono le prostitute; ci sono uomini che pagano il prezzo della propria solitudine. La prostituzione non è una categoria antropologica, ma il passaggio di denaro da una miseria all’altra. Tdf/109

L’estate degli italiani. L’Inferno non è nulla paragonato alla Salerno Reggio Calabria. E fa pure meno caldo.

Tdf/111

L’estate più che una stagione è un’emozione; coincide con la chiusura delle scuole, le città deserte, il rumore degli zoccoli sul catrame. Una volta comportava una pausa lunga dal lavoro, ma i tempi si sono ristretti. Ci accorgiamo dell’estate dal numero di uxoricidi, perché il caldo amplifica le insofferenze domestiche, dai furti in casa, le code sull’autostrada, dai piedi che salutano dai finestrini. La pubblicità progresso che ricorda di non abbandonare i cuccioli all’autogrill e di andare a riprendere nonna alla casa di riposo. Giusto per mettere in valigia qualche rimorso.
Totò, la commedia sexy che un moderato eccitamento lo provoca, ma nel modo giusto, gradito dalle signore che si lusingano con qualche inaspettato risveglio estivo; l’abbronzatura rende più belli e una volta che la pelle è color amaranto ci sentiamo insolitamente desiderati. Estate vuol dire palestra, la prova costume, estenuanti sedute dall’estetista che si prende cura delle negligenze, adipe o punti neri. La pancia dentro, aspirata ai limiti del verosimile, perché il confronto coi giovanotti ancora integri nell’anatomia è inevitabile. Le infradito; io le bandirei ma le portano tutti. Costumi sgambati per le donne, che scoprono di essere belle e sempre comunque lo sono, orgogliosamente sfacciate nell’esporre la mercanzia reclusa durante l’anno; pantaloncini per gli uomini con annessa carenza pilifera al polpaccio, che tradisce mesi di fustigazione del pedalino. L’odore della crema, i discorsi da ombrellone, io quella me la farei e io il bagnino me lo sono fatto, la cellulite che pare essere una piaga sociale, le fantasie erotiche mugugnate a bocca stretta mentre le mogli sono distratte da altro. Un libro, le chiacchere con l’amica, il pianto del bambino che strilla il rancore per mamma in una spiaggia affollata. Papà che mette a dura prova il miocardio correndo dietro a una palla, con quel dolore al fianco a ricordargli inesorabile che non ha più l’età. L’estate comporta il sudore, le magliette appiccicate come una seconda pelle, il pesce, l’anguria non più fortunatamente sotterrata ed esumata dalla battigia, le finestre aperte. le zanzare. Quelle sono immancabili ad avvertirci del cambio di stagione. Ma l’estate è soprattutto fantasia, immaginazione, evasione; un sogno e un desiderio non pronunciato. Come un bacio che si dà così, perché ogni tanto è bello rimanere senza fiato.

Tdf/115

Sono talmente in crisi che quando vado a letto spengo la luce in fondo al tunnel.

Tdf/166

Dove c’è amore c’è una famiglia.

Tdf/222

Funziona così in Italia: “ogni mattina un cretino e un furbo si svegliano. Se si incontrano, l’affare è fatto”.

Tdf/223

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I LAMENTI DELL’EDITORE

giudice

Gli editori italiani si lamentano per il dilettantismo dei presunti scrittori. Ho fatto un giochino inviando ad alcuni di loro una parte di Memorie dal sottosuolo. Risposte ricevute:
1) Non rientra nella nostra linea editoriale (lo avevano appena ripubblicato)
2) Contratto con obbligo di acquisto delle copie (l’editore era a pagamento e si è dilungato in una dissertazione su come sia rischioso investire su un autore sconosciuto. Si trattava di Dostoevskij, ma non ho voluto infierire)
3) Nessuna risposta
4) Le auguriamo maggior fortuna.

Leggo da più parti inviti sarcastici a non provarci, a cambiare mestiere, ad andare a zappare. Ma sì, un’ora in camera del commercio, apri la partita iva e il gioco è fatto. Rischi, ti accolli un’impresa, per carità e magari anche i contributi di una segretaria (privilegio degli editori, sperando almeno che abbia due belle gambe). Un libro, bello o brutto richiede mesi di lavoro, e il tempo fa la differenza. Se fate un giro in libreria potete appurare la roba (non li chiamo libri) che pubblicano. Le pretese sono tante e i guadagni rimangono esigui; se volete i capolavori cominciate a cacciare i soldi.

Esistono scrittori improvvisati, legittimi nell’intenzione, apprezzabili a volte; ma ci sono anche editori arrangiati. Perché se è bello dire sono uno scrittore, lo è ancora di più presentarsi come editore (e magari con al seguito le due belle gambe della segretaria). Non tutti scrivono come Dostoevskij, è vero, ma pochi hanno la disposizione di Einaudi.

Il problema è che l’editoria è morta, quella tradizionale almeno; merito o demerito della rete e di un sistema editoriale che si sta ristrutturando, ma è un fatto. La scrittura è rimasta, bella o brutta; gli autori non fanno testo, passano come tutte le cose. La nenia che sento sembra intenzionata a scaricare sull’inettitudine (innegabile, ok, ok) di un sempliciotto ostinato questioni che vanno davvero oltre e non affrontano il problema reale. Ma siamo in Italia e va bene così, c’è sempre uno sfigato su cui riversare i propri limiti e la propria incapacità.

LE RIFORME COSTITUZIONALI (vado a vomitare e torno)

costituzione-igienica

Quanti tra voi che andranno a votare sì al referendum sulle riforme costituzionali hanno letto e conoscono la Costituzione? Dubito fortemente; questo è il popolo che non legge e non vota (dati Ocse), ma che è andato in massa alle urne per abrogare una cosa (all’epoca una legge dello stato) che si chiama fecondazione eterologa. State per mettere le mani in una Carta che dovremmo sentire nel sangue come qualcosa di sacro e inviolabile. Raccontano balle, da un ventennio almeno. L’ultima è che la Costituzione vada riformata; adesso ci prova un bambinone che altrove non sarebbe più di un maestro elementare. Nata dalla penna di Saragat, De Gasperi, Terracini, Benedetto Croce, Einaudi, Ruini, Dossetti, Foa, Iotti, La Malfa, La Pira, Nitti, Pertini, Togliatti, Aldo Moro, ci mettono ora le mani Renzi, Maria Elena Boschi, Verdini (con l’approvazione di Benigni, quello che andava in tv citandola a memoria). Ma in questo paese funziona così, la mediocrità fa da padrone e l’incuria (non da parte della curia, perché sa bene quello che fa) ha raggiunto livelli paradossali. Veniamo alla Costituzione; ci raccontano che sia da cambiare. Niente di più sbagliato, andrebbe piuttosto applicata. Il problema è che così com’è rende difficile la corruzione dello stato in profondità. Hanno cancellato l’articolo 18, il minimo salariale, i contratti nazionali, rubato (più sotto spiego come) risorse alle scuole pubbliche e alla pubblica sanità per riempire le tasche agli amici del privato. Il referendum porta ora a una deriva plebiscitaria. Le democrazie sono un bilanciamento di forze; i poteri nei paesi democratici sono bilanciati; soprattutto nel parlamento, dove una camera controlla e limita le funzioni dell’altra, non fa da ancella. E’ un problema di equilibri. Il fascismo non è un’ideologia, è la mancanza di un contrappeso all’interno delle istituzioni. Con la riforma avremo un senato succube eletto dalle regioni, da sempre ricettacolo di corrotti e mafiosi. Stanno consegnando il potere nelle mani di un uomo che non dovrà più rispondere al Presidente della Repubblica, potrà anzi ricattare veicolandolo il voto dei deputati sciogliendo le Camere. Non è una questione di persone; ora tocca a Renzi che si mantiene (proprio perché la Carta Costituente glielo impone) su un binario democratico o di contrappesi. L’incognita rimane sul successore. Il limite di un uomo di potere è il parlamento; le leggi vengono prima e non si può affidare il destino di un popolo al buon cuore o alla rettitudine dell’uomo al comando. Quello è il fascismo. Non mi dilungo però oltre e entro nello specifico della Carta Costituente.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

(Non mi pare che i cittadini italiani siano uguali davanti alla legge, eppure l’articolo 3 è chiaro; come lo conciliate col fatto che gay e lesbiche non abbiano pari diritti e dignità? L’Italia è uno stato laico o una teocrazia?)

Art. 10

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

(Quante ne dicono sui neri, i musulmani, adesso l’Isis; l’articolo 10 è in vigore e non viene rispettato)

TITOLO I
Rapporti civili

Art. 13

La libertà personale è inviolabile.

Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dall’Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di Pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’Autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.

E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.
La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.

(Avete sentito parlare di Pinelli o Cucchi? Storia vecchia di un esercizio anticostituzionale del potere esecutivo)

Art. 14

Il domicilio è inviolabile.

Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale.

Gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali sono regolati da leggi speciali.

Art. 33

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

(La Costituzione è chiarissima su questo punto; vuoi dare un’educazione alternativa ai tuoi figli? Te la paghi di tasca tua. Gli istituti religiosi ringraziano il popolo italiano per il gentile dono anticostituzionale. Il risultato è che non c’è più l’ascensore sociale, il merito è sparito di fatto dall’ordinamento; le università sono a numero chiuso, a cui hanno accesso per corsia preferenziale gli studenti licenziati nei diplomifici privati; i ricchi che escono da quelle scuole col massimo dei voti)

Art. 36

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

(Niente più articolo 18, niente minimo salariale, niente mediazione dello stato nei rapporti tra lavoratore e datore di lavoro. Il risultato è che i vostri figli plurilaureati lavorano per 400 euro mensili, senza nessuna garanzia e cosa ancora più grave non hanno futuro; possono solo continuare a spendere i vostri risparmi)

Art. 59

E’ senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica.
Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.

(Con la riforma che andate a firmare i 100 senatori non saranno più eletti ma nominati; cinque cittadini che hanno brillato per meriti è accettabile che diventino senatori senza consultazione popolare, ma cento non vi sembrano un po’ troppi? Lo dico con le parole di Gianfranco Pasquino, che ne sa più di noi in materia costituzionale: “Non è credibile che con la cattiva trasformazione del Senato, il governo sarà più forte e funzionerà meglio non dovendo ricevere la fiducia dei Senatori e confrontarsi con loro. Il governo continuerà le sue propensioni alla decretazione per procurata urgenza. Impedirà con ripetute richieste di voti di fiducia persino ai suoi parlamentari di dissentire. Limitazioni dei decreti e delle richieste di fiducia dovevano, debbono costituire l’oggetto di riforme per un buongoverno. L’Italicum non selezionerà una classe politica migliore, ma consentirà ai capi dei partiti di premiare la fedeltà, che non fa quasi mai rima con capacità, e di punire i disobbedienti” fonte).

C’è un signore che spiega bene quello che sto dicendo, Gustavo Zagrebelsky. L’articolo è il seguente Gustavo Zagrebelsky e il referendum. Non so chi lo leggerà, la confusione è tanta e la tv è accesa. Quel che basta per indurre una massa impreparata a votare contro i propri interessi.

Lo dico a quelli che voteranno sì a una riforma voluta da un gruppo di nominati e non di eletti; la priorità era la legge elettorale. Andate pure a cambiare la Costituzione, io vado a vomitare e torno.