I CAFONI CON LA MATITA ROSSA

Rispetto i libri, anche quelli pessimi; hanno l’ostinazione alla sopravvivenza, nonostante i limiti dello scrittore e la bassa spesso qualità del lettore. Questo è un Paese che punta il dito su chi esercita il diritto o il piacere alla parola e racconta, come può e come sa, ma sottovaluta la generale diffusa inabilità alla lettura. Un libro non è un oggetto come un altro, è qualcosa di radicale e richiede un pensiero non pregiudiziale, forte, ruvido, paradossale a volte. Sempre la lettura completa del testo piuttosto che il post di due righe arrangiate nei social, ma è chiedere troppo. Umberto Eco lo diceva apertamente e quello che è in realtà un limite dell’analfabeta di ritorno finisce per legittimarsi nei luoghi comuni della parola. L’analfabeta funzionale fa spesso gruppo in Rete, i proseliti agli incapaci non mancano mai. E così il popolo dei cafoni parte al linciaggio mediatico, come può e come sa. Sentire non è ascoltare e leggere non vuol dire comprendere. La medietà culturale, la scolarizzazione di stato e peggio ancora il pezzo di carta (dei famosi lettori forti: dieci libri all’anno) non legittima il giudizio, non sempre almeno, e non fa del lettore un critico letterario. Puoi sfogliare la gazzetta rosa ogni mattina, ma questo non fa di te un giornalista sportivo. Succede però, come nel calcio; tutti CT della nazionale, raffinati esegeti della morale, sottili esteti della musica o esperti di macroeconomia. Tanta sapienza, che dire, mi sconvolge nelle mani di un popolo che diserta le librerie e affolla le pizzerie. Nascondere la propria inettitudine (quando va bene) dietro al diplomino mi sembra vile e i cento libri di un corso universitario sono davvero poca cosa. La cultura è altro. Rispetto i libri perché non mi piace la medietà, perché amo il pensiero radicale, perché la parola va al di là dell’uomo che l’ha scritta. Ma soprattutto perché chi scrive qualcosa sa fare, criticare è facile quando non si fare nulla, oltre che organizzare gruppi di linciaggio sulle piattaforme sociali. Tanta animosità sulla scrittura e tanto troppo silenzio su cose che ogni giorno lasciano un segno reale stupisce ma neanche tanto. La vita lo sappiamo è un’altra cosa e ha la sua priorità, ma l’analfabeta funzionale non se ne occupa. Le parole graffiano, lasciano il segno, mordono, anche quelle scritte male; costano nulla, spesso meno di un cappuccino. Eppure il cappuccino si beve sempre e comunque; non ho mai visto il reso e raramente mi è capitato di vedere clienti insoddisfatti alzarsi e cambiare ristorante. I libri non vanno giù, non si bevono, rimangono sullo stomaco appunto perché sopravvivono sempre e comunque. Al di là della pessima sintassi di chi scrive, ma anche degli obiettivi limiti culturali di chi legge. Sui social non censurano i post neofascisti, se la prendono col pensiero e dovunque sentano odore di libertà; di norma è un buon segno, vuol dire che l’autore è decontestualizzato, che va al di là del chiacchericcio, che è svincolato dalla banalità della comunicazione. Ma è proprio là che l’analfabeta di ritorno, lo schiavo dei luoghi comuni dà il meglio di sé, mettendo la tonaca di un inquisitore che accende i roghi per ristabilire l’ordine e i ruoli. Lo stesso che spende venti euro la mattina al bar, tra grattini, sigarette e porcherie che ingurgita senza remore, ma che si limita a leggere i titoli dei libri, recensurandoli con due righe rappezzate appena su Facebook. La piazza degli italiani, aprendo come le vecchie signore di borgata le imposte per inveire a voce alta contro il malcapitato: perché per il cafone funzionale e analfabeta due euro per un libro sono comunque e sempre troppi.

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Autore: Giancarlo Buonofiglio

Manipolatore di paradossi sito web http://giancarlobuonofiglio.weebly.com/

25 thoughts on “I CAFONI CON LA MATITA ROSSA”

  1. Ehi, io non sono un analfabeta funzionale!
    Qui io mi distinguo perché non credo nell’omeopatia e non credo nell’oroscopo, e sono anche in polemica con certi integralisti cattocristiani: persino le elite intellettuali devono annacquarsi e accettarmi tra le loro file (sennò le loro file sì, che si riducono a percentuali omeopatiche)

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    1. ahahaha e no che non lo sei, ma parliamo di social e qua nei blog si scrive. E lo leggo il tuo blog e mi piace, Alla faccia dei cattocristiani della penna e degli integralisti della parola. Facebook (e gli altri) sono la sagra del ciaone, la fiera del cafone funzionale. Come mi ha detto quel tale che rimbrottava a quel che scrivevo su Barthes: io Barthes lo conosco, ho letto tutti i suoi post su Facebook

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  2. Quoto e straquoto pure gli spazi! FuckBook è un vomitatoio, una fucina di click-bait sotto forma di laik tra quelli che la piattaforma chiama “amici”, stuprando la parola del suo più profondo significato. Ricerca delle fonti? Missing In Action. Voglia di condividere (altra parola stuprata)? MIA. Se Per questi vasciaioli 2.0

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  3. Dicevo…m’e’ andato il dito su “invio”;)…se per questi vascioli 2.0 Internet è una legittimazione all’insulto e al linciaggio tout court, la carta stampata è un crocifisso per un vampiro cristiano! Gli ricorda cosa era e cosa è il bene, perciò ne prova repulsione.

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    1. mettono sotto accusa il pensiero quando lo annusano. E fanno gruppo. Ma un idiota + un idiota fanno due idioti, non una persona intelligente. Per il resto va bene tutto: apologia di fascismo, post razzisti, cagnolini e cuoricini, la figa. Ah quello no, quella piace anche a me

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      1. Io sarei talebano con alcuni che si permettono certi commenti dietro l’anonimato del nick o comunque di un avatar: pubblicazione a loro spese su una pagina di un quotidiano di nome e cognome e della “pizzino” di odio/morte/razzismo/fascismo di cui ahimè di recente contro tre bambine morte bruciate. Accusatemi di “buonismo” (tanto non sapete nemmeno cosa significa), io a voi vi tirerei le pietre e non perché siete solo brutti

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      2. ahahah “siete solo brutti” è meraviglioso, Red. E questa te la frego. Guarda che al popolo dei dementi se fai una pagina di quel tipo fai un piacere. Capiscono mica. I commenti sulle bimbe bruciate li ho letti anche io, guarda la pagina di Salvini: due milioni di like (quella su Wittgenstein ne contra 300)

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  4. Ecco, un po’ sono d’accordo con te ma molto con Titti. Possibile mai che siano tutti scrittori? Su wordpress poi non ne parliamo. A me sembra che prolifichino. Tutti a scrivere libri. Una consapevolezza dei propri limiti, no? Ho letto persino questa frase in un post” io scrivo quello che vorrei leggere”. Ma chi cacchio sei? Ci sono libri che sono autentici capolavori e forse non lo sa. Avrò mille limiti come lettrice però mi arrogo il diritto di cestinare il libro che non mi piace. Non sono obbligata a leggerlo. Sarà forse per una forma di snobismo ma leggo prevalentemente classici . Ciao.

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      1. se un libro necessita delle qualità dell’autore, è anche vero che magari magari un minimo di qualità dal lettore si possono pretendere. Guarda che di analfabeti della lettura ce n’è e anche tanti, presuntuosi e inetti quanto gli scrittori

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  5. dici bene la cultura è ben altro! Non si ferma alla consuetudinaria, superflua e a volte cafona “agorà” (e già con questo termine mi pare di legittimarla troppo). E i libri sono il metodo principe per diffondere e perpetuare cultura. Altra cosa è poi quello che si scrive. E su questo potremmo fare articoli e monografie. Certo è che partendo da una dematerializzazione già dal titolo non si va molto lontano. Il contenuto dovrebbe essere rapportato a quella fantastica e neurale propensione di sinapsi (così tante volte messa in panchina). Scrivere in funzione del pubblicare dovrebbe sottendere sempre al distico “ho qualcosa da dire”, non restituire goffamente -o in funzione di un ripetitivo e convenzionale commento- qualunque cosa mi passa per la testa. Per quanto riguarda queste pazze piazze virtuali fungono ormai da surrogato all’incapacità stessa di comunicare, di parlare e soprattutto di essere concetto. Tutto si snocciola e si ferma alla rabbia e alla frustrazione, rigurgitando in un contenitore che massifica e decontestualizza se non addirittura assuefà e giustifica ogni turpiloquio! Altra cosa ancora sono le cosiddette riviste letterarie (tipo alcuni blog o più in generale i siti di scrittura). E anche qui ci sarebbe da fare più di un distinguo. Mi soffermo brevemente su quei circoli che sulla sacralità e manifestazione della parola hanno avviato un percorso di promozione della cultura oggettivamente valido -all’inizio magari con tutti i crismi di autentica interazione e divulgazione letteraria -ma che via via si sono trasformati a megafoni di propaganda e di circoscritto capannello. Spesso convegni e convenevoli assurti a boudoir di mero autocompiacimento, romitori dove sponsorizzare tizio o caio e solo per superficiale e orgasmica celebrazione. E che il più delle volte delegittimano -se non addirittura reprimono- qualsiasi contributo che non sia accodabile al loro modo di promulgazione del “verbo”. Una demarcazione netta e a tratti ridicola in cui far soffocare ogni anelito o emozione tacciandoli di vecchia e sorpassata scrittura. Credo che la parola, come forma di comunicazione scritta, non abbia particolari necessità di paletti o di conformazioni soggettivanti (semprechè rivolta alla partecipazione e alla promulgazione del pensiero), ma debba ambire a prodromo e ambiziosa vetta da cui librarsi e magari arrivare.
    Occorrono i libri per giungere a tale capacità di elevazione? Senza alcun dubbio!
    Ciao

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    1. Caro Sarino, mi sono preso un po’ di tempo per leggere tutto con calma. Devo dire che condivido ogni parola. Posso solo aggiungere ai detrattori che anche l’editoria è cambiata, come pure la scrittura e la struttura stessa del libro. Il problema è che navighiamo verso un mondo nuovo, ma con una rotta disegnata ancora da Aristotele e così non si va da nessuna parte. Francamente non sono affezionato alla logica aristotelica del libro, il sapere lo raccolgo anche altrove, come nei blog. Io i libri li amo, ne ho 5000, ma non sono un simulacro. Il sapere è fluido (oggi più che mai) e questa cosa mi piace, è diffusa e di fisiologia ne sa più una casalinga di Voghera che il filosofo peripatetico. Prova a pensarti su un’isola, stai male, chi vorresti come compagno di sventura: il buon Aristotele (e la sua scienza fisiopatologica) o una casalinga che ogni tanto si informa sui malanni in internet? Io non ho dubbi. Un abbraccio, buona serata

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