Biancaneve

E VISSERO FELICI E CONTENTI
La struttura delle favole è piuttosto comune; cominciano con una tragedia, arriva l’amore, muore il cattivo, terminano con “e vissero felici e contenti”. Non ci facciamo caso, ma in quel “e” si sente un “nonostante tutto”, il “ma” dubitativo. Così almeno pensavo da piccolo, tutta quella felicità non mi ha mai convinto: i bambini amano le favole, ma non vogliono essere coglionati. Ricordo mamma, terminata la favola chiedevo, “e poi?”; quella fine secca e perentoria non mi bastava, stimolava anzi la mia curiosità (e una certa morbosità). Le favole non ammettono interruzione e non hanno un termine. Come in certi dipinti, se il pittore è capace, l’occhio percepisce quello che non ha disegnato. Nella scrittura (e ancor meglio in quella fiabesca) avviene lo stesso, la storia va oltre la fine della favola e il racconto continua altrove. Per una certa abitudine che hanno i bambini allo stupore, già sanno cosa accadrà nella storia; la parte più interessante, che evade dalla linearità della narrazione, rimane quella non scritta. Le favole si muovono secondo consuetudine e tuttavia stupiscono proprio perché è presente un’interruzione nel racconto. Come per la scatoletta di tonno, quando la apri, vedi che è vuota, ma c’è un biglietto: tonno subito!. Non ti lamenti se è vuota, ti stupisci perché quel che contiene disturba le regole del gioco.
(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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