pinocchio 1

CI PRENDONO PER IL “GURU”
Grazie ad Umberto Eco ho scoperto di essere un imbecille del web. Il luminare è stato chiaro, la rete assimila un nobel a una casalinga di Riccione e sempre a parere suo (illustrissimo) a un imbecille è consentito di lasciare due righe su argomenti che (sempre a suo pregiatissimo parere) non conosce. Eco parla anche delle fonti, che in quanto cattedratico pluridecorato vede nell’università e/o nei comitati redazionali dei vari nobilissimi editori che stampano illustrissimi libri. Sulle fonti non mi dilungo, una casalinga di Riccione conosce la fisiologia meglio di Aristotele e se avessi bisogno di un intervento urgente in un deserto, mi augurerei di trovarmi con la donna di casa piuttosto che con il Filosofo. Non mi fido di uno che invita a mettere un elastico sul testicolo destro durante l’amplesso per assicurarsi una discendenza maschile. Proprio grazie alla rete e a quel po’ di fascismo televisivo anche la donna meno avveduta capisce che è una stronzata. Ma è forse proprio questo che dà fastidio al pregiatissimo. Per quanto riguarda il livellamento al basso di cui parla l’esimio, mi pare di vederlo in una piazza affollata censurando dall’alto della sua magistrale competenza questo o quell’altro passante che (come cazzo si permette) esprime un’opinione (che non è scienza, ma doxa e lo sappiamo) su questo o quell’argomento, foss’anche di semiotica, che è l’arte di discriminare le regole del linguaggio. E le regole appunto sono cose da università e/o dei vari comitati scientifici redazionali. Sulla validità scientifica delle varie informazioni mi permetto di dire due cose. Punto 1 (quanto mi piace puntualizzare, mi dà quell’aria da dotto, di uno che conosce in dettaglio le cose): di causa in causa, e lo sapeva anche il buon Aristotele, si arriva ad alcuni principi anapodittici che sono tali in quanto evidenti di per sé e non si conosce la ragione, ma è così e non si possono mettere in discussione. Punto 2: l’epistemologia popperiana, secondo la quale una regola diventa tale non per validità degli assiomi, ma per la forza seduttiva, il prestigio e il potere (universitario e/o dei vari comitati scientifico redazionali) di chi annuncia al mondo verità incontrovertibili. Evito di citare Wittgenstein, altrimenti dovrei produrre la laurea in copia firmata autenticata per poterne citare le fonti. Vorrei invece ricordare una cosa, il (la, che altrimenti le femministe si incazzano) clitoride è stata scoperta nel XVII sec. da un tale illustrissimo anatomista che si chiamava Colombo, e da allora (col De Re Anatomica) il mondo ha scoperto che esisteva il bottoncino. Viene da chiedersi: e ci voleva il cattedratico e il comitato scientifico redazionale? Il dubbio è che Colombo (non Eco, per carità) fosse dedito più all’onanismo universitario, a una forma di conoscenza (concupiscenza) tautologica, che naturalmente portata alla verità. Dalla presa di posizione di Eco è incontestabile che prima del tale Colombo non esistesse il clitoride; cazzo, se non c’era nei libri pregiatissimi non poteva anche esistere nella realtà. Insisto, se il tale avesse scopato (scusate, ma la volgarità è ben altra, ed è proprio di quella che stiamo parlando) di più avremmo avuto qualche guru di meno e qualche verità in più. Ma, si sa, ci prendono per il guru. Come l’America appunto, che non c’era sulle carte di navigazione e dunque non esisteva. Si chiama delirio, ma vaglielo a spiegare al pregiatissimo. Ci raccontano favole, come ha fatto Aristotele, il cui universo è rimasto tale fino al De Revolutionibus. Duemila anni di favole. Perché l’astronomo Aristarco di Samo, pur contemporaneo dello Stagirita, sapeva che era la terra ad orbitare attorno al sole; ma era uno sfigato e non aveva il potere di Aristotele (che guarda caso stava a corte di Alessandro il Grande). La rete ha permesso di mettere in discussione quel “e vissero felici e contenti”, mettendo in chiaro che i luminari e i vari comitati scientifici redazionali siano (non diversamente dagli imbecilli del web, pur con qualche competenza indiscussa e riconosciuta) dei narratori, a volte pure mediocri. La cultura è puttana, anzi peripatetica. E a puttane si va (scusate, ma sull’argomento ho una qualche competenza e se Eco me lo chiede, posso produrre i vari titoli accumulati nel tempo) per piacere, per sognare, illudendoci di essere protagonisti di una storia. Per sentirci raccontare una favola e per raccontarla (agli amici illustrissimi del bar dell’università) come se fosse la verità.

Giancarlo Buonofiglio
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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