Il ritratto che Briatore fa dei “ricchi” è più o meno questo: non vogliono pensieri, non amano la cultura se non incorniciata in una bella kermesse, non fanno turismo da musei, sono avulsi da conferenze, libri e altri ripieghi da sfigati. Quella è roba da sventurati che non hanno quattrini da spendere in attività più edificanti. Non offrite loro alberghetti seppure con una decorosa storia enogastronomica, percorsi naturalistici e passeggiate, pietanze locali o vini dozzinali. Per Briatore al turismo di lusso bisogna proporre alberghi sontuosi in cui possano incontrarsi e discutere di affari, grandi marchi e non la pensione Mariuccia (parole sue); le amministrazioni locali devono attrezzarsi per accogliere gli yacht, perché quel turismo porta ricchezza: “Una barca da 70 metri può spendere fino a 25mila euro al giorno”, afferma il mentore. Niente di nuovo, Briatore conferma quanto sapevamo; i ricchi (quelli di cui parla) sono deficienti, non vogliono rotture di coglioni, cultura compresa, mangiano e vivono secondo un’idea del capitale e della proprietà, divorano denaro e non conoscono il gusto. Per essere chiari: cazzo fai gli proponi Margherita Hack? La figa gli devi dare. Niente di nuovo tra i cliché: vogliono belle ragazze, bottiglie da diecimila euro, desiderano camminare tra le vetrine di via Montenapoleone con le tasche gonfie e senza il lerciume al marciapiede, barboni e disadattati compresi. Il tutto nella sicurezza di non venire minacciati nelle sostanze accumulate in uno stato che svende loro le aziende per quattro soldi. Al convegno in Puglia aggiunge anche che i ricchi sono più educati dei poveri. Non so se sia vero, di certo i disgraziati fanno di tutto per emularli al peggio, sporcizia e maleducazione compresa. Dalle sue parole viene fuori un ritratto misero del nostro paese. Con milionari che spendono 30.000 euro al giorno in sciocchezze, mentre s’industriano per sottrarre quelle stesse risorse alla comunità. Il turismo facoltoso è più educato, ma non si capisce in cosa consista questa educazione; nel mio mondo rurale, quello della pasta e fagioli, dei mosti stagionati nelle cantine, dei racconti popolari significa contestualizzarsi riconoscendosi in un minimo di regole comuni e nello stato: la prima delle quali consiste nel non razziare il pubblico, pagare gli oneri, versare il giusto ai lavoratori. Gli affari loschi resi leciti dalle leggi sottoscritte dagli amici onorevoli, non rientrano nell’ordine della buona educazione. Si chiama etica questa cosa, ma che glielo dico a fare; l’ha anche detto al convegno: ci sono troppi filosofi in parlamento. Gente che non capisce un cazzo e priva di senso pratico, che guarda pure con cattivo occhio un individuo che ha fatto i soldi col malaffare e che spende uno sproposito per una bottiglia di vinaccia adulterata. Perché i maître à penser alla Briatore che non rispettano la cultura (e la cultura non è una cosa astratta, ma proprio un affinamento del gusto) non distinguono un vino dall’altro; il criterio della qualità rimane il prezzo. Più l’hai pagato più vale, come le ragazze con le quali si accompagnano, roba da migliaia di euro a botta. A me sembra una vita miserevole, fatta di nulla, con capitali depositati in Svizzera o chissà dove; denaro col quale di norma ai poveri vengono assicurati i servizi essenziali. A questa gente che compra il Cabernet di Screaming Eagle del 1992 (228.000 euro) e non sa quant’è buono un Dolcetto di Dogliani Sorì Dij But (8 euro a bottiglia), come gliela spiego la differenza tra un uomo e un altro e che se l’altro è costretto a una vita infelice dipende proprio dal cattivo gusto di chi fa carte false per non retribuirlo secondo giustizia e equità?

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5 pensieri su “BILLIONARI ITALIANI

  1. Hai detto proprio bene! Fin che il discriminante del valore delle persone sarà soltanto il censo, non ci saranno più speranze. Ma alla fine il baco, che rode da dentro la mela rossa della ricchezza senza merito, avrà vittoria certa. Perché, quando tutti i rampolli di queste corrotte dinastie, ignoranti e nullafacenti più dei padri, finiranno per trascinare i loro palazzi imperiali nel fango, ci saranno i lavoratori, la gente di cultura, gli sfigati, insomma, pronti a rimpiazzarli con il know how, la determinazione e la costanza necessari per rovesciare la situazione. Sta a noi, nel frattempo, che ci piaccia o meno, soffrire più di quanto stiamo facendo per avere la forza di non tacere gli scandali, e poi… benché traditi dai sindacati e quant’altro, troviamo in noi la resilienza per tornare a partecipare, e ad apparire nelle piazze a manifestare il nostro indignato dissenso. So che è difficile, perché abbiamo del tutto perso la fiducia nella classe politica. Chi ci rappresenta, infatti? E allora? Ricominciamo! (fFa l’altro è il titolo di una vecchia canzone di Adriano Pappalardo, che inizia: Lasciami gridare, lasciami sfogare…)

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    1. la cosa penosa è la rincorsa al basso da parte dei disgraziati. Questa borghesia ha una profonda coscienza di classe e adegua i comportamenti; i lavoratori non riescono a collocarsi dialetticamente nello stato e nella storia, sono schiavi ma con l’Iphone in mano.

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  2. Prima di tutto un problema del blog: il colore del testo dei commenti è illegibile su questo colore di sfondo, è una roba fastidiosa e qualcuno deve pur dirtelo.

    In secondo luogo, citando mio marito, ci tengo a dirti “è bene che i soldi si separino dai cretini” e quindi che li paghino pure 250mila euro un vino. Il problema vero è che il buongusto non si compra, per tutto il resto ci sono i soldi.

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