SENSO ORALE

Il non finire mai è il carattere delle cose. Cambiano, perdono di senso ma solo per acquisirne un altro, si rinnovano e non smettono di esistere; finisce un senso e ne comincia un altro. Decontestualizzare mi sembra la parola corretta; la decontestualizzazione non è la distruzione della cosa, ma lo spostamento in un altro luogo. Nello spostamento non c’è una perdita di senso, piuttosto la sua trasformazione.

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La vita intima della cosa (ciò che la qualifica nella funzione) non è nell’uso-per dato dalla mano (Das Wesen der Hand, come Vorhandenheit e Zuhandenheit). Nello spostamento le mani compongono e dispongono, a volte indispongono. La scomposizione è il fenomeno più radicale dello spostamento. Stai composto, quante volte lo abbiamo sentito dire? E puntuale arrivava la sberla, la mano appunto che riordinava contestualizzando il corpo del bambino in uno spazio comune. Per le mamme voleva dire: riordina, ogni cosa deve stare al suo posto. Il rafforzativo confermava la regola: ri-, ordina nuovamente; la ripetizione è già un imperativo. Ma i bimbi sono disordinati e disinvolti per una naturale avversione alle regole, anarchici con le imposizioni, ostinati con le prescrizioni; e infatti si indispongono, scompongono e rompono gli oggetti. Oltre naturalmente gli impronunciabili. Cercano un senso al di là di quello già dato, perché alla curiosità dell’infanzia l’impronta dei grandi davvero non basta. Scomporre vuol dire non tanto dividere una cosa, ma metterla fuori posto, fuori dall’ordine a cui le mani l’hanno abituata. Le abitudini diventano prima regole e poi leggi, non è un argomento da sottovalutare; e infatti i fanciulli non lo sottovalutano affatto. Assimilano il Begriff, la struttura intellettuale che rileva (Aufhebend) l’afferrare, begreifen, il comprendere prendendo, padroneggiando e manipolando le cose. Ma ne diffidano fortemente. La mano di Heidegger, che si muove con la callidità del linguaggio è ciò che organizza gli oggetti secondo un ordine. La sua è però una mano adulta, intellettualmente educata a ricomporre il tempo (perché di quello si tratta) secondo il prima e il poi. Apparecchiano la tavola in cui sistemano le cose così come devono stare. Il linguaggio comunica, manipola, prende, proprio come fa la mano toccando quel che la lingua raccoglie. La mano anticipa la parola e dà luogo a una metafisica dell’afferramento imponendo all’oggetto un’intenzionalità; questa cosa la chiamiamo comprensione, ed è la versione scolorita del Begriff. Afferrando le cose le ordiniamo, ossia diamo loro un ordine (ricordate quando le mamme dicevano fai questa cosa? Di norma il dito era puntato e la mano vagamente minacciosa). Le mani assegnano non solo la funzione all’oggetto ma lo definiscono nello spazio e lo limitano nel tempo. In Sein und Zeit sembra che le cose debbano prendere ordini dalle mani e così non è. Heidegger non è un profanatore della cultura, è più simile a un maggiordomo scrupoloso nella pulizia e metodico nel riporre le cose al proprio posto; l’uomo (Dasein)  continua ad essere la misura delle cose e le cose non esistono se non in funzione del soggetto. La Fenomenologia aveva però fatto qualcosa di diverso dislocando il soggetto: il decentramento comporta una radicale distorsione anche dell’oggetto, proprio come accade ai bambini che si meravigliano per quello che vedono e non per ciò che sentono dire; esiste qualcosa fuori di loro e questa cosa pur dilatata dalla fantasia la chiamano reale. La realtà piace ai bimbi più delle favole. Li colloca, li definisce, li dimensiona non al di là, ma nelle cose. E li fa sentire vivi. Se esiste qualcosa, la sua esistenza si conferma non in una relazione col nostro percepirla (la percezione è una rappresentazione), ma in autonomia, al di là di quello che siamo. Le cose sono cose e possono fare a meno della nostra presenza.

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La realtà, essendo ciò per cui una cosa è quella e non un’altra, esiste e di vita propria, indipendentemente dall’essere conosciuta o manipolata; la funzione è un accidente e mai qualcosa di sostanziale. Ma gli universali universalizzano collocando gli oggetti in un universo di senso, che vuol dire in un verso solo. Le idee quando pensano il reale secondo la mansione vanificano le parole (il nome che diamo alla cosa) in un vuoto nominalismo. Il reale esiste, è pensabile (a condizione che si conformi il pensiero all’interno dei limiti delle cose, in re o post rem), è esprimibile, ha una collocazione definita nello spazio e nel tempo. Si definisce come specie o categoria ma solo nei contorni dell’ecceità, che è “la causa, non della singolarità in genere, ma di questa singolarità nella sua particolare determinazione, cioè in quanto è proprio questa” (haec determinate). Il pericolo dell’andare oltre, nell’universale, è di farsi travolgere dall’intenzionalità del senso.

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Torniamo alla decontestualizzazione: una scarpa al piede la identifichiamo per quello specifico uso, posta su una parete diventa una scultura, un oggetto puramente estetico; decontestualizzato l’oggetto si libera dalla presa delle mani e del linguaggio, svincolandosi dall’ordine morale prima che da quello intellettuale. Scultura di cattivo gusto il più delle volte, ma con Cattelan abbiamo visto di peggio. In Heidegger c’è la conferma di tutta quanta la nostra storia culturale, quella che fa dell’uomo la misura delle cose, che gli ruotano attorno come alla causa finale. Non è un discorso complesso: immaginate Belen in un centro anziani e capiamo in che modo avvenga l’attrazione. Eppure la tecnologia dimostra proprio il contrario: le cose come oggetti con una propria ontologia sono qualcosa di intimamente eversivo; la tecnica ha tecnologizzato le persone vincolandole alle cose, l’ideologia le ha rese schiave di un’idea, la lingua della rete o delle televisioni ha modificato in profondità il linguaggio, l’arte ha decontestualizzato le cose facendone appunto altro. Questo altro nel quale l’oggetto prende una diversa forma, senso o contenuto può essere affettivo, estetico, pratico. Le cose non passano dall’essere al non essere, non finiscono mai; si svincolano dalle mani e diventano semplicemente altro, vanno a vivere altrove. Cambia la funzione e la funzione è ciò che dava loro il senso. Quando Eraclito scrive (o meglio qualcuno per lui) πάντα ῥεῖ, oltre a delineare la sceneggiatura del noto film con Robin Williams, intende che ad ogni istante che passa non siamo più quelli di prima, che cambiamo, diventiamo difformi, deformiamo. L’argomento non è inconsistente, parliamo di piccoli frammenti di tempo come se nulla fossero; eppure provate a rispondere un attimo! alla consorte quando vi chiede di svolgere un compito, e vedrete che quell’istante viene recepito come come un’era glaciale. L’attimo sarà pure fuggente, ma non è comunque mai negoziabile.

Le mani afferrano gli oggetti e danno loro un senso, si muovono nell’orizzonte del possibile e quando si cimentano con l’impossibile non bastano più. I detrattori parlano allora di adynaton, affermando l’impossibilità che una cosa avvenga subordinandone l’avverarsi a un altro fatto ritenuto impossibile. L’argomento è però debole, retorico, funziona nel linguaggio pratico ma la vita è un’altra cosa. L’impossibile non è il limite dell’oggetto, piuttosto la sua possibilità di trasformarsi o deformarsi in altro.

Dando il nome a uno oggetto lo individuiamo in quel che serve, attribuiamo una categoria e la categoria è un universale che identifica la cosa, la rende identica a se stessa. Con le parole istituiamo una mistica dell’oggetto e dunque una metafisica. E tuttavia la realtà è ciò per cui una cosa è quella e non un’altra, esiste indipendentemente dall’essere conosciuta. Le idee quando pensano l’ideale come reale vanificano le parole in un vuoto nominalismo. Il reale esiste, è pensabile (a condizione che si conformi il pensiero all’interno dei limiti delle cose, in re o post rem), è esprimibile, ha una collocazione definita nello spazio e nel tempo. Si definisce come specie o categoria ma solo nei contorni dell’ecceità, che è “la causa, non della singolarità in genere, ma della singolarità nella sua particolare determinazione, cioè in quanto è proprio questa”. Il pericolo dell’andare oltre è di cadere nella rete della metafisica e dell’ideologia, dell’abitudine intellettuale a disporre le cose assecondando un ordine. Questo vale tanto nella vita ordinaria, quanto nella sua dilatazione sociale: fuori dal reale non ci sono che le parole e il linguaggio della politica (per la relazione che sussiste tra l’universale e il banale esercizio del potere) lo dimostra pienamente; manca l’arrosto e vende il fumo. C’è una regola in cucina e le mamme la esercitano per lo più con eleganza: gli aromi coprono gli odori di una pietanza deteriorata, rendono appetibile l’alimento andato a male o sgradito ai bambini. E così poste le cose in un senso che rende impossibile l’altro, non solo ne decretano la fine contornandone i confini, ma si comportano come gli imbonitori medievali che si fermavano nelle piazze trafficando le piume dell’arcangelo Gabriello a una plebe ignorante, convinta di sfamarsi con l’arrosto mentre in realtà mangiava la merda.

Nota personale: non so com’è, ma pur nella veneranda devo avere un rigurgito d’infanzia; non ho un Io tautologico, non ragiono in termini idealistici e penso che la verità non necessiti della mia presenza. Sono certo che possa fare a meno della mia ontologia. Non sono un metafisico e la veritas (come) est adaequatio rei et intellectus (la verità come corrispondenza della cosa e dell’intelletto) mi sembra una forma di delirio. E così guardo alle cose per quello che sono (come i paradossali oggetti delle foto) e per lo più mi piacciono, le spoglio e le scopro ogni giorno. E ogni giorno mi sembrano meravigliose.

STORIE DI ORDINARIA SOCIALFOLLIA

Un articolo del Sole24 Ore di qualche giorno fa titolava: I giovani e i social network, è qui che dilaga il cyber bullismo. Analisi incontestabile e i numeri sono quelli. Tuttavia chi frequenta i social sa bene che le cose stanno così, ma solo per approssimazione. Da quello che vedo il problema non sono i giovani, che in qualche modo sono giustificabili dall’età, dall’incoscienza, dal gruppo che ricompone l’identità. A quell’età un’identità puoi permetterti di non averla. Il problema sono gli anziani, una volta saggi e avveduti, gli adulti (con un’istruzione improbabile, che non va al di là dei cento libri di un corso universitario, che tuttavia sfoderano come la durlindana contro immaginari mulini al vento) socialbelligeranti che utilizzano questa tecnologia come bulli di quartiere per ritorsioni e rappresaglie ignobili anche per gli adolescenti. Fanno branco più dei ragazzi disadattati e con una rabbia che ha il carattere della malattia. Non si tratta di bullismo ma di una reale concreta perdita o censura dell’Io. Quello sano. L’altro, qua sopra, lo esprimono liberamente.

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Trascrivo una parte della mail che ieri ho ricevuto da uno dei blog sui quali scrivo, annunciando le ragioni della chiusura del sito:

“Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo assistito a un aumento allarmante (e decisamente triste) di litigi, risse e minacce tra utenti, sfociati spesso in attacchi personali ad autori ed autrici da parte di vari troll, risorti a nuova vita con nick diversi dopo essere stati bannati. Noi stessi siamo stati fatti oggetto di minacce e aggressioni via eMail […] Purtroppo dobbiamo constatare che il livello di degrado culturale ed etico della società sta condizionando anche questo sito, così come i social network dove chiunque è pronto scagliarsi contro il prossimo, i famosi leoni da tastiera che aggrediscono e insultano invocando a sproposito una loro particolare idea di libertà d’espressione.”

Nota personale: proprio ieri sono stato strapazzato da due Cacasenno che profondono sapienza psicoanalitica su Facebook, con l’ampolla dell’imbonitore del film di Monicelli che vendeva alla plebe ignorante la piuma dell’Arcagnelo Gabriello. Il mestiere dei miserabili: raccattare pazienti su una cosa che si chiama FacciaLibro, postando dotte e nobilissime citazioni delle quali capiscono una cippa. Ognuno fa quel che può e c’è chi si crogiola nella gogna mediatica. Intanto gli amici del blog chiudono il sito e tanti se ne vanno da questi luoghi. Perché questa gente che non ha altro da offrire si appropria come può di uno spazio che è pubblico, rendendolo inaccessibile ad altri. A quelli che non hanno lo stomaco e il tempo per rispondere alla spocchia.

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GIUDIZI E PAROLE

Se parli male ragioni male e ti comporti peggio. La grammatica non è qualcosa di marginale, è l’ordine che diamo al pensiero. I commenti che si leggono nella pagina di Valentina V. (la giovane donna che è accusata dell’omicidio del figlio) rilevano un dato statistico interessante: le elaborazioni più volente hanno una sintassi prescolastica, tradiscono la sindrome da deficit fonologico e disprassia verbale ad andamento paranoide e un vocabolario che non va al di là delle 50 parole. Niente a che vedere con le grammatiche del quotidiano dei contadini e degli operai del dopoguerra. Quella italiana è una lingua viva, evocativa, sensibile alle flessioni territoriali; gli uomini delle campagne la modulavano con competenza e profondo rispetto per le parole. Nella lingua ordinavano il quotidiano e si davano delle regole. Mi pare invece che questa analfabetizzazione di ritorno, sgrammatica e decomposta, gutturale prima che compiuta nelle forme adulte della comunicazione, fortemente contaminata dal t9 e e da un uso disinvolto di una tecnologia che non si padroneggia sia qualcosa di profondamente diverso. Certo c’è anche chi si cimenta in sottili questioni teologiche: “Dio? Dove era in quel momento?” A cui segue la sentenza implacabile: “Dio non esiste”. Teologia negativa dunque, onore al merito. Articolare vuol dire ragionare, vedere le cose da diversi punti di vista, attingere da un dizionario disomogeneo e variegato. Qua siamo invece alla rigidità del pensiero e della lingua. Se conosci cinquanta parole vedi solo 50 cose e il mondo diventa infinitamente piccolo. Sempre in termini teologici c’è anche la “buonista” (la chiamano così i cattivisti): “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”. L’argomentazione è forte e meriterebbe due righe in risposta; e infatti arrivano: “Sei qualche parente x caso . La devono ammazzare a sta troia”. Argomento inconfutabile e allora si procede oltre. “Lurida troia”, “bastarda”, “In galera le faranno festa .. !!! Trasferitela a Palermo noi sappiamo cosa farne”. Qua abbiamo proprio uno spostamento verso la filosofia pratica, perché le parole non bastano più e perlamiseria la preda va data in pasto al branco: “Non ha avuto pietà per il bimbo perché dobbiamo averne noi per lei?”. Il noi fa ovviamente riferimento a un’identica percezione delle cose, alla medesima storia culturale, allo stesso linguaggio: noi, i buoni, siamo nel giusto e perciò giustiziamo- E’ una questione logica: se sono nel giusto, giustizio e inculo alla legge, la legge siamo noi. E allora il gruppo si ricompone: “Io butterei ii dal balcone questa e la pena che devi pagare brutta stronza“, “Ma che dici … Nn capirebbe niente … deve essere bruciata viva”. La regola della comunicazione (in questa come in altre discussioni) sembra insomma consolidata: uno parte con l’aggressione e la minaccia e presto arriva un simile a dare il contributo. I simili, come i coglioni, vanno sempre in coppia e fanno gruppo. Dove c’è un gruppo ci sono tanti “simili” e nella pagina di questa signora (come anche altrove) i “simili” davvero non si contano.

LA SINDROME DI COGNE

Il fatto è noto: una giovane donna getta dal balcone il figlio e il bimbo muore. Il web si scatena, l’italiano di norma belante col padrone si mostra feroce coi disgraziati. Perché sempre disgraziati comunque sono. I commenti su Facebook nella pagina della donna sono migliaia, ho provato ad analizzarne alcuni. La regola è il punto esclamativo e qua si sprecano: come dire tiè o ‘ntuculu e più ne metti più ‘ntuculo lo prendi. L’italiano, inteso come lingua, latita (nel carattere fa invece sentire la fulgida presenza) e all’assenza del congiuntivo siamo però abituati. Il ke scritto con la k viene inteso come un rafforzativo e il x in luogo di per serve a demarcare la differenza antropologica: la lingua italiana è roba da checche intellettuali (e dunque di sinistra), noi siamo altro, nonrompetecilaminchia. I più imbestialiti invitano alla violenza (bruciamola, se ero io ti ficcavo… vabbè ci siamo capiti), altri, gli apocalittici invocano la giustizia di Dio. Io non sono pratico della materia, ma mi pare di ricordare che Dio fosse agape e misericordia. L’aggettivo puttana è la regola e vuol dire: sei un corpo sessualizzato e dedito al piacere piuttosto che all’amore. Sembra che il piacere svilisca l’amore, bah. Troia, cagna etcc. I commenti più garbati sottolineano il disagio mentale della signora e l’opinionista italiano rivela una insolita preparazione psicoanalitica. Le sentenze più violente (e questa cosa mi ha stupito) vengono dal mondo femminile (70 a 30 direi), bassa scolarizzazione, qualche nostalgico fascista. Alcuni commenti li ho trascritti fedelmente qua sotto; buona lettura.

C’è quella che dà consigli: Troia puttana xke ucciderlo xke portarlo in grembo x 9 mesi x poi ucciderlo xkeeeee bestia bastarda devi crepare… Nessuno deve avere pietà di te merdaccia umana potevi portarlo in ospedale e rimanere anonima bastarda

Quella che era meglio se chiudevi le gambe: Solo un essere spregevole ed ignobile arriva a qst….sta piezz e puttana bucchina prima gli è piaciuto aprire le gambe…x nove mesi ha nascosto la gravidanza a tutti dicendo che nn sapeva di essere incinta….ha avuto la freddezza e la lucidità di buttarlo giù…ma che psicopatica di rinchiudetela in un manicomio e buttate le chiavi….

Quella che è stata in carcere: Brutta puttana di merda spero che alle vallette ti mettono subito una corda al collo dopo averti torturata bastarda che sei non meriti neanche la galera tu… meriti torture e morte… non sei una donna e neanche una mamma perche loro non fanno del male hai propi figli tu invece hai avuto il coraggio di uccidere un anima innocente crepa all inferno troia maledetta

Il mistico che invoca il giudizio divino: BRUTTA SCHIFOSA, SEI UNA VERGOGNA, MERITI DI MORIRE DOPO TANTO TANTO DOLORE!!!
DEVI SOFFRIRE….NON HO PAROLE BRUTTA TROIA!!!! GENTE COME TE NON DOVREBBE ESISTERE DIO TI DOVEVA FULMINARE PRIMA!!!

Quella di prima che è stata in carcere e ce l’ha anche con tale Mario R.: Mario R.: sei un indegno e infame come XXX che di conseguenza spero che quando la mettono nel femminile delle vallette la appendono con una corda alle sbarre della cella sta puttana infame… e tu se sei il marito sotto falso profilo se…Altro…

Una signora interviene a moderare i commenti: siete solo dei meridionali.

Quello che le donne sono tutte: troia di merda….che tu possa marcire all’inferno insieme a chi ti ha aiutato.

L’esperto del sistema giudiziario: Magari la farà franca uscirà presto farà una comunità di recupero e poi libera….
Ma la gente che incontrerà povera lei meglio che si cambia i connotati

– al rogo

– bruciamola viva
(Due piromani)

C’è anche chi prospetta l’eugenetica: Una persona malata di mente non dovrebbe mettere al mondo i figli

– Tesi: Io penso che la colpa più grande ce l’abbia il marito

– Antitesi: Cosa cavolo c’entra il marito?

– Sintesi: il marito oltre a mettere il cazzo in culo non ha fatto nulla.
(Sillogismo perfetto)

Quella coi punti esclamativi: Sei la peggiore delle speci… (e già, se specie è al singolare il plurale sarà speci) Non so come definirti,ma sicuramente non sei una madre… Sperò tu marcisca in galera e che ti torturano fino alla fine dei tuoi giorniiiiiiiii !!!!!!!!!!!!

Quello che sei mignotta tu, tua madre e tua zia: Brutta puttana devi morire sia tu che quel figlio di puttana di tuo marito!!! Fate schifo bastardi di merda!!!! Meritate di morire torturati lentamente brutte merde indegne!!!

Grande troiaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa se ti terrei nelle mie mani ti farei fare una brutta fine.

Che Dio ti fulmini

Un ardito posta la foto del duce; la didascalia dice: ecco chi ci vorrebbe per salvare questo schifo di paese. (Se non ricordo male nell’ultima guerra i morti sono stati 50 milioni, ma non si può pretendere di più)

Quella che la tortura non basta: SE TI AVREI TRA LE MIE MANI TI INFLIGGEREI TALMENTE DI QUELLE COLTELLATE CHE NON HAI IDEA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! MA SENZA FARTI MORIRE!!!!!!!! TI FAREI SOFFRIRE TANTO FINO AGLI ULTIMI TUOI 10 RESPIRI….. POI TI DAREI FUOCO LENTAMENTE!!!!!!! UNA MORTE LENTA ED AGONIZZANTE!!!!!!! E POI TI SQUAGLIEREI NELL’ACIDO!!!!!!!!!!! PER ELIMINARE DALLA TERRA OGNI TUO RESIDUO INUTILE SUPERFLUO! CHE TU PUOI MARCIRE NELLE FIAMME DELL’INFERNO!!!!….. E TUTTO IL TEMPO CHE PURTROPPO RESTERAI SULLA TERRA, DIO TI PUNIRÀ!!!!!…. STANNE CERTA!!!!!! MI AUGURO SOLO CHE TU POSSA FARE UNA LENTA E BRUTTA FINE DATO CHE NON TE LA POSSO FAR FARE IO!!!!!!!!!!

– Purtroppo la giustizia Italiana fà questo , non ce da meravigliarsi se tra un mese o domani anche è agli arresti domiciliari ..

– Mario R. (quello con cui ce l’ha la signora che è stata in carcere):
Se ci fosse giustizia in italia le teste di cazzo che stanno qua a commentare non avrebbero diritto di voto

Ma il commento più bello a mio parere è l’ultimo e lo condivido:

“Io spero che mettano tutti voi in manicomio”.

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LA POLITICA SU FACEBOOK

E’ un po’ che sfoglio la pagina di un noto politico, per motivi professionali più che altro. Al principio assumevo dosi massicce di bicarbonato, poi mi devo essere assuefatto. Quel che accade nella lingua, e in particolare nel linguaggio comune, si riverbera nella vita. Su quel profilo Facebook il termine più ricorrente è invasione, negro (con la g), rom; segue extracomunitario, meridionale storpiato in merdanale, in leggera flessione Roma ladrona. Una ragione c’è, non si sputa nel piatto nel quale si mangia. Ricorrono i neologismi: sinistrato, cattocomunista (il più delle volte con la k), sinistronzo, sinistrotto, piddino, renzino. L’uso del neologismo ha una funzione particolare, tende a circoscrivere l’individuo in un gruppo e il gruppo in un luogo comune con una lingua incomprensibile fuori dal recinto. (Lo stesso accade con le degenerazioni neuronali o psicotiche.) Perché di quello si tratta, le mandrie si uniscono attorno al capobranco che promette ordine e qualche benevolenza. La parola ordine ha una natura apotropaica e curativa quando l’Io perde le sue funzioni. Le parolacce la fanno da padrone: caxxo (con la x), rottinculo, checca, negrodimerda, terrone qualche volta. La grammatica latita, ma si tratta di gente laboriosa, non di sfaccendati intellettuali che hanno tempo da perdere con i dettagli. I concetti sono ridotti al minimo: gravitano attorno a poche idee, confuse neanche tanto; la prima attorno alla quale ruotano le altre è la paura per l’uomo nero che ti tiene un anno intero (come nella filastrocca). La medicina che gli accoliti propongono è il rimpatrio, la galera, la frusta a volte per gli indesiderati. La dinamica della discussione è pressoché la stessa: il mentore scalda gli animi con una domanda retorica e l’esercito infuriato parte in battaglia. Non c’è posto per la discussione, la regola è che a casa nostra facciamo come ci pare e se non vi sta bene fora di ball. Il capitano commenta poco e quando compare sembra un bulletto di periferia che si mette alla guida fomentando la massa inferocita. Non stempera le animosità, istiga piuttosto con un’ironia che a lui sembra sottile, ma che non va al di là della volgarità di certi film anni ’70; la mandria fa muro e tutti insieme si riuniscono a mangiare polenta e osei. I luoghi comuni la fanno da padrone; un luogo comune è un pensiero che fa riferimento a un’abitudine culturale maturata nel sentire popolare. La realtà è un’altra cosa, ma quando c’è un limite cognitivo la comprensione viene filtrata da un’idea tanto diffusa da sembrare verosimile. La verosimiglianza è però lontana dalla verità, come la demagogia e la retorica dalla politica. Non si tratta solo di una disfunzione semantica indotta dalla mancata padronanza del vocabolario, ma di una profonda degenerazione neuroantropologica. Si sente nell’assenza del senso delle parole e appunto nel prevalere dei luoghi comuni. E vengo al punto: la demenza neurolinguistica è caratterizzata dalla perdita del significato e dal deterioramento cognitivo; è una manifestazione clinica della degradazione lobare frontotemporale, associata all’atrofia del giro temporale inferiore e medio.

Le persone affette presentano problemi nella denominazione e nella comprensione di parole, nel riconoscimento dei volti, delle cose, delle situazioni, della realtà; la predominanza del verbale o non verbale (e nel nostro caso delle gutturali che dominano sulle articolazioni mature della lingua) riflette l’accentuazione dell’atrofia cerebrale. Alla distruzione del linguaggio si accompagna quella della personalità e a seguire la dimensione democratica e sociale dell’individuo. L’aggressività, la violenza, l’odio sociale verso un fantasma immaginario e minaccioso è uno dei morfemi dello stato paranoico di un poveretto che ha smesso di desiderare in maniera sana e consapevole e ha cominciato a odiare.

ciaone

SOCIAL-ISMI

Su alcuni gruppi nei Social (anche dai nomi impegnativi e che richiamano all’etica, la politica, la filosofia) bisogna pubblicare gattini e cagnolini, i cuoricini sono graditi, le frasi degli adolescenti sull’amore sono fortemente promosse, il ciaone ha un altissimo indice di gradimento. Poi gli stessi gruppi specificano con gravità notarile: è severamente vietato parlare di politica (e tradotto vuol dire esprimere un’idea), includere link pubblicitari a margine (ergo i libri non ci interessano), di Dio e la morale non si può scrivere, i post che raccontano qualcosa della vita vengono motteggiati o schifati (a seconda dell’educazione di chi commenta) e gli autori bannati. Quanto ci piace bannare. Ma si sa non c’è il tasto “non mi piace” e allora davanti a un pensiero che non si capisce, che va al di là, che disturba i morti di sonno (e di figa perché quella va alla grande) i membri (si chiamano proprio così tra loro ed è una cosa che stupisce: a me l’idea d’essere considerato un membro con una testa, o una testa di membro non fa impazzire) ripiegano su neologismi raffinati come nonciromperelaminchia. E sono i migliori, i censori acculturati (o meglio i membri con la laurea) che si cimentano armati di una dotta oratoria allo scopo di prevalere nella disputa risultano francamente noiosi oltre la narcolessia. Alla fine la dialettica è: sono piùi intelligente io gne gne e tu sei una testa di cazzo. Nei gruppi c’è anche una misteriosa figura antropologica, l’amministratore (altrove si chiama admin e anche quel termine non è bello, vuol dire ad minchiam) che ricopre il ruolo di leader maximo e pare compiacersi nelle palingenesi approvando o censurando, iscrivendo o bannando. Se non puoi essere Dio in questo Paese un posto da amministratore comunque lo trovi.

Intanto:

i Paesi che leggono di più al mondo sono l’India (10 ore e 42 minuti settimanali) e la Cina. Per una strana coincidenza sono anche le economie che corrono (7,5% crescita del pil indiano nel 2015 e 7,3% quello cinese). Sembra ci sia un rapporto tra la latitanza italiana in termini di lettura e l’economia che annaspa, Neghiamo però l’evidenza e diciamo che non c’è una relazione nei fatti. Se il Paese si è impoverito (il consumo pro capite è appena sopra la Bulgaria e la Romania), se lavoratori, donne, anziani si sono visti strappare i diritti dalle mani, se nella classifica sulla felicità l’italia si colloca al cinquantesimo posto (dietro al Nicaragua e l’Uzbekistan) la colpa è ovviamente della politica; solo quella. Noi non siamo responsabili, da sempre andiamo a letto con la coscienza pulita. Dopo naturalmente aver condiviso un ciaone e cercando tra le foto dell’amatriciana almeno un po’ di figa (che non guasta mai).

 

E ‘STI CAZZI NON CE LO METTI?

L’OMO ‘NAMORATO

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Me so ‘namorato de na donna che quanno s’arza e me bacia nun me fa sentì le labbra sue ma quelle de tutte le donne messe ‘nsieme. Me guarda con quell’occhi di mandorla e ciliegio e mi fa sentì desiderato, come se nun avesse mai fatto l’amore. Io dico che so n’omo fortunato d’avella ‘ncontrata, perché con un bacio me cambia la giornata. E quanno che fuori piove speciarmente, mentre la pioggia cade all’infinito, che me fa sentì davero rincojonito.

NUN ME ROMPE ER CA

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Nun me rompe er ca non è un’espressione vorgare. A uno mica je poi dì: me stai a frantumà er riproduttivo. Je devi fa’ capì che nun te dà sollazzo, ma che appunto te sta rompenno er ca. Pe’ fallo ce vole convinzione, la faccia tosta, ‘na certa padronanza pe’ risponnere alla malacreanza. Ma soprattutto lo stile un po’ sottile di quelli che nun s’accontennano de darti der cojone, ma a te e la tua famija pe’ ‘na generazione. Perché quella è ‘na cosa che passa da padre in fijo, come la talassemia: e apperciò rompi er cazzo tu, tua madre e tua zia. Quannno uno fa parte d’una famija, capita che quarche ‘nsurto se lo pija. Nun se tratta d’insurtare, ma de farse rispettare; e nun lo poi fare co’ l’italiano forbito, je devi proprio mostrare er dito.

LA MEJO DONNA

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La mia donna c’ha ‘na virtù rara, che quanno te fa un sorriso te porta ‘n Paradiso. E poi pure esse depresso e pensare alli mejo mortacci tua, poi l’abbracci e te pare de volà ar cielo. E nun importa se non ce trovi li santi, la Madonna o er principale suo, perché n’omo ‘namorato po pure farne a meno: a che je serve l’Onnipotente quanno sta bene e un je manca gniente?

 

Dai Rigurgiti Romaneschi

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STORIE DI ORDINARIA FOLLIA

Quante piccole improbabili identità. L’identità presuppone un Io sempre uguale a se stesso. Ma io non sono sempre uguale, io divengo” (da Memorie di uno smemorato). Credo sia questo il problema, scrivendo una storia reiteriamo un’identità e vuol dire che ripetiamo noi stessi all’inverosimile. Non credo riguardi solo gli scrittori, ognuno più o meno consapevolmente cerca di dare un ordine alle cose, ma è appunto un ordine e vincola il comportamento. Come i bambini che imparano a leggere seguendo col dito le parole. Queste piccole storie paradossali vanno nella direzione opposta, fanno perdere la traccia all’Io tautologico e lo rendono irrintracciabile. Ci hanno insegnato che cercarsi è un bene, ed è vero. Però  perdersi a volte è meglio.

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L’AMORE SEDIZIOSO

Scendiamo a fare la rivoluzione. Non so, non posso far tardi. E’ una cosa lunga? Domani mi alzo presto, lavoro. Prendi le ferie. Sì e che dico, mi assento un paio di giorni perché vado a fare la rivoluzione? Facciamo così, tu vai poi ti raggiungo un’oretta, dico ai miei che ho l’aperivoluzione. Dopocena è pesante però. Perché? Non so, certe cose si fanno a stomaco vuoto. Tu non hai mangiato? No e ho perso anche il lavoro. Ma i tuoi che dicono? Coglione, scendi a fare la rivoluzione.

L’ALBERO DELLE IDEE

Sto piantando un’idea. Che fai? Scavo nella terra, ci metto un’idea dentro, la copro con foglie, terra e rami secchi. E poi? Aspetto che cresca l’albero delle idee. Quanto ci vuole? Dipende dall’idea, se è buona germoglia in fretta. Posso aspettare con te, voglio vedere se funziona. Certo. A proposito, ho avuto un’idea… Te l’avevo detto che funzionava.

RACCONTAMI UNA BUGIA

Invento bugie. Perché? Sono un uomo libero. E gli uomini liberi dicono le bugie? La verità vincola il comportamento; le bugie sono parole. Sì, ma la realtà è un’altra cosa. Davvero mi stai parlando della realtà? Certo. E come lo fai? Con le parole. E cosa sono le parole? Bugie. Appunto.

RELAZIONI

Non predico mai. In che senso? Le cose, mi interessano solo quelle. Ma le cose fanno pur sempre qualcosa. Non mi occupo di relazioni, quel che fanno tra il prima e il poi è affare loro. E poi non ho l’indole dell’indovino, non predìco e questo fa la logica. Che fa la logica? Copula. Allora è una peripatetica. Esatto.

AMARE

Io ti amare. Ma sei sgrammaticato. La sintassi del cuore, caro mio, si declina solo all’infinito. Però parli come un migrante. E chi non lo è. Cosa? Un naufrago a mare.

PER UN PELO

Buon giorno, sono il pelo nell’uovo. Chi? Sono quello che c’è in ogni cosa. Io conosco il pelo sullo stomaco, il pelo sulla lingua, quello che vince ma per un pelo. Tu che specie di pelo sei? Una specie rara, rendo le cose imperfette. E cosa le rende imperfette? Il pelo. Se non ci fossi io le cose non esisterebbero. Ma va là. Tu conosci cose perfette? Ora che ci penso no, come mai? Perché c’è sempre qualcosa nell’uovo. E cosa? Il pelo. Sì, ma concretamente che fai? Lo vedi che cerchi il pelo nell’uovo?

LA MAMMA DEI CRETINI

Toc toc. Chi è? Sono la mamma dei cretini. E li viene a cercare qua? I nostri figli vanno a scuola assieme, pensavo che forse erano passati. Lei quanti figli ha? Quattro. E dove sono? Sa che non lo so? Mi hanno detto: mamma, andiamo a giocare e non sono ancora rientrati. E lei gliel’ha permesso? Come vede sono incinta. Aspetti, telefono a Carla, magari sono là. Drinnn. Pronto Carla? Sto cercando quei cretini dei miei figli. E li vieni a cercare qua? I nostri figli vanno a scuola assieme, pensavo che forse…

LA GALLINA CHE NESSUNO VOLEVA MANGIARE

Salve, sono la gallina che nessuno vuole domani. Lei mi mangerebbe? Guardi ho la frittata sul fuoco, ripassi domani. All’indomani. Buon giorno, sono la gallina di ieri che nessuno vuole domani. Mi mangia per favore? E perché non l’ho mangiata ieri? Non so, aveva la frittata sul fuoco, quella fatta con l’uovo di oggi che è meglio della gallina di domani. Caro, chi è? La gallina di domani, dice che devo mangiarla oggi. Ma poi le uova vanno a male, la mangiamo domani. Ma l’uovo di ieri è la gallina di oggi, perché mi mangiate domani? Domani sarò vecchia e non potrò fare le uova. Non si preoccupi, gallina vecchia fa buon brodo. A proposito caro dille se mi fa un uovo, che lo metto nel brodo di domani. E se si schiude? Aspettiamo che diventi una gallina e la mangiamo domani. Ho capito, ripasso. Ma non le ho detto quando. Vediamo se indovino, domani? Come ha fatto? Lasci stare, la mamma dei cretini è sempre incinta. E che fa? Cucina le uova.

L FENOMENOLOGO DELLA PORTA ACCANTO

Ciao, sono il tuo nuovo vicino e vedo le cose al rovescio. Scusa? Mi chiamo Rosario, ho fin troppi anni, non ho una donna dai tempi del liceo, sono complicato dicono, bevo per dimenticare ma tanto ricordo benissimo, ho una laurea in antropofilopsicoonomatosofia e non so com’è ma vedo le cose al rovescio. Senti, ho appena visto il film di Moretti, faccio cose, incontro gente… cerca di essere chiaro. Hai presente il paginone delle riviste per uomini? Sì. Io sono quello che lo ruota, lo guarda, lo rigira e alla fine lo rovescia. Ho cominciato così e poi è diventata un’abitudine. E cosa vedi? Le cose al rovescio. Ma perché? I luoghi comuni mi stanno stetti. Sì, ma che fai di concreto? Mi complico la vita. Mi sembra pochino. Complico anche quella degli altri.

AH, L’AMOUR

Dicono: baciami stupido, ma poi si lamentano se non trovano un uomo intelligente; l’amore è una magia e si meravigliano quando lui o lei scompaiono; morirei per te e non muoiono mai. I più arditi arrivano a promesse solenni: ti amerò per tutta la vita (credibile solo se hai 90 anni), mi fai impazzire (e qualche volta succede, quando prendiamo coscienza che è meglio un tso di certe relazioni), ho avuto un colpo di fulmine (belle parole, ma prova a mettere le dita nella presa della corrente e ne riparliamo), l’amore è essere cretini insieme. Ed è vero, solo che eravamo cretini pure prima. Ti sarò fedele con un po’ di pudore non lo diciamo più, ma sottoscriviamo un contratto che impegna finché morte non ci separi. Dopo no, la vita basta e avanza. Il problema è che l’amore è un’esasperazione e con le parole è facile drammatizzare al punto da farne una storia (ho una storia, quante volte lo abbiamo detto?) Perché così si comporta, l’amore fa scrivere storie anche a chi non le sa raccontare. E se in quel delirio vince chi fugge, a quel punto non importa davvero quando nessuno ci corre dietro.

L’ETICA DI LUCIGNOLO

Sai come nascono le bugie? La parola si accosta alla cosa e la lambisce finché riesce a dominarla. Gli adulti non amano la verità ma sono affascinati da chi gliela racconta. E’ un falso problema quello delle bugie; continua pure a raccontarle Pinocchio, ma fai in modo che diventino una verità. Essere burattini vuol dire amare le cose tanto da restituirle alla verità.

“Sei cose impossibili” Tag

Il mio amico Red, stimolato da Cuoreruotante (la curiosità, lo sappiamo, è femmina) che così ha proposto: ho pensato di creare un Tag con l’augurio che, come diceva la Regina ad Alice, allenandoci giornalmente a pensare a sei cose impossibili, possiamo avere quello stimolo in più che ci aiuti a credere che le giornate, a volte, possano anche stupirci ed essere migliori delle nostre aspettative, andando al di là di ogni nostro scetticismo, mi ha invitato ad aderire a una catena di S. Antonio. Appuntare nel blog sei cose impossibili, nominando a mia volta altri sciagurati. Ognuno dei quali ha l’obbligo (altrimenti che catena è?) di inserire nell’articolo il logo di Alice’s in Wonderland, di proporre sei cose inattuabili, di nominare altri sventurati. Con l’invito ci vado a nozze (si dice così, mi pare), nei luoghi nei quali scrivo sotto al mio nome c’è anche quel che faccio: manipolo paradossi; potevo insomma non partecipare?

logo Alice1

TESI:  le cose impossibili devono essere irragionevoli, inedite e appunto paradossali. La logica si occupa della verità e a noi è invece richiesta l’incoerenza della verosimiglianza. La differenza tra ciò che è vero e quel che è verosimile è tutta qua: la cosa impossibile non è e non può essere ma quanto ci piacerebbe che fosse così come la vogliamo (svincolata dall’abitudine e dalla coerenza logica).

ANTITESI: le cose impossibili sono incoerenti. La coerenza è l’incrostazione della lingua a parlare delle cose sempre nello stesso modo. Hume e Husserl erano incoerenti, tra la parola e la cosa esiste un legame culturale e mai veramente aderente alla realtà. Ciò che reale è anche irrazionale, il buon Hegel se ne faccia una ragione.

SINTESI: impossibili, incoerenti ma verosimili insomma, come le copertine di questi libri, editi o meno da qualche improbabile editore. Ma è poi importante che qualcuno li abbia davvero pubblicati?

 

BRUNETTA (1)

 

GESU (1)

 

MALGIOGLIO (1)

 

TOMTOM (1)

 

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ARMANI

Veniamo alle nomination. Lo scrivo con un tono notarile, perché non può che essere così per una catena che ha il nome di un santo. E dunque: Per l’autorità conferitami e con i poteri che mi sono stati dati, nomino e senza possibilità di appello (ma la lista presto si allungherà, perché troppi ne ho in mente)

Andrea Taglio

Ero sveglia: poi ho capito Freud

Marzia, alchimie

Alemarcotti

GengisJokerKhan

IL PAESE DEI TRONISTI

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La modernità tecnologica ha reso possibile qualcosa che le vecchie generazioni non conoscevano, la popolarità. Se un uomo ordinario acquisiva notorietà normalmente era per un fatto grave di cronaca; la celebrità rimaneva una prerogativa aristocratica e al di là di una discendenza fortunata coincideva con qualche virtù. Essere riconosciuti voleva dire emergere per qualità, impegno, sagacia, attitudine; comportava una dote che altri non avevano. La comunicazione di massa ha appiattito le differenze, omologato i linguaggi, livellato al basso le abilità. Anche l’istruzione di Stato ha contribuito alla spersonalizzazione sulla base di un astratto principio di uguaglianza che ha finito per mortificare la qualità. La popolarità ha dato l’opportunità all’ultimo disperato di affiorare all’interno di una massa di individui senza nome. I linguaggi della comunicazione, conformati quel tanto che basta a raggiungere il maggior numero di persone, tendono a una lingua media e mediocre che deve indurre a consumare prima che a conoscere o raccontare. In economia si dice che la richiesta muove l’offerta e un popolo educato dalla televisione di Stato, dall’istruzione di Stato, dalla lingua dello Stato (di questo Stato) non è in grado di discriminare tra un prodotto che ha valore e l’altro. Emergono i mediocri, i miserabili, i nullafacenti e i nullaesistenti; non meraviglia che politici e imprenditori di dubbio gusto abbiano l’approvazione e un seguito popolare. Personalmente non li distinguo dai tronisti della De Filippi, ma è un problema mio. Se la richiesta è quella, l’offerta non può che compiacerla. La mediocrità dell’informazione e delle derrate culturali, l’inefficienza di chi ha un incarico pubblico dipendono dalla contrazione del livello di coscienza, di erudizione, di lungimiranza di un popolo che ha perso le radici della civiltà inseguendo il sogno della celebrità. Un sogno appunto in cui anche il più inetto tra gli individui possa identificarsi, annullare le alterità e ottenere il successo fino a credersi stocazzo; costringendo a un’emigrazione che l’Italia non conosceva, quella che porta all’espatrio uomini e donne che parlano di cultura, di scienza, di diritto in paesi nei quali essere famosi è magari bello, ma conoscere, elaborare idee, innovazioni, scoperte è comunque meglio. Ci siamo adagiati nella banalità della lingua e siamo contenti così, con quattro soldi tra mani e il desiderio di spenderli nei luoghi del piacere, che sono poi il cimitero della nostra coscienza.

GRAZIE

Amazon oggi mi ha scritto che è ancora il più venduto.  Che Tolstòj mi perdoni. Grazie a chi l’ha acquistato.

Anteprima     https://goo.gl/cU4NuY

 

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LA REGOLA DELLO STUPRO

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E’ successo ieri a Milano: una donna di 81 anni è stata violentata. Questo è un Paese per vecchi, immobilizzato e polveroso. I giovani se ne vanno e anche agli stupratori tocca insomma arrangiarsi. Quando hai fame (giusto per mettersi nella testa del suino) non stai a sottilizzare: non t’importa l’età della gallina, comunque fa buon brodo. Lo stupro come altre forme di violenza sta diventando la regola nel Paese delle eccezioni. Ho provato a delineare un identikit dello stupratore medio e di come agisce. Sembra ci sia un rituale nella scelta della vittima (donna, il più delle volte, qualche trans perché lo stupratore non fa differenze di genere e a volte pure di specie), del luogo (spesso isolato per ovvie ragioni), dei modi (dall’avvicinamento, all’atto, alla fuga). Il canovaccio è sempre lo stesso.

Regola I

Lo stupro è quella curiosa pratica sessuale attraverso la quale prendiamo possesso del corpo dell’altro senza che l’altro lo desideri. Stuprare non è facile, raramente è qualcosa di istintivo; richiede attitudine e sacrificio; il primo dei quali è quello della coscienza: lo stupratore è convinto che l’altro esista unicamente per i suoi vomitevoli passatempi. Non è forse nato apposta?

– Chi è lo stupratore: chi aspira a diventarlo deve essere cinico, violento, erotomane e complessato. Non entro nel merito dell’indagine psicoanalitica, ma ci siamo capiti: ce l’ha piccolo. Se non è tutto questo è meglio che rinunci. Onde evitare brutte figure; onde evitare che l’altro ci stia.

Regola II

– Come si veste lo stupratore: l’abbigliamento sembra fondamentale, curato nei minimi particolari. In testa un passamontagna, spesso forato all’altezza del bocca in modo che consenta il passaggio della lingua. I pantaloni hanno tassativamente la cerniera lampo; sbottonare richiede del tempo e il suddetto non ne ha molto a disposizione.

Regola III

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– Come agisce lo stupratore: scelta la preda (morigerata nei costumi e pura nello spirito, insomma per quanto è possibile illibata: se non lo è, il rischio è che non solo partecipi attiva allo stupro, ma che ci prenda magari gusto), dapprima si comporta con discrezione e gentilezza, onde conquistarsi la fiducia della stessa. Se la vittima sospettasse le vere intenzioni potrebbe non solo dileguarsi, ma decidere o meno di cedere. E il vero stupratore non accetta regali: quello che vuole se lo prende e basta.

Regola IV

– Dove porta le sue vittime lo stupratore: ottenuta la fiducia, la preda potrà seguirlo ovunque. Anche di notte in strade deserte, magari nel suo appartamento. L’essenziale è che fino al momento della rivelazione non si accorga di quello che succederà da lì a poco. L’arma prima di uno stupratore è infatti il terrore, e il terrore non può avere alcuna preparazione. Il virtuoso non opera comunque mai in metropolitana.

Regola V

– Come si rivela lo stupratore: se in macchina, e la vettura è munita di un apparato elettrico, comincia a chiudere gli sportelli automaticamente preparando un eccitante clima di diffidenza. Cosciente di non di non avere possibilità di fuga, è quanto meno probabile che la vittima rimanga terrorizzata facilitando il compito. Ad ogni modo la rivelazione è sempre brutale e inattesa: se finora avrà sospettato, da adesso non dovrà più avere dubbi.

Regola VI

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Che cosa fa uno stupratore: uno stupratore stupra. Affinché si possa però parlare di violenza è necessario che il predestinato non solo non sia consenziente, ma che non ci goda nemmeno. Se gode, come sa ogni giudice chiamato a pronunciarsi sull’ipotetico reato, non c’è violenza ma mutuo consenso. Supposto quindi che la vittima non ci stia, la successione degli eventi è  sequenzialmente impostata:
1) assoggettamento della preda: il rituale porta a mettersi sopra ed impedirle ogni movimento;
2) i vestiti non vengono tolti ma lacerati, le mutande strappate (il rumore del tessuto che va in frantumi suscita un vero stato di panico);
3) il coito è rudemente animale (cosa che rende più imbarazzante e posticipa la denuncia). Per evitare di farsi mordere la lingua lo stupratore evita il bacio in bocca;
4) la regola è quella di insultarla, violentandola anche a parole (come se in fondo le piacesse). L’umiliazione dapprima suscita qualche reazione, poi subentra la rabbia, lo svilimento e infine la resa;
5) ad eiaculazione avvenuta lo stupratore si alza e si allontana con indifferenza, come se nulla fosse accaduto: non lo ha infatti voluto lei? Quante storie, si vedeva che non desiderava altro.

Regola VII

– Come abbandona la sua vittima lo stupratore: completamente nuda e magari malconcia. Lo scopo è di impedirle di correre a chiedere aiuto; se perciò non avrà vestiti addosso e sarà dolorante è evidente che il suino potrà allontanarsi in tranquillità. Perché il carattere dello stupratore è quello: la tranquillità d’animo e la coscienza di avere fatto la cosa giusta.

Da Lezioni di sesso (il sesso in cinque lezioni)

 

QUIZZIAMOCI

Il nostro tempo verrà ricordato come quello dei quiz (o dei test, per dirla in un modo più professionale). Ce n’è di tutti i generi e per le diverse tipologie. Quelli per misurare il QI, la personalità, l’orientamento politico, il Rorschach; ne ho anche trovato uno che valuta la capacità di sopportazione al pecorino e ‘nduja mangiati a Ferragosto. I quiz sono semplici, danno risposte immediate e spesso compiacenti, forniscono qualche conferma e ognuno ha l’illusione di aver capito qualcosa di sé. I più gettonati sono ovviamente quelli di psicologia, sintetici, inconfutabili, veloci e l’oracolo si esprime in pochi minuti più che in anni di autoanalisi. Quelli che affondano nella sessualità sono parimenti ricercati: ti piace il sesso e quanto ti piace, come lo fai e dove lo fai, quante volte e perché. Con chi sembra irrilevante e sul perché il più delle volte tacciono. L’erotismo è indagato con questo insolito strumento che ha il carattere di soppesare la personalità in un contesto più ampio, diffuso, socialmente accettato. Qualcuno dopo i test si adegua alla sentenza, ma i più perseverano nelle abitudini; perché un test è solo un test e si fa più per curiosità che per una reale morbosità o interesse, mentre la vita è pur sempre un’altra cosa.

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Qualche tempo fa mi sono cimentato anche io coi quiz, scrivendone qualcuno. Uno in particolare (dal mio De rerum contronatura) lo riporto qua: sono domande per valutare il grado di omosessualità, latente o meno, nascosta o orgogliosamente palese. A margine ci sono anche le soluzioni.

DIVENTARE GAY IN DIECI LEZIONI - giancarlo buonofiglio

DOMANDE

1) Vi trovate in una camera d’albergo con una donna meravigliosa. E’ nuda, distesa sul letto, vi chiama. Cosa pensate?
a) Che cosa vuole da me?
b) Chissà se mi presta lo smalto
c) Certo che l’idraulico è proprio carino

2)Tornate prima dal lavoro. Vostra moglie è a cavalcioni sull’idraulico. Cosa fate?
a) Chiedete all’operaio il numero di telefono
b) Chiedete a vostra moglie chiarimenti sulle lezioni di ippica
c) Chiedete di partecipare

3) Cosa fate prima di un rapporto sessuale?
a) Leggete la biografia su Maria Goretti
b) Telefonate ad un amico e chiedete come comportarvi
c) Telefonate all’idraulico
d) Non avete mai avuto un rapporto sessuale

4) Che cosa fate dopo un rapporto sessuale?
a) Ricominciate
b) Abbracciate la vostra compagna
c) Abbracciate l’idraulico
d) Non avete mai avuto un rapporto sessuale

5) Cos’è l’orgasmo?
a) Un programma di studio universitario (tale Programma Orgasmus); come lo chiamano gli studenti
b) No…n..lo..sa…p……ete!!!
c) E’ quell’intensa sensazione di piacere che provate quando pensate all’idraulico

6) Dove si trova il punto “G”?
a) Di sicuro tra la “f” e la “h”
b) Nella regione periuretrale della parete vaginale anteriore
c) Sul glande
d) Sull’idraulico

7) Quali sono le dimensioni medie del clitoride?
a) 1 mm
b) 1 cm
c) 18 cm (?)

8) Quale parte del corpo vi eccita di più in una donna?
a) Le scarpe
b) Il seno
c) La sacca scrotale (?)

9) Che metodo contraccettivo usate?
a) Il profilattico
b) La pillola (?)
c) Il coito interrotto

10) Quale di questi animali ad ogni singola eiaculazione produce 1 litro di liquido seminale?
a) L’uomo
b) Il maiale (non per caso è chiamato “porco”)
c) L’idraulico (non per caso ci state assieme)

11) Quale delle seguenti disfunzioni è la più frequente nel sesso maschile?
a) Eiaculazione precoce
b) Difficoltà erettiva
c) Difficoltà a distogliere lo sguardo dal televisore
d) Eccessiva lubrificazione vaginale che provoca difficoltà a contenere il pene (?)

12) La fantasia erotica più comune nei maschi è:
a) Andare in giro senza mutande
b) Guardare due femmine che fanno all’amore
c) Leonardo di Caprio

13) Quali sono le vostre zone erogene?
a) Il pene soprattutto
b) La vagina (?) soprattutto
c) In centro, vicino piazza S. Babila

14) I preliminari sono per voi:
a) Un modo sicuro per convincere la vostra compagna a stirarvi le camicie
b) Una scusa per arrivare tardi al lavoro (del tipo: “Mi scusi direttore se ho fatto tardi, ma mia moglie stamattina ha richiesto i preliminari”)
c) Quei 15 minuti a fine partita che precedono i tempi supplementari

15) La pratica più richiesta alle prostitute è:
a) Il sesso orale (da non confondere con il turpiloquio; nel senso che se la fanciulla si limita ad insultarlo il cliente è più che legittimato a non pagare)
b) Il sesso anale (scegliendo con oculatezza la meretrice; nel senso che se la fanciulla è dotata di un clitoride che supera i 18 cm il cliente è più che legittimato a non abbassarsi i pantaloni)
c) Il sesso vaginale (richiedendo alla passeggiatrice serietà e deontologia; nel senso che se la fanciulla vuole farlo accoppiare con una borsa da viaggio -è ad esempio straniera e confonde la parola vagina con valigia- il cliente è più che legittimato a mandarla a cagare)
d) Il sesso manuale (pretendendo una rigida ortodossia; nel senso che se la fanciulla vuole limitarsi ad infilargli le dita negli occhi o a pettinarlo il cliente è più che legittimato a iscriverla a un corso accelerato di sessuologia)
e) Il sesso strano (mettendo da subito un limite alla perversione; nel senso che se la fanciulla pretende non solo di frustarlo ma di cospargerlo di benzina e di dargli fuoco; il cliente è più che legittimato a rivolgersi all’ autorità)

16) Il seno per voi è:
a) Un discutibile ornamento
b) Un utile passatempo
c) Un incubo scolastico (seni e coseni)
d) Peccato che l’idraulico ne sia sprovvisto

17) Il termine bondage indica un tipo di piacere estremo ricercato per la pericolosità; qual è nel sesso la cosa che più vi attrae, ma che ad un tempo temete?
a) Irrompere in un confessionale mimando un rumoroso orgasmo come la protagonista del mitico Hanry, ti presento Sally
b) Vestirsi con una maglietta rosa con su scritto “baciami stupido” ed entrare in un circolo di neonazisti
c) Guidare a fari spenti nella notte, per vedere se è poi tanto difficile morire
d) Indossare l’ampallang, il tubetto di metallo che i nativi del Borneo inseriscono nel glande per migliorare il piacere del partner
e) Comprare le fragole all’uranio che il supermercato svende con l’offerta 3X2 per fare tutte le cose che avete visto in 9 Settimane e mezzo

18) Narra la leggenda di un tale che andato a cercarsi nel deserto si perse. Pregò che qualcuno lo cercasse. Nessuno lo cercò. Scoprì allora che cercarsi è bene, ma essere cercati è comunque meglio. Se voi foste quel tale, da chi vorreste essere cercato?
a) Da un gruppo Balint di signore in cura per ninfomania
b) Da Monica Bellucci
c) Da una guida turistica
d) Dal sottoscritto (parliamone)
e) Dall’idraulico

19) E’ meglio un uovo oggi… che:
a) Un ovulo domani
b) Il cugino Filippo (citazione purtroppo autobiografica) dopodomani

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RISPOSTE

DOMANDE 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10
Prevalenza di risposte A: a voi il sesso non interessa. Ma siete comunque ricambiati. Probabilmente da piccoli al chirurgo che vi praticava il taglio del prepuzio deve essere scappato di mano il bisturi, o l’ostetrica al momento della vostra nascita può avere tirato la parte sbagliata, che ora necroticamente conservate in un barattolo di formaldeide assieme al cordone ombelicare. Magari siete vittima di un errore cromosomico o di una natura matrigna, forse addirittura lo scherzo di un Dio col senso dell’umorismo. Sta di fatto che Heidi rispetto a voi sembra un’erotomane, e se non vi chiudete in convento siete comunque sulla strada per fondare un partito politico. Una curiosità: come avete risposto alla domanda numero 4?

Prevalenza di risposte B: non siete un uomo ma un complesso vivente di contraddizioni; la dimostrazione che non solo Dio c’è, ma che probabilmente ci odia. Oscillate infatti tra l’universo femminile e quello maschile nell’indecisione più completa. Ma non è un problema grave. Forse anzi è addirittura un vantaggio dal momento che il sabato sera avete il doppio delle possibilità di rimorchiare. La cosa che stupisce della vostra personalità è il fatto che non proviate imbarazzo nell’indossare con il gessato blu e la cravatta i tacchi a spillo o le calze a rete. Qualche distonia sarebbe bene correggerla, perché, lo capite anche voi, che uno scaricatore di porto villosiso, con la barba incolta e dei bicipiti che fanno invidia a Mastrolindo, non può parlare con la voce di una soprano, né tanto meno ancheggiare come la Fracci. Insomma, quando vi assentate dal lavoro dovete per forza giustificarvi dicendo che avete le vostre cose?

Prevalenza di risposte C-D: probabilmente non avrete avuto il tempo nemmeno di leggere i risultati del test impegnati come siete a correre dietro all’idraulico. Anche se vi chiamate Umberto, avete moglie e figli e le vostre gonadi continuano a produrre testosterone in quantità industriale. Bravi. Una sola raccomandazione: se alle domande numero 7 e 8 avete risposto C fareste bene ad iscrivervi ad un corso di anatomia.

DOMANDE 11-12-13-14-15-16-17-18-19-20
Prevalenza di risposte A-B: va bene che a voi dell’universo femminile non può fregarne di meno, ma uno sforzo per non passare da deficienti potreste farlo. Ricordatevi che in genere i maschi non hanno problemi di lubrificazione vaginale (risposta D alla domanda numero 11). Sciocchini.

Prevalenza di risposte C-D-E-F: siete rimasto uno spermatozoo, per quanto un po’ cresciuto e alle soglie del quarto decennio. Ma uno spermatozoo molto particolare, l’unico che quando veniva lanciato nel corpo della femmina (ricordate?) invece di dirigersi verso l’ovulo cercava di fecondare gli altri spermatozoi. Tanto tempo è passato da allora, vissuto ai margini di una comunità virile e guerriera che vi ha tenuti a distanza; eppure nonostante tutto parte di quell’istinto primitivo dovete averla conservata. E’ solo cambiato l’oggetto del vostro desiderio; e se una volta correvate dietro ad amorfi animaletti che assomigliano a Claudio Bisio, oggi più pragmaticamente rincorrete quelli che lo ricordano per fenotipo e morfologia.

Risposta G: caro Filippo, è inutile che fai il test sotto falso nome, ti ho riconosciuto. Non hai motivo di vergognarti, tanto più che sono a conoscenza dei tuoi gusti sessuali. Fin da piccolo, ricordi? Quando giocavamo a nascondino e tu candidamente dicevi: “Se mi trovi mi puoi violentare; se non mi trovi sono nell’armadio”.

 

(Ed. Cartacea alla pagina)

AMORE SOTTO L’OMBRELLONE

L’estate è la stagione dell’amore, del sorriso, del sogno. D’estate partiamo e lasciamo a casa i pensieri in cerca di un po’ di sollievo. E così sopportiamo le file in autostrada, le valigie, il caldo, il rimorso per la nonna alla casa di riposo. L’odore della crema, i discorsi da ombrellone, io quella me la farei e io il bagnino me lo sono fatto, la cellulite, le smanie erotiche mugugnate a bocca stretta. Un libro, le chiacchere, il pianto del bambino, papà che mette a dura prova il miocardio correndo dietro a una palla. Il sudore, il pesce, l’anguria non più fortunatamente esumata dalla battigia, le finestre aperte. le zanzare. Quelle sono immancabili ad avvertirci del cambio di stagione. Ma l’estate è soprattutto immaginazione, evasione; un sogno e un desiderio non pronunciato. Come un bacio che si dà così, perché è bello rimanere senza fiato.

sombrero

L’estate è anche il tempo dell’incoscienza, dei libri giocosi, delle letture corrive, delle fantasie sfrenate. Morbose a volte. Queste pagine sono per voi, una lettura leggera e spero gradevole da fare sotto l’ombrellone. Naturalmente sul sesso e i modi di procurarselo.

LECTIO PRIMA

dell’arte del costume e del portamento

La cura del corpo è una buona regola per quanti decidono di dedicarsi all’amore. Fate tesoro dei consigli esposti in questo capitolo e nessuno potrà accorgersi che in realtà fate schifo.

1) Nettarsi è d’obbligo. La persona che emana vapori insaporiti da giorni di sudata attività risulta antipatica e scortese. Peggio ancora se tali vapori vengono avvertiti con curiosa veggenza, sopravvivendo agli assalti della metropolitana e dei bagni pubblici. In ordine di importanza, la pulizia dell’epidermide andrà così eseguita:

– ascelle: evitare di coprirne i fumi con deodoranti e balsami il cui impiego risulta tra l’altro anche laborioso. Meglio è denudarsi dalla cintola in su (con discrezione se vi trovate in un posto affollato) e ricorrere al sempre ottimo sapone. Pratica igienica che preserva da battute, spesso offerte da simpatici colleghi d’ufficio, del tipo: “ecco il solito troglodita che invece di lavarsi copre il sudore col deodorante”. Ricordatevi che potrebbero anche incriminarvi, magari con la complicità del codice penale;

– capelli: la persona costumata li tiene in ordine. Cercare di far passare l’unto accumulatosi in settimane di negligenza per l’ultimo ritrovato dei gel è dimolto inurbano. Capire se è arrivato il momento per lavarli non è difficile: ci arriverete quando appoggiandovi sulla camicetta del direttore del marketing avrete lasciato le prove inconfutabili del vostro passaggio. Per quanto riguarda invece la forfora il problema probabilmente neanche lo sentite: a quest’ora i vostri capelli saranno infatti completamente bianchi e voi potrete spacciarvi per un accattivante cinquantenne;

– barba e peli superflui. Una precisazione è d’obbligo: si intende con la poco simpatica locuzione “pelo superfluo” tutto quel groviglio di arbusti che prolifera su gambe e volto e che da sempre attenta alla sensualità delle fanciulle in fiore. Se la fanciulla non è in fiore il pelo non è invece più superfluo ma congenito alla triste condizione cui natura matrigna volle imprigionare la stessa. Per quanto riguarda la barba il problema è presto risolto: basta radersi;

– denti: vanno puliti dopo ogni pasto. E’ buona cosa passare, dopo il lavaggio con lo spazzolino, anche il filo interdentale (così detto per non confonderlo con quello da cucito). L’operazione richiede una certa pratica; la cosa fondamentale rimane il destino del suddetto: ricordarsi sempre di gettarlo dopo l’uso e di non riciclarlo per attaccare i bottoni di giacche e pantaloni;

– igiene intima: dicesi igiene intima l’attività di pulizia che si attua nei confronti di quella parte del vostro corpo di cui voi vi vergognate (ed è scorretto perché essa non si vergogna affatto di voi). Va messa in pratica ad evacuazione avvenuta (mai durante) e ogni qual volta l’organo si esprime in tutto il suo rancore per il mondo. Le lavande in commercio sono per lo più buone ed evitano i fastidiosi pruriti a cui sottoponevano i detersivi granulari delle vostre nonne. Quanto all’oggetto uscito dal postero (la cui biodegradabilità non è mai stata veramente provata) andrà a riporsi nel luogo a lui preposto se in appartamento, o abilmente occultato se in luogo aperto, onde evitare all’altrui persona la rivelazione traumatica della vostra intimità. E’ comunque sempre sconsigliato l’uso del pubblico bagno (treno, pizzeria, bar), che dicesi pubblico proprio in quanto partecipa gli utenti della flora batterica che lo caratterizza, suscitando dai tempi antichi la curiosità della scienza e della virologia. Non scordarsi, in ultimo e in luogo della igienica invenzione, mai gli indispensabili clinex che evitano lo spiacevole inconveniente della carta da giornale, la cui incompatibilità con il carattere del tergo è da tutti conosciuta;

– piedi: lavarli è più di una buona educazione, un vero e proprio dovere sociale. Sappiate che finché continueranno ad imporre la loro imbarazzante presenza i vostri rapporti con il prossimo rimarranno seriamente compromessi (se il vostro prossimo non vi è simpatico il problema ovviamente non si pone). 

– unghie: è severamente vietato mangiarle. Soprattutto quelle dei piedi (e non solo per un fatto igienico). Non andranno mai trascurate e si curerà in particolare di rimuovere la patina color seppia che sembra ostinarsi sotto le medesime, intonando l’espressività dei colori coi fumi della Cappella Sistina;

– naso e orecchie: tenete a mente che il materiale che in essi si trova non è affatto commestibile, e che la cui ingestione può anche provocare nel prossimo un più che giustificato ribrezzo. Quanto all’oggetto delle mistiche introspezioni andrà sempre depositato in appositi tovagliolini di carta che saranno a loro volta riutilizzati nel riciclaggio dei rifiuti. Fatto questo potrete finalmente ritenervi soddisfatti: anche voi avrete contribuito alle campagne ecologiche contro l’inquinamento, fornendo preziosa materia prima da convertire in oggetti di largo consumo.

– brufoli e punti neri: ricordarsi di non schiacciarli mai in pubblico, attività deplorevole a cui sembrano affezionati molti giovani. Nonostante la diffusione rimane una pratica inurbana e come tale va evitata. Sempre;

– seguono quindi in successione: volto (guance, collo), gambe (ginocchia, stinchi, polpacci), torace, braccia, schiena, su cui è però inutile dilungarsi.

2) Vestirsi con gusto è sempre imperocché inevitabile. I trasandati, gli stropicciati, i macchiati, i trascurati vengono guardati con ragionevole sospetto e naturale diffidenza. 

– Intimi: dicesi intimi tutti quegli indumenti che coprono le oscenità. Dopo scrupolosa pulizia degli stessi il cambio, sempre quotidiano, andrà così eseguito: mutande (che dal latino furono non a caso dette mutate mutandis in luogo della giornaliera transustanzazione) almeno una volta al giorno (le fanciulle costumate anche due o tre, a seconda del mentale bisogno), ed è comunque disdicevole attendere che acquistino i colori degli umori. Cavernicola è anche la pratica tuttora in uso di odorare le stesse interrogandosi se sia il caso di continuare ad indossarle: le grandi decisioni si prendono di petto e voi dovrete essere forti nel separarvi da un indumento con cui avrete diviso le più intime aspirazioni; per le calze (collant, pedalini, ma anche magliette, body, guêpiere) valgono le succitate regole, fermo restando che una persona a modo non attende che irrigidiscano prima di riporle in lavatrice, e che alle voragini che si aprono innanzi ai pollicioni si dovrà porre rimedio, evitando l’imbarazzante effetto “buco” di scarsa chissà come mai attrattiva sessuale; il reggiseno (che curiosamente portano oggi anche alcuni folcloristici e simpatici uomini) si avrà cura di consegnarlo alla saponetta prima che acquisti quella curiosa tonalità ramarro che più di moda non è;

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– camicia: non dovrà aspettare di assumere ai bordi (colletto e polsini) i colori della vostra sudatissima giornata. Ottima abitudine è quella di stirarla prima di indossarla, durante l’operazione si dimostra invece complicata e non priva di difficoltà;

– pantaloni, gonne, giacche: dovranno essere di un colore prevalentemente scuro (tutti sanno quanto sia faticoso il lavaggio e l’asciugatura dei medesimi) che sia in grado di coprire le negligenze dell’educazione datavi da fanciulli, e che ora non vi permette di gustarvi serenamente una pizza o un piatto di spaghetti al sugo;

– scarpe: due o tre paia almeno sono indispensabili. Nella società dell’immagine cambiarsi è un obbligo, e voi non potete sottrarvi al sacro dovere. Capire quando è ora di sostituirle non è difficile: se camminando sotto la pioggia vi sembrerà di sprofondare in una laguna melmosa allora il momento sarà arrivato. Se no il momento allora non è. 

3) Dato che su quel corpo ripugnante che vi ritrovate proprio non potete contare, fare dei buoni ragionamenti è un dovere al quale non potete sottrarvi. Se proprio volete rinunciare ad istruirvi e intendete comunque fare colpo col vostro encefalo (ammesso che ne abbiate uno) i trucchi che seguono potranno esservi di grande aiuto. Gli altri, come sapete, vi amano per quello che non siete e non sarete mai: se diverrete perciò abili nel mettere in pratica le semplici regole sottostanti, potrete anche farvi passare per un intellettuale malinconico alle prese con i problemi dell’essere, e nessuno si accorgerà mai che siete semplicemente un imbecille.

a) Discorsi da evitare:

– gioco del calcio (se siete uomini e l’oggetto del vostro desiderio è una donna), detersivi e prodotti per la casa (se siete donne e la vostra preda è un uomo). E’ infatti poco piacevole sentirsi abbordare per strada con frasi del tipo: “signorina, lei è più entusiasmante della finale di coppa delle coppe”, “ragazzone mio, tu sì che hai dei muscolacci possenti, non come quel rammollito di Mastro Lindo”;

– lavoro: non parlate mai di lavoro; a meno che naturalmente non facciate gli avvocati o i dentisti, se uomini, e se femmine le infermiere (gli uomini sembrano apprezzare particolarmente siffatte fanciulle, retaggio onirico di infantili polluzioni adolescenziali). Ai commercialisti, ai ragionieri, agli impiegati è comunque assolutamente sempre e in ogni caso vietato. Se poi fate i becchini, è buona regola anche quella di non portarsi mai il lavoro a casa;

– malattie e disgrazie varie: sbaglia chi crede di usare la carta della compassione per indurre l’altro a concedere le grazie. I tempi sono difficili e non c’è più pazienza per ascoltare le sciagure di chicchessia. Oltre al non trascurabile motivo che è sempre cosa saggia non rompere i cosiddetti. In luogo dei deprimenti aggiornamenti gastro-intestinali, circa le abitudini deplorevoli del vostro intestino (di cui non frega a nessuno), è meglio ripiegare sul classico repertorio: “bella giornata, vero? Ma lo sa che ha degli occhi splendidi?”, che evitano approcci catastrofici: “signorina, permette che la erudisca sull’attività peristaltica del mio intestino? (e magari con dimostrazione pratica del vostro singolare meteorismo)”. Piuttosto tacete;

– banalità: non è una regola questa; ma se intendete davvero fare colpo col vostro acume dovete rinunciarvi. Preferite perciò ad elucubrazioni del tipo “che bella luna, brilla come il mio amore”, le più ardite “e pensare che si è dovuti arrivare a Galilei (le date sono facoltative) per comprendere che l’universo tolemaico era una fesseria; io l’ho capito in un attimo guardando (ricordarsi a questo punto di assumere un’espressione teatralmente estatica) i tuoi occhi: tutto sembra ruotare attorno alle tue piccole orbite, amore mio”. Passerete per ruffiani di prima categoria, ma i ruffiani adulatori piacciono, oh se piacciono; e voi in questo diverrete maestri;

– cultura: non esagerate mai. A nessuno piace sentirsi denigrato, e meno che mai attraverso la sicumera dei libri. Adulare facendo avvertire un interesse filosofico per l’altro è una cosa che lusinga, schiacciarlo con il peso di un’autocelebrazione provoca solo un forte senso di rabbia e di competizione. Esercitatevi perciò a lungo prima di intraprendere questa strada (ma forse queste raccomandazioni sono inutili perché esagerare voi non lo potreste giammai);

– televisione: già è deprimente di suo, se poi vi ci mettete anche voi. Ad ogni modo fate sempre attenzione acché la vostra preda non si accorga che siete un teledipendente accessoriato occasionalmente di un encefalo. Bisogna arrendersi all’evidenza: un individuo siffatto che si trastulla in pantofole davanti ad un elettrodomestico non risulta affascinante;

– riunione del condominio: non aggiornate mai l’altro sulle eccitanti novità che si preparano nel vostro abitat, comunque non invitatelo mai ad assistere alle performance con cui di trimestre in trimestre vi battete eroicamente per difendere le vostre idee;

– sesso: alle donne, si sa, il sesso piace farlo ma non parlarne. Gli uomini invece ne fanno poco e ne parlano molto. Evitate comunque dal principio apprezzamenti troppo arditi (“bella maiala vorrei assaggiarti tutta leccandoti come un cono al pistacchio”) e commenti esageratamente espliciti (“ma lo sa, signorina, che il suo magnifico postero non manca di tormentare i miei pensieri?”);

– bollette del telefono: dovete sforzarvi di cambiare la brutta abitudine di angosciare i vostri simili con siffatti ragionamenti. Reprimete pertanto tali bestiali istinti, e rassegnatevi: non frega un cavolo a nessuno della diligenza con cui assolvete agli impegni quotidiani;

b) Discorsi concessi:

– poesia e filosofia: al prossimo piace sentirsi partecipe e oggetto dei buoni ragionamenti. Imparare a farli non è complicato a patto che vi armiate di un poco di pazienza facendo vostre alcune piccole astuzie. Innanzitutto, dato il vostro disinteresse per la materia (non state infatti studiando per diventare dei perfetti maiali?) e dato pure che dell’altrui vi interessa solo quella parte compresa tra l’ombelico e il coccige, non è assolutamente necessario che diventiate un’enciclopedia, basterà che impariate a memoria alcuni semplici passi delle opere maggiormente conosciute, curando di ripeterle con la drammaturgia con cui si legge l’involucro dei cioccolatini (del tipo: “il bacio è un apostrofo rosa posto …”). Più complesso è muoversi alla ricerca degli autori giusti: Platone è sempre apprezzato, Spinoza mai. Evitate gli scrittori medievali (Bonaventura, Anselmo mancano di quella morbosità o è comunque occultata dai buoni ragionamenti che state disperatamente cercando di stimolare), e rivolgetevi invece al sempre attuale Leopardi (“Tornami a mente il dì che”, “Dolcissimo possente dominator”). Petrarca non è mai completamente intelligibile, meglio è ripiegare su Alberoni, Recalcati e compagnia: anzi proprio su quest’ultimo e farete un figurone;

– denaro (solo se ne avete molto): l’argomento denaro ha indubbiamente un suo fascino. Non è però necessario che mostriate al primo incontro il vostro conto in banca (il successo sarebbe assicurato, ma voi siete dei cacciatori ortodossi e non volete essere amati per i vostri soldi), basterà che invitiate la preda ad un romantico fine settimana sul vostro panfilo, facendo delicatamente intendere dove lo tenete ancorato (Portofino), e portando magari il discorso sui dipendenti (diciotto) che lo accudiscono;

– cinema, mostre, teatro: le persone normali amano divertirsi, e voi questo lo sapete. Se i mezzi non vi mancano vedete allora di darvi da fare. Al cinema evitate i films volgarotti (del tipo “Lecca lecca al cioccolato per mia moglie”, “Cappuccetto Grosso”) e sempre comunque quelli che mostrano all’insegna un inequivocabile “vietato ai minori di anni diciotto”, ripiegando piuttosto sulla commedia americo-italiana. Trascinate quindi l’oggetto dei vostri desideri di esposizione in esposizione (dai fiamminghi agli artisti concettuali) facendo intendere di saperla lunga in fatto di arti figurative. A teatro mostratevi appassionati (anche quando avvertite che i vostri cosiddetti scivolano dall’orlo dei pantaloni), e ai concerti sempre entusiasti;

– sentimenti: alle femmine in particolare piace sentirsi apprezzate per le doti spirituali che suppongono di avere. Non deludetele. Anche loro non desiderano che l’amplesso, solo che non amano chi glielo ricorda. E’ infatti molto più pratico rivolgersi a una fanciulla dicendo “amore mio, sei meravigliosa”, piuttosto che apostrofarla con un diretto “bella manza, mi tiri un casino”. E’ insomma importante che rinunciate al vostro rude primitivismo: le donne, mettetevelo bene in testa, a differenza di voi sono esseri delicati e sensibili. Basta però imparare il trucco e sostituire al brutale “scopiamo?”, un meno indigesto “ti amo”. Un po’ di tatto, e che cavolo!;

– galateo e buona educazione: le buone maniere sono sempre un comodo viatico verso l’amore. Semplici regole come cedere il passo o versare il vino in tavola non mancano a tutt’oggi di suscitare apprezzamenti e una sincera ammirazione. Fate attenzione però a non tradire mai la vostra vera natura animale, basterà che una sola volta apostrofiate la signorina che vi vende le rose con tali imprecazioni: “fuori dalle balle prima che ti prenda a calci”, per vanificare gli sforzi compiuti. Sarà chiaro infatti che avrete soltanto recitato e che in fondo non siete altro che un essere schifoso e ripugnante;

– progetti e amenità varie: mentire è una buona condizione dello spirito. Soprattutto se nelle menzogne si è tanto abili da includere l’oggetto del desiderio. Perciò sparatele grosse: matrimonio, figli, mutuo e non fatevi prendere dagli scrupoli. Avete infatti come unico comandamento il vostro piacere e la sua soddisfazione, e voi siete solo dei luridi individui che stanno studiando il modo per peggiorarsi.

4) Istruirsi non è obbligatorio. Sappiate però che il potere (e con esso il fascino) cresce in proporzione a quello della conoscenza. Non c’è bisogno che vi pieghiate sui libri per anni interi, basta un piccolo sforzo. Non solo potrete continuare nelle vostre turpitudini, ma sarete addirittura apprezzati. La vostra ora di studio andrà pertanto così organizzata:

– dieci minuti di storia: accontentatevi degli eventi più importanti dell’umanità. E’ inutile sfoggiare nozioni di epoche noiose e lontane, è meglio concentrarsi sull’ultima guerra e con enfasi sui pericoli imminenti di un nuovo conflitto;

– dieci minuti di filosofia: è sempre di grande effetto citare questo o quel filosofo, questa o quella teoria. Gli autori consigliati sono: Platone (già il nome incute rispetto), Kant e Heidegger (tanto non dovete mica leggerli, basterà che diciate del primo che era un ossessivo abitudinario e dell’ultimo che era un ontologo;

– dieci minuti di letteratura: di Dante bastano i versi “Amor, che a nullo amato amar perdona” e “Amor condusse noi ad una morte”. L’impatto drammaturgico sulla vanità dell’altrui è garantito. Ottimo è anche Lorenzo il Magnifico e il Werter di Goethe (anzi proprio quest’ultimo andrà memorizzato e citato con un tono teatrale). La regola rimane però quella di non strafare;

– dieci minuti di scienza (la matematica non ha importanza, nessuno mai vi chiederà di risolvere un’equazione di ottavo grado): basterà che dimostriate di sapere che esistono gli atomi, e che non confondiate il fegato con l’osso dell’avambraccio;

– dieci minuti di psicologia: le donne soprattutto apprezzano particolarmente chi dà prova di poter leggerle nell’animo. E’ voi leggetele. Piuttosto che di Freud, servitevi però di Jung, Adler e (se lo capite) Lacan: la reazione, vedrete, sarà sconvolgente;

– dieci minuti di teologia: sono indispensabili. E’ l’unico modo per convincere la vostra dubbiosa e religiosa preda che anche a Dio piace il sesso (vedi il Cantico dei Cantici).

5) Prodigarsi per guadagnare molto denaro è un’ottima cosa. Anche coloro che si dicono indifferenti in fondo lo adorano, anzi sono proprio questi i peggiori, quelli che non possono farne a meno. Leciti o illeciti che siano tutti i mezzi sono buoni. Non importa se dovrete rovinare un amico o se vi renderete responsabili di orribili delitti: l’importante è raggiungere lo scopo. Solo questo conta. In fondo voi non desiderate altro che diventare un porco e col denaro potrete finalmente realizzarvi:

– acquistando molti libri e con essi stupire la più tenace nonteladò delle vittime;

– vestendovi con un minimo di decenza. Agghindati con abiti di lusso ben stirati e lavati riuscirete forse a nascondere che in realtà siete repellenti;

– accumulando altro denaro e poi con questo altro ancora, riuscirete sempre più con le vostre squisite doti umane ad affascinare l’ingenuo e disinteressato oggetto dei vostri sogni;

6) imparare come si comportano gli individui civili è oltremodo necessario. Ma voi siete esseri vomitevoli e volete naturalmente continuare a rimanerlo. Non vi sarà richiesto di imparare l’intera arte del galateo, basterà che assumiate nei vostri quadrupedi comportamenti quelle basilari regole di decenza che vi consentiranno di stare al tavolo con le persone normali senza suscitare in esse un viscerale e più che giustificato disprezzo. A questo scopo dovrete in pubblico fare attenzione a:

– non tagliarvi le unghie al cospetto di chicchessia, e giammai quelle dei piedi. Le convenzioni sociali sono spesso esasperanti e questa forse le supera tutte in fatto di formalità. Pazienza, l’amena e gradevolissima pratica potrete comunque sempre esercitarla in privato;

– non cavarvi il cerume dalle orecchie o estrarre dal vostro organo olfattivo le severe considerazioni che elucubrate sul mondo. Quanto all’oggetto della ricerca (se proprio non siete riusciti a contenere il fisiologico bisogno), che altri chiamano chissà perché pallina, non andrà appiccicato sul bavero del prossimo, e meno che mai introdotto nuovamente per il canale nutritivo con il pur umanitario scopo di non disperdere parti tanto importanti del vostro Io;

– non sputare, né ruminare in faccia dell’altrui, scatarrando minacciosamente a destra e a sinistra il materiale purulento che vi ammorba i polmoni, dando così l’errata e preconcetta impressione al vostro prossimo di non essere poi tanto gradito;

– non togliervi in luogo affollato lo scarpone da montagna, ravanando poi nel pedalino per estrarre dai digitali interstizi il bendidio che madre natura ha posto in essi con sudata attività. 

– a tavola con l’altrui, non intestardirsi mai nella propria bocca inserendo con caparbietà la mano fino al polsino (non tanto per la di voi bocca, quanto per l’altrui persona), estraendone curiosi rimasugli di pasto;

– non offrire mai ad alcuno il proprio stuzzicadenti usato, benché nettato e ripulito con scienza certosina;

– non dare mai pubblica prova del singolare meteorismo di cui andate giustamente fieri, e della flatulenza che caratterizza da sempre il vostro simpatico carattere: non tutti sono in grado di comprendere siffatte piacevoli manifestazioni dell’Io;

– evitate di vomitare in pubblico le sette pizze divorate la sera prima e ancora pressoché intatte, raccogliendole magari in un sacchetto così da rigustarle nella solitudine del vostro primitivo abitat. Dovete rendervi conto che vivete nell’era del consumo, e pochi davvero sono in grado di apprezzare il puntiglio di una tale economica attività.

Se avrete messo in pratica le semplici regole di questa prima lezione (i perfezionisti la arricchiscano con la seconda, gli altri passino direttamente alla terza) siete a buon punto per diventare quello che desiderate. Ricordatevi che imparare ad essere ripugnanti è un’arte, e come tutte le arti richiede dedizione e sacrificio: continuate e si apriranno anche a voi le porte degli inferi (o se preferite quelle del paradiso).

Seguono:

LECTIO SECONDA (dell’arte dell’approccio e della sensuale ricercatezza estetica)

LECTIO TERZA (dell’ineguagliabile arte della menzogna)

LECTIO QUARTA (dell’amplesso – l’arte di fare l’amore)

LECTIO QUINTA (dell’arte dell’abbandono)

Tratto da Lezioni di sesso (il sesso in cinque lezioni)