ERACLITO E LA CARTA DI IDENTITA’

L’ufficiale allo sportello voleva darmi una carta di identità e con la parola identità intendeva qualcosa che non cambia, di continuativo secondo il prima e il poi. Ma l’identità mi sta stretta; ci ho messo tanto a perderla e che fa, me la ritrova un miope funzionario comunale?

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I funzionari statali sono aristotelici e forse vanno pure oltre. Non si limitano al principio di non contraddizione e di identità, la relazione che dispongono tra il prima e il dopo è più simile al principio di individuazione che a qualcosa interno alla persona o a un corpo che è in continuo divenire e mai interamente definibile, neanche nel nome. Ma col nome ci rendono individui e individuabili, ed è questo che interessa allo stato. Chiamano generalità la nostra essenza (οὐσία) o carattere anagrafico e noi dobbiamo fornirle quando sono richieste; ma è una qualità vuota di senso perché non ci definisce sostanzialmente e non costituisce quello che siamo, se non di lato; e tuttavia paternità, luogo di nascita e residenza servono a collocarci in uno spazio e nel tempo e tanto basta. Lo stato idealista (ogni stato lo è) non riconosce la categoria del singolo e del diverso, la dissolve in un’universalità che precede dando consistenza giuridica al particolare. Che in sostanza vuol dire doveri prima ancora che diritti. La specie o il genere vengono prima dell’individuo e si sostituiscono ai suoi bisogni, anche sui documenti dove quello che realmente siamo caratterizzandoci è alla voce segni particolari. Particolari, come qualcosa di accidentale e marginale, utili però a distinguere nello specifico una persona dall’altra e dunque comunque sostanziali. Giustificano con l’universalità del diritto le infinite articolazioni dei doveri. Lo dico perché ero all’anagrafe comunale e l’impiegato pretendeva le mie generalità; nome, cognome e luogo di nascita per intenderci. Come se in quelle parole ci fosse l’identità o il senso della mia vita. Io ho provato a spiegare che non sono identico, che sono e non sono, che entriamo e non entriamo due volte nello stesso ufficio comunale. Confondeva il nome con l’essenza (τί ᾖν εἶναι), che nel linguaggio aristotelico significa “ciò per cui una certa cosa è quello che è e non un’altra”. La parola essenza indica ciò che determina l’oggetto o l’individuo e corrisponde alla visione ideale della realtà determinata dalle categorie mentali; che a quanto pare non sono particolarmente articolate nei funzionari dello stato. L’impiegato chiedeva di identificarmi col particolare e dunque con quel che c’è di accidentale e contingente in me, ma che contrassegnava come qualcosa di determinante, immutabile, di significativo per distinguermi all’interno della specie o nel gruppo. E meno male che il manipolatore di paradossi sono io, più contraddittorio di così non poteva essere. Voleva l’essenza e cercavo di fargli capire che sono assenza; e questa cosa non l’ho veramente capita, pur non essendo digiuno di filosofia e teologia. Poi mi è venuto in mente Duns Scoto e ho recepito che il burocrate mi stava sostanziando teologicamente, prima che giuricamente o con categorie antropologiche. Il ragionamento sottostante doveva essere più o meno questo: le cose sono uniche e particolari nelle loro caratteristiche individuali e tuttavia hanno una natura condivisa. Piero e Luigi hanno qualcosa in comune che li distingue da tutti gli altri del gruppo, da un cane o una scarpa; ciò che li apparenta è la natura umana. Ma allora perché Piero e Luigi sono diversi se la loro essenza è la medesima e se condividono la stessa forma? Non è per la forma che si distinguono e neppure per la materia, che non è (sempre secondo la definizione aristotelica) “privazione” e “passività”, ma essa stessa è attività e si delinea secondo una specifica individualità. L’ecceità (o haecceitas) propriamente, che è la concreta individuale differenza che permette di distinguere una cosa dall’altra e per la quale ogni essere individuale è unico e originale: “La causa, non della singolarità in genere, ma di questa singolarità nella sua particolare determinazione, cioè in quanto è proprio questa (haec determinate)”; (D.Scoto, Opus oxoniense, II, distinctio 3, Questioni 2-4).

L’ufficiale allo sportello voleva dotarmi di una carta di identità e con la parola identità intendeva qualcosa che non cambia, di continuativo secondo appunto il prima e il poi, di sostanziale e che non muta nel tempo. Ho provato a contestare, l’identità mi sta stretta; ci ho messo tanto a perderla e che fa, me la ritrova un miope funzionario comunale? Gli ho chiesto piuttosto di appuntare sul documento che sono un essere in transizione, assente più che essente; in divenire se preferiva, incerto, instabile cercando una parola appropriata che fosse assimilabile dal suo stomaco peripatetico. Ma niente, non ha voluto sentire ragioni; non mi aspettavo che avesse letto Eraclito, quello non aveva neanche visto il film “L’attimo fuggente”. Funziona così in questo Paese, invece di leggere il libro i miei connazionali aspettano che esca il film. Ho rinunciato a discutere e alla sua domanda perentoria: “Lei chi è?” non ho potuto che rispondere con nome e cognome e mi sono appunto identificato (nella sostanza vuol dire che mi sono reso identico a me stesso e con quel che si aspettava lo stato per bocca dell’impiegato). Mi ha dato del polemico, ed era inutile spiegargli che la parola polemos richiama a un’armonia profonda, a una radicale e incomprensibile per lui unità dei contrari. Mi sono limitato a farfugliare il Frammento 53 di Eraclito: “Πόλεμος πάντων μὲν πατήρ ἐστι …” (“Polemos è padre di tutte le cose…”).

Voleva il mio nome, solo quello e nient’altro; come il Diavolo quando chiede l’anima, il resto non gli interessava. Perché l’anima è quella, presente, non diviene e non cambia. E’ la misura del tempo secondo memoria, intelligenza e volontà, come diceva Agostino. Facoltà che rimandano appunto a qualcosa di immobile e che rimane inalterato. Tre vite ma una vita sola, un solo spirito, una sola essenza. La memoria soprattutto in cui risiederebbe (per il funzionario agostiniano) la sostanza di quel che sono e che mi specifica come questo e non un’altra persona; ciò che nella mia memoria non ricordo, non può far parte di me o della mia identità: “Quando queste tre cose si contengono reciprocamente, e tutte in ciascuna e tutte interamente, ciascuna nella sua totalità è uguale a ciascuna delle altre nella sua totalità e ciascuna di esse nella sua totalità è uguale a tutte considerate insieme e nella loro totalità: tutte e tre costituiscono una sola cosa, una sola vita, un solo spirito, una sola essenza” (La Trinità, XI, 11-17). Avevo insomma davanti un raffinato teologo e non ci capivamo, la filosofia è un’altra cosa. Io ero Skoteinòs, oscuro per la sua logica lineare che non gli faceva concepire il panta rei (lo dico a chi non ha visto il film, “tutto scorre” secondo la formula lessicale di Simplicio in Phys., 1313, 11, rileggendo il frammento 91 di Eraclito) e quello non seguiva il mio ragionare, che alla fine era meno paradossale del suo. Avete mai parlato con un hegeliano? Spiegateglielo se ci riuscite che il divenire non è una progressiva presa di coscienza dell’assoluto, racchiuso nei limiti antitetici, quanto piuttosto risiede nella modulazione di un’identica sostanza (“Tutte le cose sono Uno e l’Uno tutte le cose”).

Nella domanda “ma lei chi è?” non c’era solo l’ordine di un pubblico ufficiale che chiedeva di indentificarmi, di rendermi identico a me stessso; c’era piuttosto la richiesta di adeguarmi all’idea universale, di riconoscermi nel genere di uomo che lo stato e il dipendente comunale avevano in mente. La carta di identità altro non fa che annullare la categoria del diverso, dissolve le alterità nell’identità. Inutile spiegargli che le cose vengono prima, mentre le parole e le idee sono mero flatus vocis; se non aveva visto il film con Robin Williams di certo non aveva letto Roscellino o Abelardo. La mia identità, il mio nome doveva essere in re o ante rem; ma io ho non ho mai assorbito quella forma di egocentrismo e non prevarico le cose; potevo parlargli di post rem, che è forse là che si trova quello che conta. Ma ho desistito, alle sue orecchie che sapevano di incenso e logica aristotelica poteva anche sembrare una cosa sconcia. In pratica, dietro quel “chi è” c’era la volontà di sostanziarmi e il discorso era profondamente teologico. Il termine essere si predica univocamente, nello stesso significato, sia delle cose create e finite, sia dell’essere increato e infinito, cioè in sostanza Dio nelle sue funzioni. Così ragionano i teologi. Ciò non significa che l’essere sia il genere più ampio che al suo interno contiene tanto Dio quanto le cose: si tratta piuttosto della determinazione comune a tutto ciò che esiste. L’essere è il primo oggetto dell’intelletto e tramite la sua azione è possibile conoscere il resto. E’ una bella idea l’ontologia, ma la vita è un’altra cosa. Rimango fermo sulle mie posizioni, gli universali sono cose da aristocratici, la realtà è fatta da enti individuali, da assenza più che da presenza, dal nulla prima che dall’essere.

Nel nome è presente il principio di individuazione, come ciò che permette ad un’individualità di presentarsi come tale; ovvero e in termini aristotelici, come sostanza singola o prima. Rimuove la tensione originaria verso il non essere che pure è sempre presente; svolge un ruolo di rilievo nel rapporto che sussiste tra forma, materia e categoria. Come ho detto si può far risalire tale principio (che con mille buone ragioni Schopenhauer identifica con quello di ragione) ad Aristotele. Il peripatetico affermava infatti che la sostanza dotata di esistenza (dunque individuabile) è solo ed esclusivamente quella singola, o sostanza prima, ossia l’individuo composto dall’unione di forma (categoria universale) e materia (che conferisce le caratteristiche individuali). Duns Scoto e Guglielmo d’Ockham sono andati però oltre. Il primo avendo una concezione realista degli universali proponeva una mediazione tra materia e forma che consentisse il sussistere della sostanza singola; la quale consisteva di una proprietà (ecceità) che doveva sommarsi alla quidditas e alla materia. Ockham sostenne più direttamente l’inutilità del principio di individuazione in quanto, da convinto nominalista, considerava l’universale come pura determinazione concettuale, mentre le uniche realtà esistenti sarebbero quelle individuali. Ma allo stato e ai suoi dipendenti a quanto pare piacciono più le parole di Tommaso, che distingueva la persona dalla natura umana: la persona è il soggetto che agisce concretamente, mentre la natura è ciò che permette alla persona di agire; ciò che caratterizza la personalità o la sostanza della persona sarebbe insomma tale sussistenza, mentre l’attività intellettuale e della volontà appartiene alla natura o essenza spirituale. Sempre secondo l’Aquinate la persona è il sussistere di una individualità umana nella sua concretezza, mentre la natura è ciò per cui una persona è un essere umano; la natura individuale si delinea come ciò per cui una persona possiede proprietà e accidenti in modo unico e irripetibile. L’identità della persona è radicata nella natura e per attuarsi deve essere sussistente e spirituale; per essere un esistente concreto, e non rimanere a livello di definizione astratta, la natura umana deve perpetuarsi in una sostanza, diventando sostanza prima. Dal momento che il soggetto sussistente è il supposito, la persona umana può essere definita anche “supposito di natura razionale”. Essendo pura forma, l’anima non è l’essere come Dio, ma ha l’essere. Non è puro essere, ma è un essere-questo, limitato e causato; eppure possiede l’essere in modo tanto immediato e diretto da trasmetterlo al corpo. Per questo Tommaso definisce l’anima spirituale “la forma sostanziale del corpo” (Summa, I, 76, 1). Come si vede sempre di idealismo parliamo, accade ogni volta che vogliamo dare un ordine logico al mondo; la pulsione al paralogismo pare incontenibile. Non diverso è il concetto di Aufhebung, che per quanto introduca un elemento vivo all’interno della rigidità dialettica, implica la tensione dei contrari, da superare però al culmine del processo la contraddizione conservandola migliorata. Tale trazione nel discorso filosofico si adatta alle intenzioni di Hegel: nel processo di sublimazione un termine o concetto è al tempo stesso conservato e modificato attraverso l’interazione con un altro termine o concetto. La sublimazione si presenta come il motore della dialettica stessa. I concetti “essere” e “nulla” sono entrambi preservati e modificati attraverso la sublimazione per dare luogo al concetto del “divenire”. Parimenti la “determinatezza”, o “qualità” e il “numero” o “quantità”, sono preservate e sublimate nel concetto di “misura”.

Il principio di individuazione non è insomma distante da quello di ragione. Se è possibile individuarsi, non è a causa della collocazione del tempo secondo il prima e il poi, ma per una particolare tensione ebbra di attualità. Ciò che è immediato è senz’altro vero, perché è conosciuto senza la mediazione intellettuale; in questo senso Nietzsche parla di conoscenza tragica contrapponendola alla conoscenza ideale, che con la logica ha legittimato la menzogna. Il principio di individuazione, in quanto artefatto, non può costituirsi come verità proprio perché non coincide con la realtà, ma con l’immagine di un sogno. L’impiegato chiedeva in sostanza di adeguarmi al suo sogno e alla mistificazione operata dallo stato, pallido surrogato di quel che è vero. Ma io sono un ente reale, non onirico, assente e non essente, attuale ma non presente, al di là di quella cosa che chiamano identità e che è solo la scoria di ciò che l’impiegato appunta nel documento secondo una successione del tempo. Qualcuno la chiama coscienza, altri con un eccesso di romanticismo coscienza infelice; ma allo stato e ai suoi funzionari non interessa la prima e chiudono gli occhi davanti all’ultima. Tutto scorre e l’Io diviene, ma non la rigidità filosofica dello stato e dei suoi funzionari.

Da La vita è una camicia stropicciata (ricettario filosofico); di prossima pubblicazione

LA VITA E’ UNA CAMICIA STROPICCIATA

Non c’è progressione nell’intenzione di ricerca, la filosofia fa vedere meglio, nulla di più: “Il mio metodo è quello di rilevare errori nel linguaggio. Sto usando la parola ‘filosofia’ per l’attività di rilevazione di tali errori” (Wittgenstein)

FACCIAMO PULIZIA

Abbiamo un’idea distorta della filosofia, come qualcosa che si esercita nelle aule universitarie e che è di proprietà di un ristretto numero di persone. Niente di più sbagliato, la filosofia non è materia scolastica, ma un naturale disporsi verso le cose, cercando di andare loro incontro, di capirle. Anche nel metodo, il rigore, la logica non mancano negli esercizi quotidiani; come quando una casalinga stira e con abitudine (e l’abitudine è una forma della logica che pone una relazione secondo il prima e il poi) piega le camicie evitando accuratamente di stropicciarle. C’è più filosofia in quelle mani acculturate nella ricerca di un ordine che in tanti libri pieni di parole ma vuoti di sostanza. E c’è anche tanta teologia; la quale mi pare serve appunto a non prendere una brutta piega. Gli adolescenti di norma sono anarchici e vestono stropicciato; a riportare decoro nei costumi con una fondazione delle regole ci pensano le mamme. Stirare equivale a prendere un concetto per renderlo funzionale all’idea che abbiamo del mondo. Talvolta a dimostrare l’esistenza di Dio o la sua immanenza nelle cose. Non sempre siamo coscienti della portata filosofica dei comportamenti ordinari, è vero. Ma nulla toglie a quel che chiamiamo filo-so-fare, che vuol dire l’amore-so-fare; seguendo un filo come in un discorso che non manca di criterio scientifico. Perché anche nei piccoli gesti, nella consuetudine di certi movimenti manuali c’è tanta impensabile episteme, come pure è epistemologia ciò che la madre insegna alla figlia nella normale istruzione giornaliera. Le cose si fanno così, perché è con quel metodo o con quei modi che si ottengono i risultati. E se il risultato è un piatto saporito o una camicia smacchiata tanto meglio; c’è della scienza anche quando si dosa il sale in una pietanza e nella quantità di sbiancante che si versa sull’indumento, e va appresa come qualunque altra disciplina. Naturalmente parliamo di svariati metodi e non di uno solo, come tutto quel che riguarda le esperienze teoretiche prodotte da una necessità pratica. La filosofia non è un insieme di verità di cui entrare in possesso o un metodo stabilito: “Non c’è un metodo della filosofia, ma ci sono metodi; per così dire ci sono differenti terapie” (Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1999, § 133). Si tratta piuttosto di indagare i modi in cui si presentano le espressioni linguistiche che articolano il mondo, educando a vederlo con perspicuità, disincanto, facendo pulizia. Avete presente quando le mamme chiedono qualcosa? Ebbene la verità già la conoscono, basta loro un’occhiata. Misurano piuttosto il modo col quale vi rapportate al mondo e che per naturale propensione all’idealismo coincide con il loro Io. Questa pluralità dei metodi risponde all’esigenza di rimanere coerenti con quel che si dice. O meglio, di rimanere fedeli alla forma di vita così com’è predisposta nell’ambiente familiare. “Dire, mi meraviglio di questo e di quest’altra cosa ha senso solo se posso immaginarmi che le cose non stiano così … Ma non ha senso dire che mi meraviglio per l’esistenza del mondo, poiché non posso immaginarlo come non esistente” (Sull’etica, in Lezioni e conversazioni sull’etica… Milano, Adelphi, 1976, pp. 1-18, pp. 13-14). Qualcosa di simile a quanto accade con la critica dell’evidenza di alcuni truismi enunciati da G. E. Moore (“esiste un corpo umano che è il corpo”, “questo calamaio è alla sinistra di questa penna”) che Wittgenstein smonta analizzando la grammatica del linguaggio. Una casalinga non dice “hai un corpo sgualcito o sporco” e meno che mai si perde in astruse considerazioni logiche. I pantaloni non sono in terra a destra della lavatrice, vanno messi dentro. Punto.

Si potrebbe dire che il discorso vale anche per tutti i mestieri e non solo quello casalingo; ma proprio non so. L’ambiente domestico mi sembra vero, legato ai nostri bisogni intimi, è lo spazio affettivo, emotivo, conoscitivo nel quale ci muoviamo con libertà di linguaggio; non è il luogo dell’Io, ma l’Io in una sua profonda dilatazione. Tra le grammatiche del quotidiano mi sembra quella più aderente alle nostre necessità epistemiche. Una casalinga che organizza la giornata della famiglia ha riti che sembrano preghiere, risolve sottili questioni teoretiche, mostra un’insolita attitudine matematica, formula giudizi analitici, risolve dubbi, la cucina assorbe gli aromi e gli odori, decora l’ambiente con il suo gusto estetico. I mestieri sono un’altra cosa, la finalità è la produzione e la vendita; nella casa alberga invece il sapere per il sapere. E questo se non ricordo male è uno dei nomi che diamo alla filosofia. Il sapere per il sapere; perché come scriveva Aristotele: “La filosofia non serve a niente; ma proprio perché libera da legami di servitù nessuna scienza le sarà mai superiore”. La filosofia non è serva (quante volte sentiamo la genitrice dire: “Non sono la tua serva”), questo è il punto; i mestieri che producono un reddito sono servili e accomodanti, complici a volte. Non tendono al bene, quasi mai hanno un rapporto con la verità e raramente producono felicità; c’è anche chi ha visto in quelle forme di lavoro alienazione e abbrutimento, autodistruzione. Ma è un’altra storia. Le mamme quando chiedono pretendono risposte, non divagano mai, hanno un metodo e si muovono in un ambiente empirico. “Il metodo corretto della filosofia è propriamente questo: nulla dire se non ciò che può dirsi … Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. (Tractatus, 6.53-7)”.

La filosofia descrive i modi con cui usiamo parole e proposizioni, poiché è a causa di un loro uso perverso che si sviluppano teoremi incapaci di dare conto della verità. La frase “il mondo non esiste”, o “il mio corpo esiste”, è impropria perché si fonda sul presupposto metafisico dell’esistenza. Parimenti quando diciamo alla mamma “nessuno”, alla sua richiesta di sapere chi era al telefono. Quel “nessuno” manca di soggettività, non è oggettivabile, è qualcosa di manifestamente metafisico, insensato sul piano delle proposizioni ordinarie del vivere quotidiano. Non ha volto ed è irritante. La filosofia deve delineare le condizioni di senso che rendono corretta una certa espressione linguistica. E il senso deve avere un nome (di quella “zoccola”, come appunto dice mamma non potendo indagare oltre).

La prima delle condizioni del filosofare è che noi parliamo in un mondo che preesiste, e rispetto al quale non ha senso il dubbio scettico, perché la sua formulazione è la prova che disponiamo di un linguaggio che ci rende partecipi di un gruppo; e al cui interno stirare camicie o fare filosofia sono attività equivalenti. Stiro ergo sum, il fondamento c’è e a una casalinga epistemica non interessa andare oltre. Contraddire una mamma comporta a vederla difendere il principio di non contraddizione con la pantofola in mano; è empirista prima che agnostica, rinunciate ai paralogismi. Perciò Wittgenstein scrive: “La mia vita mostra che so” (Della certezza, Torino, Einaudi, 1999, § 7). La conoscenza è l’espressione di quanto apprendiamo nella vita, sappiamo ciò che abbiamo imparato. La filosofia è un modo di osservare, guardare. spiare anche dal buco della serratura. Disciplinare la descrizione dell’esperienza, darsi regole non significa costituire una precettistica. Le stesse definizioni che Wittgenstein ha elaborato, quali il gioco linguistico e la forma di vita, mutano di senso a seconda del contesto d’uso in cui vengono adoperate. Non diversamente da una casalinga ha infatti ripulito la filosofia da ogni ambizione fondante. La filosofia non fonda e non istituisce, mostra il modo in cui il pensiero può articolarsi, ma non cosa deve pensare; è una filosofia del come, non del che cosa. Alle mamme interessano i risultati, non danno un metodo di studio al figlio quando fa i compiti. Si limitano a chiedere il giorno dopo, quanto ti ha dato la maestra? E non è proprio un chiedere, perché la domanda è analitica e sintetica. D’altra parte, le cose si propongono immediatamente allo sguardo e ricercare una spiegazione dietro l’apparenza significa compiere un’opera di mistificazione, la ricerca delle cause e dei principi primi è un esercizio come si è detto metafisico. Le mamme indagano, questo sì; ma si limitano ad osservare la forma secondo cui avviciniamo le cose, le quali appaiono e si presentano per come effettivamente sono. I pantaloni sono rotti e vanno rammendati, il bambino al limite si rimprovera ma raramente mi è capitato di sentire chiedere “com’è successo?” Non c’è progressione nell’intenzione di ricerca, la filosofia fa vedere meglio, nulla di più: “Il mio metodo è quello di rilevare errori nel linguaggio. Sto usando la parola ‘filosofia’ per l’attività di rilevazione di tali errori” (Wittgenstein, Lectures, Cambridge, 1932-1935, pp. 27-28).

Veniamo ora al succo del discorso, anzi al frullato che all’animale casalingo piace di più. La filosofia è un’attività terapeutica e nel concetto di terapia sono presenti l’educazione e le regole. Come quando le mamme dosano il detersivo per il bucato, parimenti ripuliscono “Le parole dal loro uso metafisico al loro uso corretto nel linguaggio” (Filosofia, Roma, Donzelli, 1996, § 88). Come si arrivi a dare una presentazione perspicua dei fatti linguistici e antropologici, non è però immediatamente chiaro neanche a Wittgenstein. Se infatti afferma già dal Tractatus che la filosofia deve ripulire linguisticamente il pensiero e non formulare teorie sul linguaggio, per mostrare che alcune proposizioni filosofiche non sono fondate, occorre prima aver puntualizzato come funziona il linguaggio, e cioè avere elaborato una teoria. E tuttavia proprio l’elaborazione di una teoria del linguaggio è insensata nel momento in cui si ipotizza la sua essenza. Wittgenstein risolve il paradosso intendendo la filosofia come un’attività che procede con l’esibizione di esempi di costruzioni semantiche che affidano al lettore il compito di pensare per conto proprio (Filosofia e Ricerche filosofiche).

In qualche modo la casalinga costruisce un linguaggio e quello finisce per ordinare il mondo. Un mondo domestico, familiare e pulito; non ragiona in termini metafisici o immaginari. Non costruisce illusioni, afferra piuttosto il desiderio (perché è di quello che parliamo quando pronunciamo la parola filosofia), lo porta dove non possa far danni facendolo esplodere altrove, proprio come fanno gli artificieri. Le illusioni sono metafisica, non come la intendeva Aristotele però. La “meraviglia” con cui comincia il suo Libro è desiderio (ορεγονται) e il desiderio è rivolto alle cose naturali (φυσει). La natura aristotelica è qualcosa di aderente alla vita, al di qua del nomos. Come ho detto sopra, la filosofia non è materia scolastica, ma un naturale disporsi verso le cose prima che alle idee. C’è anche un altro elemento interessante nell’incipit aristotelico, Παντες ανθρωποι, tutti gli uomini, nessuno escluso tendono al sapere, a meravigliarsi, a desiderare. Le mamme lo sanno bene, basta loro un’occhiata sull’epidermide del figlio. Anche nelle illusioni il desiderio è presente, ma è un desiderio povero, falsamente votato all’educazione, detonato in quel che conta. Non nasce da un bisogno filosofico, ma dalla necessità di ordinare i capricci e gli stropicciamenti della vita. La filosofia non si occupa di capricci e non ama l’ordine pur mettendo in ordine; le mamme non vendono fumo e si arrabbiano anzi se fumiamo. Dove c’è ordine non può esserci meraviglia. Ed è questo il punto: il disordine è necessario alla sua esistenza di domestico filosofico, pur tra mille lamentele e la minaccia del battipanni. La camicia stropicciata è la ragione e il senso del suo ragionare con le mani e con la scopa. Non per niente Wittgenstein scriveva che: “Il lavoro filosofico è propriamente … un lavoro su se stessi. Sul proprio modo di vedere. Su come si vedono le cose e su cosa si pretende da esse”. E quello che desidera una casalinga filosofica è una camicia e una vita stirata.

Di prosssima pubblicazione

MEMORIE DI UNO SMEMORATO

Certe malattie sono un problema più per il medico che per il malato. Così per non deluderlo fingevo una sofferenza che non provavo.

La mia assenza della memoria era assenza di Dio. Adesso erano tranquilli, avevo anche io la mia croce e potevo esercitare la sua volontà, non la mia. Mi avevano dato una guarigione di stato. (Memorie di un ex smemorato).

Un giorno cominciai a ricordare e mi dimisero. La libertà i medici la chiamano dimissione. Questioni semantiche, ma detta così fa meno paura. Insomma mi misero in libertà proprio quando riuscirono a sistemare le briglie. Ricostruendo l’Io, mi avevano finalmente dotato di uno di quei cosi elettronici che controlla i detenuti fuori dalla galera, unica libertà concessa dallo stato. Dicevano che ero guarito perché avevo un passato, ma il mio disgusto cresceva. Si erano presi cura di ciò che a loro faceva paura, non della malattia.

Mi chiusero in una cella con un altro smemorato. Vi farete compagnia, dicevano. Come compagno di disavventura mi avevano dato uno affetto da TGA, quindi un altro vuoto, anche più grande del mio. Smarriva il presente con la frequenza di un battito di ciglia. La cosa divertente era che si presentava ogni dieci minuti. Lo invidiavo per quel suo nascere e morire ad ogni istante.

Certe malattie sono un problema più per il medico che per il malato. Così per non deluderlo fingevo una sofferenza che non provavo.

Lei soffre di amnesia, diceva il medico. Veramente io non soffro, è a voi che rode il culo. Non la voglio la vostra memoria. Ho rotto la catena dei significanti, perché si ostina a tenermi nella caverna?

Più di tutto mi impegnavo a non ricordare il mio nome, lo vivevo come un marchio d’infamia. Ho sempre avuto l’immagine di una scolaresca all’appello ogni volta che mi sentivo chiamare, e sempre mi veniva di rispondere “assente!”. Non ero smemorato, mi ero assentato.

Avevo dimenticato tutto. Non solo Dio, che non avevo mai incontrato. Ero come uno straniero in una terra sconosciuta. Guardavo la mia gente, quella che mi avevano fatto credere fosse a me simile per abitudini e cultura, arraffare, delinquere anche nelle piccole cose, per poi smoccolare veleno contro chi la amministrava. Non era amnesia, era disgusto per questi esseri dissimili e difformi. Scordavo finalmente le mie radici e la nausea che mi procuravano.

L’uni-verso è una strada piena di divieti di accesso, con quei cartelli blu e freccia bianca che obbligano a viaggiare in una sola direzione. Io avevo preso la vita contromano. La chiamavano amnesia e invece soffrivo di una banale apostasia.

La violenza comincia quando al nostro Io viene dato un nome. Col nome diventiamo una persona e nello specifico quella e non un’altra persona. Come individui ci rendono appunto individuabili. Ho provato a spiegarlo al funzionario che era venuto a censirmi, che sono e non sono, di incasellarmi come un essere in transizione, incerto, instabile se preferiva. Ma pare che lo stato non riconosca la categoria. L’impiegato ragionava col principio di identità. E io un’identità proprio non l’avevo.

Quante piccole improbabili identità. L’identità presuppone un Io sempre uguale a se stesso. Ma io non sono sempre uguale, io divengo.

Ho un’intolleranza all’Io, mi provoca aerofagia. La causa della mia amnesia si trova nella pancia, non riesco proprio ad assimilare un’identità.

Desideravo un rapporto tautologico con me che non fosse onanismo.

Facevo indigestione dell’Io. E stavo male. Di troppa identità si muore.

Ogni volta che mi radevo affondavo il rasoio e mi procuravo piccoli tagli. Cercavo nelle gocce di sangue qualcosa che mi facesse sentire vivo e nel dolore di ricordare quella parte di me che non riuscivo a vedere. E più premevo la lama, più il bruciore esasperava una memoria nella carne. Credo fosse un modo per sottrarmi, per un istante solo, a un presente che era fatto di niente.

Mi guardavo lungamente allo specchio, specie al mattino. E non mi riconoscevo, non vedevo niente alle spalle di quell’uomo, c’era solo un incomprensibile presente. Cercavo la storia, la vita in quel volto incupito come da un dolore appena sfiorato. Sembrava sgombro di tutto, anche da se stesso. Mi piaceva, per carità ma avrei dato non so cosa per un ricordo. Non avevo memoria di nessuno spasmo; avevo davanti il nulla e, questo sì, che mi spaventava.

Ogni volta che vado all’anagrafe mi prende l’ansia. La carta di identità in particolare. Ci ho messo tanto a perderla un’identità e che fa, me la ritrova un triste funzionario comunale?

Mi sono perso non so quante volte. Mi perdevo perché non avevo nulla da cui tornare, non trovavo nemmeno la strada di casa. Una casa è fatta di ricordi prima che da muri. E la mia era vuota, non l’avevo riempita d’amore, non ne ero capace. Mi allontanavo da me stesso e mi cercavo altrove. Non avevo dimenticato, la realtà è che non avevo proprio vissuto. E forse avevo anche cessato di esistere. Il dottore mi guardò appena, ma non negli occhi, e scrisse su un foglio amnesia dissociativa generalizzata.

Non avevo niente, solo silenzio. Il vuoto nella memoria acuiva il mio sentirmi altrove. Ero come su un’isola, ed ero solo. Non mi lagnavo, ondeggiavo anzi su una zattera piuttosto comoda. Il vociare della gente, quello sì che mi infastidiva, pareva un inutile bla bla. Ci ridevo pure delle facce che vedevo, con quelle cupe espressioni di finta allegria. Come quando in un film sfasi le immagini dalle parole; una cosa comica appunto. Sentivo di bambini che esaurivano mamme già esaurite, uomini alle prese con disturbi ordinari, che sono fastidiosi proprio a causa dell’abitudine e dell’immancabile ripresentarsi a ogni maledetto giorno. Cosicché manco la notte li lasciavano riposare, pensavo, in attesa di vivere la stessa giornata, sempre e solo quella. Ecco il vantaggio di essere rimasto senza memoria, ogni giorno per me era comunque nuovo. La chiamavo vita questa cosa e per loro era invece una malattia.

Non ricordavo nulla. Prima dimenticavo e basta. Le chiavi di casa, la macchina, il volto del vicino che mi ostacolava il passaggio sulle scale, con quell’alito acre e violento che rendeva sgradevole il buon giorno, chiedendomi chi davvero fosse. Poi ci ho preso gusto e la cosa ha cominciato pure a piacermi. Entravo in una stanza, in un locale e non riconoscevo le pareti, le facce, le voci, gli odori. Era come ricominciare ogni giorno, libero dai tegumenti familiari. La sensazione di vuoto però la ricordo, e cercavo di tornare sui miei passi, interrogandomi su quante volte ero passato per quella via. Ma anche la pace che quell’assenza mi dava. Mi sentivo bene, alla fine. Senza vincoli, amici, colleghi, costrizioni parentali. E vivevo, per la prima volta, con una leggerezza che non conoscevo. Avevo lasciato il mio Io da qualche parte e non lo cercavo e non volevo trovarlo. Ero felice, il resto non m’importava.

Dai FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO

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ALLA PAGINA

IL CORPO DELLE DONNE E L’AMORE

E QUANDO LA CHIAMI, “FALLO” COME FOSSE UN FAVORE
Lacan sposta la differenza, l’alterità, la frammentazione e l’assenza dell’Altro nel corpo femminile. Non come una traccia con uno spessore ontologico, ma in quanto ricettacolo dei significati che lo abitano nella relazione con l’Io maschio (“l’Altro nel mio linguaggio non può dunque essere che l’Altro sesso”). Spostando il non-essere-l’Io nell’altro sesso prova a riempire l’assenza di un codice significante che finisce per trasformare il corpo femminile in un luogo simbolico. Lacan introduce una relazione tra il campo del linguaggio e il campo del piacere. Definisce il corpo femminile per privazione e nella mistica data al significante sessuale che lo contrassegna, ripropone lo schema della teologia negativa, riconoscendo un valore a questo corpo svuotato per contiguità a quello del maschio. Lo fa portando la questione sul binario apofantico del “non altro non è altro che il non altro”. Crea in sostanza un simulacro dell’essere non come assenza ma in quanto essenza e ribadisce la sua inconciliabilità col non essere (ripetendo per via negationis l'”io sono colui che sono”). Il significante fallico è quello che fornisce l’identità; Lacan insiste nel sostenere la continuità tra il fallo e il padre. Sarebbero questi significanti a dare un’identità al soggetto femminile presentato come assenza, vuoto, mancanza di significante priva di identità. Nella sua mistica del corpo che concentra e riassume l’Io nel significante nel fallo, sottolinea che il percorso della sessualizzazione femminile sia più complesso rispetto a quello del maschio. Il bambino subisce una primaria e immediata assimilazione, mentre il significante fallico non è in grado di identificare ricomponendolo il corpo della donna. Tale compromesso non consente, sempre per Lacan, l’accesso alla femminilità e mantiene la bambina prigioniera di un’immagine idealizzata della madre. Dalla coscienza di questa assenza si genera il senso della castrazione come qualcosa di decisivo che potrà in futuro fornire lo schema alla depressione, all’angoscia, alla malinconia. Il punto è questo: per Lacan la bambina nella castrazione materna sperimenta che il significante fallico non può darle nessuna identità.

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Cosa che rende le donne più fragili, ma anche predisposte ad accogliere i significanti. La tesi secondo la quale nella sessualizzazione femminile manchi il significante dell’identità unitario (come se fosse disposta a subire processi di frammentazione) appare gretta, limitativa nei confronti della donna come soggetto politico e dimostra la natura reazionaria di certa autorevole psicoanalisi. In queste considerazioni si sente l’eco della formula aristotelica: “la donna è inferiore per natura”. Se anche fosse, la frammentazione dell’Io a cui è predisposta la donna rimane comunque qualcosa di fecondo; in quanto dotata di un corpo esposto alla dissacrazione cultuale, si rivela in un ordine più sacro. Sotto il principio unificante si muove una tensione, un decentramento su cui l’Io si regge con le sue rappresentazioni. Il linguaggio inteso come struttura organizzante è disturbante, non appartiene al soggetto, lo tiene in ostaggio e appare libero solo nell’erosione dei significati. Il linguaggio mantiene il corpo sotto dittatura, lo rende vittima di una sottrazione originaria. E’ il vuoto, l’assenza prima della presenza che muove alla parola, non l’essere. Per Deleuze la rivolta della carne si esprime in un corpo senza organi; il desiderio la ripercorre emancipandolo dalla stupidità dell’identità come conseguenza della presenza fallica. La tesi secondo la quale le donne siano maggiormente portate a metamorfosi identificatorie, perché mancanti della funzione strutturante unitaria, si rivela una visione sessista e culturale prima che scientifica. Ma Lacan con la sua autorevolezza ci ha abituati anche a questo. Il significante fallico non promuove uno schema unitario solido. Se la bambina si libera dalla madre fallica, il confronto con la madre rimane il confronto con una mancanza e non con un segno che indica un percorso. Per questo Lacan afferma che l’Altro è l’Altro sesso. Non esiste un Altro in grado di dare stabilità al soggetto, esiste piuttosto l’Altro sesso come prova dell’inesistenza dell’Altro, come ciò che mostra la mancanza radicale dell’Altro. La donna considerata nella sua mancanza fallica, come vuoto, ha subito per lungo tempo una degenerazione simbolica e ha portato a uno squilibrio nel discorso amoroso, dando il compito all’uomo di completarla nell’assenza. C’è qualcosa di chiesastico e di profondamente reazionario in questa presa di posizione. Diceva una canzone famosa: Prendi una donna e trattala male … non farti vivo e quando la chiami “fallo” come fosse un favore. Ecco che ricompare il fallo nel discorso a completare la catena significante. Il problema è più complesso e va davvero al di là dei segni che abitano il soggetto, nella incapacità che ha la struttura simbolica del corpo di dare una consistenza ontologica al vuoto, al nulla, alla mancanza e al non essere; di cui il corpo femminile abitato dall’assenza sembra concentrare i contenuti. In “Nietzsche e la filosofia” e “Differenza e ripetizione”, Deleuze si oppone al dispotismo dell’unità e dell’identità, propria della tradizione metafisica a partire da Platone, riconoscendo il molteplice, il diverso, il divenire come un valore. Nell'”L’Anti-Edipo” formula la sua accusa nei confronti della psicoanalisi, biasimandola di contribuire alla repressione sociale. Il desiderio è costruttivo per Deleuze; gli uomini come le donne sono “macchine desideranti”, flussi di desideri privi di confini tra soggetto e oggetto. Alla produzione desiderante, che si determina in maniera polimorfa e disordinata, si oppongono forze antiproduttive, che esacerbando le paure intrappolano i desideri. In particolare la schizofrenia in questo contesto si presenta come una richiesta di libertà. Il “fuori” non appartiene al sistema organico lacaniano. E’ il pensiero dell’Altro ma anche (ed è in questo che Deleuze prende le distanze da Lacan) dell’altro da sé, che il piano della schizo-analisi ha sottolineato come “l’antilinearità della ragione che porta allo sdoppiamento della coscienza”. La posizione di Deleuze apre l’essere alla possibilità dello “straniero” come figura determinante per lo stesso ordine dell’Io; i “personaggi concettuali”, come li chiama, sono lo straniero attraverso il quale il soggetto individua nell’altro il proprio divenire nell’alterità. Idolatrato della contemporaneità l'”io sono colui che sono” diventa una regola che fa un simulacro della presenza. Il qui e ora che soddisfa le pulsioni, il desiderio mercificato reso appetibile e immediatamente consumabile. E’ il tratto schizofrenico della collettività, che pone il soggetto alienandolo nella dimensione patologica quotidiana, rendendolo fluido per l’assenza di una presenza che desidera l’unità negandola. E dunque il discorso amoroso così impostato, invita l’uomo a prendere una donna e a trattarla male, abituandolo al “fallo” e come se fosse un favore.

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L’ARCHETIPO E LA FAVOLA

LE FAVOLE DELLA PSICOANALISI

Accanto all'inconscio personale, inteso come rimosso e sede dei complessi, Jung individuava un inconscio collettivo composto da archetipi, che sono i modi con i quali funziona la psiche in profondità. Se tali funzioni (funzioni più che immagini perché precedono la loro formazione) invadono la coscienza senza un filtro possono risultare numinosi, ossia far vivere esperienze intense e significati; altrimenti danno luogo a fenomeni dissociativi e distruttivi. E' nella fiaba come nel sogno che gli archetipi irrompono e danno forma alle rappresentazioni. La fiaba (più che la favola) racconta il percorso attraverso il quale la mente giunge alla sua maturazione, liberandosi dai complessi che la mettono alla prova (gli ostacoli, le lotte, le sfide), attraverso la funzione archetipica (un oggetto magico nelle storie o un feticcio animato nella vita del bambino) che invece di annientarla finisce per fortificarla. La sequenza è piuttosto lineare e ordinata. Nella fiaba gli eventi si dividono in quattro momenti. Il primo racconta il luogo, il tempo, i personaggi principali, l'inizio dell'azione. Il secondo la vicenda nella sua dinamica avventurosa. Il terzo la crisi, in cui il protagonista si trova di fronte a situazioni in grado di annullarlo. In ultimo la ''lisi", in cui il protagonista trionfa. Per Bettelheim il bambino non è un soggetto passivo rispetto alla storia ma partecipa attivamente con le sue emozioni e la fantasia, avverte che è un racconto che lo riguarda in profondità. Attraverso l'identificazione con i personaggi riesce a superare le situazioni conflittuali e angoscianti; si libera dai sentimenti aggressivi e dallo stato di impotenza, in qualche modo nasce alla vita adulta. La componente trasgressiva è un elemento fondamentale nella favola come nella fiaba, ed è una tappa naturale nella crescita di un individuo. Si tratta di deviare da un sentiero segnato da istanze superegoiche non ancora assorbite dalle figure di riferimento adulte. Nell'infanzia il Super Io è debole e viene aggredito dall'Es; Pinocchio si sottrae agli ammonimenti della fata e di Geppetto, Cappuccetto Rosso a quelle della Madre. Padre e Madre non sono sufficientemente inglobati e quindi ancora inconsistenti nella mente del bambino. La trasgressione è una specie di immersione nell'inconscio personale e una protesta al mondo adulto che non riesce a integrare, nella quale percepisce i conflitti interni personificati in immagini che provocano paura e panico. Ma è anche un tentativo di liberarsi dalle catene della lingua e dalle regole come sono espresse dalla letteratura quando invadono la vita intima. Si tratta di un'esperienza intensa e paurosa e il bambino avverte i pericoli; la paura è un modo per comprendere, quel che non ha forma assume un contorno e la paura viene almeno in parte detonata. L'immersione conduce poi a un ritorno all'inconscio extrapersonale collettivo. Nel sogno come nella fiaba il bambino sperimenta la forza distruttiva o creativa degli archetipi. In Pinocchio c'è l'incontro con Mangiafuoco, poi il viaggio nel Paese dei Balocchi, viene quindi inghiottito e incorporato, si immerge nella pancia della balena. Cappuccetto Rosso è ingoiata dal lupo, Cenerentola deve ritornare dalla matrigna. Se il bambino fa un bagno nell'inconscio personale, il contesto immaginario risulta ansioso; mentre l'immersione nell'inconscio collettivo porta in situazioni estreme, angosciose e depressive. Il limite è quello. L'ansia vissuta dal protagonista e in cui si identifica il bambino è uno stato d'animo suscitato da eventi che non riesce a integrare, prima che da draghi o orchi, e rappresenta una reale minaccia per l'Io. Si tratta di una paura senza l'oggetto, paura della paura; quel cieco sentire che afferra Pinocchio (che infatti è pieno di presentimenti negativi) prima di partire per il paese dei Balocchi, o quello che prende Biancaneve quando si avventura nel bosco. Nella sua profondità la paura è attesa e l'attesa è uno dei modi in cui si presenta l'angoscia. L'incomprensibilità che sta nel fondo scaturisce da stati d'animo ambivalenti; è un elemento fondamentale, nella narrazione tanto nella psiche, quanto da presentarsi praticamente in tutti i racconti per l'infanzia, ma anche nella mitologia e in buona parte della letteratura. Nell'immersione i protagonisti incontrano figure fantastiche che sono elementi interni alla mente, non proiezioni ma reali presenze con cui viene in contatto: i complessi dell'inconscio personale e gli archetipi dell'inconscio collettivo. Il Grillo Parlante non è una rappresentazione del Super Io, ma la voce della coscienza in conflitto con i desideri del butattino; il Gatto e la Volpe (l'ultima in particolare, sotto la quale si nasconde la strega, come avverte Von Franz) immagini archetipiche dell'ipocrisia, dell'astuzia e della cattiveria. In Hansel e Gretel i genitori sono figure divoratrici; le sorellastre di Cenerentola, l'Ombra che viene proiettata dalla sfera inconscia. In Cappuccetto Rosso il lupo è l'archetipo della malvagità e incarna l'immagine distruttiva o autodistruttiva. Il pericolo reale non è l'aggressione del Lupo, ma la personalità del bambino che può soccombere, divorata dall'inafferrabilità di fenomeni contrastanti o fagocitata dalla personalità degli adulti, diventando ritorsione e autodistruzione. La repressione diventa perversione, poi masochismo o sadismo a secondo delle situazioni. Si tratta di una trasformazione radicale del protagonista del racconto, non sempre lineare e ordinata come analogamente accade nel sogno. Il Brutto anatroccolo diventa un cigno, Pinocchio un bambino, Cenerentola e Biancaneve principesse. The Uses of Enchantment. The Meaning and Importance of Fairy Tales, A. Knopf 1976 (tradotto in italiano con il titolo Il mondo incantato), di Bettelheim è il libro da cui partire per una lettura psicoanalitica delle fiabe. L'autore sottolinea che le versioni originali delle favole, in cui erano ancora presenti gli elementi crudi e violenti, permettevano ai bambini di rappresentare i conflitti con maggior intensità. Le interpretazioni, che risalgono alla prima topica freudiana risultano certamente schematiche, ma di un certo interesse rimangono le considerazioni sulla coppia narratore e ascoltatore. Per Bettelheim: “Il processo inizia con la resistenza ai genitori e con la paura di crescere e termina quando il ragazzo ha realmente trovato se stesso, ha raggiunto l’indipendenza psicologica e la maturità morale e non vede più l’altro sesso come minaccioso o demoniaco, ma è capace di entrar e in relazione con esso”. Emblematica è la storia di Rapunzel dei fratelli Grimm. In Raperonzolo si legge che la maga rinchiude la bambina (Raperonzolo appunto) nella torre quando aveva poco più di dieci anni. Difficile non rinvenire nella vicenda il paradigma di un’adolescente e di una madre gelosa che ostacola la crescita della figlia. Così scrive lo studioso austriaco: “Un bambino di cinque anni ricavò una rassicurazione completamente diversa da questa storia. Quando seppe che sua nonna, che accudiva a lui per la maggior parte della giornata, sarebbe dovuta andare in ospedale perché gravemente ammalata … chiese che gli fosse letta la fiaba di Rapunzel. In quel momento critico della sua vita ... [prese conforto dal] fatto che Rapunzel trovò i mezzi per sfuggire alla difficile situazione nel proprio corpo, ovvero con le trecce che il principe usò per arrampicarsi fino alla sua stanza nella torre. Che il proprio corpo possa fornire a una persona il sistema per salvarsi lo rassicurò con l’idea che anche lui, in caso di necessità, avrebbe analogamente trovato nel suo corpo la fonte della sua sicurezza”. Semplificando, così come fanno le favole, i problemi fondamentali si presentano in modo chiaro e conciso, comprensibile al linguaggio infantile. Ed è forse questo il loro carattere deleterio; non c'è sforzo o articolazione nella comprensione, creano dicotomie rigide su base emotiva e non secondo ragione. La ragione subentra posteriormente quando è oramai contaminata dalla morale. I caratteri dei personaggi sono nettamente spiegati, il dualismo bene-male pone il problema morale e richiede uno sforzo affinché possa essere superato. Non più secondo ragione però, ma sulla base di una tensione interna; la paura domina nella scena e muove organizzandola la psiche del fanciullo. La regola è salvarsi la vita, la comprensione dei fenomeni non può che essere subordinata e successiva. Per quanto l’eroe risulti come esempio al bambino, permettendogli di identificarsi in un personaggio positivo affrontando e vincendo prove pericolose, la morale compensata con la lotta e la vittoria tende a prevalere sul principio di ragione e ancor di più sul contenuto letterario. Ed è questo il limite della favola, la comprensione morale si sovrappone a ogni altra. La paura assorbe il campo e non lascia spazio ad altre considerazioni oltre quelle brutalmente contingenti. I personaggi delle fiabe non sono mai ambivalenti, buoni e cattivi allo stesso tempo, come invece accade nella realtà. La scelta è obbligata, fa in modo che non si possa articolare il racconto e il lieto fine è pressoché scontato; ragione per cui risultano dannose per la crescita, in quanto limitano fortemente il campo dell'esperienza e delle emozioni. Pur precisando che per Bettelheim “Il succo di queste fiabe non è propriamente morale, ma piuttosto la fiducia di poter riuscire”. Raperonzolo è una fiaba europea, pubblicata dai fratelli Grimm nella raccolta (Kinder und Hausmärchen, 1812-1822). Il nome della protagonista dipende dal fatto che quando la madre era rimasta incinta venne presa dal desiderio di mangiare i raperonzoli che crescevano nell'orto della vicina, la strega Gothel. La vicenda può essere ricondotta alla figura mitologica di Danae. Ne Lo cunto de li cunti (1634), noto come Pentamerone, di Giambattista Basile si trova la fiaba Petrosinella, che narra una storia simile. Basile racconta di una donna gravida che desidera il prezzemolo (da cui deriva il nome di Petrosinella, nel dialetto campano) che si trova nel giardino di un’orchessa. Il mostro la cattura e in cambio della vita ottiene la promessa della bambina una volta nata. Tutto questo avviene ovviamente con un linguaggio elementare ma profondo, non sempre accessibile alla coscienza vigile; si tratta di una simbolizzazione. Per l’analisi delle fiabe da un punto di vista psicoanalitico, a parte il libro di Bruno Bettelheim, risultano esaustive anche alcune pagine di Melanie Klein e di Erich Fromm. Di particolare interesse sono le considerazioni della Klein in merito alla posizione depressiva e schizoparanoide: i personaggi non sono buoni e cattivi nello stesso tempo; è l'ambiguità a provocare uno sforzo di comprensione e uno scollamento della personalità. La polarità del carattere permette al bambino di comprendere la differenza tra un modo e l'altro, ma disturba il suo campo cognitivo. Il bambino si identifica facilmente con i personaggi che suscitano la sua affezione (solitamente i buoni) e decide a sua volta di essere buono. Nell'identificazione la domanda che si pone non è “desidero essere buono?” ma “chi voglio essere?”. Non è la virtù a fare buoni ma l'imitazione di un eroe con i caratteri della bontà; diversamente è richiesta una capacità astrattiva, che di norma manca al bambino. Proiettando se stesso nel personaggio il meccanismo dell'interiorizzazione completa la formazione della sua personalità. La simbolizzazione è necessaria come mediazione con in linguaggio cosciente e la rappresentazione è una forma di simbolizzazione necessaria alla comunicazione con la parte in Ombra della personalità. Non va interpretato al bambino il significato della storia: “E’ sempre un atto di invadenza interpretare i pensieri inconsci di una persona, per rendere conscio ciò che desidera mantenere preconscio, e questo è particolarmente vero nel caso del bambino”. La mamma non deve mostrare al bambino che conosce i suoi pensieri intimi; la spiegazione distrugge l'incanto, trascina nella realtà e non permette di fantasticare. La fantasia è una forma di libertà, anche dei pensieri. L'antropologo russo Vladimir Propp nel suo saggio Morfologia della fiaba (1966) ritiene che tutte le fiabe presentino elementi comuni, ovvero una stessa struttura che ritrova al suo interno i medesimi personaggi che ricoprono le stesse funzioni in relazione allo sviluppo della storia. In particolare la fiaba presenta un equilibrio iniziale (inizio), la rottura dell'equilibrio (avventura) seguita dalle peripezie del personaggio principale, per giungere a un ristabilimento dell'equilibrio (conclusione). Questo schema universale fa da cornice al processo di simbolizzazione all'interno della fiaba perché il contesto stesso della fiaba è simbolico: il simbolo viene rinforzato dalla struttura della fabula proprio perché è comune in tutte le fiabe. Attraverso la via dell'immaginario, favole e fiabe accomunano civiltà e culture lontane, dimostrando come in esse sono assorbiti gli elementi dell’inconscio personale e gli archetipi di quello collettivo. 

Quando si parla di favole e fiabe è anche inevitabile il confronto col mito, ma i processi identificativi risultano più complicati: se il mito, come la fiaba, può rappresentare un conflitto interiore in forma simbolica e suggerire la soluzione, presenta la storia in una forma colta spesso inaccessibile alla lingua e alla fantasia del bambino. Da un punto di vista propriamente psicoanalitico i miti sono collegati alle richieste del Super Io e raccontano il conflitto con le esigenze dell’Es e quelle di autoconservazione dell’Io. Sono rappresentazioni distanti e ricordano il rigore della censura o dell’imperativo morale. La favola, diversamente dal mito, non pone richieste, non produce un senso di inferiorità, stimola anzi una certa reazione. Attraverso esempi tratti dalla letteratura popolare, Bettelheim dimostra come il messaggio di queste storie domestiche aiuti a superare l’angoscia di essere piccoli in un mondo di grandi. Ed è per questo che risultano convincenti. Il pensiero del bambino è animistico (picchia la sedia su cui ha sbattuto, parla con la bambola); non ci stupiamo che il vento e gli animali parlino, o che un uomo si trasformi in un asino, poiché la separazione tra organico e inorganico non è ancora definita come nel mondo degli adulti. Le fiabe evocano situazioni che permettono al bambino di affrontare ed elaborare le reali difficoltà della propria esistenza; sono utili perché aiutano a tradurre in immagini visive gli stati interiori, danno un volto a quel che non ce l’ha. La fiaba intrattiene però il bambino, lo afferra come i gendarmi delle storie e lo costringe a riconoscersi in un contesto elaborato da un mondo adulto. Favole e fiabe sono scritte dai grandi e l’inconciliabilità con il mondo dei bambini è evidente, non possono che esercitare una qualche violenza. Doverosa certo, ma incontestabile. Il processo evolutivo del bambino inizia con la resistenza ai genitori e con il timore di crescere, e termina quando ha realmente trovato se stesso raggiungendo la stabilità psicologica e la maturità morale. Questi racconti danno voce a problemi umani rilevanti (il bisogno d’amore, il sentirsi inadeguati, l’angoscia dell’abbandono, la paura della morte), scarnificando le situazioni, separando il bene dal male distinguono in modo chiaro quel che nella realtà è confuso e parlano al bambino dei problemi che lui stesso avverte come angoscianti e ne prospettano le soluzioni. Soluzioni adulte naturalmente. Le storie accettano a livello della consapevolezza le pressioni dell’Es, e indicano i modi per soddisfare il piacere in accordo con le esigenze dell’Io e le intransigenze del Super Io. Il bambino ha bisogno “di ricevere suggerimenti in forma simbolica riguardo al modo di affrontare questi problemi”. Diversamente, quando i contenuti nascosti vengono negati, se non hanno accesso alla coscienza, oppure se vengono controllati o oppressi, la personalità subisce un danno. Il piacere ha una sua legittimità riconosciuta anche dagli adulti, incistare la dinamica Io-Es vuol dire produrre una personalità sofferente e problematica; le fiabe offrono una via di fuga all’adulto che le racconta e una certa soddisfazione al bambino che le ascolta. E’ fondamentale che un parte del sottosuolo possa affiorare alla coscienza e venga rielaborata attraverso l’immaginazione, perdendo parte della sua pericolosità. Bettelheim era critico sul fatto che al bambino debbano essere presentati soltanto le realtà positive. Il bambino non è un extraterrestre, deve fare i conti anche con la propria parte oscura, l’Ombra, con l’aggressività, l’odio, l’ansia, la rabbia maturando il coraggio per affrontare le difficoltà. Le difficoltà spesso le creano più o meno consapevolmente gli adulti, e una di queste è la sessualità.

Se è evidente la presenza di contenuti sessuali nella storia, le interpretazioni spesso discordano. Alcuni autori si sono spinti fino a rinvenire nei racconti la prostituzione. La fiaba potrebbe essere intesa come un'esortazione a non esercitare la professione. Il tema della ragazza nel bosco in molte culutre viene associato alla prostituzione; nella Francia del XVII secolo la mantellina rossa era veniva indossata dalle meretrici e le lupae dell'antichità dovevano portare un drappo rosso. Il rosso rappresenterebbe le mestruazioni e l'ingresso nella pubertà (simboleggiata dalla foresta) mentre il lupo, l'uomo era visto come l'aggressore da cui guardarsi. Ma, pur non mancando l'erotismo nelle storie popolari, sono considerazioni che lasciano il tempo che trovano, frutto come si vede di una certa morbosità e di un gretto intellettualismo da parte degli adulti. 
Un aspetto invece interessante è l'antropofagia. La fiaba ha originenel contesto europeo piegato dalle carestie, durante le quali non erano infrequenti i casi di cannibalismo (emblematiche sono la carestia del X secolo e la grande carestia del 1315-1317). Soprattutto nelle versioni più antiche delle fiabe la figura antropofaga prendeva laforma di un'orchessa, un mostro femminile, piuttosto che da un lupo (di sesso maschile, la cui antropofagia era riconosciuta come un fatto ordinario) e ciò induce a pensare come questi racconti si siano modificati per rispondere alle diverse esigenze educative. 
Per concludere. La fiaba è un racconto mitico costituito da immagini e personaggi archetipici. Jung scrive che le fiabe consentono di studiare l'anatomia della psiche meglio delle discipline scientifiche, in quanto presentano in forma pura i processi dell'inconscio collettivo e riproducono modelli del comportamento archetipico (von Franz, 1996). Occorre mettere da parte la cultura per ascoltare ciò che il simbolo. Marie-Louise von Franz ha dedicato parte del suo lavoro proprio all'interpretazione psicologica della favola. Sottolineava che tutte le fiabe descrivano il Sé, l'archetipo fondamentale della psiche. Nel libro Le fiabe del lieto fine; psicologia delle storie di redenzione (2004) la von Franz analizza il lieto fine a partire dalla trasformazione e la liberazione in quanto possibilità di arrivare al Sé. Le fiabe caratterizzano non solo l'equilibrio di un individuo, ma offrono anche un metodo terapeutico. Analizzando le strutture archetipiche della fiaba, la psicoanalista puntualizza: “Al di sotto della superficie delle nostre vite quotidiane esiste uno strato della vita psichica dove gli eventi scorrono proprio come nelle fiabe. I grandi miti emergono e si sviluppano a partire da tale livello, per poi ridiscendere nuovamente nel profondo dell'inconscio e trasformarsi in fiabe” (von Franz, 2009). Ciò vuol dire che la fiabe presentano gli archetipi nella forma genuina e pura, offrendoci un alfabeto e un metodo per comprendere i processi della psiche collettiva. Mentre nei miti, o in qualunque altro materiale letterario più elaborato, rinveniamo i modelli della psiche umana rivestiti di elementi culturali, nelle fiabe l'invadenza culturale è presente in misura limitata; riflettono più direttamente i modelli profondi della psiche. La ragione di un'interpretazione psicologica delle favole, per la von Franz consiste nell'effetto rigenerante, nella reazione emotiva, in quell'incomprensibile equilibrio che producono: “L'interpretazione psicologica è il nostro modo di raccontare storie; avvertiamo ancora lo stesso bisogno, aspiriamo ancora al rinnovamento che scaturisce dalla comprensione delle immagini archetipiche”. E aggiunge con autocritica: “Sappiamo bene che l'interpretazione è il nostro mito” (von Franz, 1996). Nel suo libro Le fiabe interpretate, l’autrice schematizzava le fasi per una corretta interpretazione, con una tecnica che ricorda quella strutturalista: introduzione (c'era una volta; la formula indica una collocazione fuori dallo spazio e dal tempo e dunque in un luogo immaginario, e perciò comune, collettivo); personaggi (numerare i personaggi all'inizio e alla fine può essere utile per cogliere un elemento archetipico); esposizione (l'inizio del problema, la crisi e le difficoltà che caratterizzano la fiaba); avventura e lisi (l'avventura, che può articolarsi in varie peripezie fino a giungere al vertice della tensione dopo la quale “avviene una lisi o una catastrofe, una soluzione positiva o negativa, l'esito finale; il racconto termina poi in tragedia o si conclude felicemente”). In ultimo ci sono le formule conclusive, “rite de sortie”, così dette per non rimanereancorati all'universo infantile dell'inconscio collettivo. Una caratteristica della fiaba che non ritroviamo in altri generi come miti e leggende, è che la conclusione può anche essere ambigua, ossia una conclusione positiva sottolineata da un commento negativo del narratore. Fiaba, sogno e gioco sono l'espressione del processo di simbolizzazione e dell’interazione del bambino con l’ambiente  circostante.  Il  problema  rimane  quello di non farsi sequestrare dal racconto (Barthes) e di svincolarsi dalla lingua. La letteratura prende il sopravvento fornendo le regole dei comportamenti adulti. Può anche essere qualcosa di positivo, nel caso l'identificazione avvenga con l'eroe buono, ma il pericolo è di ritrovarsi imprigionati in un ruolo, peraltro legato ai modelli simbolici dell'infanzia. Si è detto della componente sessuale nella favole, il ruolo impedisce la consapevolezza dei comportamenti e limita la circolazione del desiderio. Biancaneve, Cenerentola, Pinocchio desiderano e sono in cerca del piacere. Nella lingua di un bambino, fatta di metafore e metonimie, è più che evidente e il rischio è quello di circoscrivere tale fondamentale processo di crescita e di equilibrio della psiche all'interno di quel contesto semantico che chiamiamo favola. La trasgressione, la disubbidienza sono un modo per svincolare il desiderio dai binari del linguaggio e dalla narrazione. Si converrà che per il bambino che ascolta il racconto rimangono la parte più eccitante, quella che viene percepita con maggiore intensità e partecipazione. Non c'è analogia tra fiaba, favola e sogno, sul piano linguistico e simbolico rappresentano esperienze comuni. Peirce distingueva tra tre generi di segno: quello "iconico" (che rimanda al suo referente; ad esempio il disegno di un cane), quello "indessicale" (che ha una relazione di causa col referente; le nuvole come segno della pioggia), e quello "simbolico" (che non ha nessuna relazione col referente). Favole, sogno e gioco dimostrano l'arbitrarietà del segno e la convenzionalità delle proposizioni. Imbrigliato nella lingua il desiderio non è più libero di circolare alla ricerca della realtà svincolata da una narrazione; produce allora una rappresentazione o una pantomima sulla spinta di un'esigenza morale. Metafora e metonimia precedono però non solo la lingua ordinata in un sistema semantico, ma la morale stessa. Jakobson partendo dalla distinzione tra dimensione verticale e orizzontale del linguaggio (che si collega a quella tra langue e parole), parlava di una sistematizzazione del linguaggio sull'asse sintagmatico o su quello paradigmatico. L'asse sintagmatico è quello sul quale gli elementi della lingua si dispongono in una linea; quello paradigmatico è il ricettacolo dal quale si attingono gli elementi da sistemare sull'asse sintagmatico. Ad esempio, nell'enunciato Il cane morde il gatto, ogni parola è disposta sintagmaticamente lungo l'asse orizzontale, ma posso attingere paradigmaticamente dal genere dei nomi per sostituire a "gatto" o a "cane" altre parole e ottenere una frase diversa: "il papà morde il panino". Per Jakobson, questa distinzione sui due assi corrisponde alla distinzione tra metafora e metonimia. La metafora presenta la sostituzione di qualcosa sull'asse paradigmatico; la metonimia su quello sintagmatico. Da questo punto di vista, la favole e la fiaba (come il sogno) sono un lingua onirica che si costruisce sulle sostituzioni continue tra i due assi, giocando con metafore e metonimie. Il contenuto morale afferra il linguaggio in una sedimentazione, elaborando i termini lo irrigidisce in una catena semantica che impedisce il passaggio dall'asse paradigmatico a quello sintagmatico. E ciò in sostanza vuol dire che il sentiero del bambino è dal principio segnato secondo l'ordine della lingua. Il sogno rimane un sogno e quel che gli adulti chiamano reale finisce per prevalere sulla fantasia e l'immaginazione. Dominato o domato dalla morale il desiderio conduce, come in una favola, prima o poi a dominare quello dell'altro.

PER ME BIANCANEVE

 

PRIGIONIERI DELLE FAVOLE

 

A volte quello che sembra strano ha una funzione pedagogica. Abituiamo i nostri ragazzi secondo stimolo e reazione; ed è in parte corretto perché forniamo strumenti utili per affrontare le dinamiche del quotidiano. Creiamo però abitudini e le abitudini diventano regole; in qualche modo non solo indichiamo la via ma facciamo in modo che il ragazzo non possa uscire dal sentiero. E allora quella linearità (che è una forma di logica applicata alla morale) si trasforma in un problema. Con una bimba che mi è cara facevo una cosa stramba: la abituavo secondo la relazione stimolo-risposta e poi improvvisamente, una volta assimilata la regola, gliela stravolgevo. In sostanza: le raccontavo una favola e poi le cambiavo il finale. Non capiva, ma doveva sforzarsi di articolare il ragionamento. Il risultato è che questa bambina-carogna ha ora una maggiore capacità di muoversi all’interno di situazioni che non conosce, non ha nessuna forma d’ansia, e perlamiseria ha dieci in tutte le materie.

PERCHE’ QUESTO LIBRO

Di norma quello che conta, tanto nella narrazione quanto nella vita, si trova altrove. Il mio altrove non è metafisico, è fatto di quello che sento e mi piace, lo riconosco nella pancia. Qualcuno lo chiama sottosuolo; per me è semplicemente il mio sottosopra. Rimango un femonenologo, e se c’è qualcosa oltre quello che vedo francamente non mi interessa. Non sono un agnostico e pur apprezzando Kant, posso fare a meno dei suoi sogni. Questo atteggiamento irriverente (è una forma di apostasia, lo so) mi ha portato a fare pulizia intellettuale: non mi piacciono le favole e ancor meno chi le racconta. Ogni volta che ne sento una non posso fare a meno di pensare che mi stiano fregando. E allora guardo dietro alle storie (sono realmente convinto che Biancaneve gliel’abbia data agli acrondoplastici), penso che in tutte le donne ci sia un angelo, che quella cosa che chiamiamo amore non abbia sesso, e che la natura si possa anche amare contronatura. Guardando al lavoro di questi anni mi pare di non avere fatto altro. Magari è discutibile per carità, ma non ho mai raccontato favole. Ho troppo rispetto per la vita in tutte le sue forme; specie quando si presenta bussando alle porte della morale con quel tono ironico e poco austero che riconosco tra i disadattati. E’ proprio questo il punto, non è un esercizio intellettuale: bisogna spostarsi, svincolarsi, andare al di là dei luoghi comuni. Il mio altrove non ha un luogo e non è in comune.

VENIAMO AL TITOLO

Riconoscere la sessualità nei bambini è importante e non vuol dire stimolarla; è la rimozione da parte degli adulti a diventare un problema. Adulti che fanno stuprare i loro figli dalla televisione e in mille altri modi diversi, con una comunicazione che li svuota e li violenta in profondità. E questo invece si può fare. Negazione e repressione sono i nomi delle nevrosi, prendono la forma educativa e danno modo di bacchettare secondo morale. Una gentile maestra mi scrive che i bambini sono angeli e non diavoletti perversi e polimorfi, come (a suo nobile e illustre parere) si evince dalla mia copertina. Sembra che mi abbia segnalato alla lega delle mamme con la sindrome da colon irritabile. Non dico il mio libro, avesse almeno letto Freud col mestiere che fa (e mi pare una grave amputazione pedagogica). Di norma gli adulti inventano favole, ma sanno che sono un prodotto della fantasia; solo alcuni pretendono di imporle ad altri come qualcosa di vero.

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LA FAVOLA E IL SOGNO

Gli attanti sono i veri protagonisti delle favole e
svolgono funzioni diverse.
Prevalgono però sulla scena soggetto e antagonista,
non per loro naturale propensione ad accentrare
l’attenzione narrativa ma per l’innato bisogno di
giustizia che porta da sempre a dividere il mondo in buoni e cattivi.

LA FAVOLA TRA SEMIOTICA E SOGNO
(Le favole sono cose da l’ attanti)
Fiabe e favole forniscono una rappresentazione del
mondo. Le immagini, per quanto inserite in un
contesto narrativo, solo marginalmente risultano
didascaliche e descrittive. Nelle prime i personaggi
(orchi, fate, folletti) sono immaginari, quelli delle
favole hanno una connotazione più realistica. Principi
e principesse, bambini sventurati, animali con
comportamenti antropomorfi, orchi con caratteri
umani. Le favole hanno un contenuto morale,
predispongono a un comportamento formulato alla
fine del racconto (o è desumibile); nell’ambientazione
fantastica le favole dimostrano invece una minore
rigidità nella struttura. Per entrambe si tratta di
racconti popolari, per lo più tramandate oralmente,
arricchite da immagini semplici, con un contenuto
povero e una narrazione elementare.
Accompagnavano il sonno dei bambini e i lavori di
casa degli adulti, soprattutto femminili. Presenti da
sempre nell’ambiente domestico, le più conosciute
dell’antichità rimangono quelle di Esopo e Fedro, ma
la diffusione la ebbero soprattutto in epoca
medievale. I racconti più celebri si perdono nel
tempo; delle storie di Cappuccetto Rosso,
Biancaneve, Cenerentola è difficile trovare l’origine,
ma sono rimaste nella riscrittura di Charles Perrault,
i fratelli Grimm, Andersen, Charles Dogson (Alice nel
paese delle meraviglie). Ma anche di Giambattista
Basile, Collodi e Calvino. Nulla è definito in questi
racconti, eccetto i caratteri dei protagonisti:
personaggi, epoca e luoghi sono collocati nella
fantasia e mai nominati direttamente. Il principe non
ha nome, la principessa riassume nel suo (per
endiatri) la purezza (Bianca-neve) e Cenere-ntola per
ipotiposi rimanda alle sue origini umili; da qualche
parte in un certo tempo c’è un castello, una foresta e
una strega sempre cattiva. E’ difficile entrare in una
favola ed è ancora più difficIle uscirne, non per niente
le storie cominciavano dicendo: “stretta la foglia,
larga la via”. S’improvvisavano e quelle parole
portavano la fantasia in un mondo irreale, erano
l’ingresso che preparava l’ascolto. Per quanto
riguarda l’impianto narrativo, favole e fiabe sono
abbastanza conformi:
-si tratta di vicende inverosimili, per lo più
impossibili e i personaggi improbabili o inesistenti;
-hanno un contenuto morale: il mondo è nettamente
diviso in buoni o cattivi, furbi o ingenui e non
esistono sfumature;
-ripetizione: i motivi ricorrono anche in altre fiabe,
rimarcati dal ripetersi di frasi e formule magiche;
-lieto fine: i buoni, i principi coraggiosi vengono
premiati; le fanciulle del popolo diventano
principesse, i giovani virtuosi sono incoronati e la
bontà vince. Nelle fiabe di magia in particolare,
l’apoteosi è una costante. Dopo le disgrazie l’eroe
trionfa, il bisogno di giustizia è appagato, il popolo
che vi si identifica viene soddisfatto.
-didattica: c’è sempre una morale, anche se non
espressa chiaramente, che induce a onorare gli
anziani, il nucleo familiare, i regnanti, le leggi. Le
favole, tutte indiscriminatamente, hanno un carattere
reazionario e calvinista.
Le ripetizioni sono un elemento determinante (“C’era
una casa piccola piccola”, “Cammina, cammina”,
“Tanto, tanto tempo fa”, “Ucci ucci sento odor”).
Raccontando più volte lo stesso fatto allungano la
storia e dilatano il mistero, richiamano le emozioni.
Inizio e fine danno la regola (“C’era una volta”, “E
vissero felici e contenti”), numerosi e parimenti
ripetitivi sono anche i rituali magici e le filastrocche.
La ripetizione è una conferma, crea abitudini e
relazioni, luoghi comuni. Come le briciole di Hansel e
Gretel, segna il percorso. Ed è esperienza comune nei
bambini sentirli chiedere “ancora ancora” mentre si
legge loro una storia; la ripetizione allunga il tempo e
lo contrae, lo rende familiare e magico. Le
filastarocche prima delle vicende rappresentano la
gestione di un ritmo e di un tempo. Il tempo della
fiaba ha caratteristiche proprie particolari e presenta
analogie con il sogno. Il tempo della fiaba non si può
collocare in un periodo storico preciso; il suo fluire è
irregolare e non lineare. L’imperfetto e l’infinito
prevalgono sul presente e sul futuro; se c’è un passato
è talmente remoto da perdersi nel tempo e il futuro
non è ben precisato, è anteriore. Le fiabe, spesso
ambientate nel medioevo (ma non solo), mettevano in
risalto l’epica del blasonato o di un cavaliere come un
valore e non accennavano alle condizioni popolari.
Favole e le fiabe non sono rivoluzionarie, tutt’altro.
Le fiabe in particolare vengono collocate in uno
spazio temporale irreale, concepite su antiche
leggende (con draghi, fate, folletti, animali dotati di
parola) in modo da eccitare la fantasia. Portando le
immagini fuori dal tempo, fuori da un contesto
ordinario, le fantasie prendono l’aspetto di un drago,
di una strega, di un orco. Proprio come avviene in
certe psicosi. La filastrocca in particolare fa in modo
di controllare il materiale straordinario, gli dà una
regola, lo disciplina. Come una grammatica del
bordo, lo schema narrativo ripercorre una
“narrazione di superficie” sulle operazioni logiche
che caratterizzano un quadro semiotico (Greimas),
sovrapponendo il carattere antropomorfo del fare. Il
fare è antropomorfo perché ogni volta che
attribuiamo un fare a qualcosa lo umanizziamo (e lo
comprendiamo). Greimas spiega la questione con un
esempio: “La matita scrive bene”; il fare della matita
viene concepito positivamente come un compito
inalienabile che il soggetto/oggetto svolge in modo
inappuntabile. La regola è che ogni racconto, ogni
testo dotato di una dimensione narrativa, rende
antropomorfe le cose di cui parla per lo stesso fatto di
mettere in scena il loro fare. Nella fantasia dei
bambini gli oggetti si animano e gli animali parlano,
dipende proprio dall’ordine narrativo che prevale
sulla logica e sulle relazioni logiche che chiamiamo
reale. Tale struttura del racconto ha un’origine
profonda e va al di là della lingua, pur rimanendo un
fatto linguistico e discorsivo. Freud sosteneva che
quando l’uomo reprime un desiderio, questo
ricompare nel sogno durante il sonno e come sintomo
durante il giorno. Citava due esempi di sogni collegati
alle favole:
a) il sogno di trovarsi nudi in compagnia; a suo
parere si origina dal desiderio di spogliarsi davanti ai
genitori e produce una sensazione di piacere. Da
questo ethos si sarebbe originata la fiaba I
vestitinuovi dell’imperatore, di Andersen.
b) Il sogno della morte di un familiare, che Freud
collega al desiderio del bambino di uccidere il padre.
Posta così la natura della fiaba è evidente una
relazione con la catarsi; i personaggi spesso sono
adolescenti che trovano la loro strada vincendo il
drago e il male. Jung si è spinto oltre; era sua
convinzione che ogni essere umano sia naturalmente
portato a sviluppare facoltà innate, la cui riuscita
dipende da una cooperazione tra inconscio e
coscienza. Se questa sinergia si blocca, si verifica una
reazione dell’inconscio che si esprime nei sogni, nelle
fantasie e nelle fiabe, che hanno tra loro profondi
legami nelle diverse culture popolari, al di là delle
geografie e dei tempi. Queste relazioni che non hanno
confini geografici e temporali sono propriamente gli
archetipi. L’inconscio può esprimersi nell’immagine
archetipica del bosco o di una foresta che l’eroe deve
attraversare. Jung concentra le sue osservazioni
anche sui personaggi di contorno come figure
archetipiche. Se l’eroe non riesce a procedere e
sopraggiunge un vecchio, significa che uno degli
archetipi dell’anima o del giudizio stia facendo
sentire la sua voce. Da queste considerazioni
psicologiche e per quel che riguarda il racconto
favolistico, nasce nel 1910 col Catalogo delle fiabe di
Aarne, il metodo interpretativo storico-geografico;
nel quale ad ogni fiaba venne attribuito un numero,
dando luogo a diversi cataloghi regionali e nazionali.
Allo stesso Aarne si deve anche un altro metodo di
classificazione, basato su un indice dei tipi, poi rivisto
e ampliato da Thompson (chiamato metodo di Aarne-
Thompson). L’indice raccoglie circa 2500 tipologie
ricorrenti nelle fiabe, consentendo di descrivere in
forma numerica (così catalogandola) ogni fiaba.
Nel 1946 veniva pubblicato in russo il saggio di
Vladimir Propp “Le radici storiche dei racconti di
fate” (tradotto in italiano nel 1949). La conclusione a
cui Propp giunse è che la maggior parte degli
elementi delle fiabe risalgano a riti e miti primitivi, e
in particolare al rito d’iniziazione e alla messa in
scena della morte. Le fiabe popolari, soprattutto
quelle di magia, sarebbero la memoria del rito
d’iniziazione delle comunità primitive. Una
pantomima che ripercorre quella fondamentale
esperienza in cui i giovani morivano simbolicamente
(e con l’aiuto di sostanze stupefacenti) per rinascere
sotto la guida di uno stregone alla vita adulta. Col
passare del tempo il rito d’iniziazione non si celebrò
più ma rimase il ricordo, tramandato oralmente dagli
anziani. Il rito si è poi trasformato in una fiaba.
Approccio analogo ebbero i fratelli Grimm. Jacob e
Wilhelm partirono dall’idea che ogni popolo abbia
un’anima che si esprime nella lingua, nella poesia, nei
racconti. Col tempo è andato perduta una parte della
lingua, soprattutto nei ceti elevati, e le radici possono
essere ritrovate negli strati sociali bassi, nei quali il
racconto orale, la tradizione ha mantenuto un certo
valore. Non solo le favole, ma proverbi e modi di dire
raccontano il passato di una comunità. In questa
ottica, le fiabe si presentano come i resti
dell’autentica cultura di un popolo. Nel 1812 e nel
1815 i Grimm pubblicarono due volumi dei Kinder
und Hausmärchen, 156 fiabe che formarono il punto
di partenza per lo studio dei racconti e delle fiabe
popolari. Convinti dal principio che le fiabe fossero
tutte di origine tedesca, per spiegare le affinità con i
racconti di altre culture ipotizzarono (dal 1819) un
passato indoeuropeo. Consideravano le fiabe come
una rimanenza di miti antichi sopravvissuti nella
memoria popolare e tramandati oralmente; Jacob
Grimm così scriveva nel 1812: “Sono fermamente
convinto che tutte le fiabe della nostra raccolta …
venivano narrate già millenni fa … in questo senso
tutte le fiabe si sono codificate come sono da
lunghissimo tempo, mentre si spostano di qua e di là
in infinite variazioni”. Jung concordava pienamente
con quel che sostenevano i Grimm. Le fiabe sono
l’espressione più genuina e pura dei processi
dell’inconscio collettivo, cioè di quel deposito
collettivo che si è sviluppato su una predisposizione
comune ad organizzare in maniera simile le
esperienze di ogni generazione che si è succeduta.
Predisposizioni mentali ed esperienze che
attraversano i confini geografici e temporali sono la
base per la formazione di quelle immagini particolari,
presenti nell’inconscio collettivo, che costituiscono
sedimentazioni psichiche stabili di esperienze
eterogenee. Queste immagini che hanno assorbito una
struttura universale sono gli archetipi (“L’archetipo è
la tendenza a formare singole rappresentazioni di
uno stesso motivo che, pur nelle loro variazioni
individuali … continuano a derivare dallo stesso
motivo fondamentale… la loro origine è ignota e si
riproducono in ogni tempo e in qualunque parte del
mondo, anche laddove bisogna escludere qualsiasi
fattore di trasmissione ereditaria diretta”, L’uomo e i
suoi simboli).
Se consideriamo le definizioni dell’inconscio collettivo
e degli archetipi, ci viene facile comprendere perché
Jung abbia ampliato le ricerche al mondo della fiaba.
La fiaba è un prodotto della fantasia; assorbe ed
esprime desideri, emozioni, aspirazioni, speranze
comuni. Non c’è popolo che, assieme alla mitologia,
non abbia anche fiabe e racconti dozzinali. In tutte si
riscontra una somiglianza narrativa, motivi costanti e
topoi privi decontaminazioni, pur nelle varianti
locali. Della storia di Cappuccetto Rosso esistono
oltre 40 riscritture; di Cenerentola se ne trovano 345
in Europa, in Asia e in Africa (Cendrillon in Francia,
Aschenputtel in Germania, Askungen in Svezia,
Ashiepattle in Scozia, Guidskoen in Danimarca).
La costante di motivi che si ripresentano, avvalora
l’idea che la fiaba rappresenti un prodotto dell’anima
universale comune a tutti i popoli e in ogni epoca. Le
fiabe rimandano ai processi dell’inconscio collettivo,
perché attraverso il ripetersi (in spazi e tempi distanti
e diversi) degli stessi temi, danno una forma
all’archetipo. A differenza del mito, la fiaba è
scarsamente alterata dalle sedimentazioni culturali e
rappresenta gli archetipi in una forma pura.
Attraverso il campo dell’immaginario, la fiaba
accomuna e avvicina civiltà e culture lontane, le sue
costanti spiegano almeno in parte le comunanze di
pensieri, emozioni, aspirazioni.
Favole e fiabe contengono dunque elementi ancestrali
e si esprimono con elementi piuttosto comuni.
Vladimir Propp studiò proprio le origini storiche
della fiaba nelle società tribali in riferimento al rito di
iniziazione e ne codificò una struttura generale che
propose come modello di tutte le narrazioni. Nel suo
studio Morfologia della fiaba, appuntò lo schema che
segue, identificando 31 funzioni (inalterabili
nell’ordine). Ogni funzione rappresenta una precisa
situazione nello svolgimento della trama di una fiaba,
riferendosi in particolare ai personaggi e ai loro
specifici ruoli (l’eroe e il suo antagonista, il principe e
il drago, la principessa e la strega). Nell’analisi di
Propp prevale l’azione, è più importante come si
comporta e non chi è il personaggio: se l’eroe è una
fanciulla, un principe o un orfano è irrilevante; è
l’azione che l’eroe compie e non le sue caratteristiche
particolari a determinare la trama.
I caratteri delle fiabe possono essere racchiusi
all’interno di otto categorie di personaggi.
a) L’antagonista o il cattivo: l’antieroe che lotta con il
protagonista.
b) Il mandante: il personaggio che concentra
l’attenzione sulla mancanza.
c) L’aiutante: la persona che sostiene l’eroe.
d) La principessa: l’eroe si rende degno dell’amore
della fanciulla, e tuttavia non può sposarla a causa
dell’antagonista. Il viaggio dell’eroe (e il racconto
termina quando riesce a sposare la principessa,
sconfiggendo il nemico.
e) Il padre di lei: colui che fornisce all’eroe una
motivazione, identifica il falso eroe. Propp ha notato
che la principessa e il padre spesso non sono
chiaramente distinguibili.
f) Il donatore: il personaggio che spinge l’eroe
all’azione o gli fornisce qualcosa di magico.
g) La vittima o il ricercatore: colui che reagisce al
donatore (sposa la principessa).
h) Il falso eroe: il personaggio che si prende il merito
di ciò che l’eroe ha fatto e cerca di sposare la
principessa.
Lo stesso ruolo può essere svolto da più personaggi,
oppure uno dei personaggi può rivestire più ruoli. Il
protagonista si fonde con l’azione, il fare svilisce
l’identità e se la motivazione è forte domina il
carattere dell’azione che finisce per prevalere sulle
identità. La linguistica e la semiotica si sono
concentrate proprio su questo aspetto delle
narrazione, puntualizzando un modello “attanziale”
(delineato da Algirdas Julien Greimas nel 1966).
L’attante è il soggetto che compie l’azione indicata
dal verbo; è un elemento nominale che insieme a un
verbo dà luogo a una frase. Gli attanti non sono
costretti a compiere un’azione, possono anche
subirla. Il concetto di attante è fondamentale non solo
per i diversi generi letterari, ma anche per la
sceggiatura di un film, il canovaccio di una
rappresentazione teatrale, di un discorso
pubblicitario o elettorale.
La semiotica ortodossa focalizzava tre elementi
fondamentali, il soggetto (può essere colui che agisce
o che si caratterizza in relazione all’oggetto),
l’oggetto di valore e il destinante. Sulla base di quella
prima eleborazione il modello attanziale di Greimas
prevede le seguenti categorie:
1) il soggetto è colui che agisce per conquistare
l’oggetto (confluenza dell’azione del soggetto);
2) nel suo agire per l’oggetto, il soggetto dà luogo a
un’azione con un contenuto;
3) il soggetto ha una competenza nei confronti
dell’oggetto;
4) agisce sulla base di un mandato (se tende
all’oggetto è perché qualcuno lo ha spinto a
muoversi);
5) in seguito al suo agire ottiene una ricompensa o
una punizione.
Accanto al rapporto soggetto-oggetto si delineano
altre figure: il destinatore (che pone l’oggetto come
oggetto di desiderio e gli conferisce un valore) e il
destinatario (che è chi ottiene qualche beneficio
dall’oggetto), l’aiutante e l’oppositore (che si
delineano in base alle azioni che il soggetto muove per
impossessarsi dell’oggetto).
Gli attanti messi in rilievo da Greimas sono delineati
a seconda delle funzioni in quattro tipi:
1) Manipolazione: il destinante persuade il soggetto a
compiere un’azione con una promessa, una minaccia,
la seduzione.
2) Competenza: il soggetto deve procurarsi i mezzi
per completare i suoi compiti.
3) Performanza: è la prova principale, il soggetto
modifica lo stato di cose.
4) Sanzione: il destinante formula un giudizio
sull’azione svolta e la valuta.
Come si vede il modello ricorda quello di Propp. Se ci
spostiamo sul livello della narrazione, gli attanti si
definiscono in relazione a soggetto e oggetto, e
destinante e destinatario. A un attante non
corrisponde necessariamente un attore, ma può
succedere che per un attante vi siano più attori.
L’attante non è quindi una figura definibile, esiste in
relazione agli altri attanti e alle competenze del
soggetto e della sua capacità a fare. L’attante che
possiede un ruolo tematico e ha un carattere
narrativo è l’attore o un personaggio/cosa
significativo. Nella sceneggiatura l’attante è un
elemento che vale per il posto che occupa nella
narrazione e per il contributo che le dà. L’attante si
differenzia dal personaggio come persona e dal
personaggio come ruolo, in quanto vale per la sua
funzione e si caratterizza tramite le categorie
oppositive: attivo o passivo, dipendente o autonomo,
rivoluzionario o conservatore, protagonista o
antagonista.
Tornando a Propp, lo schema generale di una fiaba è
il seguente:
1) Equilibrio iniziale (esordio);
2) Rottura dell’equilibrio iniziale (movente);
3) Vicende dell’eroe (complicazione);
4) Ristabilimento dell’equilibrio (conclusione).
Dopo la rappresentazione della situazione iniziale,
solitamente la storia (articolata nei 4 punti cruciali) si
sviluppa seguendo una scaletta composta da trentuno
azioni.
Allontanamento: un membro lascia la famiglia.
Divieto: al protagonista viene imposto un divieto.
Infrazione: l’antagonista entra nella storia quando il
protagonista infrange il divieto. La decisione di
violare il divieto si rivela pessima, sebbene non
implichi necessariamente il confronto diretto con
l’antagonista.
Ricognizione: la vittima designata potrebbe
interrogare l’antagonista, ma più spesso è
quest’ultimo a compiere la ricerca dell’eroe.
Ottenimento: l’antagonista ottiene informazioni
sull’eroe o sulla vittima.
Raggiro: l’antagonista (travestito) cerca di ottenere la
fiducia della vittima, ingannandola per catturarla o
per prendere possesso di quel che ha.
65
Connivenza: l’inganno perpetrato ai danni della
vittima è andato a buon fine; quest’ultima aiuta
inconsapevolmente il proprio nemico.
Danneggiamento o Mancanza: l’antagonista
danneggia un membro della famiglia dell’eroe (ruba
qualcosa, rovina il raccolto, lancia un maleficio,
rapisce un bambino). La famiglia si rende conto che
manca qualcosa, che ha un desiderio da realizzare.
All’interno della nucleo dell’eroe e nella sua
comunità viene identificata l’assenza, il senso di una
perdita e del lutto.
Mediazione: la mancanza si fa sentire; l’eroe viene a
conoscenza delle intenzioni malvagie dell’antagonista.
Consenso: l’eroe si ribella, è motivato a sconfiggere
l’antagonista. Momento importante nella narrazione
in quanto il protagonista definisce il suo carattere.
Partenza: l’eroe lascia la sua casa.
Funzione del donatore: prima di ricevere aiuto
(solitamente sotto forma dell’oggetto magico che sta
cercando), l’eroe viene messo alla prova.
Reazione dell’eroe: l’eroe reagisce alle azioni del
donatore.
Fornitura dell’oggetto magico: superata la prova,
l’eroe acquisisce l’uso dell’oggetto magico.
Trasferimento: l’eroe viene condotto dove si trova
l’oggetto.
Lotta: l’eroe e l’antagonista combattono
direttamente.
Marchiatura: all’eroe viene impresso un marchio: è
ferito, oppure riceve un anello od un altro oggetto che
lo definisce nel carattere.
Vittoria: l’antagonista viene battuto: è ucciso in
combattimento, ammazzato nel sonno, allontanato
dalla comunità.
Rimozione: si supera la mancanza (l’oggetto viene
consegnato, l’incantesimo spezzato, la persona morta
torna in vita, il prigioniero liberato).
66
Ritorno: l’eroe torna a casa.
Persecuzione: l’eroe è perseguitato da qualcuno.
Salvataggio: l’eroe viene salvato: si nasconde o viene
nascosto, si maschera.
Arrivo in incognito: l’eroe mascherato ed
irriconoscibile torna a casa.
Pretese infondate: un falso eroe cerca di prendere il
posto di quello vero.
Prova: l’eroe subisce una prova (un enigma, una
prova di forza, un processo).
Superamento: l’eroe supera la prova.
Identificazione: grazie al marchio (o all’oggetto
ricevuto), l’eroe viene riconosciuto.
Smascheramento: il falso eroe o l’antagonista viene
smascherato pubblicamente.
Trasfigurazione: l’eroe assume un aspetto diverso
(diventa bellissimo, guarisce, torna in vita).
Punizione: l’antagonista viene punito o muore.
Matrimonio o Incoronazione: l’eroe ottiene la sua
ricompensa, che consiste nello sposare la donna che
ama o nel salire al trono.
Come si vede dallo schema si tratta di una
grammatica narrativa di superficie (secondo le Tre
regole della cultura occidentale). Si ha una
“narratività di superficie” quando alle operazioni
logiche che determinano il quadrato semiotico
(Greimas) viene sovrapposta la nozione
antropomorfa del fare. Il fare è considerato
antropomorfo in quanto ogni volta che attribuiamo
un fare ad un oggetto lo trasformiamo in qualcosa di
umano. Greimas porta ad esempio l’enunciato “La
matita scrive bene”, nel quale il fare della matita
viene considerato positivamente come si trattasse di
un compito assegnato alla cosa e che la cosa svolge
con competenza. Il suggerimento è che ogni racconto
dotato di una dimensione narrativa, rende
antropomorfi soggetti e oggetti (persone e cose) per lo
stesso fatto di mettere in scena il loro fare.
Analizzando un racconto si deve procedere con
ordine e seguendo lo schema. Si parte introducendo
una distinzione fra l’intreccio delle vicende
nell’ordine in cui si presentano nel testo e la sequenza
dipendente dalle relazioni temporali e causali.
Greimas riprende il termine attante da Tesnière; gli
enunciati narrativi formano una serie ordinata,
ricostruibile a ritroso per induzione o assimilazione.
Ciò significa che nella fabula ogni enunciato è un
passo necessario per aggiungere agli eventi
l’enunciato narrativo che segue; ma anche che posto
un enunciato narrativo, possiamo risalire agli
enunciati che lo precedono. Per questo motivo una
storia si capisce veramente soltanto alla fine e
procura quello strano piacere di sazietà alla coscienza
logica.
Gli enunciati narrativi. Gli enunciati descrittivi
possono essere a) trasformativi o di fare quando
descrivono un evento che trasforma radicalmente
una situazione (“Il drago rapisce la principessa”) b)
di stato o di essere quando descrivono la situazione
(se attribuiscono una proprietà possono essere
attributivi, come “Il drago è feroce”). Diversi dagli
enunciati descrittivi sono gli enunciati modali nei
quali vi è un predicato modale e cioè un predicato che
si applica a un altro predicato (“Il cavaliere può
uccidere il drago”). Per Greimas sono predicati
modali dovere, volere, potere, sapere, fare e essere.
Questi enunciati possono essere considerati come
enunciati attributivi in quanto attribuiscono
all’agente un oggetto modale. Gli enunciati narrativi
strutturano il discorso in due modi: 1) enunciati a
due attanti (“Il cavaliere uccide il drago”), 2)
enunciati a tre attanti (“L’oste dice al cavaliere dove
si trova il drago”). Questo genere di rappresentazione
è chiamata da Greimas Del Senso. 3) Si possono però
presentare entrambi gli enunciati nella forma di
congiunzioni e disgiunzioni di soggetto e oggetto (“Il
cavaliere libera la principessa dal drago”).
L’estensione al racconto nel suo insieme o comunque
a sintagmi narrativi che si succedono secondo
sequenza, risente dello schema di Vladimir Propp. In
Morfologia della fiaba del 1928, Propp chiamava
funzione l’operato di un personaggio considerato per
il significato che assume nella vicenda
(allontanamento, divieto, infrazione,
danneggiamento, partenza, lotta, vittoria, difficoltà,
adempimento, identificazione, smascheramento,
punizione, matrimonio). Per Propp non tutti i
caratteri della fiaba di magia si presentano in tutte le
fiabe, ma se sono presenti seguono comunque un
ordine severo. Propp identifica sette ruoli per il
personaggi della fiaba: antagonista, donatore,
aiutante, re o principessa, mandante, eroe, falso eroe.
Funzioni e ruoli proppiani sono maggiormente
sfumati e astratti nelle analisi di Greimas, in vista
dell’estensione dell’analisi dalla fiaba in riferimento
agli altri generi di racconto.
Inizialmente Greimas distingue due tipi di sintagmi
narrativi: a) il contratto, in cui il destinante passa un
oggetto modale (dovere, volere) a un destinatario che
con ciò diventa soggetto di un progetto narrativo b) la
prova, in cui il soggetto si confronta con l’opponente
per la realizzazione del progetto narrativo (unione
con l’oggetto). Si distinguono tre tipi di prove: 1)
prova qualificante 2) prova decisiva 3) prova
glorificante. Nella prova qualificante il soggetto
acquisisce o non acquisisce il sapere e il potere per
superare la prova successiva. Nella prova decisiva ha
luogo un confronto fra il soggetto e l’antisoggetto,
uno dei due prevale e il vincitore s’impossessa
dell’oggetto per cui ha lottato. Nell’ultima prova il
soggetto si confronta direttamente con l’antisoggetto,
viene riconosciuto e premiato (l’antisoggetto sarà
punito).
Successivamente Greimas distingue quattro strutture
modali a) fare-fare b) essere-fare c) fare-essere d)
essere-essere, a cui corrispondono quattro processi
della struttura di un racconto: 1) manipolazione 2)
competenza 3) performanza 4) sanzione Poiché
competenza e performanza formano insieme l’atto o
azione, Greimas identifica la seguente struttura a tre
fasi chiamandola schema narrativo: x) manipolazione
y) azione z) sanzione nella manipolazione. Nell’azione
il soggetto, che deve avere una competenza per
padroneggiare la situazione, affronta la performanza
con esito positivo o negativo. Nella sanzione il
soggetto e la sua azione vengono ricompensati.
L’applicabilità dello schema narrativo ai diversi
ambiti sociali e non solo letterari, lo presenta come un
importante carattere dell’immaginario umano.
Il percorso narrativo del soggetto. I sintagmi
narrativi descritti delineano il racconto come un
percorso narrativo del soggetto. Il soggetto all’inizio
del racconto è lontano dall’oggetto a cui deve però
unirsi. Questo soggetto virtuale non ha ancora la
maturità narrativa per eseguire il suo progetto (e
unirsi con l’oggetto); acquisisce il poter fare e saper
fare necessari a completare il programma diventando
soggetto attualizzato (potere e sapere sono facoltà
attualizzanti). In seguito il soggetto procede per il suo
iter letterario e si unisce con l’oggetto diventando un
soggetto realizzato.
1) Gli attanti. I nomi degli attanti per lo più derivano
dagli enunciati narrativi, come enunciati a due o tre
attanti. Nell’enunciato a due attanti troviamo
soggetto e oggetto; nell’enunciato a tre attanti sono
presenti destinante, oggetto, destinatario. In Del
Senso a tali attanti si aggiungono l’aiutante e
l’opponente ispirati a Propp e abbiamo quindi tre
coppie di attanti: soggetto e oggetto, destinante e
destinatario, aiutante e opponente. In Del Senso 2
troviamo invece: a) quattro attanti positivi (soggetto,
oggetto, destinante, destinatario) b) i loro speculari
negativi (antisoggetto, oggetto negativo,
antidestinante, antidestinatario).
2) Le modalità. Greimas non distinuge solo in
modalità virtualizzanti, attualizzanti e realizzanti, ma
sottolinea anche le modalità aletiche: potere e dovere
quando si riferiscono all’essere (ad affermazioni verefalse-
verosimili) modalità deontiche, potere e dovere
quando si applicano al fare.
3) La veridizione. La categoria modale della
veridizione è articolata su un quadrato semiotico in
cui i due contrari sono essere e sembrare. Lo schema
dell’immanenza mette in relazione essere a non
essere, quello della manifestazione unisce sembrare a
non sembrare. Le modalità veridittive vere e proprie
si determinano sui quattro lati del quadrato: essere +
sembrare produce la verità; non essere + non
sembrare dà luogo alla falsità ; dall’essere + non
sembrare scaturisce il segreto; da sembrare + non
essere si origina la menzogna. La definizione di ciò
che è falso è controversa, ma possiamo spiegarla
come un destinante che pronunci un enunciato del
tipo: “Non è così e non sembra così”. La locuzione
determina appunto il falso. In Greimass e Propp è
evidente il superamento della poetica di Aristotele,
della verità come verosimiglianza e della verità come
qualcosa di esclusivo nell’enunciazione (De
Interpretazione). La veridizione è qualcosa di
autonomo e istituisce la verità della storia. Essa
complica la scena applicandosi agli attanti (soggetto e
antisoggetto) alla loro competenza (sapere autentico,
sapere illusorio) o ai sintagmi narrativi (contratto
ingannevole). La sanzione si serve delle modalità
veridittive per il riconoscimento del soggetto e lo
smascheramento dell’antisoggetto.
4) Semiotica discorsiva. Il discorso del racconto è
separato dalla sua struttura; possiamo cioè avere
racconti con la stessa struttura ma che utilizzano
personaggi diversi o un diverso ambiente.
Decontestualizziamo ad esempio Cenerentola in una
moderna città in luogo del bosco. Tra grammatica
narrativa e semiotica discorsiva passa la medesima
differenza rinvenuta fra attanti e attori. Gli attanti
sono attualità narrative a carattere sintattico, gli
attori presenze discorsive in cui è rilevante l’aspetto
semantico. Gli attanti prevalgono nel contesto
narrativo e lo rendono riconoscibile anche quando si
stravolge il contesto. Come accade per le caricature o
la satira, dove benché deformato rimane sempre
individuabile il soggetto e la soggettività della scena.
4.a) I ruoli attanziali. Il ruolo attanziale è l’attante
investito di una competenza modale in una specifica
parte del racconto. La veridizione crea ruoli
attanziali.
4.b) La figuratività. La figura (Hjelmslev) è l’unità
più piccola di un piano della semiotica (espressione
oppure contenuto) considerata separatamente dal
contesto. Si tratta di fonemi, figure dell’espressione,
semi nucleari o contestuali, figure di contenuto. Il
lessema come ordine semico virtuale (insieme
possibile) costituisce una figura lessematica (che si
manifesta nel contesto di un enunciato). Al lessema
(considerato come figura) si associano figurazioni
discorsive, che si articolano in sequenze di enunciati,
dando luogo a una diversificazione del discorso
(intorno al lessema “luna” si crea un’articolazione di
storie, temi, motivi, che ci inducono a parlare della
notte, delle maree, delle stelle). I motivi sono
sequenze mobili che possono sostituirsi l’una all’altra
nella medesima funzione narrativa oppure assumere
funzioni diverse, e che possono passare da un
racconto all’altro o anche presentarsi come racconti
autonomi. I temi sono composti dalla disseminazione
lungo la narrazione dei valori semantici che sono in
relazione con gli attanti.
4.c) I ruoli tematici. Il ruolo tematico è la
realizzazione in un discorso di una figurazione resa
possibile da una rappresentazione discorsiva. Il
lessema “fabbro” connota qualcuno che possiede una
competenza e che può occupare diverse posizioni
attanziali linguistiche e narrative.
5) Principi euristici. Servono per segmentare un testo
e per identificare gli attanti. Carattere della semiotica
narrativa greimasiana è di concepire il soggetto come
un agente in relazione a un agente di ordine diverso,
che è il suo destinante; base del programma narrativo
del soggetto e dei valori presenti nel racconto. La
performanza, cioè l’esecuzione della storia da parte
del soggetto, rimane strutturalmente polemica, in
tensione; non si dispiega in isolamento particolare ma
è sempre contestualizzata (raccontata) per un
obiettivo o contro l’obiettivo.
Gli attanti sono i veri protagonisti delle favole e
svolgono funzioni diverse. Abbiamo visto
schematicamente che sono riconducibili a otto:
quattro positivi (soggetto, oggetto, destinante,
destinatario) e quattro negativi (antisoggetto, oggetto
negativo, antidestinante, antidestinatario).
Prevalgono però sulla scena soggetto e antagonista,
non per loro naturale propensione ad accentrare
l’attenzione narrativa ma per l’innato bisogno di
giustizia che porta da sempre a dividere il mondo in
buoni e cattivi. E dunque: “attanti a quei due”.

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