Ciò che reale è anche irrazionale. Più o meno consapevole, la borghesia si è storicamente servita delle intuizioni hegeliane che hanno dato un ordine alla società nel suo sviluppo; se guardiamo ai fenomeni del lavoro, della produzione, dello stato sociale come oggi sono ordinati in Italia una cosa è chiara: la dialettica idealistica che aveva ben delineato i differenti ruoli della società è ancora attuale e si presenta come un odio di classe non ricambiato da parte dei lavoratori. Ridurre un uomo nel precariato, privarlo di fatto dell’istruzione, della sanità nel silenzio dello stato come sintesi assoluta della razionalità dei cittadini, non ha niente di razionale, con buona pace non tanto di Hegel quanto dei nipotini con barbetta di regime; intellettualmente decorosi all’estero quanto ridicoli a casa nostra. Adorno pur accettando la funzione primaria della dialettica come strumento di comprensione del reale, ne ha proposto una negativa, capace di mettere in discussione l’identità tra ragione e realtà; la logica di cui parla non è quella che riflette la struttura del mondo, ma una critica alle aporie che caratterizzano la società nel suo divenire storico. Dopo Auschwitz, scrive Adorno, gran parte delle interpretazioni sono diventate spazzatura; i filosofi hanno rinunciato a una critica della realtà per giustificarla, legittimando nella razionalità (secondo l’assioma: se il servilismo mi porta profitto non solo è reale ma anche razionale) gli squilibri tra le parti sociali. In questi anni non si sono sentite critiche da parte di chi doveva, gli intellettuali conterranei (almeno quelli che hanno l’autorevolezza per mediare con l’informazione) hanno convalidato l’attuale organizzazione sociale del lavoro, inaccettabile per disumanità e con un chiaro ritorno a norme medievali, supportando l’azione del gruppo dominante in un conflitto di classe che è attuale e più che mai attivo. Hanno razionalizzato l’irrazionale, unificato la diversità nell’unica categoria ontologica dell’identità; i maître à penser hanno la responsabilità di aver condotto un’operazione di mistificazione storica e ideologica, fagocitando l’oggetto nel soggetto, facendo scomparire il proletariato come figura storica e dialettica all’interno della critica filosofica, salendo sui palchi di partito, affollando le televisioni, latitando nelle piazze. Stringono la mano ai padroni, non quella dell’operaio che sa di di sudore e fatica.

***

L’industria culturale fagocita la pulsione democratica, la mangia: organizza lo svago, le attività, lo sport, manipola il gusto fino a realizzare l’omogeneità degli individui integrandoli nella cultura dominante attraverso le mode e i costumi, che sono l’espressione invasiva e ideologica del potere. La mistificazione delle coscienze attraverso la manipolazione dei corpi e della sessualità ha dirottato il desiderio verso consumi specifici, ma così facendo ha svolto anche la funzione di mantenere l’ordine eliminando qualsiasi impulso critico, anche interiore, di reazione o ribellione. L’industria culturale in Italia più che altrove ha avuto e ha una funzione politica, conservatrice, reazionaria; non solo la televisione, ma la comunicazione nella sua totalità, costruendo nuovi prodotti di consumo e sempre nuovi miti come elemento di distrazione di massa. L’uomo ad una dimensione di cui parla Marcuse è l’uomo che non ha più capacità critica, che è completamente assorbito dal bisogno del sistema in atto di perpetuarsi. E’ l’uomo senza razionalità, fluido e senza turbamenti, privo di consistenza storica e politica, vuoto socialmente, populista o nazionalista, totalmente assorbito dalle nuove mitologie, privo della libertà interiore che le vecchie generazioni, persino gli schiavi avevano. E’ un uomo inconsapevole delle proprie catene, a cui si è affezionato sostenendo il potere anche nelle scelte di classe più scellerate. L’industria culturale, l’informazione, l’autorevolezza ottenuta non per cultura ma per esposizione mediatica, la televisione, gli intellettuali di regime hanno invaso lo spazio privato frammentato dalla tecnologia. I molteplici processi di introiezione (che una volta consentivano all’individuo non l’approvazione passiva della società ma un’elaborazione autonoma) si sono fossilizzati in reazioni meccaniche, conformate al sapere-potere con il risultato di un’identificazione immediata dell’individuo con la società. E’ per questo che oggi è più che mai necessario riproporre una dialettica, ricollocarsi nelle vecchie eppure attuali appartenenze linguistiche e formule semantiche: proletariato, borghesia, classi sociali. Perché c’è un po’ di confusione qua, i ruoli sono rimasti ma la fascia debole della popolazione è disorientata e fatica a riconoscersi storicamente come oggetto di una mirata strategia politica e economica messa in campo a suo detrimento. Conformato nei costumi il popolo italiano è placidamente fluito in un conformismo politico senza colore che è in sostanza banale qualunquismo.

Da:

Gli italiani il sesso (la rivoluzione) lo fanno poco e male
Gli itaGliani: tombeur de femmes

 

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25 pensieri su “IL I, MANGIO

      1. Io so positivo, mi basta essere combattivo e pensare. Il resto viene da se. Il Mondo non ha toccato il fondo, dunque il punto di rottura non c’è… questione di tempo.
        Per ora il problema è lo straniero, dunque è una guerra di poveri.

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  1. All’inizio del mia webbettola, assecondando un rituale di scegliere un motto, una frase, scelsi questa di Johann Wolfgang von Goethe

    Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo

    Mi pare che avesse ragione da vendere e il messaggio è decisamente attuale.

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    1. Platone esce dalla caverna ma poi rientra a liberare gli schiavi. Non lo crocifigge il despota, ma il popolo schiavo e ignorante. Hai presente il cane da guardia che protegge il padrone? Funziona ancora così, siamo un popolo di funzionari statali e di questurini. Buon Primo maggio, Red

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  2. “Trovammo questa vita fra le stelle , poi lasciammo le caverne , arrivammo alle transenne”
    È una frase di una canzone di Mannarino(cantautore romano).
    Mi pare ci stia nel contesto.
    Ottime riflessioni dannatamente vere.
    Ciao
    Gabriele

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    1. no Marzia, non c’è coscienza di classe da parte dei lavoratori. Sanguineti stesso, poeta e persona mite, invitava i disgraziati a svegliarsi e a ripagare il padrone con lo stesso sentimento. C’è una classe borghese che comanda, si è presa anche il partito di Gramsci ed ha coscienza di rappresentare un blocco storico e sociale. Le misure contro i lavoratori che ha preso in questi anni sono dettate non da altro che da odio di classe verso il proletariato. Da parte sua la parte che soffre della popolazione è confusa, non si colloca in una dialettica, ha delle cose (lo schiavo con l’iphone a rate), non ha coscienza storica. Conosci qualche proletario che si definisce tale? Mio padre, ma era un’altra generazione, era fiero di essere un operaio

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  3. mio padre pure
    La coscienza di adesso è incoscienza: rabbia da bar, da pranzo della domenica e poi…ah si, sei su FaceBook?
    E’ odio da insana invidia. Da oppio dei popoli. Da pugni in faccia al primo che ti chiede la precedenza sulle strisce pedonali. E’ tutto, tranne che vera coscienza.

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    1. esatto, da quando c’è Facebook l’Italia non ha mai avuto così tanti rivoluzionari. Ho visto gente inferocita giustiziare i despoti anche con tre punti esclamativi. Ironia a parte, hai perfettamente ragione Gabriele. Si tratta di tutto, meno che di una vera coscienza

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