FACEBOOK censura le idee e spilla soldi con la pubblicità

“Io rivendico la mia libertà di scelta, oltre che di espressione. Io rivendico come utente della Rete la libertà che Internet ha nel suo DNA.” RedBavon

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L’articolo censurato (foto di RedBavon)

Di Giancarlo Buonofiglio

FACEBOOK, la cloaca del pensiero che latita, dell’insulto con rutto libero, della morale delle mutande madide di polluzioni, il coacervo del razzismo e del fascismo de noartri, il social che oscura i seni ma non rimuove post omofobi e minacce di morte l’ha fatto ancora. Questa volta ha censurato l’articolo scritto con RedBavon e Cuoreruotante sulla Commedia Sexy perché “contiene evidenti contenuti pornografici”. Avevo pubblicato il documento su Morelli e anche quello è stato cancellato per le medesime inemendabili ragioni. Ora tutto si può imputare allo psichiatra, ma non che abbia la faccia da culo. Quel social è un’accozzaglia di rigurgiti intestinali, tollerati fino a quando non esprimono un’idea; le fotografie sono la sottana dietro alla quale si nasconde una censura che non ha il coraggio per dichiararsi tale. Perché di quello si tratta. E per quanto riguarda il nudo: non ho mai capito il criterio col quale la comunità dei neuroassenti discrimini le immagini. L’esposizione della carne non manca, pur ritagliata in alcune parti. Il seno è tollerato, il capezzolo no. Il fondoschiena si può esporre; a quanto pare non ha una definizione oscena e non disturba il comune sentire. E’ interessante questa attenzione al ritaglio da macelleria; per metonimia la parte prende a significare il tutto e il corpo sezionato si presenta come il simulacro di significati che non ha. A vederla così sembra che l’interesse pornografico vesta il corpo piuttosto che spogliarlo con un abito di contenuti che ha la consistenza e la realtà dei fantasmi che affollano una mente malata.

Non c’è che un modo per ricostruire un minimo di diritto e se non li tocchi nel portafoglio questi non capiscono: EVITARE DI PAGARE LE INSERZIONI A FACEBOOK. (Che oltrettutto servono quanto una scatola di preservativi in un ospizio di centenari*.) L’azienda americana non è un social, ma un contenitore di avventori a cui il ZuckerMastrota della comunicazione propone tra i ciaone e le foto dell’amatriciana pentole e coperchi. Se gli articoli vengono generosamente ricondivisi, Facebook al di là dei contenuti li cancella perché a quel punto bisogna pagare (ti condividono? Dacce e sordi, che si capisce meglio); se i post (li chiama così con un neologismo di dubbio gusto) sono al di là della media intellettuale bovina blocca l’account. Di calcio puoi parlare, un’idea non la devi proporre (altrimenti è appunto pòrne.) Non ho mai postato un nudo e mi contestano infatti la pornografia. Questa volta è toccata a me, ma è una cosa che riguarda tutti; e se oggi censurano il mio pensiero domani toccherà al vostro.

[*A breve il mio articolo sull’inutilità delle inserzioni a pagamento su Facebook]

Seguono i commenti di Redbavon e Cuoreruotante.

Santissimo Zuckerberg! Scusa la volgarità!

“Scusa la volgarità? E perché? “
“Quello ogni cosa è peccato! È capace, vede il punto esclamativo … cos’è ‘sta cosa; l’uomo con il puntino sotto, è peccato, noi ci mettiamo con le spalle al sicuro. Scusa le volgarità…”
(cit. dalla lettera a Savonarola di Benigni e Troisi in “Non ci resta che piangere”)

di RedBavon

La censura di Facebook si è abbattuta sulla bacheca di Giancarlo e ha eliminato il post che indirizzava all’insano contenuto pubblicato in terra di WordPress, frutto della spremitura di tastiere di Cuoreruotante, Giancarlo e me. Motivazione: “contenuto pornografico”.

La motivazione fa ridere per almeno tre ragioni:

  1. Non è un articolo ma un link al post su WordPress e le righe di presentazione scritte da Giancarlo sono tutto fuorché “pornografiche”. Abbiamo le prove: l’immagine del post di Giancarlo è sopravvissuta nella mia bacheca. (NdA: Giancà due sono le cose: hai una “reputation” sotto lo sporco delle suole delle scarpe oppure, come direbbe il Marchese del Grillo, io non sono “un cazzo”.).
  2. La commedia sexy all’italiana è classificata come sotto-genere della commedia all’italiana e non nel genere “hardcore” o “XXX. Solo per adulti”.
  3. Non è necessario nemmeno scomodare il gotha della critica cinematografica, ma è sufficiente avere visto qualche film per capire che qualche tetta e culo al vento non fanno “pornografia”: basta fare una passeggiata sulla battigia d’estate, assistere in TV a un qualsiasi show di varietà o passare davanti a un cartellone pubblicitario.

Dall’autorevole Treccani la definizione di “pornografia”: trattazione o rappresentazione (attraverso scritti, disegni, fotografie, film, spettacoli, video ecc.) di soggetti o immagini ritenuti osceni, fatta con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore.

Se ne desume che lo scultorio posteriore della Cassini o il giunonico seno della Fenech siano ritenuti dai moderatori di Facebook come “osceni” e che lo scopo del nostro articolo fosse di “stimolare eroticamente il lettore.”.

Chiunque abbia letto anche solo le righe di Cuoreruotante, che apre il trittico di contributi, può comprendere che il moderatore, fan di Tomas de Torquemada, è fuori come una fioriera sul balcone  del decimo piano oppure ha molti più problemi di noi tre con la lingua di Dante.

Gli altri due contributi sono scritti da due autori maschi e, dato il tema, il moderatore potrebbe attendersi, come minimo sindacale, almeno della “pruderie”: a parte un lessico più libertino e qualche fotogramma che esalta le decantate doti delle attrici, si tratta di un tributo a un genere che ha fatto storia nel nostro cinema e, stilisticamente, è un divertissement (il mio) e un piccolo saggio (quello di Giancarlo).

Con i suoi due miliardi di utenti (fonte Ansa.it 28 giugno 2017), è chiaro che Facebook  è di fronte a una sfida senza precedenti e, comunque, di portata titanica. La società di Mark Zuckerberg, quasi senza accorgersene e nonostante una folta schiera di detrattori e concorrenti, è diventata tra i messa media l’organizzazione più grande e a più ampia diffusione nel mondo.

Due miliardi di individui compresi nell’ampio spettro di varia umanità anche avariata con le loro capacità di intrattenere, informare, emozionare, meravigliare, rattristare, disgustare, annoiare, terrorizzare.

Si stima che il Community Operations Team, la squadra di moderatori di Facebook, forte di 4.500 operatori, per lo più sotto pagati (leggi Underpaid and overburdened: the life of a Facebook moderator – The Guardian, 25 maggio 2017), deve prendere visione di oltre 100 milioni di contenuti ogni mese; ciò significa che ogni moderatore ha mediamente un carico giornaliero di 741 post e, calcolando 8 ore lavorative, ha meno di un minuto per singolo contenuto. In questo minuto scarso deve farsi un’idea e sentenziare sulla conformità ai “Community Standards”, ovvero le regole auto-definite dalla società.

Mark Zuckerberg ha dichiarato che intende rafforzare il Community Operations Team con altre 3.000 risorse; applicando lo stesso calcolo a un numero di contenuti costante (in realtà sono in aumento vista la tendenza alla crescita di nuovi iscritti), il moderatore avrebbe finalmente poco più di minuto per esaminare un singolo contenuto. A leggere certe esternazioni di politici italiani in un minuto io ho problemi a capirli nel loro italiano, che quando va bene è in “politichese”. Di sicuro non ho le caratteristiche adatte per candidarmi a uno dei tremila nuovi posti di lavoro per il Community Operations Team.

La prima reazione quando Giancarlo mi ha comunicato della censura del nostro post non è stata esattamente compita, mi sono lasciato andare a strali dall‘educato “bacchettoni” al – Parental advisory. Explicit Content – “cazzoni“. Interloquire con chi ha deciso di censurare è impossibile perché la piattaforma è “social” fino a un certo punto; diventa “asociale” se vuoi rivolgerti alla società che la amministra. Mi sovviene nuovamente la famosa frase del Marchese del Grillo: “Ah… mi dispiace. Ma io so’ io… e voi non siete un cazzo!“.

Facebook non ha politiche trasparenti, sopratutto nell’applicazione. La prova è nei numerosi e grossolani errori in sono incorsi.

Gli abbagli clamorosi nell’applicazione della censura per i soli contenuti “sessualmente espliciti” si sprecano.

Lo scorso marzo Facebook blocca una pubblicità. Se il moderatore avesse avuto un po‘ più di tempo si sarebbe accorto che la pubblicità era una collezione di opere d’arte e che l’immagine ritenuta offensiva fosse il dipinto “Women Lovers” di Charles Blackman. Giudicate voi l‘”oscenità”:

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Women Lovers

A settembre dell’anno scorso la toppa più clamorosa:

una delle foto più iconiche mai scattate, nota come “Napalm girl”, che valse il premio Pulitzer al fotografo, Nick Ut, cade sotto la sciagurata mannaia della censura Facebook. Kim Phuk, la bimba all’epoca ritratta nella foto, fece sapere che era rattristata da tale notizia. La foto viene ripristinata dopo la prevedibile e legittima gogna mediatica. Una figura barbina per Facebook tanto che Zuckerberg cita tale macroscopico errore nel suo discorso-manifesto “Building Global Community” pubblicato a febbraio, ne trae spunto per dedicare un capitolo intero e circa un migliaio di parole sul tema “Inclusive Community”.

Zuckerberg è ancora lì sul suo dorato piedistallo, il post citato nel momento in cui scrivo “piace” a 100.597 utenti, ha 14.940 condivisioni e conta 7.000 commenti.

Ho i miei dubbi che il moderatore che ha censurato “Napalm girl” lavori ancora per Facebook.

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Napalm girl

Secondo Zuckerberg, Facebook sarà un social network con sempre maggiore enfasi sui rapporti umani, promuovendone le interconnessioni. Tale dichiarazione è stridente, se non contraddittoria, con quanto invece succede ogni giorno sulla piattaforma: linguaggio violento, discriminatorio, cyber-bullismo, un campionario male assortito di crudeltà, frustrazione e miseria (dis)umana.

Al di là del linguaggio violento (il pistolotto sull’ “Online Disinhibition Effect” ve lo tiro un’altra volta), la vera questione è se gli utenti siano in sintonia con l’”ambiente” in cui interagiscono, se si sentano a proprio agio nel perimetro fissato dalle regole auto-definite dalla società, dichiarate in modo generico e applicate, come da esempi riportati decisamente più famosi del nostro, con una buona dose di arbitrarietà.

I sacrosanti e tanto cari principi di libertà di pensiero ed espressione su cui Internet è fondata vengono lanciati fuori dalla finestra quando non coincidono con gli interessi del “business”.

La censura è già un’espressione di controllo su una società che è reputata non in grado di auto-selezionare i contenuti adatti e pertanto ha bisogno di un organo di controllo super partes. E sappiamo quanto “super partes” sia vuoto di significato quando vi sono altissimi interessi economici e politici in gioco. Ogni riferimento all'”idolatria del denaro”(cit. Papa Francesco) del capitalismo selvaggio nonché alla censura fascista, nazista, comunista e di qualsiasi regime totalitario odierno è puramente voluto.

Nella fattispecie, i rischi di una censura applicata da un controllo privato ad opera di una società multinazionale sono già sotto gli occhi del cittadino, anche non utente social network: si pensi a quanto è stato riportato sull’influenza delle “fake news” durante la recente campagna elettorale statunitense e delle cosiddette “filter bubble”, cioè il tracciamento del comportamento online dell’utente con lo scopo di offrire contenuti coerenti con le sue preferenze.

Nessuno conosce gli algoritmi e le esatte politiche di Facebook (ma neanche di Google): non temo il rischio d’imbattermi in un contenuto non adatto se non addirittura “osceno”, perché così – fattane esperienza – la prossima volta saprò evitarlo. Ciò che temo è che non saprò mai ciò che è stato cancellato arbitrariamente da Facebook o da Google e considerato “non adatto” per me.

Io rivendico la mia libertà di scelta, oltre che di espressione. Io rivendico come utente della Rete la libertà che Internet ha nel suo DNA.

Se i moderatori di Facebook continuano in questa applicazione arbitraria di regole auto-definite dalla multinazionale di cui sono dipendenti, il rischio è che diventino dei moderni inquisitori.

È inutile negarlo: “Facebook is the king of the social media” (cit. Forbes, 23 marzo 2017). Facebook deve perciò ammettere che gioca un ruolo importantissimo per come decine di milioni di persone vedono il mondo intorno, per come comunicano. Pertanto, è responsabilità di Facebook attuare politiche sempre più trasparenti, con l’obiettivo di specificare il “perché” e il “come” prendono le decisioni se un contenuto è da cancellare e non deve essere visto da altre persone.

L’attuazione di linee guida dettagliate e trasparenti è anche un modo per l’utente per capire il proprio “perimetro” e dove ha sbagliato se il suo contenuto è stato eliminato. Nel nostro piccolo caso, l’evidenza è che la commedia sexy all’italiana e ciò che abbiamo scritto non è un contenuto né “sessualmente offensivo” né tantomeno “osceno”. Perché allora è stato eliminato?

È anche vero che se l’utente conoscesse nel dettaglio le “regole del gioco” potrebbe decidere di non essere più parte di quella “comunità” perché non le condivide e non si sente a proprio agio. Ciò chiaramente stride contro la carta-obiettivo che Zuckerberg ha estratto dal mazzo: “Conquista le due Americhe, Africa, Asia, Europa e un quinto continente a tua scelta”

Firmato:

Tre persone, tre personcine, noi siamo tre personcine per bene che non farebbero male nemmeno a una mosca…

Caro Facebook …

Di Cuoreruotante

Sono Cuoreruotante. L’articolo che avete ingiustamente censurato porta anche la mia firma. Mi metto per un attimo nei panni di una persona ignorante, leggasi “colei che ignora”, e, cerco, sforzandomi, anche da ignorante, di estrapolare qualcosa di pornografico nell’articolo che abbiamo scritto. Non ci riesco. Abbasso l’asticella delle mie pretese, ancora nulla di vagamente pornografico. Mi ricordo di essere ignorante, allora vado a cercare il significato della parola “pornografia”. Da Wikipedia: La pornografia (dal greco πόρνη, porne, “prostituta” e γραφή, graphè, “disegno” e “scritto, documento” e quindi letteralmente “scrivere riguardo” o “disegnare” prostitute) è la raffigurazione esplicita di soggetti erotici e sessuali in genere ritenuti osceni ed effettuata in diverse forme: letteraria, pittorica, cinematografica e fotografica. Bene, ho capito e rileggo. Niente, non abbiamo scritto di prostitute o prostituzione, di atti osceni o indecenti.
Abbiamo dato risalto, con parole semplici e forbite, ad un genere di film prettamente comico, ma ad alto contenuto culturale. Non ci sono termini volgari, immorali o, vagamente, riconducibili ad essi.
Esistono gruppi su Facebook che inneggiano realmente alla prostituzione, che offendono (eufemismo) donne, bambini e chi non la pensa come loro. Trovo ingiustificato il vostro comportamento con la censura dell’articolo e il blocco dell’account di Giancarlo Buonofiglio. Vi invito a spiegarmelo, vi ricordo che io sono ignorante. Grazie

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IL PAESE DEI TRONISTI

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La modernità tecnologica ha reso possibile qualcosa che le vecchie generazioni non conoscevano, la popolarità. Se un uomo ordinario acquisiva notorietà normalmente era per un fatto grave di cronaca; la celebrità rimaneva una prerogativa aristocratica e al di là di una discendenza fortunata coincideva con qualche virtù. Essere riconosciuti voleva dire emergere per qualità, impegno, sagacia, attitudine; comportava una dote che altri non avevano. La comunicazione di massa ha appiattito le differenze, omologato i linguaggi, livellato al basso le abilità. Anche l’istruzione di Stato ha contribuito alla spersonalizzazione sulla base di un astratto principio di uguaglianza che ha finito per mortificare la qualità. La popolarità ha dato l’opportunità all’ultimo disperato di affiorare all’interno di una massa di individui senza nome. I linguaggi della comunicazione, conformati quel tanto che basta a raggiungere il maggior numero di persone, tendono a una lingua media e mediocre che deve indurre a consumare prima che a conoscere o raccontare. In economia si dice che la richiesta muove l’offerta e un popolo educato dalla televisione di Stato, dall’istruzione di Stato, dalla lingua dello Stato (di questo Stato) non è in grado di discriminare tra un prodotto che ha valore e l’altro. Emergono i mediocri, i miserabili, i nullafacenti e i nullaesistenti; non meraviglia che politici e imprenditori di dubbio gusto abbiano l’approvazione e un seguito popolare. Personalmente non li distinguo dai tronisti della De Filippi, ma è un problema mio. Se la richiesta è quella, l’offerta non può che compiacerla. La mediocrità dell’informazione e delle derrate culturali, l’inefficienza di chi ha un incarico pubblico dipendono dalla contrazione del livello di coscienza, di erudizione, di lungimiranza di un popolo che ha perso le radici della civiltà inseguendo il sogno della celebrità. Un sogno appunto in cui anche il più inetto tra gli individui possa identificarsi, annullare le alterità e ottenere il successo fino a credersi stocazzo; costringendo a un’emigrazione che l’Italia non conosceva, quella che porta all’espatrio uomini e donne che parlano di cultura, di scienza, di diritto in paesi nei quali essere famosi è magari bello, ma conoscere, elaborare idee, innovazioni, scoperte è comunque meglio. Ci siamo adagiati nella banalità della lingua e siamo contenti così, con quattro soldi tra mani e il desiderio di spenderli nei luoghi del piacere, che sono poi il cimitero della nostra coscienza.

SMACK O PCIU’?

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La discussione sui massimi sistemi è stata questa: il bacio nei fumetti fa smack e pciù per onomatopea credo. Ho pure provato in strada mandando baci a vuoto, perché sono testardo e voglio capire; se poi qualcuno guarda male pazienza. Insisto, per me fa pciù. L’animaletto prepubere che camminava con me propendeva per smack. Tu sei vecchio e c’hai (con la c) l’alzheimer, non te le ricordi certe cose (poi dice che uno è favorevole all’aborto). Ora io qualche bacio l’ho dato, prima della piorrea intendo. Pciù sa di morbido, accompagna le labbra sfiorandole appena, è un suono mi pare eufonico. Ma gli adolescenti che rumore fanno? Smack non mi piace, rimanda a uno schiocco pieno, come quando si appoggiano le labbra sulle guance di un altro con effetto ventosa; evoca l’eco di uno schiaffo (e se non ricordo male così lo chiamano gli anglosassoni) stridente come un rimprovero, con l’impronta della mano che traccia il ricordo sulle gote. E poi non mi fido delle ambiguità semantiche, almeno in certe cose se è non può non essere. Insomma fa smack o pciù? La domanda non è superficiale, il problema è il rapporto tra la parola (scritta o parlata) e la cosa. Nei fumetti accade qualcosa di simile alla caricatura, inverosimile e non rappresentativa, la parola evoca un’immagine, una forma per quanto deformata da una lingua concepita per un immaginario ingenuo, scolastico o prescolastico. Eppure in un volto alterato riconosciamo quella e non un’altra persona e ad un suono attribuiamo uno specifico evento, una situazione, un’emozione. Arf è l’abbaiare di un cane, Argh rimanda a un dolore o dispiacere, Boing allude a un rimbalzo, Brr esprime la sensazione del gelo o anche paura, Burp è un rutto e come suono è abbastanza simile alle flatulenze che conosciamo (e si sa che certe gutturali sono puro flatus vocis), Click è il rumore dell’interruttore, Gasp lo stupore, Grunt (o Sgrunt) la rabbia, Mumble mumble il mormorio del pensiero quando rimugina. E troppo ce n’è, basta dare un’occhiata al glossario di fumetti e disegni animati. Ad ogni modo questo linguaggio ha modificato in profondità la struttura della lingua, ci ha abituati a una relazione o inferenza tra i neologismi sulla carta e le cose reali. Alla Marvel parlavano di Fattore (o gene) X, e voleva dire che era avvenuta una mutazione del Dna, una di quelle però che dalla lingua si dilata e coinvolge la comunità educando il gusto della parola che chiamiamo letteratura. Quella dei lettori (di un tempo, non credo che i fumetti li leggano oggi in tanti), con un quotidiano fin troppo banale e il bisogno di ammorbidirlo con un immaginario più articolato di quello offerto dall’uso comune delle parole. Che sempre comuni comunque sono. Pfui e Puff puff dunque, come dire: che noia, andiamo oltre. Lo chiedo al mio amico Snoopy-Redbavon che di fumetti (e di semiotica) se ne intende. Tu che ne pensi, Pciù o Smack?  

 

QUANDO I MOSTRI SONO A PIEDE LIBERO

Il fatto è noto: una giovane donna getta dal balcone il figlio e il bimbo muore. Il web si scatena, l’italiano di norma belante col padrone si mostra feroce coi disgraziati. Perché sempre disgraziati comunque sono. I commenti su Facebook nella pagina della donna sono migliaia, ho provato ad analizzarne alcuni. La regola è il punto esclamativo e qua si sprecano: come dire tiè o ‘ntuculu e più ne metti più ‘ntuculo lo prendi. L’italiano, inteso come lingua, latita (nel carattere fa invece sentire la fulgida presenza) e all’assenza del congiuntivo siamo però abituati. Il ke scritto con la k viene inteso come un rafforzativo e il x in luogo di per serve a demarcare la differenza antropologica: la lingua italiana è roba da checche intellettuali (e dunque di sinistra), noi siamo altro, nonrompetecilaminchia. I più imbestialiti invitano alla violenza (bruciamola, se ero io ti ficcavo… vabbè ci siamo capiti), altri, gli apocalittici invocano la giustizia di Dio. Io non sono pratico della materia, ma mi pare di ricordare che Dio fosse agape e misericordia. L’aggettivo puttana è la regola e vuol dire: sei un corpo sessualizzato e dedito al piacere piuttosto che all’amore. Sembra che il piacere svilisca l’amore, bah. Troia, cagna etcc. I commenti più garbati sottolineano il disagio mentale della signora e l’opinionista italiano rivela una insolita preparazione psicoanalitica. Le sentenze più violente (e questa cosa mi ha stupito) vengono dal mondo femminile (70 a 30 direi), bassa scolarizzazione, qualche nostalgico fascista. Alcuni commenti li ho trascritti fedelmente qua sotto; buona lettura.

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C’è quella che dà consigli: Troia puttana 😤 xke ucciderlo xke portarlo in grembo x 9 mesi x poi ucciderlo xkeeeee bestia bastarda devi crepare… Nessuno deve avere pietà di te merdaccia umana potevi portarlo in ospedale e rimanere anonima bastarda

Quella che era meglio se chiudevi le cosce: Solo un essere spregevole ed ignobile arriva a qst….sta piezz e puttana bucchina prima gli è piaciuto aprire le gambe…x nove mesi ha nascosto la gravidanza a tutti dicendo che nn sapeva di essere incinta….ha avuto la freddezza e la lucidità di buttarlo giù…ma che psicopatica di 💩💩💩💩 rinchiudetela in un manicomio e buttate le chiavi….

Quella che è stata in carcere: Brutta puttana di merda spero che alle vallette ti mettono subito una corda al collo dopo averti torturata bastarda che sei non meriti neanche la galera tu… meriti torture e morte… non sei una donna e neanche una mamma perche loro non fanno del male hai propi figli tu invece hai avuto il coraggio di uccidere un anima innocente 😈😈😈 crepa all inferno troia maledetta

Il mistico che invoca il giudizio divino: BRUTTA SCHIFOSA, SEI UNA VERGOGNA, MERITI DI MORIRE DOPO TANTO TANTO DOLORE!!!
DEVI SOFFRIRE….NON HO PAROLE BRUTTA TROIA!!!! GENTE COME TE NON DOVREBBE ESISTERE DIO TI DOVEVA FULMINARE PRIMA!!!

Quella di prima che è stata in carcere e ce l’ha anche con tale Mario R.: Mario R.: sei un indegno e infame come XXX che di conseguenza spero che quando la mettono nel femminile delle vallette la appendono con una corda alle sbarre della cella sta puttana infame… e tu se sei il marito sotto falso profilo se…Altro…

Una signora interviene a moderare i commenti: siete solo dei meridionali.

Quello che le donne sono tutte: troia di merda….che tu possa marcire all’inferno insieme a chi ti ha aiutato.

L’esperto del sistema giudiziario: Magari la farà franca uscirà presto farà una comunità di recupero e poi libera….
Ma la gente che incontrerà povera lei meglio che si cambia i connotati

– al rogo

– bruciamola viva
(Due promani)

C’è anche chi prospetta l’eugenetica: Una persona malata di mente non dovrebbe mettere al mondo i figli

Tesi: Io penso che la colpa più grande ce l’abbia il marito

Antitesi: Cosa cavolo c’entra il marito?

Sintesi: il marito oltre a mettere il cazzo in culo non ha fatto nulla.
(Sillogismo perfetto)

Quella coi punti esclamativi: Sei la peggiore delle speci… (e già, se specie è al singolare il plurale sarà speci) Non so come definirti,ma sicuramente non sei una madre… Sperò tu marcisca in galera e che ti torturano fino alla fine dei tuoi giorniiiiiiiii !!!!!!!!!!!!

Quello che sei mignotta tu, tua madre e tua zia: Brutta puttana devi morire sia tu che quel figlio di puttana di tuo marito!!! Fate schifo bastardi di merda!!!! Meritate di morire torturati lentamente brutte merde indegne!!!

Grande troiaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa se ti terrei nelle mie mani ti farei fare una brutta fine.

Che Dio ti fulmini

Un ardito posta la foto del duce; la didascalia dice: ecco chi ci vorrebbe per salvare questo schifo di paese.(se non ricordo male nell’ultima guerra i morti sono stati 50 milioni, ma non si può pretendere di più)

Quella che la tortura non basta: SE TI AVREI TRA LE MIE MANI TI INFLIGGEREI TALMENTE DI QUELLE COLTELLATE CHE NON HAI IDEA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! MA SENZA FARTI MORIRE!!!!!!!! TI FAREI SOFFRIRE TANTO FINO AGLI ULTIMI TUOI 10 RESPIRI….. POI TI DAREI FUOCO LENTAMENTE!!!!!!! UNA MORTE LENTA ED AGONIZZANTE!!!!!!! E POI TI SQUAGLIEREI NELL’ACIDO!!!!!!!!!!! PER ELIMINARE DALLA TERRA OGNI TUO RESIDUO INUTILE SUPERFLUO! CHE TU PUOI MARCIRE NELLE FIAMME DELL’INFERNO!!!!….. E TUTTO IL TEMPO CHE PURTROPPO RESTERAI SULLA TERRA, DIO TI PUNIRÀ!!!!!…. STANNE CERTA!!!!!! MI AUGURO SOLO CHE TU POSSA FARE UNA LENTA E BRUTTA FINE DATO CHE NON TE LA POSSO FAR FARE IO!!!!!!!!!!

– Purtroppo la giustizia Italiana fà questo , non ce da meravigliarsi se tra un mese o domani anche è agli arresti domiciliari ..

Mario R. (quello con cui ce l’ha la signora che è stata in carcere):
Se ci fosse giustizia in italia le teste di cazzo che stanno qua a commentare non avrebbero diritto di voto

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Ma il commento più bello a mio parere è l’ultimo e lo condivido:

“Io spero che mettano tutti voi in manicomio”.

MA ANNATECE

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FELICISSIMA SERA, A TUTTE ‘STI SIGNURE ‘NCRAVATTATE

Il segno che eccede a se stesso porta sempre in un altrove, apre un passaggio, lascia tracce che riconducono all’origine, alla terra. Al di là di ogni regola formale, non solo il desiderio invade la scena come qualcosa di determinante, ma pare dominarla.

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Secondo Freud è la ripetizione e non solo il gesto mancato, l’atto privo di significato, il lapsus a intervenire disturbando la scena: “Vi è poi un’altra serie di esperienze che ci permettono anch’esse di riconoscere senza fatica che soltanto il fattore della ripetizione involontaria rende perturbante ciò che di per sé sarebbe innocuo, insinuandoci l’idea della fatalità e dell’ineluttabilità laddove normalmente avremmo parlato soltanto di caso.” Il lapsus è un segno non capito che porta al di là e racconta dell’Altro; scompagina e riordina i termini della relazione, crea una tensione nel principio di identità. E’ un gesto involontario che media tra termini altrimenti inconciliabili. La ripetizione ripropone la continua replicazione del qui e ora, l’univocità e l’immodificabilità dell’essere, che circoscrive evitando la frammentazione, riordina quello che accade, compone un’identità. In essa s’inserisce un altro termine, il perturbante, il vuoto, l’ombra. E infatti all’interno dell’ordine e delle regole, sopraggiunge inaspettato lo straniero. Non bussa, non chiede permesso, irrompe dicendo: “Aggio araputa ‘a porta e so’ trasuto cca”. Come appunta J. Baudrillard: “Nell’indeterminazione il soggetto non è né l’uno né l’altro, resta semplicemente lo stesso.” Ecco che compare la ripetizione, il sempre uguale a se stesso, che è uno dei nomi del principio di identità che nega l’alterità. Non c’è bisogno di spostare il discorso sul piano patologico dell’ossessivo, la ripetizione è la regola stessa del vivere (“Seguire una regola è analogo a ubbidire a un comando”, Wittgenstein). Ma non c’è regola senza disordine e non c’è ordine senza caos. Il desiderio spaventa perché è l’informe che non ha nome. Si presenta sempre e comunque nella vita e ancora di più nello scenario amoroso: “Stasera miezo a st’uommene aligante abballa un contadino zappatore”. Il contadino zappatore fa irruzione tra i signori, col suo linguaggio povero, malvestito, è l’uomo della terra. Lo straniero appunto, l’Altro che viene da un altro mondo. E’ il desiderio perturbante che arriva dallo spaesamento, dalla mancanza di un territorio senza confini certi. Crea disagio perché nell’informe il territorio non può delimitare in modo stabile il proprio perimetro culturale, linguistico, sociale. Parla e di cose comuni ma stravolge il discorso. Se Deleuze si richiama a Klossowski e a Blanchot lo fa per chiarire il passaggio dell’inconfessabilità come l’eccedenza possibile in un’epoca nella quale il segno diventa un simbolo mercificato. Il segno che eccede a se stesso porta sempre in un altrove, apre un passaggio, lascia tracce che riconducono all’origine, alla terra. Al di là di ogni regola formale, non solo il desiderio invade la scena come qualcosa di determinante, ma pare dominarla. Tanto da arrivare a dire: “I’ songo ‘o pate e nun mme po’ caccia’ … si zappo ‘a terra e chesto te fa onore; addenocchiate e vaseme ‘sti mmane”. Giusto per riportare all’ordine il discorso e far capire chi comanda.

(dai Frammenti di un monologo amoroso)

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Baciami stupido. Perché? Lo dicevo che eri stupido.

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