LA BELLA E LA BESTIA

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LA BELLA E LA BESTIA
Come nel sogno, nei racconti popolari a parola si carica di significati radicali e il discorso si svuota di un ordine. Sono fenomeni complessi. Non solo per il sovvertimento delle regole semantiche, che diventano un ginepraio di assurdità, ma per l’incomprensibilità di certi contenuti e talvolta esilaranti boutades. Cose improponibili nel linguaggio quotidiano, ma che sembrano la norma nelle favole. Una di queste ripete: “è brutto ma mi piace”, oppure “è uno stronzo, ma sono pazza di lui”. Capricci da principesse, appunto.
Barthes, analizzando il film “Ivan il terribile” rinviene un terzo senso (oltre quello simbolico e informativo), la “significanza” che è di difficile integrazione nell’ordine della lingua. Scrive che il senso del simbolico è intenzionale, evidente (“senso ovvio”, da “obvius”, ciò che viene incontro); quello della significanza è ostinato, inafferrabile, impronunciabile (“senso ottuso”, da “obtusus”, che significa smussato, arrotondato, liscio e perciò complicato da afferrare). Con questo elemento Barthes intende rivalutare le facoltà delle immagini di rimandare a un senso avulso agli altri sensi esprimibili con il linguaggio ordinario. L’ottuso non è intenzionale, non ha un significato, non appartiene alla lingua o alle parole (“E’ un significante senza significato”); non è solo l’oggetto dell’ottusità, ma è l’Io stesso a diventare ottuso. (Avete presente una donna innamorata di un mascalzone?) Il suo modo di raccontare è quello della significanza che non ha l’impudenza della significazione, nulla della sua oscenità. L’ottuso è riservato e discreto, percettibile appena. Esorta a uscire dalla scena, piuttosto che a disturbarla; si comporta come il sublime dell’Analitica che afferra uno sguardo e invita a seguirlo altrove. Come certi uomini tenebrosi, teneri ma incostanti, crudeli e delicati che appunto “fanno impazzire” rendendo tossico, ma in una continua tensione il racconto amoroso. Di norma è di questo che parlano le favole, ed è evidente nel racconto di Beaumont e Villeneuve. Le sens obtus (la bestia) è ostinato e sfuggente; è tenace, seduce, infiamma, rapisce (la bella). Per figurazione l’ottuso rimanda all’arrotondamento, all’addolcimento della significanza rispetto alla significazione. E’ lo smussamento di ciò che è spigoloso, fastidioso tanto è attuale; l’addolcimento di un senso troppo chiaro e presente. Ma è anche ciò che sfugge alla presa, che sorprende e ridefinisce. Mette fuori posto, colloca altrove, rapisce e porta via. L’arrotondamento comporta la difficoltà di afferrare, come ciò che non si lascia com-prendere; l’angolo ottuso, a differenza di quello retto che richiama alla simmetria e all’identità, può variare, si muove, è instabile, deforme, grottesco. Come appunto ne La belle et la bête. Non ha bisogno di un altro speculare. Sul piano della relazione comporta che esso esprima quello che non fa parte della lineareità del rapporto, ma la sua discontinuità e la sua frattura. Il senso ottuso è proprio della significanza che scaturisce dall’identità, dall’integrità della significazione. E’ una specie di sporgenza più che un altro senso, un contenuto che eccede al senso dell’ovvio. L’ovvio della significazione e l’ordine del discorso vengono frammentati da questa inclinazione al diverso della significanza. Il senso dell’ottuso è improduttivo; come un significante svuotato di significato, rimane sterile. Non rappresenta e non comunica niente. L’ottuso irrompe come qualcosa di innaturale che non ha una finalità: Questo Altro privo di volto sopraggiunge sulla scena senza nessuna strategia, alterità o intenzionalità. Si presenta nella forma di un grottesco che manca di rimandi, come ciò che ha un senso in sé, che butta l’occhio, rispetto al quale l’Io si pone in una relazione di non-indifferenza. Sta in un angolo, guarda la fanciulla, la turba, le prende la mano e se la porta via. Freud vedeva un fenomeno analogo all’ottuso nel disgusto e lo metteva in relazione con l’isteria. Il disgusto è la risposta isterica di fronte al corpo concentrato nel solo piacere, riconoscendo in esso i caratteri che sono propri del fuori scena; una reazione al disordine che nel corpo diventa nausea o vomito bulimico (in quanto eccedenza della significazione). La presenza di un piacere rimosso che non si può soggettivare e che comporta la riduzione del corpo a oggetto. E quando il corpo è ridotto alla sola carne compare il dégout, un malessere che esprime il disagio del soggetto nell’assumersi la responsabilità del piacere nel proprio corpo. Il disgusto è il racconto della mancata specularizzazione dell’Io nel corpo, la sua malformazione e la sua malinconia. Si tratta di un fenomeno ambiguo perché racconta il piacere in modo negativo. L’altra parte del disgusto è che esso indica la concentrazione del corpo-amoroso nel corpo-carne. Il disagio di fronte a questo osceno eversivo che giunge sulla scena stravolgendola non è il bisogno di sottrarsi allo scambio sessuale. Sopraggiunge -è vero- la negazione anoressica, ma nel disgusto prevale prima che il disagio per il piacere dell’altro, una reale re-pulsione (una pulsione respinta) che scompagina le regole dell’Io e l’ordine del corpo. Cosa che ostacola ogni possibile equilibrio. La reazione al piacere come opposizione alla domanda, serve a preservare l’identità che si identifica in una riproposizione di quello che è l’ovvio nella lingua. Il rifiuto del cibo può prendere nell’anoressia le forme del disgusto, del vomito fino alle forme strutturate delle fobie alimentari. Non per niente la fame d’amore, o la sua eccedenza bulimica, quando si trasforma in rabbia e disgusto fa dire all’innamorata: “mi fai vomitare”. E succede di pronunciare le parole come l’epilogo naturale di una storia segnata dall’ottusità dell’altro, brutto e deforme. L’ottuso esce di scena e lascia la donna a cercarlo ovunque. In questa fenomenologia amorosa, il corpo racconta la sua alterità rispetto all’ordine delle cose e del discorso. È il corpo innamorato, segnato da qualcos’altro a far implodere l’equilibrio su cui si sostiene. I limiti del corpo sono i limiti del lingua. L’ottusità fa perdere al corpo l’ordine e alla lingua la struttura. Fa “perdere la testa”, al punto da impazzire per uno che è “brutto” e “deforme”, ma che sopraggiunge portando via. Ed è per questo che alla principessa piace e pure tanto. In sostanza l’ottuso ha fascino e la bestia attrae, ma non solo nelle favole. E se Romina ha sposato Albano, forse qualche opportunità l’ho anche io.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

QUELLO CHE E’ REGALE E’ ANCHE RAZIONALE

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QUELLO CHE E’ REGALE E’ ANCHE RAZIONALE

Nelle favole i significanti abitano la narrazione, s’impadroniscono e modificano il racconto, identificano e contestualizzano i personaggi, prevalicano la scena. Il principe non ha un nome e la principessa è solo temporaneamente imprigionata nel corpo di una fanciulla popolare. L’atto precede la potenza e Cenerentola era di sangue blu, anche se non lo sapeva. Difficile trovare la regalità in ambienti degradati, ma nelle favole tutto è possibile. Il tutto prevale sulla parte, svilendo però i protagonisti in una metonimia che annulla le identità. L’identità si vanifica nei processi di identificazione superiori fino ad annullarsi. Svuotata la relazione di una reale affettività e privando l’altro di una realtà ontologica, predomina il significante regale che passa da un corpo all’altro, al di là delle differenze. Non c’è alterità, la domanda si restringe in una solitudine priva di desiderio e la richiesta d’amore è mediata da un eccesso che ordina la scena. In un tale campo privo di un (reale appunto) scambio affettivo non è più il piacere, ma il potere, l’idea, il blasone a passare da un corpo all’altro. Quello che è regale è anche razionale: cenere siamo ma Cenerentola diventiamo.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

LE SUPPOSTE DI CENERENTOLA

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LE SUPPOSTE DI CENERENTOLA
Le favole hanno una fine, terminano con “e vissero felici e contenti”. Dopo il travaglio i sacrifici dei protagonisti vengono premiati, perché se la virtù è premio a se stessa, non basta a soddisfare il contenuto della storia. Il contenuto non appartiene alla narrazione; è il di più, il fuori campo proprio dell’intervento del fruitore. Di norma il lettore vuole il lieto fine, mentre la virtù è una cosa da principi (o da filosofi). Nella teleologia popolare il finale appagante costruisce una metafisica, la scrittura fornisce le immagini e dà un corpo alla narrazione, contestualizza e circoscrive il filo del discorso; è appunto la trama, il tessuto che dà un ordine. La verità immobilizza la scena, preferiamo piuttosto i paralogismi, che tengono in tensione le maglie del racconto. “E vissero felici e contenti” vuol dire che quello che conta è in un altro luogo: il palazzo reale, il blasone, la felicità improponibile a una fanciulla di nascita popolare. Lo straordinario entra nell’ordinario e altera il campo descrittivo. L’alterazione funziona nella favola, ma produce infelicità nella vita reale. Se viviamo di cose supposte, non lamentiamoci quando ce le mettono nel culo.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

MISS ITALIA: SE IL PAESE VA A PUTTANE…

SE IL PAESE VA A PUTTANE E SONO TUTTE A CASA TUA, FATTELA UNA DOMANDA…

Tante, troppe polemiche su una ragazza uscita vincente da un concorso di bellezza, di per sé vecchio e inutile. Gli intellettuali sbandierano il gonfalone dell’intelligenza e della cultura, le donne politicamente impegnate sono indignate, le femministe di ritorno scioccate. Guardiamola bene l’intelligentia italiana. Ricordo Lucio Colletti, studioso di tutto rispetto e marxista abbracciare il nuovo che avanzava (e il nuovo era Berlusconi), giornalisti lacchè deflorati per deontologia, Rutelli che appendeva il cappio in Parlamento nel nome della laicità dello Stato e che pro beneficio è diventato un integralista alla Torquemada, Dalema che passa per essere l’uomo più intelligente della politica nostrana, le cui profezie sono rimaste proverbiali (ad ogni elezione dal 1994 in poi se ne usciva con la frase: “l’Italia finalmente si è liberata del Giullare”, puntualmente smentito dai fatti, tanto che ad ogni vaticinio mi toccavo). La laicità dello Stato, argomento fondamentale, nessuno ne parla, pochi la vogliono. Si discute invece di una bella ragazza che incespica nell’italiano, non di migliaia di persone che ogni giorno sono mutilate nel diritto e nella dignità. Di mignotte in questo Paese ce ne sono eccome, ma non stanno sul podio di Miss Italia. Raccontano favole e lo sappiamo, ci vuole però la faccia tosta per trasformare Cappuccetto Rosso nel Lupo Cattivo. In Italia si va a puttane, è lo sport nazionale, ma di notte quando la moglie dorme e il prete è in sacrestia. Tanta troppa morale da parte di un Paese che ha il tasso più alto di evasione e che in Europa (per questo e non certo a causa di una bella figliola) è rimasto ai margini del diritto e della civiltà.

(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

MANIPOLATORE DI PARADOSSI

CI PRENDONO PER IL “GURO”

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CI PRENDONO PER IL “GURU”
Grazie ad Umberto Eco ho scoperto di essere un imbecille del web. Il luminare è stato chiaro, la rete assimila un nobel a una casalinga di Riccione e sempre a parere suo (illustrissimo) a un imbecille è consentito di lasciare due righe su argomenti che (sempre a suo pregiatissimo parere) non conosce. Eco parla anche delle fonti, che in quanto cattedratico pluridecorato vede nell’università e/o nei comitati redazionali dei vari nobilissimi editori che stampano illustrissimi libri. Sulle fonti non mi dilungo, una casalinga di Riccione conosce la fisiologia meglio di Aristotele e se avessi bisogno di un intervento urgente in un deserto, mi augurerei di trovarmi con la donna di casa piuttosto che con il Filosofo. Non mi fido di uno che invita a mettere un elastico sul testicolo destro durante l’amplesso per assicurarsi una discendenza maschile. Proprio grazie alla rete e a quel po’ di fascismo televisivo anche la donna meno avveduta capisce che è una stronzata. Ma è forse proprio questo che dà fastidio al pregiatissimo. Per quanto riguarda il livellamento al basso di cui parla l’esimio, mi pare di vederlo in una piazza affollata censurando dall’alto della sua magistrale competenza questo o quell’altro passante che (come cazzo si permette) esprime un’opinione (che non è scienza, ma doxa e lo sappiamo) su questo o quell’argomento, foss’anche di semiotica, che è l’arte di discriminare le regole del linguaggio. E le regole appunto sono cose da università e/o dei vari comitati scientifici redazionali. Sulla validità scientifica delle varie informazioni mi permetto di dire due cose. Punto 1 (quanto mi piace puntualizzare, mi dà quell’aria da dotto, di uno che conosce in dettaglio le cose): di causa in causa, e lo sapeva anche il buon Aristotele, si arriva ad alcuni principi anapodittici che sono tali in quanto evidenti di per sé e non si conosce la ragione, ma è così e non si possono mettere in discussione. Punto 2: l’epistemologia popperiana, secondo la quale una regola diventa tale non per validità degli assiomi, ma per la forza seduttiva, il prestigio e il potere (universitario e/o dei vari comitati scientifico redazionali) di chi annuncia al mondo verità incontrovertibili. Evito di citare Wittgenstein, altrimenti dovrei produrre la laurea in copia firmata autenticata per poterne citare le fonti. Vorrei invece ricordare una cosa, il (la, che altrimenti le femministe si incazzano) clitoride è stata scoperta nel XVII sec. da un tale illustrissimo anatomista che si chiamava Colombo, e da allora (col De Re Anatomica) il mondo ha scoperto che esisteva il bottoncino. Viene da chiedersi: e ci voleva il cattedratico e il comitato scientifico redazionale? Il dubbio è che Colombo (non Eco, per carità) fosse dedito più all’onanismo universitario, a una forma di conoscenza (concupiscenza) tautologica, che naturalmente portata alla verità. Dalla presa di posizione di Eco è incontestabile che prima del tale Colombo non esistesse il clitoride; cazzo, se non c’era nei libri pregiatissimi non poteva anche esistere nella realtà. Insisto, se il tale avesse scopato (scusate, ma la volgarità è ben altra, ed è proprio di quella che stiamo parlando) di più avremmo avuto qualche guru di meno e qualche verità in più. Ma, si sa, ci prendono per il guru. Come l’America appunto, che non c’era sulle carte di navigazione e dunque non esisteva. Si chiama delirio, ma vaglielo a spiegare al pregiatissimo. Ci raccontano favole, come ha fatto Aristotele, il cui universo è rimasto tale fino al De Revolutionibus. Duemila anni di favole. Perché l’astronomo Aristarco di Samo, pur contemporaneo dello Stagirita, sapeva che era la terra ad orbitare attorno al sole; ma era uno sfigato e non aveva il potere di Aristotele (che guarda caso stava a corte di Alessandro il Grande). La rete ha permesso di mettere in discussione quel “e vissero felici e contenti”, mettendo in chiaro che i luminari e i vari comitati scientifici redazionali siano (non diversamente dagli imbecilli del web, pur con qualche competenza indiscussa e riconosciuta) dei narratori, a volte pure mediocri. La cultura è puttana, anzi peripatetica. E a puttane si va (scusate, ma sull’argomento ho una qualche competenza e se Eco me lo chiede, posso produrre i vari titoli accumulati nel tempo) per piacere, per sognare, illudendoci di essere protagonisti di una storia. Per sentirci raccontare una favola e per raccontarla (agli amici illustrissimi del bar dell’università) come se fosse la verità.

Giancarlo Buonofiglio
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

LEZIONI DI SESSO

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Come godersi la vita senza sensi di colpa
La cura del corpo è una buona regola per quanti decidono di dedicarsi ai piaceri dell’amore. Fate tesoro dei consigli esposti in questo libro e nessuno potrà accorgersi che in realtà fate schifo. Cinque utilissime lezioni d’amore, un indispensabile vademecum sui godimenti della vita.
LECTIO PRIMA: dell’arte del costume e del portamento
LECTIO SECONDA: dell’arte dell’approccio
LECTIO TERZA: dell’ineguagliabile arte della menzogna
LECTIO QUARTA:  dell’amplesso e della contraccezione
LECTIO QUINTA: dell’arte dell’abbandono

IL LUPO E LE FOCACCE

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IL LUPO E LE FOCACCE
Non abbiamo che una versione condita delle favole, come certi piatti delle mamme che insaporiscono le verdure per renderle appetibili ai bambini. Quelle originali hanno altri contenuti e la narrazione non è proprio da minori. il lupo mangia la nonna e non c’è il lieto fine nei racconti più antichi. Le favole, pur nascendo in contesti popolari venivano scritte da signori aristocratici ed erano rivolte al popolo ignorante per farlo fantasticare. A mia mamma quando lamentava la fame, la nonna non dava il pane (che era conservato per la cena), raccontava una storia. Il racconto forse non saziava, ma rendeva sopportabile l’attesa. Come si dice: focacce et circenses. Nella versione di Charles Perrault la bimba viene mangiata dal lupo e la storia finisce così. Il lieto fine era una cosa da signori; i protagonisti magari vissero felici e contenti, ma da principi e nel palazzo. Nelle edizioni più antiche il lupo-nonna offre a Cappuccetto Rosso un piatto a base dei resti dell’ottuagenaria; in altre ancora a contenuto equivoco, il lupo chiede alla bimba di spogliarsi e di mettersi a letto con lui. Nelle favole come nella vita il cattivo cucina sempre la verità e la cottura aiuta a digerire quello che non è commestibile. Un amico che faceva il cuoco nelle osterie ammetteva che più il cibo era scadente (come certa carne decomposta che viene speziata per coprire gli odori) più passava il tempo sulla fiamma. Non per niente Gualtiero Marchesi (che di cucina qualcosa capisce) ama dire: “Avete presente quante vite può avere un arrosto? Basta un profumo a cambiarne la sorte”. Personalmente metterei una scritta sui libri delle fiabe, come sui pacchetti di sigarette: CUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

dal MANUALE DELL’ANTIPSICHIATRIA

DA CRONACHE DALL’EPIGASTRIO

(memorie dalla pancia)

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HAI SCRITTO IL MANUALE DELLA PROSTITUTA?

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