RUTTO LIBERO

BOSSI DI SEPPIA
“Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non rubiamo.”
Ingenuo Montale

 

Da tempo sfoglio la pagina di un noto politico. Su quel profilo il termine ricorrente è invasione o clandestino, segue extracomunitario, in leggera flessione Roma ladrona. Una ragione c’è, non si sputa dove si mangia. I neologismi si sprecano: sinistrato, cattocomunista (il più delle volte con la k), sinistronzo, sinistrotto, piddino, renzino. Buonista. L’uso del neologismo ha una funzione particolare, tende a circoscrivere l’individuo in un gruppo e il gruppo in un luogo comune con una lingua incomprensibile fuori dal recinto. Lo stesso accade con le degenerazioni neuronali o psicotiche; perché di quello si tratta, le mandrie si recintano intorno al capitano che promette ordine e qualche benevolenza. La parola ordine ha una natura apotropaica e curativa quando l’Io perde le sue funzioni. Le parolacce la fanno da padrone: caxxo (con la x), rottinculo, checca, negrodimerda. La grammatica latita, ma si tratta di gente laboriosa, non di sfaccendati che hanno tempo da perdere con i dettagli. I concetti sono ridotti al minimo: gravitano attorno a poche idee, confuse neanche tanto; la prima attorno alla quale ruotano le altre è l’invasione da parte dell’uomo nero. La medicina che gli accoliti propongono è il rimpatrio, la galera, la frusta a volte per gli indesiderati. La dinamica della discussione è pressoché la stessa: il leader scalda gli animi con una domanda retorica e l’esercito infuriato parte in battaglia. Non c’è posto per la discussione, la regola è che a casa nostra facciamo come ci pare e se non vi sta bene fora di ball. Il condottiero commenta poco e quando irrompe lo fa come bulletto di periferia che fomenta la massa inferocita. Non stempera le animosità, istiga piuttosto con un’ironia che a lui sembra sottile, ma che non va al di là della volgarità e del rutto; la mandria fa muro e tutti insieme si riuniscono a mangiare polenta e osei. I luoghi comuni abbondano; un luogo comune è un pensiero che fa riferimento a un’abitudine maturata nel sentire popolare. La realtà è un’altra cosa, ma quando c’è un limite cognitivo la comprensione viene filtrata da un’idea tanto diffusa da sembrare verosimile. La verosimiglianza è però lontana dalla verità, come la demagogia e la retorica dalla politica. Non si tratta solo di una disfunzione semantica indotta dalla mancata padronanza del vocabolario, ma di una profonda degenerazione neuroantropologica. Si sente nell’assenza del senso delle parole e appunto nel prevalere dei luoghi comuni.

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E vengo al punto: la demenza neurolinguistica è caratterizzata dalla perdita del significato e dal deterioramento cognitivo; è una manifestazione clinica della degradazione lobare frontotemporale, associata all’atrofia del giro temporale inferiore e medio. Le persone affette presentano problemi nella denominazione e nella comprensione di parole, nel riconoscimento dei volti, delle cose, delle situazioni, della realtà; la predominanza del verbale o non verbale (e nel nostro caso delle gutturali che dominano sulle articolazioni mature della lingua) riflette l’accentuazione dell’atrofia cerebrale. Alla distruzione del linguaggio si accompagna quella della personalità e a seguire la dimensione sociale dell’individuo. L’aggressività, la violenza, l’odio razziale e sociale verso un fantasma immaginario e minaccioso è uno dei morfemi dello stato paranoico di un poveretto che ha smesso di desiderare in maniera sana e consapevole e ha cominciato a odiare.
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Da Gli italiani il sesso (la rivoluzione) lo fanno poco e male

 

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LA POLITICA DELLE MANCE

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E’ passato un anno dal Referendum Costituzionale, gli assetti politici sono cambiati, il vento della destra xenofoba e filonazista soffia in Europa, ma in Italia sembra che nulla sia accaduto; le strategie sono quelle, le facce le stesse e le promesse anche. Non andiamo al di là degli 80 euro, elemosinati al popolo dopo l’esproprio dello Stato Sociale. La politica delle mance, quella di meglio una pizza in più che niente, non è realismo politico. E’ l’ultimo affronto a un Paese depresso, umiliato, ferito nella dignità. Lo dico agli amici del PD, basta davvero con la politica del pezzo di pane, del voto di scambio, degli impegni  e delle parole non mantenute. Scendete nelle piazze, ascoltate, parlate; evitate i proclami, i tweet, le coferenze stampa. La stampa amica e amica non tanto, perché non vi ha aiutato a capire, a sentire, a ragionare. Basta con una politica ripiegata nel quotidiano, la vita è molto di più e voi non siete amministratori di condominio, non siete pagati per quello, ma per proporre una filosofia dell’esistenza. Una cosa è evidente dal voto referendario, i che avete preso sono composti al 60% da pensionati. Capite? I giovani, il futuro che oggi state svendendo non li avete convinti. E non bastano i post, l’invasione dei social, i gruppi su Facebook a fare loro cambiare idea; sono meglio di quanto crediate. Basta con la politica del pannolone, che giusto quella ancora vi crede, i ragazzi si aspettano qualcosa di più e quel qualcosa in questi anni gliel’avete tolta, a cominciare da come avete trattato il lavoro; vogliono sognare e sognare non vuol dire promettere; ve lo ricordate cos’è un sogno amici del PD? L’avete soffocato nel doppiopetto, l’abito di regime, sotto le barbette incolte, i sorrisi furbi, le strette di mano nei circoli milardari, piuttosto che nelle piazze. Non credo capiate, non potete e non volete; dopo la scoppola referendaria ancora parlate di legge di bilancio, di stabilità, di establiment come se nulla fosse accaduto, anche là nel palazzo. Se vi fa piacere dateci pure dell’accozzaglia o dei gufi, come facevano i signori con i giullari di corte. L’ennesima meschinità di un potere al declino. Era praticamente impossibile fare peggio di Berlusconi, ma siete riusciti anche in quello. Parole inutili, il Paese lo guidate così, non sapete fare altrimenti. Intanto l’80% dei giovani vi ha voltato le spalle e vi rimane l’elettorato del catetere. Il rammarico è tanto e la rabbia pure; e seppure è vero che qualcuno abbia remato contro, resta il fatto che una giovane classe dirigente (Serracchiani, Orfini, Renzi stesso) che qualche attesa l’aveva suscitata, ha portato il partito di Berlinguer dalla politica delle idee a quella delle fritture di pesce, promettendo spiccioli in cambio di voti.

“Sei cose impossibili” Tag

Il mio amico Red, stimolato da Cuoreruotante (la curiosità, lo sappiamo, è femmina) che così ha proposto: ho pensato di creare un Tag con l’augurio che, come diceva la Regina ad Alice, allenandoci giornalmente a pensare a sei cose impossibili, possiamo avere quello stimolo in più che ci aiuti a credere che le giornate, a volte, possano anche stupirci ed essere migliori delle nostre aspettative, andando al di là di ogni nostro scetticismo, mi ha invitato ad aderire a una catena di S. Antonio. Appuntare nel blog sei cose impossibili, nominando a mia volta altri sciagurati. Ognuno dei quali ha l’obbligo (altrimenti che catena è?) di inserire nell’articolo il logo di Alice’s in Wonderland, di proporre sei cose inattuabili, di nominare altri sventurati. Con l’invito ci vado a nozze (si dice così, mi pare), nei luoghi nei quali scrivo sotto al mio nome c’è anche quel che faccio: manipolo paradossi; potevo insomma non partecipare?

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TESI:  le cose impossibili devono essere irragionevoli, inedite e appunto paradossali. La logica si occupa della verità e a noi è invece richiesta l’incoerenza della verosimiglianza. La differenza tra ciò che è vero e quel che è verosimile è tutta qua: la cosa impossibile non è e non può essere ma quanto ci piacerebbe che fosse così come la vogliamo (svincolata dall’abitudine e dalla coerenza logica).

ANTITESI: le cose impossibili sono incoerenti. La coerenza è l’incrostazione della lingua a parlare delle cose sempre nello stesso modo. Hume e Husserl erano incoerenti, tra la parola e la cosa esiste un legame culturale e mai veramente aderente alla realtà. Ciò che reale è anche irrazionale, il buon Hegel se ne faccia una ragione.

SINTESI: impossibili, incoerenti ma verosimili insomma, come le copertine di questi libri, editi o meno da qualche improbabile editore. Ma è poi importante che qualcuno li abbia davvero pubblicati?

 

BRUNETTA (1)

 

GESU (1)

 

MALGIOGLIO (1)

 

TOMTOM (1)

 

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ARMANI

Veniamo alle nomination. Lo scrivo con un tono notarile, perché non può che essere così per una catena che ha il nome di un santo. E dunque: Per l’autorità conferitami e con i poteri che mi sono stati dati, nomino e senza possibilità di appello (ma la lista presto si allungherà, perché troppi ne ho in mente)

Andrea Taglio

Ero sveglia: poi ho capito Freud

Marzia, alchimie

Alemarcotti

GengisJokerKhan

LA POLITICA SU FACEBOOK

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E’ un po’ che sfoglio la pagina di un noto politico, per motivi professionali più che altro. Al principio assumevo dosi massicce di bicarbonato, poi mi devo essere assuefatto. Quel che accade nella lingua, e in particolare nel linguaggio comune, si riverbera nella vita. Su quel profilo Facebook il termine più ricorrente è invasione, negro (con la g), rom; segue extracomunitario, meridionale storpiato in merdanale, in leggera flessione Roma ladrona. Una ragione c’è, non si sputa nel piatto nel quale si mangia. Ricorrono i neologismi: sinistrato, cattocomunista (il più delle volte con la k), sinistronzo, sinistrotto, piddino, renzino. L’uso del neologismo ha una funzione particolare, tende a circoscrivere l’individuo in un gruppo e il gruppo in un luogo comune con una lingua incomprensibile fuori dal recinto. (Lo stesso accade con le degenerazioni neuronali o psicotiche.) Perché di quello si tratta, le mandrie si uniscono attorno al capobranco che promette ordine e qualche benevolenza. La parola ordine ha una natura apotropaica e curativa quando l’Io perde le sue funzioni. Le parolacce la fanno da padrone: caxxo (con la x), rottinculo, checca, negrodimerda, terrone qualche volta. La grammatica latita, ma si tratta di gente laboriosa, non di sfaccendati intellettuali che hanno tempo da perdere con i dettagli. I concetti sono ridotti al minimo: gravitano attorno a poche idee, confuse neanche tanto; la prima attorno alla quale ruotano le altre è la paura per l’uomo nero che ti tiene un anno intero (come nella filastrocca). La medicina che gli accoliti propongono è il rimpatrio, la galera, la frusta a volte per gli indesiderati. La dinamica della discussione è pressoché la stessa: il mentore scalda gli animi con una domanda retorica e l’esercito infuriato parte in battaglia. Non c’è posto per la discussione, la regola è che a casa nostra facciamo come ci pare e se non vi sta bene fora di ball. Il capitano commenta poco e quando compare sembra un bulletto di periferia che si mette alla guida fomentando la massa inferocita. Non stempera le animosità, istiga piuttosto con un’ironia che a lui sembra sottile, ma che non va al di là della volgarità di certi film anni ’70; la mandria fa muro e tutti insieme si riuniscono a mangiare polenta e osei. I luoghi comuni la fanno da padrone; un luogo comune è un pensiero che fa riferimento a un’abitudine culturale maturata nel sentire popolare. La realtà è un’altra cosa, ma quando c’è un limite cognitivo la comprensione viene filtrata da un’idea tanto diffusa da sembrare verosimile. La verosimiglianza è però lontana dalla verità, come la demagogia e la retorica dalla politica. Non si tratta solo di una disfunzione semantica indotta dalla mancata padronanza del vocabolario, ma di una profonda degenerazione neuroantropologica. Si sente nell’assenza del senso delle parole e appunto nel prevalere dei luoghi comuni. E vengo al punto: la demenza neurolinguistica è caratterizzata dalla perdita del significato e dal deterioramento cognitivo; è una manifestazione clinica della degradazione lobare frontotemporale, associata all’atrofia del giro temporale inferiore e medio.

facebook

Le persone affette presentano problemi nella denominazione e nella comprensione di parole, nel riconoscimento dei volti, delle cose, delle situazioni, della realtà; la predominanza del verbale o non verbale (e nel nostro caso delle gutturali che dominano sulle articolazioni mature della lingua) riflette l’accentuazione dell’atrofia cerebrale. Alla distruzione del linguaggio si accompagna quella della personalità e a seguire la dimensione democratica e sociale dell’individuo. L’aggressività, la violenza, l’odio sociale verso un fantasma immaginario e minaccioso è uno dei morfemi dello stato paranoico di un poveretto che ha smesso di desiderare in maniera sana e consapevole e ha cominciato a odiare.

UN TRANS CHIAMATO DESIDERIO

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E’ notizia di ieri: Rimini, quattro uomini violentano (ripetutamente) una turista e picchiano il fidanzato. Poi si allontanano e stuprano una Trans. Ora, al di là del fatto (terribile, deprecabile, inemendabile) m’è scappata una risata. Non sono cinico e so che vuol dire, però ho pensato: che cavolo hanno preso, se lo viene a sapere l’Aifa li mette sotto contratto. Il problema è che questi quattro idioti sono un rigurgito di un mondo decadente, perverso più che misogino, esacerbato al parossismo; il sesso della vittima è irrilevante e la violenza ha finito per prevalere sul godimento. Sembra insomma che nel corpo erotizzato dalle icone pornografiche (e dunque non più corpo ma ideologia), al di là dello specifico individuale maschio-femmina, abbiano riversato un odio sociale che priva la persona di un’identità politica prima che di genere, trasformandola in una funzione per l’orgasmo. Siamo all’antitesi del piacere ed è un fenomeno diffuso. Il Paese che ha censurato a lungo il desiderio è ora nelle mani di una dittatura feroce, che violenta i corpi svuotandoli della sacralità della carne. E questi quattro cialtroni non sono l’eccezione, ma l’esasperazione della regola. Si credono liberi e potenti, quando in realtà sono l’espressione di un conformismo culturale che ha fatto del loro modello estetico una pantomima di quello del padrone. Perché il potere è anarchico e fa quel che vuole, ma questi sono solo un gruppo di sfigati destinati alle patrie galere.

Insomma: cercate il piacere? Imparate a corteggiare, a rispettare, a sedurre. L’oggetto del vostro desiderio è una persona e non una cosa, violentarla non vi fa onore. Dovesse venirvi la voglia di fare un salto dallo stadio suino nelle specie animali più evolute, vi lascio in lettura questa lezione minima (tratta dal mio De rerum contronatura) di bon ton, idioti che non siete altro.

DIVENTARE GAY IN DIECI LEZIONI - giancarlo buonofiglio

CORTEGGIAMENTO

approccio: l’arte del rimorchio è una delle più antiche e radicate espressioni del maschio (meno per ragioni culturali nella femmina) della specie umana. E’ un passaggio fondamentale senza il quale non si può facilmente accedere all’intimità del coito. Lo capite infatti anche voi (o no?) che non si può fermare una fanciulla o un giovanotto mentre distrattamente camminano per la strada pretendendo che siano disposti a congiungersi senza i naturali rituali dell’accoppiamento, peraltro con il primo cretino che decide di ingropparseli sul marciapiede. I cerimoniali sono quindi importantissimi per predisporre l’individuo scelto all’amplesso (per ottenere il suo consenso e comunque per evitare una denuncia per molestie) e, benché esercitati più o meno ampiamente in tutto il mondo animale, primari nello svolgersi dei rapporti umani. E’ però forse l’unico campo nel quale l’uomo deve cercare di distinguersi dalle altre specie, non prevedendo il codice penale alcuna specifica attenuante nel caso che la vittima scelta non fosse consenziente, e non avendolo (diciamocela tutta) la natura dotato di ali che gli permettano di fuggire altrove una volta compiuta l’impollinazione. Insomma è per una ragione pratica e non per altro che il maschio della specie umana deve cercare di controllarsi; in particolare quelli che gli zoologi chiamano “organi copulatori annessi” e che servono, non ad altro, che a trattenere il partner durante l’accoppiamento: i copepodi sono ad esempio muniti di antennule di cui si servono come organi prensili; gli anfipodi di una appendice branchiale che è capace di immobilizzare la femmina per giorni interi; molti ditiscidi hanno appendici anteriori dotate di ventose; alcune libellule, la zanzara e la mosca scorpione addirittura una specie di pinza; l’uomo più comodamente delle mani. Non solo però. Essendo un animale culturale riesce abilmente a trattenere la preda con un’infinità di astuzie che vanno dalla clava dei tempi antichi alla minaccia di licenziamento in quelli moderni. Rispetto a tutti gli altri animali, e nonostante il gran parlare dei fondamentali diritti irrinunciabili, pare insomma che dall’era Mesozoica nella specie umana non sia avvenuta nessuna significativa mutazione del carattere.

Gli etologi hanno fornito una mappa del cerimoniale amatorio; nella specie particolarissima dell’omosessuale si sono riscontrate, dall’orientamento alla fuga, ben sei fasi progressive nell’approccio:

orientamento: è importante che l’omosessuale (ma anche l’eterosessuale) sia sufficientemente orientato su quello che veramente desidera (ripasso della seconda lezione). Il pericolo è che perda del tempo prezioso correndo per mesi dietro ad una ballerina di Lapdance per confessarle, una volta ottenuto l’appuntamento, di essere un pederasta. Guardatevi dunque allo specchio e chiedetevi se in fondo non vi piaccia più il panettiere della sua cassiera. Fatta la scelta preventiva, orientarsi nel mondo dei gay è poi piuttosto semplice data la loro maggiore disponibilità (e la simpatia) ai rapporti interpersonali: potete iscrivervi al circolo dell’Arcigay, bazzicare da un locale notturno all’altro, uscire per strada completamente nudi e con un cartello in mano con scritto “cercasi amante pederasta”, intraprendere la carriera di modello o commesso in un negozio di alta moda, presentarsi alla riunione del condominio con i bigodini e lo smalto sulle unghie, telefonare a casaccio ai numeri che trovate sull’elenco del telefono;

scelta: quando si rimorchia è importantissimo selezionare una alla volta le vittime. L’indecisione in questo campo è deleteria. La scelta è una questione di gusto, può essere determinata dal taglio dei capelli, dalla voce, dal profumo, dalla villosità, dal conto in banca, dai centimetri di quella parte, al limite dai modi garbati e dalla sensibilità mai comunque dall’intelligenza. Gli intellettuali sono perciò avvertiti, i tempi cambiano e non c’è molta voglia di rompersi gli impronunciabili con noiose discussioni sull’esistenza;

sincronizzazione: per sincronizzazione dovete intendere la capacità di cogliere i messaggi dell’altro, di capire fino a che punto potete spingere le vostre intenzioni. Facciamo un esempio: siete seduto al tavolo di un bar e non ce la fate a togliere lo sguardo da un fustaccio che si trova dall’altra parte della sala; a sua volta l’uomo vi guarda facendovi l’occhiolino e passandosi la lingua sul labbro superiore. Ebbene in questo caso è molto probabile che la vittima prescelta non solo sia un omosessuale ma che addirittura lo stiate eccitando. Facciamo un altro esempio: vi trovate in ascensore con una specie di bronzo di Riace animato che strizza l’occhio dicendovi fiumi di zozzerie. Voi pensate che sia un pederasta e pertanto gli saltate addosso, l’individuo però non solo vi respinge ma vi tira un cazzotto in faccia. Questo è appunto un tipico errore di sincronizzazione. E’ accaduto cioè che avete ingenuamente scambiato la sindrome di Gilles de La Tourette per un invito sessuale. Per non cadere in tali equivoci, peraltro assai comuni e dall’esito sempre incerto, è insomma necessario che ad ogni tentativo di approccio facciate la massima attenzione. Nel caso specifico del tic nervoso potreste cominciare prendendo la laurea in medicina;

persuasione: col termine persuasione dovete intendere l’abilità che ha una persona nell’indurre un’altra a compiere un’azione che di per sé non avrebbe mai fatto, e che è di esclusivo interesse della prima. Affinché si possa parlare di persuasione è necessario che la persona da convincere sia libera e cosciente; quindi non commettete un atto di persuasione (né tanto meno potete attribuirvi doti seduttive) se per portarvi a letto il partner dovete prima bastonarlo, o quando abusate sessualmente di un paraplegico semiparalizzato. In amore moltissimi sono i modi di persuadere; i più comuni rimangono:

1) gli assegni circolari: metodo raffinato e di sicuro successo. A volte è una questione di prezzo, l’esito dipende dagli zeri che scrivete sul pezzo di carta;

2) le minacce: convincere con le minacce non è di questi tempi facile. Ad ogni modo, se proprio volete adottare questa strategia fatelo almeno con una certa classe. Evitate insomma le frasi fatte “O me lo dai o non ti faccio fare la valletta”, “Ricordati che il principale sono io”;

3) le false promesse: sono sempre a dir poco necessarie. Dato che presumibilmente (essendo questo un manuale per pederasti) l’oggetto da sedurre è un uomo (ovviamente se voi siete un uomo, una donna invece se anche voi siete una donna), non potete con tutta evidenza promettere di sposarlo e di avere bambini. Ripiegate perciò sull’ultima possibilità rimasta, mettere su casa ed essergli fedele per tutta la vita. Dovessero però nel frattempo cambiare le cose, diventando finalmente anche questo un Paese civile che consente a due persone dello stesso sesso di unirsi in matrimonio, avete sempre l’alternativa di emigrare prendendo la cittadinanza vaticana;

4) la menzogna sulla misura del membro: mentire avete mentito (ma sui centimetri dell’organo riproduttivo nessuno dice mai la verità; ci sono ad esempio delle donne che, confuse dai parametri del marito -stabiliti arbitrariamente sulla base del proprio membro che con scarso senso delle proporzioni ritengono di 20 centimetri, quando in realtà raggiunge a malapena i 10-, credono non solo che il rotolo di carta igienica sia lungo 50 centimetri, ma di avere una vagina dal diametro spaventoso), infilandovi magari una lattina di birra nella tasca anteriore, cosa però intendete dire quando il trucco sarà scoperto?

5) l’eloquenza: la parola è un afrodisiaco eccellente; una frase detta al momento giusto e con il tono di voce appropriato riesce alle volte dove sessuologi e terapeuti hanno ripetutamente fallito. Naturalmente l’uso sapiente della parola richiede una lunga preparazione e una certa sensibilità poetica; non si può fermare uno sconosciuto dicendogli selvaggiamente “Bel maschio c’ho un toro nelle mutande che scalpita per incornarti”. Ci vuole tatto, molto tatto;

6) la pistola: è un mezzo persuasivo di indiscutibile efficacia. Non si sa come, ma nessuno davanti ad una pistola riesce a dire di “no”. Neanche gli eterosessuali più convinti;

7) la chiave inglese: è un mezzo persuasivo di indiscutibile efficacia. Non si sa come, ma nessuno davanti a una chiave inglese riesce a dire di “no”. Neanche gli eterosessuali più convinti.

-placamento del compagno reticente o aggressivo: una linea sottile separa l’amplesso tra due o più persone consenzienti (pur con qualche indecisione iniziale) dalla violenza carnale; questa linea per quanto incerta e indefinita esiste ed ha appunto il nome di “placamento del partner reticente”. E’ importante intendersi sulle parole: il rischio è quello di finire in galera per abuso sessuale. Un conto è infatti convincere una persona all’amplesso, facendola pian piano scivolare nel piacere in modo da ottenerne il consenso, un altro e legarla mani e piedi e usarle violenza. Nel primo caso si tratta di una particolare abilità seduttiva, nel secondo di stupro. Se pertanto avete finora fatto ricorso nell’esercizio dell’arte amatoria unicamente al metodo più sbrigativo e pratico (l’altro, a dire il vero, è piuttosto lungo e alle volte persino noioso), e intendete continuare su questa strada, vedete per lo meno di non lasciare prove tangibili del vostro quadrupede passaggio;

fuga: ammesso che abbiate ottenuto un appuntamento dal garzone del fruttivendolo che vi piace tanto, ammesso che siate riusciti dopo lungo corteggiamento a farlo chissà come innamorare (cosa però piuttosto improbabile dato che persino uno scorfano rincretinito si vergognerebbe a farsi vedere in vostra compagnia), e ammesso pure che si sia concesso carnalmente alle vostre voglie, come pensate di comportarvi quando il giovanotto vi chiederà scioccamente di sposarlo? A meno che non abbiate intenzione di protrarre oltre la relazione (e comunque non ce ne sarebbe motivo dal punto che avete ottenuto ciò che desideravate) è forse il momento giusto per darsi alla fuga, tanto più che lo stesso (ma non è comunque detto dato il generale rimbecillimento) difficilmente potrà ricattarvi dicendovi di aspettare un bambino. I modi per dileguarsi sono tantissimi e in genere fantasiosi, alcuni addirittura commoventi; il lettore potrà inserire nel proprio repertorio seduttivo i seguenti atipici:

1) inviare al proprio domicilio una falsa “cartolina rosa” che invita a recarsi al distretto militare per assolvere agli obblighi di leva. Anche se avete passato la sessantina da un pezzo;

2) confessare qualche malattia venerea, magari incurabile, scusandovi per avere taciuto quell’unica volta che lo avete fatto;

3) professarsi razzisti; il ragazzo di bottega è infatti un extracomunitario;

4) dichiararsi perdutamente innamorati del suo principale; il ragazzo di bottega è infatti un extracomunitario e sa bene che il suo datore di lavoro può sbatterlo fuori quando vuole;

5) dichiararsi perdutamente innamorati dell’idraulico, confessando una certa dipendenza psicologica dalla chiave inglese;

6) confessare di essere un sacerdote in viaggio di piacere, che non ha nessuna intenzione di contravvenire al voto di castità (anche se per una volta ha ceduto alla debolezza della carne).

Dopo il corteggiamento non rimane che parlare dell’amplesso, non prima però di avere fornito una pratica mappa informativa sui luoghi più indicati e maggiormente stimolanti per l’accoppiamento. Della contraccezione è evidentemente inutile dire dal punto che come si sa i maschi in genere non ingravidano gli altri maschi, né la femmine altre femmine (lo sospettavate, vero?). [Segue lezione]

1 Diffusa specie animale, poverissima spesso ai limiti della sopravvivenza, proveniente dalla penisola Iberica che si serve abusivamente dei mezzi di locomozione per spostarsi durante le ondate migratorie.

L’ESTATE

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L’estate più che una stagione è un’emozione; coincide con la chiusura delle scuole, le città deserte, il rumore degli zoccoli sul catrame. Una volta comportava una pausa lunga dal lavoro, ma i tempi si sono ristretti. Ci accorgiamo dell’estate dal numero di uxoricidi, perché il caldo amplifica le insofferenze domestiche, dai furti in casa, le code sull’autostrada, dai piedi che salutano dai finestrini. La pubblicità progresso che ricorda di non abbandonare i cuccioli all’autogrill e di andare a riprendere nonna alla casa di riposo. Giusto per mettere in valigia qualche rimorso. Totò, la commedia sexy che un moderato eccitamento lo provoca, ma nel modo giusto, gradito dalle signore che si lusingano con qualche inaspettato risveglio; l’abbronzatura rende più belli e una volta che la pelle è color amaranto ci sentiamo insolitamente desiderati. Estate vuol dire palestra, la prova costume, estenuanti sedute dall’estetista che si prende cura delle negligenze, adipe o punti neri. La pancia dentro, aspirata ai limiti del verosimile, perché il confronto coi giovanotti ancora integri nell’anatomia è inevitabile. Le infradito; io le bandirei ma le portano tutti. Costumi sgambati per le donne, che scoprono di essere belle e sempre comunque lo sono, orgogliosamente sfacciate nell’esporre la mercanzia reclusa durante l’anno; pantaloncini per gli uomini con annessa carenza pilifera al polpaccio, che tradisce mesi di fustigazione del pedalino. L’odore della crema, i discorsi da ombrellone, io quella me la farei e io il bagnino me lo sono fatto, la cellulite che pare essere una piaga sociale, le fantasie erotiche mugugnate a bocca stretta mentre le mogli sono distratte da altro. Un libro, le chiacchere con l’amica, il pianto del bambino che strilla il rancore per mamma in una spiaggia affollata. Papà che mette a dura prova il miocardio correndo dietro a una palla, con quel dolore al fianco a ricordargli inesorabile che non ha più l’età. L’estate comporta il sudore, le magliette appiccicate come una seconda pelle, il pesce, l’anguria non più fortunatamente sotterrata ed esumata dalla battigia, le finestre aperte. le zanzare. Quelle sono immancabili ad avvertirci del cambio di stagione. Ma l’estate è soprattutto fantasia, immaginazione, evasione; un sogno e un desiderio non pronunciato. Come un bacio che si dà così, perché ogni tanto è bello rimanere senza fiato.

L’AMORE E’ UNA GRAVE MALATTIA MENTALE (Platone)

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Nei suoi percorsi l’amore finisce per diventare il sentimento degli oppressi e diventa oppressione nei soggetti più deboli. Svincolate dal contesto le pulsioni vengono convogliate nell’altro e questo altro finisce per assorbire emozioni, desideri, fantasie che non sono collocabili altrove. Si tratta in sostanza di una concentrazione di bisogni primari che hanno altra natura oltre a quella banalmente fisiologica della riproduzione e del piacere; qualche volta si mantengono su binari adeguati, altre diventano ossessioni. Le ossessioni ancora una volta sono concentrazioni, raggruppamenti emotivi che rendono il campo affettivo instabile e conducono all’implosione. La causa è storica e sociale, ma fare i conti con qualcosa di così esteso non è semplice e la psicoanalisi non viene in aiuto, si dimostra a volte di ostacolo accentrando l’attenzione sul soggetto piuttosto che sulle dinamiche che lo temprano. Platone scriveva che l’amore è una grave malattia mentale; là dove dovrebbe rompere le catene e rendere quel che chiama anima leggera, diventa un carico che appesantisce l’oggetto, invade soffocandolo il soggetto, stravolge la relazione irrompendo con un sovraccarico emotivo che non le appartiene. Perché l’amore non può essere un peso e deve passare fluidamente da un corpo all’altro; la regola kantiana rimane fondamentale, trattare l’altro come un fine e mai come un mezzo. Non può esserci nulla di intenzionale, l’amore non ha nessuna finalità e non può essere una compensazione. Se è un bisogno rimane inappagato, quando è una domanda non trova risposta. Riporre in un altro individuo la conferma a attese mortificate, porta alla deflagrazione del rapporto, non risolve i bisogni del soggetto, provoca nell’oggetto repulsione e fuga. A quel punto chiamiamo amore quella che è in realtà una ritorsione, rivelandosi per quello che è: concentrazione e violenza sull’altro. L’ultima perversione concessa da uno stato che fa detonare tra le mura domestiche impulsi che hanno spesso un carattere economico, storico e sociale.

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