MENU’ ALL’ITALIANA
Spesso confrontano la cucina italiana con gli orrendi fast foods statunitensi, che sono orrendi in quanto propongono un modo di nutrirsi non contaminato dalla storia e dalla cultura. Quel che demonizzano non è nei grassi insaturi, perché il mercato di patatine e merendine è piuttosto florido anche tra i catechisti della gastronomia, ma nell’apostasia di un gusto che sfugge alla rigida ortodossia e che ha appunto il sapore di un piacere libero, svincolato dalla tradizione. E la libertà è un sapere che nasce sulla lingua e viene chiamato per l’appunto sapore. Sezioniamolo allora il celebrato menù all’italiana.
ANTIPASTO:
Carnivoro o vegetariano, vegano a volte, ma è raro poiché ha ancora un carattere eretico e dunque erotico.
PRIMO:
Famiglia all’arrabbiata, pasta alla puttanesca; gli spaghetti conditi alla mafia non mancano mai.
SECONDO:
Strozzapreti al finocchio, il finocchio deve essere macerato e speziato affinché non alteri l’austerità del piatto. La famiglia delle apiaceae è sempre presente nella cucina nostrana, ma non si deve sentire né vedere.
FORMAGGI:
Il gusto ha bandito per motivi spirituali il pecorino; predilige latticini insapore e inodore, in porzioni da missionario. Le mozzarelline (i diminutivi rendono la digestione meno laboriosa) e le scagliette di grana, sottili e dolci al palato come l’ostia.
INSALATA:
Non può mancare per via di quell’ascetismo a cui lattughe e erbe varie rimandano. Santifica i piatti.
DOLCE:
Tiramisù per i più arditi che sfidano trigliceridi e transaminasi, oltre naturalmente le occhiate inquisitorie del censore in bigodini.
ALCOLICI:
Le bevande a base di fermentazione del luppolo sono bandite dalla tavola, in quanto rimandano loro malgrado alle cattive abitudini luterane e calviniste; il vino la fa ancora da padrone e infatti si beve misticamente (ancorché mistificato) come qualcosa di sacro.
E tuttavia non è un pasto che sazia. E infatti il capofamiglia, dopo l’austera cena, si alza dal tavolo e va in cerca di un panino con la porchetta. Ma di nascosto da coloro che da sempre gli fanno un rigoroso controllo delle calorie.
Il menù italico, populista prima che onnivoro, ha un’abitudine clericale ed è secolarmente fascistizzato, pur con qualche sporadica assimilata pietanza eterodossa. Ecumenico, ma fino a un certo punto. E’ protestante solo quando bisogna pagare il conto; perché l’italiano vuole mangiare bene, è governativo nello stomaco, ma diventa anarchico e si sente come Giordano Bruno sulla brace quando deve mettere le mani al portafoglio.

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