L’AMORE NEL MULINO BIANCO

La pubblicità è una forma di comunicazione persuasiva; attira, corteggia, stimola l’azione e il comportamento. Il messaggio pubblicitario, breve ma ripetitivo, riproposto all’inverosimile lusinga, lambisce il desiderio, non aiuta però a conoscere. Ha una lingua elementare e emotiva, perché se il prodotto è di largo consumo deve arrivare a chiunque. Una valvola mitralica non necessita di essere pubblicizzata. Il tecnico la compra sulla base di informazioni che dettagliano l’oggetto per quello che è. Non sempre il prodotto è buono, è vero, ma a quel punto ci sono le leggi e una valvola difettosa manda il paziente al Creatore, ma il chirurgo diritto in tribunale. Tra ciò che si dice dell’oggetto e l’oggetto deve esserci una corrispondenza o quantomeno l’articolo è tenuto a rispettare i requisiti minimi di sicurezza e funzionalità. Questo per dire che ci sono prodotti che non richiedono la pubblicità perché la qualità e una buona gestione del mercato li fa vendere e altri invece, la maggioranza delle cose, in cui la qualità risulta marginale per la vendita. Ma è cosa nota, un pessimo prodotto si vende comunque, basta saperlo raccontare. Ci sono cose inutili, di cui non abbiamo bisogno, spesso dannose che vendono moltissimo. Altre più modeste nella comunicazione ma con caratteristiche superiori rimangono sullo scaffale del supermercato. La discriminante che stabilisce il successo di un prodotto è proprio la pubblicità, una buona campagna di marketing non racconta l’oggetto, lo rende desiderabile finché crea il bisogno e spesso anche una reale dipendenza. Quante volte avete sentito dire: mio figlio mangia solo i biscotti del Mulino Bianco? Ecco, non è vero; o meglio la mamma fa in modo che lo diventi. Lasciato il bambino in una foresta solo con i biscotti all’olio di palma, li mangia eccome e magari anche la confezione e la commessa che glieli ha venduti. La cui commestibilità peraltro (parlo della commessa) non è mai stata veramente provata.

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Analizziamo come esempio lo spot di Gavino Sanna: il Mulino Bianco ha acquisito credibilità, racconta una storia (il mulino, il prato, le spighe di grano) e la famiglia pur vivendo isolata, in un’abitazione medievale, in mezzo al nulla è felice perché ha tutto ciò di cui ha bisogno, i biscotti che benché riportino l’avvertenza sulla confezione “non contiene olio di palma”, sono stati  (il più delle volte) maneggiati con lardi idrogenati, edulcoranti e altro ancora; che abbiano inquinato la Salerno-Reggio nel trasporto dal mulino a casa vostra, che il grano provenga da Chernobyl passa come un peccato veniale. Le mamme sanno che l’olio di palma fa male e i pubblicitari lo ricordano loro ogni volta che possono. Non ho mai veramente capito perché non ci sia allora la scritta “non contiene uranio o acido arsenioso”. Vabbè. La pubblicità ha istruito le persone prima ancora delle università e conosciamo i danni che provoca l’olio esorcizzato con una competenza pari se non superiore a quella di un medico internista. Ma il Mulino Bianco è un marchio e un marchio dà fiducia e poi l’ha detto la televisione. Abbiamo votato un pubblicitario per vent’anni, non stiamo parlando del nulla. La pubblicità non veicola solo il consumo, in realtà fa qualcosa di più radicale, racconta l’attualità, non guarda al futuro ma al presente. Le interessano i soldi, quelli che abbiamo ora non quelli improbabili di domani. E’ così racconta storie reali più del reale stesso. Guardando Ernesto Calindri che beve il Cynar al tavolo in una strada trafficata, si capisce subito che siamo negli anni ’50 o ’60, oggi se va bene gli automobilisti ti stirano, dopo ovviamente averti fregato il digestivo. Oppure il povero Franco Cerri che ha vissuto un decennio nella lavatrice per convincerci che stare a mollo nel Bio Presto è meglio che tuffarsi nel mare dei Caraibi; oggi sarebbe un comportamento antisindacale. O ancora il gentiluomo che con una flessione sicula dice alla moglie: “Io ce l’ho profumato”, insorgerebbero le donne del mondo civile. Che dicesi civile proprio perché se anche ce l’hai profumato, non puoi comunque dirlo a nessuno e meno che mai a un esponente del sesso femminile. Per non dire di quella signora che confessava alla nipotina che Gennarino (pur gran lavoratore) non aveva il pesce come Santuzzo suo. Qua si configura proprio il reato di molestia a un minore, e non mi pare poco. Una pubblicità del genere sarebbe oggi improponibile. E’ però inutile dilungarsi, ma tanto ci sarebbe da dire, a cominciare dalla famiglia Boccasana. chiudo questo scritto con alcune immagini promozionali, normali una volta e assolutamente inconcepibili nel nostro tempo. Per inciso, mi piacciono più di quelle attuali; hanno dell’ironia e un nobile artigianato della parola che Oliviero Toscani se lo sogna. La pasta Barilla “ditalini” non scioccava nessuno, veniva richiesta con tanta naturalezza quanto ingenuità. Come quel condomino in uno spot degli anni ’90 che sentita la vicina ricciolina e desiderata gridare  con rabbia: “Esco e vado col primo che incontro”, si fermava davanti alla porta dicendole con un sorriso alla Pozzetto/Johnny Depp: “Buonaseraaaa”. Qualunque mora dai capelli increspati e con un Diavolo per boccolo oggi gli risponderebbe: e tu, che cazzo vuoi?

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Il mio preferito rimane comunque lui

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il video alla pagina

Un mio maldestro tentativo di spot pubblicitario (booktrailer)

Renato Pozzetto, i libri, l’omosessualità

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Autore: Giancarlo Buonofiglio

Manipolatore di paradossi sito web http://giancarlobuonofiglio.weebly.com/

43 thoughts on “L’AMORE NEL MULINO BIANCO”

  1. ogni epoca ha avuto il suo tipo di censura, pure nella pubblicità che è andata via via peggiorando in demenzialità e arroganza; sempre e comunque devia dai rischi veri di utilizzo dei prodotti, dunque assolutamente azzerata dal mio cervello…compro ciò che voglio io dove e quando lo ritengo necessario e per fortuna anche la tv è spenta da tempo. Lascio ad altri il gusto di apprezzarla

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      1. eppure su certe persone fa presa, altrimenti le grandi ditte non investirebbero un giro pauroso di soldi ( che poi indirettamente fan pagare sul prodotto a scapito della qualità)

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      2. guarda sui social, vedo fotografie di gente sul gabinetto; presumono e deducono che sia così per tutti. Ma per fortuna, Daniela, c’è ancora chi non si rassegna. Per conto mio FacciaLibro e gli altri vedono solo quello che voglio (e non uso internet sul cellulare, ne ho uno ancora coi tasti). Non mi va di essere connesso 24/h al giorno

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      3. basta una connessione di dieci minuti per scaricarti sulla mail un’ammasso di ciarpame insieme a quella seria naturalmente di cui non se ne può fare a meno. Le pagine strapiene di selfie in ogni postura sono nauseanti, son d’accordo con te; per fortuna esiste ancora gente che non è malata di protagonismo, anche se rara…ed è quella che seguo volentieri

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      4. poi se vogliamo si può approfondire, a me sembra più che una mania di protagonismo il bisogno di esistere in qualche modo, di essere riconosciuti, di sentirsi vivi in un contesto in cui puoi anche morire per strada tra l’incuria e il menefreghismo generale. Ma vabbè, fa caldo ed è meglio andare a buttarsi in acqua. Abbraccio, buona domenica, Daniela

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  2. Oggi quell’immagine di sfigato probabilmente sarebbe usata per vendere qualcosa al target nerd/geek, non perché la categoria sia rivalutata ma perché si sono accorti che è un segmento di mercato e lo hanno anche “elevato” a “geek” sulle pagine di riviste patinate.
    Oggi, rispetto al sobrio Carosello (o almeno io lo ricordo così) e alle pubblicità degli anni ’80-’90 cui sicuramente quello della mia età sono stati più esposti, abbiamo l’evoluzione (?) del trash: le donne intorno ai 30 anni possono andare a giocare a tennis anche in “quei giorni”, hanno perdite e pruriti intimi che se te ne ritrovi una un ascensore scendi al primo piano utile anche se tu hai l’ascella pezzata (e hai usato un deodorante che ti puoi anche fare leccare l’ascella)…Il peggio è chi ha problemi di gengive e – non lo farà, non lo farà – sputa sangue in un bianchissimo lavandino, roba da fare imbestialire pure Mastro Lindo! Senza contare che l’Uomo (Denim) prima non doveva chiedere mai, gli bastava aspergerai di una puzza profumata e invece oggi c’è un fottuto lucano (che uno manco sa dove è la Lucania, anche se la chiami Basilicata), che è il maschio alfa per eccellenza. Meglio il veterinario, almeno curava gli animali feriti (e poi si trombava la moglie del fattore)

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      1. Né sarei onorato! Aggiungo: la meravigliosa parodia della pubblicità, che prendeva spunto dallo spot di Michele l’Intenditore, ad opera della Nandini & co. (Mitico Corrado Guzzanti) nella trasmissione Avanzi

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      2. Il correttore saccentino ha accentato la e di “ne”….poi uno dice che la lingua italiana è maltrattata. È un gomBlotto di Samsung (coreana) ed Apple (americana) per fare dilagare l’ignoranza e avere l’egemonico predominio senza sparare nemmeno un missile (con quello che costano!)

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      3. Ciao. Nella trasmissione intitolata Avanzi le parodie degli spot pubblicitari erano interpretate dai Broncoviz (gruppo genovese di cui faceva parte Crozza) e da Angela Finocchiaro. Michele l’Intenditore era Marcello Cesena, altro membro dei Broncoviz.

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      4. Memorabili gli interventi dei Broncoviz in Avanzi e La Tv delle Ragazze, ma ricordo soprattutto il loro ciclo Hollywood Party, andato in onda su Rai3 nel 1995 per celebrare i cent’anni del cinema. Su YouTube si trovano parecchie cose, per esempio questa playlist:

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    1. Sulle auto si vede che girano tanti soldi, sono pubblicità milionarie; belle, perfette, il meglio che puoi trovare. Le trovo un po’ noiose, ma quello è un problema mio. Il Bio Presto raccontava storie, la famiglia Boccasana, Sai mamma ho un amico. E Carlo? Esco e vado col primo che incontro e tante altre. Quelle erano racconti, 30 secondi lunghi quanto un romanzo. Insomma un’altra cosa. Buon pomeriggio Eletta

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      1. È vero, ancora oggi ci sono racconti ma più sintetici. Un tempo erano compiuti, direi a sé stanti e alla fine c’era il prodotto: così mi ha detto un amico del tempo di Carosello. Un altro modo di fare pubblicità. Così come un altro modo di fare cinema. Tutto cambia. Ho tenuto corsi di analisi di immagine, un incontro era dedicato alla pubblicità su carta. Lettura della composizione visiva. Ciao buona domenica
        Eletta

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