ER COSO DE LI COSI

ER COSO DE LI COSI

Er coso è quell’attrezzo che poi pure non avello e ce poi vivere lo stesso. E forse a ben guardà ce vivi pure mejo. Fa perde la ragione all’ommini e le donne ce lassano er decoro. Quanno cominciano i problemi e quannn’è che te se comprica la vita, quanno er coso vole uscì pe’ cercà l’errica. E allora capisci ch’è finita, che nun hai pace pure se te piace, pecché non è una bona amica, er coso te fa vivere a fatica. Alla fine te rassegni, ce pensi, ce ripensi e poi te dici che va bene, che la vita in fonno c’ha le sue pene. E je voj quasi bene, specie se nun s’arza a fa’ l’inchino. Si chiama vecchiezza quanno ‘na mano lo pija e l’accarezza e quello nun si move e nun l’apprezza. Ma pure er coso c’ha i pensieri sui. Poi sempre circondarti dell’amici, che te fanno armeno sentire meno solo, a vorte raffinati artre villanzoni, ma lui per compagnia che c’ha, du’ cojoni?

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ER COSO DE LI COSI

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ER COSO DE LI COSI

Er coso è quell’attrezzo che poi pure non avello e ce poi vivere lo stesso. E forse a ben guardà ce vivi pure mejo. Fa perde la ragione all’ommini e le donne ce lassano er decoro. Quanno cominciano i problemi e quannn’è che te se comprica la vita, quanno er coso vole uscì pe’ cercà l’errica. E allora capisci ch’è finita, che nun hai pace pure se te piace, pecché non è una bona amica, er coso te fa vivere a fatica. Alla fine te rassegni, ce pensi, ce ripensi e poi te dici che va bene, che la vita in fonno c’ha le sue pene. E je voj quasi bene, specie se nun s’arza a fa’ l’inchino. Ma pure er coso c’ha i pensieri sui. Poi sempre circondarti dell’amici, che te fanno armeno sentire meno solo, a vorte raffinati artre villanzoni, ma lui per compagnia che c’ha, du’ cojoni?

   Dai Rigurgiti Romaneschi

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IL NASO DI PINOCCHIO

 

adesso (7) (2)

La bugia deforma non solo il discorso o le parole, ma il corpo. Non tocca i invece pensieri o la mente (parola che vuol dire menzogna): le bugie nascono nella testa, il corpo non mente mai. La fatina si accorge delle balle di Pinocchio dalle dimensioni del naso; nella favola di Collodi il protagonista è una testa di legno e come tutti i bambini non distingue la verità dalla menzogna. Non si accorge della mostruosità della “nappa”, sono gli altri a percepirla. La sproporzione segna il limite tra ciò che è giusto e quello che è sbagliato: più che una proposizione, la bugia è una sproposizione; e infatti si dice che uno parla a sproposito, che vaneggia ed è fuori dalle regole. La verità ha la sua grammatica e nessuno deve ficcarci il naso. Pinocchio evade invece dalla narrazione (è nota l’attitudine del Burattino alle fughe). Il senso della giustizia è tutto all’interno della favola, la bugia è la fuga; tanto che arrivano i gendarmi a riportare l’ordine nel racconto. I gendarmi sono qualcosa di esterno proprio perché sono già dentro la storia; si sentono in ogni pagina e li vediamo inseguire il fuggitivo, come fanno i bambini che leggendo seguono col dito le parole. La giustizia insegue sempre qualcuno, mette il dito nella fiaba. Qualcuno ha detto che seguire una regola è ubbidire a un comando; non importa che quella sia la regola giusta, che abbia i capelli turchini o la severità del maestro, il suo valore è nella parola ubbidienza, e chi contravviene finisce appunto in udienza (dal giudice). La parola bugia viene dal latino medievale bulgarus, bulgaro. In Bulgaria era diffusa l’eresia patarina, e così il bulgaro fu assimilato all’eretico, all’usuraio e al sodomita. Col significato di ingannare e truffare la parola bugia rimanda a un’immagine sinonimica volgare. E infatti se a qualcuno capitava di farsi truffare, era chiaro che lo avevano buggerato. Perché magari la bugia disturba e qualche volta ti fotte, ma arriva pur sempre la giustizia a mettere le cose a posto. Ed è noto che le verità sono ipotesi e supposizioni e Pinocchio (come tutti i burattini) diffidava delle supposte.


(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani: tutto quello che non vi dicono sulle favole)

E VISSERO FELICI E CONTENTI

Biancaneve

E VISSERO FELICI E CONTENTI
La struttura delle favole è piuttosto comune; cominciano con una tragedia, arriva l’amore, muore il cattivo, terminano con “e vissero felici e contenti”. Non ci facciamo caso, ma in quel “e” si sente un “nonostante tutto”, il “ma” dubitativo. Così almeno pensavo da piccolo, tutta quella felicità non mi ha mai convinto: i bambini amano le favole, ma non vogliono essere coglionati. Ricordo mamma, terminata la favola chiedevo, “e poi?”; quella fine secca e perentoria non mi bastava, stimolava anzi la mia curiosità (e una certa morbosità). Le favole non ammettono interruzione e non hanno un termine. Come in certi dipinti, se il pittore è capace, l’occhio percepisce quello che non ha disegnato. Nella scrittura (e ancor meglio in quella fiabesca) avviene lo stesso, la storia va oltre la fine della favola e il racconto continua altrove. Per una certa abitudine che hanno i bambini allo stupore, già sanno cosa accadrà nella storia; la parte più interessante, che evade dalla linearità della narrazione, rimane quella non scritta. Le favole si muovono secondo consuetudine e tuttavia stupiscono proprio perché è presente un’interruzione nel racconto. Come per la scatoletta di tonno, quando la apri, vedi che è vuota, ma c’è un biglietto: tonno subito!. Non ti lamenti se è vuota, ti stupisci perché quel che contiene disturba le regole del gioco.
(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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IL LUPO CATTIVO (da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

Biancaneve

IL LUPO CATTIVO
Il cattivo nelle favole ha dei caratteri consueti. Fauci, corpo peloso, gigantesco, vorace. Qualcuno direbbe addirittura archetipici, essendo qualcosa non solo di comune, ma che precede la formazione dell’immaginario. La favola produce la fantasia, l’alimenta, la sostiene, la usa persino. Tanto che quando l’incappucciata trova il canide al posto della nonna, non si stupisce che abbia la bocca grande e le mani pelose. Nelle favole come nel sogno non c’è posto per lo stupore; è una consuetudine che diventa abitudine. La vita si svolge in questo altrove, nel bosco e i boschi (si sa) sono popolati dai lupi. La favola non funziona senza; il lupo muove i personaggi, dà un volto alla paura, tiene in tensione la storia e dà una regola alla struttura, alimenta il risentimento del lettore, più che dell’anonima scarlatta. Il bosco è nell’immaginario di chi legge, che fa appunto una legge e sancisce la morte del quadrupede. Perché le favole sono cose da bambini e i bambini, col senso della giustizia che hanno, diventano crudeli. C’è una relazione tra giustizia e crudeltà. E infatti i buoni non si accontentano di ammazzare il lupo, gli devono squartare la pancia (finanche per tirare fuori la nonna); i buoni nelle favole non porgono l’altra pancia e appunto rendono pan per focaccia.
(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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DIVENTARE GAY IN DIECI LEZIONI (de rerum contronatura)

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DIVENTARE GAY IN DIECI LEZIONI copertina

NOTA PER IL LETTORE

Tempo fa uno sconosciuto mi chiese di fare l’amore. Non usò propriamente l’espressione “fare l’amore”, si servì anzi di una nota metafora domestica. La sua proposta era comunque chiara. Compresi allora che le mie possibilità di acchiappare erano di colpo raddoppiate. Non solo avrei continuato a correre (per lo più inutilmente) dietro alle gonnelle, ma quelle gonnelle avrei potuto metterle io stesso facendomi a mia volta rincorrere da nerboruti e irsuti individui di sesso maschile. Lì per lì sintetizzai le mie motivazioni con un deciso e virile “no!”. Non dissi altro e gli voltai (per modo di dire) le spalle … 

Assume allora un senso insolitamente etico questo corso accelerato per aspiranti gay, e un contenuto morale la sua esposizione in forma scolastica: fornire al neofita che ha deciso di convertirsi gli strumenti più adeguati e aggiornati per iniziarsi ad una normale vita pederasta. O, se si vuole, i fondamentali consigli di adattamento da applicarsi nella dura lotta selettiva per la sopravvivenza … 

Combattuto tra i dubbi della coscienza e la perplessità della scelta di fronte ad una proposta tanto viziosa dell’esistenza, orgogliosamente genitale, e non di meno provocatoria nei confronti di un secolarizzato indottrinamento ideologico che ha fatto dell’infelicità una virtù, anche il lettore più disponibile sarà forse tentato di assestarsi su una posizione conservatrice sentenziando che è “contronatura”, e … magari anche di prendere moglie. Niente di male. Vorrei però ricordargli che la discriminante ecologica non è mai sostanziale, e che il concetto di “natura” è molto spesso un comodo e ozioso alibi, peraltro infondato. Perché, al di là del facile stereotipo, i gay la natura la amano eccome, come e più di altri; la amano anzi così tanto da volerla amare talvolta anche contro natura.

A dissuaderlo dall’intento malsano di convolare a nozze dovrebbe poi bastare una considerazione di tipo logico (deducibile nientemeno da santo Anselmo), semplicemente meditando sul fatto che se la moglie fosse una cosa buona, dio probabilmente ne avrebbe una.

(Dalla prefazione)

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