Gli editori italiani si lamentano per il dilettantismo dei presunti scrittori. Ho fatto un giochino inviando ad alcuni di loro una parte di Memorie dal sottosuolo. Risposte ricevute:
1) Non rientra nella nostra linea editoriale (lo avevano appena ripubblicato)
2) Contratto con obbligo di acquisto delle copie (l’editore era a pagamento e si è dilungato in una dissertazione su come sia rischioso investire su un autore sconosciuto. Si trattava di Dostoevskij, ma non ho voluto infierire)
3) Nessuna risposta
4) Le auguriamo maggior fortuna.

Leggo da più parti inviti sarcastici a non provarci, a cambiare mestiere, ad andare a zappare. Ma sì, un’ora in camera del commercio, apri la partita iva e il gioco è fatto. Rischi, ti accolli un’impresa, per carità e magari anche i contributi di una segretaria (privilegio degli editori, sperando almeno che abbia due belle gambe). Un libro, bello o brutto richiede mesi di lavoro, e il tempo fa la differenza. Se fate un giro in libreria potete appurare la roba (non li chiamo libri) che pubblicano. Le pretese sono tante e i guadagni rimangono esigui; se volete i capolavori cominciate a cacciare i soldi.

Esistono scrittori improvvisati, legittimi nell’intenzione, apprezzabili a volte; ma ci sono anche editori arrangiati. Perché se è bello dire sono uno scrittore, lo è ancora di più presentarsi come editore (e magari con al seguito le due belle gambe della segretaria). Non tutti scrivono come Dostoevskij, è vero, ma pochi hanno la disposizione di Einaudi.

Il problema è che l’editoria è morta, quella tradizionale almeno; merito o demerito della rete e di un sistema editoriale che si sta ristrutturando, ma è un fatto. La scrittura è rimasta, bella o brutta; gli autori non fanno testo, passano come tutte le cose. La nenia che sento sembra intenzionata a scaricare sull’inettitudine (innegabile, ok, ok) di un sempliciotto ostinato questioni che vanno davvero oltre e non affrontano il problema reale. Ma siamo in Italia e va bene così, c’è sempre uno sfigato su cui riversare i propri limiti e la propria incapacità.

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