IL CORPO TRA GODIMENTO E AMORE
(Sulla necessità del superamento antropologico dell’identità sessuale)

Scusi, ma lei è etEresessuale?
In questi giorni, a proposito della Donna Barbuta, si è sviluppata una discussione su erotismo e identità di genere; il problema si è poi dilatato dalla sfera sessuale a quella affettiva. E’ stato citato Lacan in modo però discutibile e artificioso. Al di là delle colte disquisizioni, il contenuto non cambia. Si è parlato infatti del tramonto del Nome del Padre in termini negativi, distruttivi e moralistici, facendo riferimento a un nostalgico ordine patriarcale dell’Io, del sesso e della società. Riproponendo nella triangolazione edipica l’antica spaccatura tra piacere/godimento e amore. Per Lacan l’amante desidera nell’amato l’amalgama della sua mancanza. “Amare è dare quello che non si ha. Desiderare di avere un posto nel desiderio dell’altro”. E il riferimento all’assenza, al vuoto, alla domanda che completi l’ordine della catena amorosa risulta effettivamente determinante. Massimo Recalcati, ad esempio, sulle orme del maestro francese pare abbia portato l’argomento su un terreno spinoso: “Uomini e donne vivono l’amore in modo diverso ma, secondo Lacan, tutti i modi di amare si muovono su uno sfondo comune, ovvero nell’impossibilità di generare un rapporto sessuale. Il corpo gode dell’uno. Non vi è rapporto tra due godimenti. La pulsione sessuale ci mette in rapporto soltanto col nostro desiderio”. Stimolando il dibattito e reazioni: “L’amore è la possibilità di supplire all’inesistenza del rapporto sessuale, di sopportare la propria solitudine”. Sempre rimarcando che la scomparsa del Padre, del significante fondamentale, l’assenza, porti a uno scollamento tra piacere e amore e in esso alla perdita dell’identità sessuale, dell’Io fino allo sfaldamento della civiltà; e che il soggetto appagato da un piacere immediato e quindi privato del desiderio diventi schiavo, senza volontà e di un godimento reale (rinvenendo nella tensione mancata verso l’Altro l’Es senza inconscio, senza legge, senza confine, senza movimento). Lo spunto polemico è stato come si è detto la transizione dall’identità di genere offerto dalla Donna Barbuta. Poco condivisibile, e di una certa grettezza, risulta la tesi secondo la quale questi corpi plurisessuati siano una compensazione alla dispersione e alla liquefazione dell’individuo nel caos di un godimento narcisistico (e quindi completo e assoluto nella ricomposizione androgina) immediato, considerando tali fenomeni incompatibili con il buon ordine sociale. Il ragionamento è ineccepibile sul piano formale e ben contestualizzato: l’esigenza di accelerazione di produzione e consumo imposta tende a selezionare un soggetto che si adatti e collabori allo sviluppo e all’incremento della società, un soggetto appiattito e recettivo, privo di volontà e senza desiderio o godimento. Questo è, appunto l’Es senza inconscio, senza legge. Ma non si può non storcere il naso quando si vede nella liberazione sessuale senza amore una degenerazione (parola reazionaria) in una schiavitù compulsiva priva di soddisfazione (“La sola liberazione sessuale degna di questo nome sarebbe quella di unire il corpo sessuale all’amore, rispettando la diversità dell’altro”); sottolineando peraltro che il volto barbuto di una drag queen non possa rappresentare l’emblema del rispetto della diversità dell’altro.
Perché non può?
Lacan, pur con tanti meriti, risulta un pensatore inadeguato alla comprensione di fenomeni (per quanto antichi, pensiamo alle mutazioni di sesso di Tiresia) che corrono con la velocità del vento. Il suo è un mondo ancorato alla presenza, benché mutuata nell’assenza e nell’immaginario (l’immaginario, il simbolico rimangono presenti come domanda, desiderio, bisogno). E’ inadeguato perché dalla dissoluzione del significante primo non segue necessariamente quella dell’identità e dell’identità sessuale. La domanda, il desiderio rimane ma sciogliendosi senza corposità, organi, ideologia in contesti dinamici che non hanno più confini geografici o culturali. Il corpo del terzo millennio si svuota come si svuotano i contenuti appunto dell’Io, della mente, dell’inconscio. Non è una perdita dell’Io ma semmai un arricchimento. E’ un’opportunità sul piano sociale, giuridico, estetico e antropologico. Oggi non ha senso neanche il documento di identità; ma vai a spiegarlo a un funzionario statale che non siamo più quelli di ieri e che scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, che siamo e non siamo. La violenza è operata semmai dal funzionario; è lui a perturbare con l’imposizione di un ordine inesistente il disordine che si muove nell’essere delle cose, nell’imporre un’impossibile presenza a quello che diviene, muta, si trasforma. La modernità nasce dall’assenza, dalla precarietà dell’essere, da uno svuotamento dell’Io e del corpo. Da una deprivazione ontologica. Dallo sfaldamento della storia, della cultura, dalla mancanza di dio. Deleuze in questo è molto più avanti di Lacan. La rete in particolare ci ha disorganizzati, privati dei confini antropologici, giuridici, estetici e sessuali. La velocità aveva già cominciato il percorso destrutturante che in internet è diventato esponenziale. Il corpo è fluido, senza organi, la sessualità pure. Le idee corrono e nel percorso si modificano modificando l’ambiente, l’anatomia, la legge, il mondo, la lingua. Non mi pare che la società ottocentesca raccolta attorno alla triangolazione edipica del focolare domestico fosse migliore di quella attuale, e neanche più ordinata. Mi pare solo infinitamente più noiosa. E’ un momento di incontrollabile trasformazione del mondo, dell’Io, dell’identità anche sessuale, delle relazioni. Del pensiero e della teologia. Il presente è comprensibile solo a partire da una filosofia dell’avvenire; Deleuze aveva cominciato a sganciarsi dalle gerarchie ontologiche, postulando l’univocità dell’essere ma come una pluralità di enti, cogliendola senza universalizzarla in concetti. L’univocità dell’essere permette infatti all’arroganza dell’uno di fare in modo che gli “enti siano molteplici e differenti, sempre prodotti da una sintesi disgiuntiva, essi stessi disgiunti e divergenti, membra disjuncta” e a un tempo che “il senso sia, per tutti gli enti distinti, ontologicamente identico” (Badiou, Deleuze, Il clamore dell’essere). In questo senso la natura è vista come “produzione del diverso”, “somma che non totalizza i propri elementi”, non collettiva ma distributiva, non attributiva ma congiuntiva. “La Natura è precisamente la potenza, ma potenza in nome della quale le cose esistono una ad una, senza possibilità di radunarsi tutte nello stesso tempo, né di unificarsi in una combinazione che sarebbe adeguata ad essa o che l’esprimerebbe interamente in una volta sola”. Nel presentare il desiderio come il fluido che corre per neuroni e ram avrebbe abbracciato le annichilazioni prodotte dalla rete, consentendo al corpo desiderante di dilatarsi nel tempo e nello spazio. E’ stato insomma necessario un altro parricidio, da Lacan a Deleuze. L’essere è polivoco, differente, l’Io e la sessualità pure. Ma vai a spiegarlo al funzionario statale quando deve segnare sul documento d’identità il mio sesso, che già Aristotele non avrebbe saputo cosa scrivere nella casella.
Cos’è il desiderio? Il desiderio è il fluire di pulsioni, mirate per lo più al piacere, non caotiche ma contestualizzate all’interno di un ordine. “Desiderare è costruire un concatenamento, un insieme” dice Deleuze; poiché non si desidera mai veramente qualcuno o qualcosa, si desidera un insieme, un paesaggio nel quale è compreso anche l’oggetto del desiderio, la particolarità desiderata. Il desiderio implica una specie di costruzione e non è mai astratto, ma si sviluppa nel concreto del proprio contesto, insieme di paesaggio e di persone (“Si desidera in un insieme”). Il bere, ad esempio, non è mai desiderato per se stesso, al contrario si desidera anche il paesaggio del bere, il paesaggio in cui bere (in compagnia, dopo una delusione, quando si è tristi). Persino l’alcoolizzato crea relazioni nell’esclusività del suo desiderio, e questo perché il bere rimanda a un problema di quantità: quando si beve si vuole arrivare all’ultimo bicchiere, e “l’alcoolizzato è colui che non smette di smettere di bere”, di essere all’ultimo bicchiere. Il primo bicchiere ripete l’ultimo. Il desiderio fluisce di continuo nell’amore (come tra un bicchiere e l’altro) perché comincia da là; non si desidera quello che non si ama, come non posso volere quello che non conosco. E’ la parte eccessiva dell’amore, l’eccedenza che è però essenza, un’ubriacatura, un delirio che scompone ma anche ricompone:
“Crediamo che l’inconscio non sia un teatro, un luogo dove Edipo e Amleto recitano perennemente la loro parte. Non è un teatro, bensì una fabbrica; è una produzione. L’inconscio produce. Funziona come una fabbrica ed è l’esatto contrario della visione psicoanalitica dell’inconscio come teatro dove si recita all’infinito il ruolo di Amleto o Edipo. Il secondo tema è il delirio, strettamente legato al desiderio, poiché desiderare è, in un certo modo, delirare. Se si prende un qualsiasi delirio, lo si guarda, lo si ascolta da vicino, ci si accorge che non ha niente a che vedere con ciò che pensa la psicoanalisi; non si delira sul padre o la madre, ma su tutt’altro. Il delirio – è il suo segreto – concerne il mondo intero” (Deleuze).
Il desiderio si muove spostando la relazione affettivo/erotica in un altro luogo, svincola dal contesto culturale dell’Io, come avviene ad esempio nella rete. Oltre a trasformarsi può anche mutarsi nel suo contrario; la pulsione così spostata nell’immaginario di una relazione virtuale è libera di diluirsi oltre il proprio corpo, oltre l’Io; meccanismo/schizo che modifica il corpo ridefinendolo nella modernità tecnologica, mettendolo in uno stato di transizione anche biologica. Il fenomeno può manifestarsi coi fatti, e più spesso con le parole nella catena dei significanti. Nel qual caso non è corretto parlare di sublimazione della pulsione, spostamento dell’eros nell’altra scena, in un non luogo appunto dove relegare la coscienza e il peccato. La catena e l’ordine dei significanti scorre lungo la rete con una velocità che deorganizza, disturba, non dà il tempo a una contestualizzazione morale, priva della colpa, salva dal peccato. Il processo è automatico e inconscio e permette un’adeguata scarica di quelle pulsioni sessuali e aggressive altrimenti minacciose e distruttive.
Incastrata la pulsione nel principio di realtà in un non luogo, con non-persone, di non-relazioni, la richiesta del piacere può finalmente soddisfarsi senza intaccare il principio di realtà (ragione per cui molto spesso le persone che usano la sessualità in internet non si incontrano nella vita reale; il sogno non deve diventare un bisogno, e l’altro deve continuare ad essere confinato nell’immaginario irreale). E’ piuttosto diffuso come fenomeno; si fa sesso in rete sfogando la libido nell’immaginario di uno schermo, con persone che si amplificano dilatandosi oltre i confini egoici e sessuali. La morale è protetta da questo tipo di incontro, appunto dal non incontro genitale, l’Io dal non avere dato un corpo e una faccia all’altro, con la semplicità di un gioco e senza “rimorso”; mentre la perversione (vista da un’ottica morale) assume la forma di una letteratura, di un’anacronistica pedante prevaricazione ideologica.

Internet, dove la relazione affettiva viene spostata in un’altra scena, ha consentito al principio di morte di irrompere nell’Io senza rimozione e senza il sacrificio pulsionale. Reich (e poi Marcuse) obietta che il discorso di Freud è viziato da un concetto destoricizzato della civiltà, configurando il principio di realtà come una mistificazione. Si convince infatti che una nevrosi sorga dalla rinuncia alla soddisfazione, da un inappagamento sessuale nel presente. Tale origine viene trovata nell’”impotenza orgastica”, ovvero nell’incapacità di una completa scarica dell’eccitazione. L’energia vitale non liberata provoca un ingorgo nell’organismo (“stasi sessuale”) responsabile di fornire ai sintomi nevrotici una perenne diffusione. Come in un teatro, dove in scena sale finalmente il desiderio, questo tipo di relazione destoricizzata e decolpevolizzata consente all’Io la soddisfazione della pulsione e una buona aderenza alla realtà. La realtà è oggi dinamica e in movimento, rizomatica, il corpo il perenne transizione al punto da concentrare la femminilità in una figura equivoca come la Donna Barbuta, l’Io in una continua tensione. La vita non è più quella domestica, ripetitiva, consumata nella relazione madre-figlio-padre, tanatologica che sapeva di incenso, ma anche nascostamente e ipocritamente di zolfo.
L’aderenza a un principio di realtà così fragile e inafferrabile, veloce, contaminato comunque sempre dalla pulsione di morte, è però non di meno precaria, a un passo alla dissoluzione. Il disagio persiste. Il collasso è sempre in agguato.

Giancarlo Buonofiglio

felice

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