merola

Secondo Freud è la ripetizione e non solo il gesto mancato, l’atto privo di significato, il lapsus a intervenire disturbando la scena: “Vi è poi un’altra serie di esperienze che ci permettono anch’esse di riconoscere senza fatica che soltanto il fattore della ripetizione involontaria rende perturbante ciò che di per sé sarebbe innocuo, insinuandoci l’idea della fatalità e dell’ineluttabilità laddove normalmente avremmo parlato soltanto di caso.” Il lapsus è un segno non capito che porta al di là e racconta dell’Altro; scompagina e riordina i termini della relazione, crea una tensione nel principio di identità. E’ un gesto involontario che media tra termini altrimenti inconciliabili. La ripetizione ripropone la continua replicazione del qui e ora, l’univocità e l’immodificabilità dell’essere, che circoscrive evitando la frammentazione, riordina quello che accade, compone un’identità. In essa s’inserisce un altro termine, il perturbante, il vuoto, l’ombra. E infatti all’interno dell’ordine e delle regole, sopraggiunge inaspettato lo straniero. Non bussa, non chiede permesso, irrompe dicendo: “Aggio araputa ‘a porta e so’ trasuto cca”. Come appunta J. Baudrillard: “Nell’indeterminazione il soggetto non è né l’uno né l’altro, resta semplicemente lo stesso.” Ecco che compare la ripetizione, il sempre uguale a se stesso, che è uno dei nomi del principio di identità che nega l’alterità. Non c’è bisogno di spostare il discorso sul piano patologico dell’ossessivo, la ripetizione è la regola stessa del vivere (“Seguire una regola è analogo a ubbidire a un comando”, Wittgenstein). Ma non c’è regola senza disordine e non c’è ordine senza caos. Il desiderio spaventa perché è l’informe che non ha nome. Si presenta sempre e comunque nella vita e ancora di più nello scenario amoroso: “Stasera miezo a st’uommene aligante abballa un contadino zappatore”. Il contadino zappatore fa irruzione tra i signori, col suo linguaggio povero, malvestito, è l’uomo della terra. Lo straniero appunto, l’Altro che viene da un altro mondo. E’ il desiderio perturbante che arriva dallo spaesamento, dalla mancanza di un territorio senza confini certi. Crea disagio perché nell’informe il territorio non può delimitare in modo stabile il proprio perimetro culturale, linguistico, sociale. Parla e di cose comuni ma stravolge il discorso. Se Deleuze si richiama a Klossowski e a Blanchot lo fa per chiarire il passaggio dell’inconfessabilità come l’eccedenza possibile in un’epoca nella quale il segno diventa un simbolo mercificato. Il segno che eccede a se stesso porta sempre in un altrove, apre un passaggio, lascia tracce che riconducono all’origine, alla terra. Al di là di ogni regola formale, non solo il desiderio invade la scena come qualcosa di determinante, ma pare dominarla. Tanto da arrivare a dire: “I’ songo ‘o pate e nun mme po’ caccia’ … si zappo ‘a terra e chesto te fa onore; addenocchiate e vaseme ‘sti mmane”. Giusto per riportare all’ordine il discorso e far capire chi comanda.

(dai Frammenti di un monologo amoroso)

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10 pensieri su “FELICISSIMA SERA, A TUTTE ‘STI SIGNURE ‘NCRAVATTATE

  1. Quando leggo i tuoi post chiedo sempre ai miei due neuroni di fare la pace, mettersi d’accordo e aiutarmi a dipanare i fili dei tuoi discorsi, che son d’interesse. “Ma non c’è regola senza disordine e non c’è ordine senza caos” tu dici ed io sono assolutamente d’accordo e ripenso alla qualità statica (ordine) e a quella dinamica (disordine) di pirsigiana memoria. La qualità statica è funzionale al mantenimento della società (leggi il “potere”) ma senza la qualità dinamica non ci sarebbe mai miglioramento. Io sto sempre dalla parte della qualità dinamica (quella che scompiglia), praticamente dalla parte del caos e in questo senso sono “preziosa” ma anche pericolosa, socialmente parlando. 😉

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    1. ahahah allora nel mio disordine sto in buona compagnia. Direi che hai centrato il problema, è pure più chiaro come l’hai scritto tu. Ma non poteva essere che così: svirgolando appunto. Perché la virgola introduce un elemento estraneo nella proposizione, la svirgola lo libera portando disordine o comunque alterandone il senso. Un abbraccio ai due neuroni

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  2. Ho letto con l’interesse che puoi immaginare ( nonostante il momento non sia felice: son pur sempre cuoca e casalinga) il dipanarsi del tuo discorso.
    Lasciami dissentire sull’irruzione de”‘O Zappatore” come elemento perturbante di una scena amorosa.
    Che io ricordi il figlio se ne “impipa” di lui; ego quindi dov’è l’amore scardinato da questa irruzione ?
    p.s. sistema “sopraggiuuge” 😉

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    1. ahaha sì, il figlio era una carogna. La scena però che avevo in mente è quella di Merola che s’imbuca tra i signori ncravattati; il perturbante appunto. E’ un po’ come quando cucini e ti cade una badilata di sale nella pentola (cosa dal sapore sedizioso nel pranzo pasquale; attenta ne). Un abbraccio, Marzia, serena Pasqua

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      1. Ok, ora mi è più chiaro.
        Mi fa piacere che consideri anche la sceneggiata, sai..
        Quando ebbi per docente di letteratura inglese il fratello di Nani Moretti, Franco, ci fece studiare anche “I 3 moschettieri”, asserendo che non esiste una serie “b”.
        Fui fortunata in quei 4 nani ad avere qualche ottimo e illuminato docente
        🙂
        Serena Pasqua a te, Giancarlo!!

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