LE FLATULENZE DI NONNA

Ieri ho ribloggato sbadatamente l’articolo di GengisJokerBaneKhan. Sbadatamente perché non era voluto; per sopraggiunti limiti di età non posso più discutere di sesso orale. L’argomento mi affascina, intendiamoci, sul piano ovviamente filosofico. Parlare di sesso in maniera autobiografica è una cosa da giovani virgulti e qua quel poco che è sopravvissuto lo dobbiamo oramai al Sildenafil; il rischio è di passare per un adolescente di ritorno, o un vecchio satiro che non si rassegna all’entropia della carne. Ci ho però pensato sopra e ho scritto questa cosa; l’articolo è diviso in tre parti: cose che non puoi più fare in età geriatrica; perché è bello essere anziani; le flatulenze quali ultima sublimazione della sessualità.

vecchio

COSE CHE NON PUOI FARE IN ETA’ GERIATRICA

Gli ostacoli sono di ordine psicologico e somatico; morali no, gli anziani sono infinitamente più licenziosi dei ragazzi. Il Diavolo non li vuole più e allora non rimane che pontificare. Non puoi guardare con interesse una fanciulla o approcciarla come farebbe un giovane, il rischio è che la stessa inveisca contro il vegliardo laido e sporcaccione, esponendolo al diniego e alla riprovazione dei passanti. Vecchio porco, ricoglionito, ha un piede nella fossa ma vuole esumare la mummia dal pannolone, se Renzi non gli dava gli 80 euro era meglio (congiuntivi a parte il senso non cambia). Insomma ci siamo capiti e non è bello. L’anziano non può rincorrere una giovane per strada, l’osteoporosi, l’artrosi, la sciatalgia e spesso l’enuresi non glielo consentono. Qualcuno poi ha l’enfisema, difficile starle al passo. Il bacio diventa complicato con la protesi dentaria e sa anche di Kukindent; le mani causa artrite si serrano ai fianchi come tagliole e ci vuole molta fantasia per assimilarle alle carezze; l’epidermide a pelle di daino non scivola su quella levigata; le resurrezioni sono rare e si fanno sempre più insoddisfacenti, il vecchio prima che a una disfatta si espone al ridicolo: non sa neanche lui se quello che sente nel cuore è amore o uno scompenso atriale. Se è un anziano a dire: mi fai morire, ebbene è meglio prenderlo in parola.

PERCHE’ E’ BELLO (TUTTO SOMMATO) ESSERE ANZIANI

Una ragione si deve pur trovarla per andare avanti, perché ai vecchi rode proprio il culo. Quando qualche neurone sopravvive ancora, vedono bene che mentre loro fanno briscola al circolo degli ottuagenari, i nipoti si accompagnano con ninfette che provocano le rigidità a tutti note. Alla fine il risentimento è abbastanza naturale; vero è che la natura sia diventata impietosa e consente loro di perpetuare il rancore oltre ai limiti fisiologici. Una volta la fine sopraggiungeva prima ancora del deterioramento organico e mentale; le cose sono però cambiate. Malauguratamente o per fortuna, fate voi. L’anziano gioca a bocce o a poppe (come ho sentito dire), dal filosofo Karl Poppe; è un epistemologo per erotica assonanza. Non esce la sera ed è libero di farlo, nessuno gli chiederà mai se sta male, se la ragazza lo ha lasciato, se ha problemi a socializzare. I vecchi stanno a casa e si sa. Guardare i cantieri è uno sport eccitante e travolgente, gli sbarbati non possono capire. Il gusto di dare buoni consigli arriva con l’età e il giudizio (lapidario ed è il caso di dirlo) stimola un rigurgito di piacere: ai miei tempi ! Con quel che lascia intendere la sentenza: non come voi debosciati e drogati; finocchi qualche volta (perché tanto i giovani sono sempre e comunque attratti dalle aberrazioni: e per il vetusto vuol dire tanta droga e poca figa). La pensione, vabbè lasciamo stare, con quella non ci campano e non infierisco. Il privilegio della badante qualcuno però ce l’ha e l’amore al catetere è un’esperienza unica e irripetibile (anagraficamente parlando). Rutto libero e flatulenze varie, il corpo che si decompone espelle tossine aeriformi; rispetto ai giovani gli anziani possono concedersi qualche disinvoltura lasciandosi andare ai piccoli legittimi godimenti del corpo in decadenza. Ma questo è appunto il prossimo argomento, che è anche un caro dolce ricordo di nonna Cecilia. Sorda come una campana, che rombava tranquillamente per casa le commoventi esternazioni. Inconsapevole del fatto che i parenti ci sentivano invece benissimo.

LE FLATULENZE DI NONNA

Nonna scoreggiava. Nella vita o ti scoraggi o scoreggi; c’è un filo diretto tra la visione del mondo e quel che avviene nell’epigastrio; al di là delle diverse profondità che vanno dal pensiero (più in superficie) alle emozioni (che si radicano piuttosto nella paleocorteccia) quello che conta viene concentrato nella pancia. C’è chi trattiene, gli idealisti e i metafisici per intenderci che pongono una barriera intellettuale tra le cose, e chi come nonna (che era fenomenologa prima ancora che materialista) le avvicina senza sovrastrutture linguistiche o formali. Le cose si possono pensare o vivere, nonna di più a quanto pare le fagocitava. Di per sé già la parola comprensione rimanda alle mani e al corpo che afferrando qualcosa conosce; nella fagocitazione c’è qualcosa di ancora più profondo, la masticazione del pensiero che diventa appunto una ruminazione, con quel che ne consegue sul piano fisiologico. Perché nonna ruttava, seppure arrossendo al momento dell’emissione di quella gutturale il cui suono è pur sempre sgradevole. Faceva brup e qualcosa di simile al raglio di un asino, poi si metteva la mano davanti alla bocca (poi, perché le mani non erano sincronizzate e i movimenti si facevano lenti con gli anni) quasi a scusarsi per essersi lasciata andare ai bisogni ineluttabili. Ed è proprio questo il punto, si lasciava andare verso le cose come se Platone (o Agostino) non fosse esistito. Le idee sono pur sempre portate da intellettuali e il suo era uno stomaco contadino abituato al poco in tavola; l’ho vista inorridire davanti a antipasti raffinati ma non sostanziosi. Le idee appunto che mettono fame e non saziano mai. Nonna non aveva quella forma di analità intellettuale, non tratteneva; si limitava alla sospensione del giudizio quando poteva e se proprio non riusciva evocava dall’intimità ciò che aveva assorbito. Anche i pensieri, che non per niente sono fatti di aria. Non c’è più nonna, era un’altra epoché la sua; con poche certezze, nessuna verità, ma capace di avvicinare le cose nella loro superficiale e sensuale profondità.

Reich, l’orgasmo, la violenza sessuale

Altre due vittime, questa volta a Roma. Due donne stuprate (al di là dei tecnicismi giuridici tra tentata violenza e la violenza acclarata) e una responsabilità certa, certissima, anzi probabile; i colpevoli ci sono e hanno un nome. Altri però ne verranno perché è un fenomeno anomalo che si va anomalamente normalizzando; le leggi si fanno sempre più incisive (che per il nostro ordinamento vuol dire inasprimento della pena), ma non basta. Perché il mostro, l’Ombra, l’Altro non arriva da luoghi geograficamente improbabili e tuttavia fa comodo pensarlo. Per rimozione, proiezione e spostamento. Il mostro lo abbiamo in casa e lo nascondiamo al giudizio morale.

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Per Reich (che ha anticipato il discorso sulle sessuopatie) il criterio della buona salute è il libero fluire dell’eccitazione nel corpo; un corpo erotizzato e non sublimato nelle forme culturali. Ravvisava nelle tensioni muscolari un orgasmo inespresso, contenuto, vincolato più alla morale che alle reali esigenze della carne. Le tensioni croniche sono abitudini inveterate, il sintomo del disagio di una civiltà che ha censurato la natura umana nelle pulsioni e genuinamente predisposta al piacere. Come Marcuse, Reich rifiuta l’impianto teoretico freudiano di un impulso originario distruttivo; la nevrosi dipende piuttosto dal decentramento politico del corpo e del suo condizionamento sociale. Il discorso di Freud sul disagio è alterato da un concetto destoricizzato della civiltà, il sacrificio della pulsione non è necessario all’ordine che una comunità si dà, ma funzionale a un genere particolare di società, che per Reich è quello borghese capitalistico. E’ discutibile anche il principio di realtà (tanto caro a Freud) e parimenti indefinibile come quello di normalità; è in questo che la psicoanalisi dimostra una matrice metafisica o ideologica, utilizzando categorie ontologiche (o meglio mitologiche) e non antropologiche. Il concetto di sublimazione, in quanto risolutivo del conflitto libido/civiltà, è una mistificazione per una fascia sociale disorientata in quel che conta e che tuttavia cerca un equilibrio nei meccanismi del consumo e del capitale, rinvenendo non più nella dialettica con l’altro (e con l’Altro) la propria identità. La teoria dell’origine sessuale delle nevrosi porta nella pratica terapeutica alla sostituzione della rimozione inconscia delle pulsioni con la rinuncia consapevole alle pulsioni stesse. Per Reich si tratta non più di uno spostamento culturale sul piano scientifico di idee politicamente conservatrici. Il disagio attuale individuale e sociale dipende invece dal mancato appagamento sessuale, dall'”imptenza orgastica” responsabile nel singolo del disturbo nevrotico e delle degenerazioni etiche e sociali della comunità. L’energia sessuale non liberata provoca un ingorgo nell’organismo, una stasi sessuale che alimenta il sintomo e la malattia. La repressione sociale della sessualità, la miseria sessuale delle masse vincolata a una monogamia innaturale non è che il riflesso della reale miseria sociale e culturale nella quale il popolo si trova a vivere. Il discorso-potere sul sesso, la famiglia, l’ordine economico della società, le istituzioni sono la mano del potere capitalistico che, attraverso le forme della deviazione nevrotica, impongono il dominio materiale e economico dell’ideologia borghese. L’introiezione in massa della prassi sessuofobica come luogo morale, produce individui socialmente pericolosi, stimola gli istinti peggiori, favorisce l’edonismo e l’egoismo, fomenta le degenerazioni antropologiche, mutila il carattere politico, solletica il populismo, annulla le resistenze al potere vincolando gli oppressi all’oppressore. La repressione matura nella depressione, qualche volta nella perversione e diventando la regola della comunità ne altera l’etica, i costumi, le leggi. La famiglia patriarcale in particolare il più delle volte mostra il carattere repressivo, il baluardo del capitale all’interno della classe oppressa, impedendo già dalle mura domestiche ai giovani di sviluppare un’energia realmente rivoluzionaria.

Marcuse è andato anche oltre. L’azione del capitalista consiste nel produrre l’autonomia dell’ideologia borghese, come qualcosa di separato dai piaceri materiali e svincolato dalla realtà esistente. La felicità collocata al di là della vita quotidiana e finalizzata a liberare dalla realtà sensibile e dalla sessualità, diventa un meccanismo per disciplinare le masse insoddisfatte, potenzialmente eversive. Il disagio individuale e sociale è la conseguenza all’ordine contraddittorio della società. La mancanza di felicità, la malinconia o la depressione come carattere precipuo del popolo è banalmente il risultato di un’organizzazione sociale irrazionale. L’analisi di Marcuse non si ferma a questo: sottolinea l’incompatibilità della felicità con il lavoro, come testimonia l’esistenza miserabile a cui è ridotto il proletariato (nelle nuove denominazioni). Il piacere individuale, inconcepibile in un mondo rurale che l’aveva socializzato, non è in grado di tradursi in un progetto di reale trasformazione sociale; è necessaria una prassi per fare dei bisogni primari una profonda rivoluzione del reale in quel che c’è di razionale. Al progresso tecnologico e all’evoluzione economica (lo vediamo ogni giorno) non corrisponde necessariamente l’emancipazione umana, come pure al socialismo non è seguita la dissoluzione del capitalismo. La violenza, a cominciare da quella sessuale, è il punto più alto di un ordinamento sociale che reprime non la sessualità e il piacere, ma la loro diffusione all’interno di una strategia storica e dialettica. Ma questa davvero è un’altra vicenda, politica prima ancora che psichiatrica e penale.

Da Gli italiani…

IL PAESE DEI TRONISTI

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La modernità tecnologica ha reso possibile qualcosa che le vecchie generazioni non conoscevano, la popolarità. Se un uomo ordinario acquisiva notorietà normalmente era per un fatto grave di cronaca; la celebrità rimaneva una prerogativa aristocratica e al di là di una discendenza fortunata coincideva con qualche virtù. Essere riconosciuti voleva dire emergere per qualità, impegno, sagacia, attitudine; comportava una dote che altri non avevano. La comunicazione di massa ha appiattito le differenze, omologato i linguaggi, livellato al basso le abilità. Anche l’istruzione di Stato ha contribuito alla spersonalizzazione sulla base di un astratto principio di uguaglianza che ha finito per mortificare la qualità. La popolarità ha dato l’opportunità all’ultimo disperato di affiorare all’interno di una massa di individui senza nome. I linguaggi della comunicazione, conformati quel tanto che basta a raggiungere il maggior numero di persone, tendono a una lingua media e mediocre che deve indurre a consumare prima che a conoscere o raccontare. In economia si dice che la richiesta muove l’offerta e un popolo educato dalla televisione di Stato, dall’istruzione di Stato, dalla lingua dello Stato (di questo Stato) non è in grado di discriminare tra un prodotto che ha valore e l’altro. Emergono i mediocri, i miserabili, i nullafacenti e i nullaesistenti; non meraviglia che politici e imprenditori di dubbio gusto abbiano l’approvazione e un seguito popolare. Personalmente non li distinguo dai tronisti della De Filippi, ma è un problema mio. Se la richiesta è quella, l’offerta non può che compiacerla. La mediocrità dell’informazione e delle derrate culturali, l’inefficienza di chi ha un incarico pubblico dipendono dalla contrazione del livello di coscienza, di erudizione, di lungimiranza di un popolo che ha perso le radici della civiltà inseguendo il sogno della celebrità. Un sogno appunto in cui anche il più inetto tra gli individui possa identificarsi, annullare le alterità e ottenere il successo fino a credersi stocazzo; costringendo a un’emigrazione che l’Italia non conosceva, quella che porta all’espatrio uomini e donne che parlano di cultura, di scienza, di diritto in paesi nei quali essere famosi è magari bello, ma conoscere, elaborare idee, innovazioni, scoperte è comunque meglio. Ci siamo adagiati nella banalità della lingua e siamo contenti così, con quattro soldi tra mani e il desiderio di spenderli nei luoghi del piacere, che sono poi il cimitero della nostra coscienza.

LA REGOLA DELLO STUPRO

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E’ successo ieri a Milano: una donna di 81 anni è stata violentata. Questo è un Paese per vecchi, immobilizzato e polveroso. I giovani se ne vanno e anche agli stupratori tocca insomma arrangiarsi. Quando hai fame (giusto per mettersi nella testa del suino) non stai a sottilizzare: non t’importa l’età della gallina, comunque fa buon brodo. Lo stupro come altre forme di violenza sta diventando la regola nel Paese delle eccezioni. Ho provato a delineare un identikit dello stupratore medio e di come agisce. Sembra ci sia un rituale nella scelta della vittima (donna, il più delle volte, qualche trans perché lo stupratore non fa differenze di genere e a volte pure di specie), del luogo (spesso isolato per ovvie ragioni), dei modi (dall’avvicinamento, all’atto, alla fuga). Il canovaccio è sempre lo stesso.

Regola I

Lo stupro è quella curiosa pratica sessuale attraverso la quale prendiamo possesso del corpo dell’altro senza che l’altro lo desideri. Stuprare non è facile, raramente è qualcosa di istintivo; richiede attitudine e sacrificio; il primo dei quali è quello della coscienza: lo stupratore è convinto che l’altro esista unicamente per i suoi vomitevoli passatempi. Non è forse nato apposta?

– Chi è lo stupratore: chi aspira a diventarlo deve essere cinico, violento, erotomane e complessato. Non entro nel merito dell’indagine psicoanalitica, ma ci siamo capiti: ce l’ha piccolo. Se non è tutto questo è meglio che rinunci. Onde evitare brutte figure; onde evitare che l’altro ci stia.

Regola II

– Come si veste lo stupratore: l’abbigliamento sembra fondamentale, curato nei minimi particolari. In testa un passamontagna, spesso forato all’altezza del bocca in modo che consenta il passaggio della lingua. I pantaloni hanno tassativamente la cerniera lampo; sbottonare richiede del tempo e il suddetto non ne ha molto a disposizione.

Regola III

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– Come agisce lo stupratore: scelta la preda (morigerata nei costumi e pura nello spirito, insomma per quanto è possibile illibata: se non lo è, il rischio è che non solo partecipi attiva allo stupro, ma che ci prenda magari gusto), dapprima si comporta con discrezione e gentilezza, onde conquistarsi la fiducia della stessa. Se la vittima sospettasse le vere intenzioni potrebbe non solo dileguarsi, ma decidere o meno di cedere. E il vero stupratore non accetta regali: quello che vuole se lo prende e basta.

Regola IV

– Dove porta le sue vittime lo stupratore: ottenuta la fiducia, la preda potrà seguirlo ovunque. Anche di notte in strade deserte, magari nel suo appartamento. L’essenziale è che fino al momento della rivelazione non si accorga di quello che succederà da lì a poco. L’arma prima di uno stupratore è infatti il terrore, e il terrore non può avere alcuna preparazione. Il virtuoso non opera comunque mai in metropolitana.

Regola V

– Come si rivela lo stupratore: se in macchina, e la vettura è munita di un apparato elettrico, comincia a chiudere gli sportelli automaticamente preparando un eccitante clima di diffidenza. Cosciente di non di non avere possibilità di fuga, è quanto meno probabile che la vittima rimanga terrorizzata facilitando il compito. Ad ogni modo la rivelazione è sempre brutale e inattesa: se finora avrà sospettato, da adesso non dovrà più avere dubbi.

Regola VI

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Che cosa fa uno stupratore: uno stupratore stupra. Affinché si possa però parlare di violenza è necessario che il predestinato non solo non sia consenziente, ma che non ci goda nemmeno. Se gode, come sa ogni giudice chiamato a pronunciarsi sull’ipotetico reato, non c’è violenza ma mutuo consenso. Supposto quindi che la vittima non ci stia, la successione degli eventi è  sequenzialmente impostata:
1) assoggettamento della preda: il rituale porta a mettersi sopra ed impedirle ogni movimento;
2) i vestiti non vengono tolti ma lacerati, le mutande strappate (il rumore del tessuto che va in frantumi suscita un vero stato di panico);
3) il coito è rudemente animale (cosa che rende più imbarazzante e posticipa la denuncia). Per evitare di farsi mordere la lingua lo stupratore evita il bacio in bocca;
4) la regola è quella di insultarla, violentandola anche a parole (come se in fondo le piacesse). L’umiliazione dapprima suscita qualche reazione, poi subentra la rabbia, lo svilimento e infine la resa;
5) ad eiaculazione avvenuta lo stupratore si alza e si allontana con indifferenza, come se nulla fosse accaduto: non lo ha infatti voluto lei? Quante storie, si vedeva che non desiderava altro.

Regola VII

– Come abbandona la sua vittima lo stupratore: completamente nuda e magari malconcia. Lo scopo è di impedirle di correre a chiedere aiuto; se perciò non avrà vestiti addosso e sarà dolorante è evidente che il suino potrà allontanarsi in tranquillità. Perché il carattere dello stupratore è quello: la tranquillità d’animo e la coscienza di avere fatto la cosa giusta.

Da Lezioni di sesso (il sesso in cinque lezioni)

 

UN TRANS CHIAMATO DESIDERIO

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E’ notizia di ieri: Rimini, quattro uomini violentano (ripetutamente) una turista e picchiano il fidanzato. Poi si allontanano e stuprano una Trans. Ora, al di là del fatto (terribile, deprecabile, inemendabile) m’è scappata una risata. Non sono cinico e so che vuol dire, però ho pensato: che cavolo hanno preso, se lo viene a sapere l’Aifa li mette sotto contratto. Il problema è che questi quattro idioti sono un rigurgito di un mondo decadente, perverso più che misogino, esacerbato al parossismo; il sesso della vittima è irrilevante e la violenza ha finito per prevalere sul godimento. Sembra insomma che nel corpo erotizzato dalle icone pornografiche (e dunque non più corpo ma ideologia), al di là dello specifico individuale maschio-femmina, abbiano riversato un odio sociale che priva la persona di un’identità politica prima che di genere, trasformandola in una funzione per l’orgasmo. Siamo all’antitesi del piacere ed è un fenomeno diffuso. Il Paese che ha censurato a lungo il desiderio è ora nelle mani di una dittatura feroce, che violenta i corpi svuotandoli della sacralità della carne. E questi quattro cialtroni non sono l’eccezione, ma l’esasperazione della regola. Si credono liberi e potenti, quando in realtà sono l’espressione di un conformismo culturale che ha fatto del loro modello estetico una pantomima di quello del padrone. Perché il potere è anarchico e fa quel che vuole, ma questi sono solo un gruppo di sfigati destinati alle patrie galere.

Insomma: cercate il piacere? Imparate a corteggiare, a rispettare, a sedurre. L’oggetto del vostro desiderio è una persona e non una cosa, violentarla non vi fa onore. Dovesse venirvi la voglia di fare un salto dallo stadio suino nelle specie animali più evolute, vi lascio in lettura questa lezione minima (tratta dal mio De rerum contronatura) di bon ton, idioti che non siete altro.

DIVENTARE GAY IN DIECI LEZIONI - giancarlo buonofiglio

CORTEGGIAMENTO

approccio: l’arte del rimorchio è una delle più antiche e radicate espressioni del maschio (meno per ragioni culturali nella femmina) della specie umana. E’ un passaggio fondamentale senza il quale non si può facilmente accedere all’intimità del coito. Lo capite infatti anche voi (o no?) che non si può fermare una fanciulla o un giovanotto mentre distrattamente camminano per la strada pretendendo che siano disposti a congiungersi senza i naturali rituali dell’accoppiamento, peraltro con il primo cretino che decide di ingropparseli sul marciapiede. I cerimoniali sono quindi importantissimi per predisporre l’individuo scelto all’amplesso (per ottenere il suo consenso e comunque per evitare una denuncia per molestie) e, benché esercitati più o meno ampiamente in tutto il mondo animale, primari nello svolgersi dei rapporti umani. E’ però forse l’unico campo nel quale l’uomo deve cercare di distinguersi dalle altre specie, non prevedendo il codice penale alcuna specifica attenuante nel caso che la vittima scelta non fosse consenziente, e non avendolo (diciamocela tutta) la natura dotato di ali che gli permettano di fuggire altrove una volta compiuta l’impollinazione. Insomma è per una ragione pratica e non per altro che il maschio della specie umana deve cercare di controllarsi; in particolare quelli che gli zoologi chiamano “organi copulatori annessi” e che servono, non ad altro, che a trattenere il partner durante l’accoppiamento: i copepodi sono ad esempio muniti di antennule di cui si servono come organi prensili; gli anfipodi di una appendice branchiale che è capace di immobilizzare la femmina per giorni interi; molti ditiscidi hanno appendici anteriori dotate di ventose; alcune libellule, la zanzara e la mosca scorpione addirittura una specie di pinza; l’uomo più comodamente delle mani. Non solo però. Essendo un animale culturale riesce abilmente a trattenere la preda con un’infinità di astuzie che vanno dalla clava dei tempi antichi alla minaccia di licenziamento in quelli moderni. Rispetto a tutti gli altri animali, e nonostante il gran parlare dei fondamentali diritti irrinunciabili, pare insomma che dall’era Mesozoica nella specie umana non sia avvenuta nessuna significativa mutazione del carattere.

Gli etologi hanno fornito una mappa del cerimoniale amatorio; nella specie particolarissima dell’omosessuale si sono riscontrate, dall’orientamento alla fuga, ben sei fasi progressive nell’approccio:

orientamento: è importante che l’omosessuale (ma anche l’eterosessuale) sia sufficientemente orientato su quello che veramente desidera (ripasso della seconda lezione). Il pericolo è che perda del tempo prezioso correndo per mesi dietro ad una ballerina di Lapdance per confessarle, una volta ottenuto l’appuntamento, di essere un pederasta. Guardatevi dunque allo specchio e chiedetevi se in fondo non vi piaccia più il panettiere della sua cassiera. Fatta la scelta preventiva, orientarsi nel mondo dei gay è poi piuttosto semplice data la loro maggiore disponibilità (e la simpatia) ai rapporti interpersonali: potete iscrivervi al circolo dell’Arcigay, bazzicare da un locale notturno all’altro, uscire per strada completamente nudi e con un cartello in mano con scritto “cercasi amante pederasta”, intraprendere la carriera di modello o commesso in un negozio di alta moda, presentarsi alla riunione del condominio con i bigodini e lo smalto sulle unghie, telefonare a casaccio ai numeri che trovate sull’elenco del telefono;

scelta: quando si rimorchia è importantissimo selezionare una alla volta le vittime. L’indecisione in questo campo è deleteria. La scelta è una questione di gusto, può essere determinata dal taglio dei capelli, dalla voce, dal profumo, dalla villosità, dal conto in banca, dai centimetri di quella parte, al limite dai modi garbati e dalla sensibilità mai comunque dall’intelligenza. Gli intellettuali sono perciò avvertiti, i tempi cambiano e non c’è molta voglia di rompersi gli impronunciabili con noiose discussioni sull’esistenza;

sincronizzazione: per sincronizzazione dovete intendere la capacità di cogliere i messaggi dell’altro, di capire fino a che punto potete spingere le vostre intenzioni. Facciamo un esempio: siete seduto al tavolo di un bar e non ce la fate a togliere lo sguardo da un fustaccio che si trova dall’altra parte della sala; a sua volta l’uomo vi guarda facendovi l’occhiolino e passandosi la lingua sul labbro superiore. Ebbene in questo caso è molto probabile che la vittima prescelta non solo sia un omosessuale ma che addirittura lo stiate eccitando. Facciamo un altro esempio: vi trovate in ascensore con una specie di bronzo di Riace animato che strizza l’occhio dicendovi fiumi di zozzerie. Voi pensate che sia un pederasta e pertanto gli saltate addosso, l’individuo però non solo vi respinge ma vi tira un cazzotto in faccia. Questo è appunto un tipico errore di sincronizzazione. E’ accaduto cioè che avete ingenuamente scambiato la sindrome di Gilles de La Tourette per un invito sessuale. Per non cadere in tali equivoci, peraltro assai comuni e dall’esito sempre incerto, è insomma necessario che ad ogni tentativo di approccio facciate la massima attenzione. Nel caso specifico del tic nervoso potreste cominciare prendendo la laurea in medicina;

persuasione: col termine persuasione dovete intendere l’abilità che ha una persona nell’indurre un’altra a compiere un’azione che di per sé non avrebbe mai fatto, e che è di esclusivo interesse della prima. Affinché si possa parlare di persuasione è necessario che la persona da convincere sia libera e cosciente; quindi non commettete un atto di persuasione (né tanto meno potete attribuirvi doti seduttive) se per portarvi a letto il partner dovete prima bastonarlo, o quando abusate sessualmente di un paraplegico semiparalizzato. In amore moltissimi sono i modi di persuadere; i più comuni rimangono:

1) gli assegni circolari: metodo raffinato e di sicuro successo. A volte è una questione di prezzo, l’esito dipende dagli zeri che scrivete sul pezzo di carta;

2) le minacce: convincere con le minacce non è di questi tempi facile. Ad ogni modo, se proprio volete adottare questa strategia fatelo almeno con una certa classe. Evitate insomma le frasi fatte “O me lo dai o non ti faccio fare la valletta”, “Ricordati che il principale sono io”;

3) le false promesse: sono sempre a dir poco necessarie. Dato che presumibilmente (essendo questo un manuale per pederasti) l’oggetto da sedurre è un uomo (ovviamente se voi siete un uomo, una donna invece se anche voi siete una donna), non potete con tutta evidenza promettere di sposarlo e di avere bambini. Ripiegate perciò sull’ultima possibilità rimasta, mettere su casa ed essergli fedele per tutta la vita. Dovessero però nel frattempo cambiare le cose, diventando finalmente anche questo un Paese civile che consente a due persone dello stesso sesso di unirsi in matrimonio, avete sempre l’alternativa di emigrare prendendo la cittadinanza vaticana;

4) la menzogna sulla misura del membro: mentire avete mentito (ma sui centimetri dell’organo riproduttivo nessuno dice mai la verità; ci sono ad esempio delle donne che, confuse dai parametri del marito -stabiliti arbitrariamente sulla base del proprio membro che con scarso senso delle proporzioni ritengono di 20 centimetri, quando in realtà raggiunge a malapena i 10-, credono non solo che il rotolo di carta igienica sia lungo 50 centimetri, ma di avere una vagina dal diametro spaventoso), infilandovi magari una lattina di birra nella tasca anteriore, cosa però intendete dire quando il trucco sarà scoperto?

5) l’eloquenza: la parola è un afrodisiaco eccellente; una frase detta al momento giusto e con il tono di voce appropriato riesce alle volte dove sessuologi e terapeuti hanno ripetutamente fallito. Naturalmente l’uso sapiente della parola richiede una lunga preparazione e una certa sensibilità poetica; non si può fermare uno sconosciuto dicendogli selvaggiamente “Bel maschio c’ho un toro nelle mutande che scalpita per incornarti”. Ci vuole tatto, molto tatto;

6) la pistola: è un mezzo persuasivo di indiscutibile efficacia. Non si sa come, ma nessuno davanti ad una pistola riesce a dire di “no”. Neanche gli eterosessuali più convinti;

7) la chiave inglese: è un mezzo persuasivo di indiscutibile efficacia. Non si sa come, ma nessuno davanti a una chiave inglese riesce a dire di “no”. Neanche gli eterosessuali più convinti.

-placamento del compagno reticente o aggressivo: una linea sottile separa l’amplesso tra due o più persone consenzienti (pur con qualche indecisione iniziale) dalla violenza carnale; questa linea per quanto incerta e indefinita esiste ed ha appunto il nome di “placamento del partner reticente”. E’ importante intendersi sulle parole: il rischio è quello di finire in galera per abuso sessuale. Un conto è infatti convincere una persona all’amplesso, facendola pian piano scivolare nel piacere in modo da ottenerne il consenso, un altro e legarla mani e piedi e usarle violenza. Nel primo caso si tratta di una particolare abilità seduttiva, nel secondo di stupro. Se pertanto avete finora fatto ricorso nell’esercizio dell’arte amatoria unicamente al metodo più sbrigativo e pratico (l’altro, a dire il vero, è piuttosto lungo e alle volte persino noioso), e intendete continuare su questa strada, vedete per lo meno di non lasciare prove tangibili del vostro quadrupede passaggio;

fuga: ammesso che abbiate ottenuto un appuntamento dal garzone del fruttivendolo che vi piace tanto, ammesso che siate riusciti dopo lungo corteggiamento a farlo chissà come innamorare (cosa però piuttosto improbabile dato che persino uno scorfano rincretinito si vergognerebbe a farsi vedere in vostra compagnia), e ammesso pure che si sia concesso carnalmente alle vostre voglie, come pensate di comportarvi quando il giovanotto vi chiederà scioccamente di sposarlo? A meno che non abbiate intenzione di protrarre oltre la relazione (e comunque non ce ne sarebbe motivo dal punto che avete ottenuto ciò che desideravate) è forse il momento giusto per darsi alla fuga, tanto più che lo stesso (ma non è comunque detto dato il generale rimbecillimento) difficilmente potrà ricattarvi dicendovi di aspettare un bambino. I modi per dileguarsi sono tantissimi e in genere fantasiosi, alcuni addirittura commoventi; il lettore potrà inserire nel proprio repertorio seduttivo i seguenti atipici:

1) inviare al proprio domicilio una falsa “cartolina rosa” che invita a recarsi al distretto militare per assolvere agli obblighi di leva. Anche se avete passato la sessantina da un pezzo;

2) confessare qualche malattia venerea, magari incurabile, scusandovi per avere taciuto quell’unica volta che lo avete fatto;

3) professarsi razzisti; il ragazzo di bottega è infatti un extracomunitario;

4) dichiararsi perdutamente innamorati del suo principale; il ragazzo di bottega è infatti un extracomunitario e sa bene che il suo datore di lavoro può sbatterlo fuori quando vuole;

5) dichiararsi perdutamente innamorati dell’idraulico, confessando una certa dipendenza psicologica dalla chiave inglese;

6) confessare di essere un sacerdote in viaggio di piacere, che non ha nessuna intenzione di contravvenire al voto di castità (anche se per una volta ha ceduto alla debolezza della carne).

Dopo il corteggiamento non rimane che parlare dell’amplesso, non prima però di avere fornito una pratica mappa informativa sui luoghi più indicati e maggiormente stimolanti per l’accoppiamento. Della contraccezione è evidentemente inutile dire dal punto che come si sa i maschi in genere non ingravidano gli altri maschi, né la femmine altre femmine (lo sospettavate, vero?). [Segue lezione]

1 Diffusa specie animale, poverissima spesso ai limiti della sopravvivenza, proveniente dalla penisola Iberica che si serve abusivamente dei mezzi di locomozione per spostarsi durante le ondate migratorie.

I MOSTRI DIETRO AL PC /articolo 2°

Se parli male ragioni male e ti comporti peggio. La grammatica non è qualcosa di marginale, è l’ordine che diamo al pensiero. I commenti che si leggono nella pagina di Valentina V. (la giovane donna che è accusata dell’omicidio del figlio) rilevano un dato statistico interessante: le elaborazioni più volente hanno una sintassi prescolastica, tradiscono la sindrome da deficit fonologico e disprassia verbale ad andamento paranoide e un vocabolario che non va al di là delle 50 parole. Niente a che vedere con le grammatiche del quotidiano dei contadini e degli operai del dopoguerra. Quella italiana è una lingua viva, evocativa, sensibile alle flessioni territoriali; gli uomini delle campagne la modulavano con competenza e profondo rispetto per le parole. Nella lingua ordinavano il quotidiano e si davano delle regole. Mi pare invece che questa analfabetizzazione di ritorno, sgrammatica e decomposta, gutturale prima che compiuta nelle forme adulte della comunicazione, fortemente contaminata dal t9 e e da un uso disinvolto di una tecnologia che non si padroneggia sia qualcosa di profondamente diverso. Certo c’è anche chi si cimenta in sottili questioni teologiche: “Dio? Dove era in quel momento?” A cui segue la sentenza implacabile: “Dio non esiste”. Teologia negativa dunque, onore al merito. Articolare vuol dire ragionare, vedere le cose da diversi punti di vista, attingere da un dizionario disomogeneo e variegato. Qua siamo invece alla rigidità del pensiero e della lingua. Se conosci cinquanta parole vedi solo 50 cose e il mondo diventa infinitamente piccolo. Sempre in termini teologici c’è anche la “buonista” (la chiamano così i cattivisti): “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”. L’argomentazione è forte e meriterebbe due righe in risposta; e infatti arrivano: “Sei qualche parente x caso . La devono ammazzare a sta troia”. Argomento inconfutabile e allora si procede oltre. “Lurida troia”, “bastarda”, “In galera le faranno festa .. !!! Trasferitela a Palermo noi sappiamo cosa farne”. Qua abbiamo proprio uno spostamento verso la filosofia pratica, perché le parole non bastano più e perlamiseria la preda va data in pasto al branco: “Non ha avuto pietà per il bimbo perché dobbiamo averne noi per lei?”. Il noi fa ovviamente riferimento a un’identica percezione delle cose, alla medesima storia culturale, allo stesso linguaggio: noi, i buoni, siamo nel giusto e perciò giustiziamo- E’ una questione logica: se sono nel giusto, giustizio e inculo alla legge, la legge siamo noi. E allora il gruppo si ricompone: “Io butterei ii dal balcone questa e la pena che devi pagare brutta stronza😬😬😬😬😬“, “Ma che dici … Nn capirebbe niente … deve essere bruciata viva”. La regola della comunicazione (in questa come in altre discussioni) sembra insomma consolidata: uno parte con l’aggressione e la minaccia e presto arriva un simile a dare il contributo. I simili, come i coglioni, vanno sempre in coppia e fanno gruppo. Dove c’è un gruppo ci sono tanti “simili” e nella pagina di questa signora (come anche altrove) i “simili” davvero non si contano.

QUANDO I MOSTRI SONO A PIEDE LIBERO

Il fatto è noto: una giovane donna getta dal balcone il figlio e il bimbo muore. Il web si scatena, l’italiano di norma belante col padrone si mostra feroce coi disgraziati. Perché sempre disgraziati comunque sono. I commenti su Facebook nella pagina della donna sono migliaia, ho provato ad analizzarne alcuni. La regola è il punto esclamativo e qua si sprecano: come dire tiè o ‘ntuculu e più ne metti più ‘ntuculo lo prendi. L’italiano, inteso come lingua, latita (nel carattere fa invece sentire la fulgida presenza) e all’assenza del congiuntivo siamo però abituati. Il ke scritto con la k viene inteso come un rafforzativo e il x in luogo di per serve a demarcare la differenza antropologica: la lingua italiana è roba da checche intellettuali (e dunque di sinistra), noi siamo altro, nonrompetecilaminchia. I più imbestialiti invitano alla violenza (bruciamola, se ero io ti ficcavo… vabbè ci siamo capiti), altri, gli apocalittici invocano la giustizia di Dio. Io non sono pratico della materia, ma mi pare di ricordare che Dio fosse agape e misericordia. L’aggettivo puttana è la regola e vuol dire: sei un corpo sessualizzato e dedito al piacere piuttosto che all’amore. Sembra che il piacere svilisca l’amore, bah. Troia, cagna etcc. I commenti più garbati sottolineano il disagio mentale della signora e l’opinionista italiano rivela una insolita preparazione psicoanalitica. Le sentenze più violente (e questa cosa mi ha stupito) vengono dal mondo femminile (70 a 30 direi), bassa scolarizzazione, qualche nostalgico fascista. Alcuni commenti li ho trascritti fedelmente qua sotto; buona lettura.

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C’è quella che dà consigli: Troia puttana 😤 xke ucciderlo xke portarlo in grembo x 9 mesi x poi ucciderlo xkeeeee bestia bastarda devi crepare… Nessuno deve avere pietà di te merdaccia umana potevi portarlo in ospedale e rimanere anonima bastarda

Quella che era meglio se chiudevi le cosce: Solo un essere spregevole ed ignobile arriva a qst….sta piezz e puttana bucchina prima gli è piaciuto aprire le gambe…x nove mesi ha nascosto la gravidanza a tutti dicendo che nn sapeva di essere incinta….ha avuto la freddezza e la lucidità di buttarlo giù…ma che psicopatica di 💩💩💩💩 rinchiudetela in un manicomio e buttate le chiavi….

Quella che è stata in carcere: Brutta puttana di merda spero che alle vallette ti mettono subito una corda al collo dopo averti torturata bastarda che sei non meriti neanche la galera tu… meriti torture e morte… non sei una donna e neanche una mamma perche loro non fanno del male hai propi figli tu invece hai avuto il coraggio di uccidere un anima innocente 😈😈😈 crepa all inferno troia maledetta

Il mistico che invoca il giudizio divino: BRUTTA SCHIFOSA, SEI UNA VERGOGNA, MERITI DI MORIRE DOPO TANTO TANTO DOLORE!!!
DEVI SOFFRIRE….NON HO PAROLE BRUTTA TROIA!!!! GENTE COME TE NON DOVREBBE ESISTERE DIO TI DOVEVA FULMINARE PRIMA!!!

Quella di prima che è stata in carcere e ce l’ha anche con tale Mario R.: Mario R.: sei un indegno e infame come XXX che di conseguenza spero che quando la mettono nel femminile delle vallette la appendono con una corda alle sbarre della cella sta puttana infame… e tu se sei il marito sotto falso profilo se…Altro…

Una signora interviene a moderare i commenti: siete solo dei meridionali.

Quello che le donne sono tutte: troia di merda….che tu possa marcire all’inferno insieme a chi ti ha aiutato.

L’esperto del sistema giudiziario: Magari la farà franca uscirà presto farà una comunità di recupero e poi libera….
Ma la gente che incontrerà povera lei meglio che si cambia i connotati

– al rogo

– bruciamola viva
(Due promani)

C’è anche chi prospetta l’eugenetica: Una persona malata di mente non dovrebbe mettere al mondo i figli

Tesi: Io penso che la colpa più grande ce l’abbia il marito

Antitesi: Cosa cavolo c’entra il marito?

Sintesi: il marito oltre a mettere il cazzo in culo non ha fatto nulla.
(Sillogismo perfetto)

Quella coi punti esclamativi: Sei la peggiore delle speci… (e già, se specie è al singolare il plurale sarà speci) Non so come definirti,ma sicuramente non sei una madre… Sperò tu marcisca in galera e che ti torturano fino alla fine dei tuoi giorniiiiiiiii !!!!!!!!!!!!

Quello che sei mignotta tu, tua madre e tua zia: Brutta puttana devi morire sia tu che quel figlio di puttana di tuo marito!!! Fate schifo bastardi di merda!!!! Meritate di morire torturati lentamente brutte merde indegne!!!

Grande troiaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa se ti terrei nelle mie mani ti farei fare una brutta fine.

Che Dio ti fulmini

Un ardito posta la foto del duce; la didascalia dice: ecco chi ci vorrebbe per salvare questo schifo di paese.(se non ricordo male nell’ultima guerra i morti sono stati 50 milioni, ma non si può pretendere di più)

Quella che la tortura non basta: SE TI AVREI TRA LE MIE MANI TI INFLIGGEREI TALMENTE DI QUELLE COLTELLATE CHE NON HAI IDEA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! MA SENZA FARTI MORIRE!!!!!!!! TI FAREI SOFFRIRE TANTO FINO AGLI ULTIMI TUOI 10 RESPIRI….. POI TI DAREI FUOCO LENTAMENTE!!!!!!! UNA MORTE LENTA ED AGONIZZANTE!!!!!!! E POI TI SQUAGLIEREI NELL’ACIDO!!!!!!!!!!! PER ELIMINARE DALLA TERRA OGNI TUO RESIDUO INUTILE SUPERFLUO! CHE TU PUOI MARCIRE NELLE FIAMME DELL’INFERNO!!!!….. E TUTTO IL TEMPO CHE PURTROPPO RESTERAI SULLA TERRA, DIO TI PUNIRÀ!!!!!…. STANNE CERTA!!!!!! MI AUGURO SOLO CHE TU POSSA FARE UNA LENTA E BRUTTA FINE DATO CHE NON TE LA POSSO FAR FARE IO!!!!!!!!!!

– Purtroppo la giustizia Italiana fà questo , non ce da meravigliarsi se tra un mese o domani anche è agli arresti domiciliari ..

Mario R. (quello con cui ce l’ha la signora che è stata in carcere):
Se ci fosse giustizia in italia le teste di cazzo che stanno qua a commentare non avrebbero diritto di voto

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Ma il commento più bello a mio parere è l’ultimo e lo condivido:

“Io spero che mettano tutti voi in manicomio”.

IL CORPO, IL DESIDERIO, LE DONNE

Il corpo femminile ipersessualizzato o desessualizzato sui cui scorre il desiderio diventa una funzione per lo scambio. La sua mistica erotica veicola quella della merce.

Il corpo è dominato prima che dalle idee dal desiderio. Come un ricettacolo su cui la comunità, tatuandolo o abitandolo con segni, cicatrici, vaccinazioni, battesimi lo rende portatore di un significato che annulla la sua disponibilità ad assumere un altro senso. Una volta trasceso nella mistica dei significati, il corpo non dice più nulla di sé, ma del significante che l’ha disegnato (e infatti il potere si mantiene fino a quando si fanno funzionare i corpi secondo un regime di segni, come nel segno della croce). Compito del significante dominante è quello di svuotare di senso tutti gli altri segni del corpo. E così nel segno che annulla ogni altro segno la riproduzione sessuale diventa riproduzione sociale, il corpo femminile (consegnato nel matrimonio) valore di scambio, in quanto corpo/merce dispensatore di piacere che garantisce la circolazione dei beni e le relazioni. La stessa differenza sessuale trascende il significato biologico e diventa esercizio per il potere. Il corpo soddisfa i suoi bisogni nelle cose; in esse tuttavia non c’è nessuna metafisica ma solo una trascendenza di significati che sedimentano in quello prevalente del patrimonio, della produzione e del consumo (“A prima vista una merce sembra una cosa triviale, ovvia; dalla sua analisi risulta invece che è una cosa imbrigliatissima, piena di sottigliezze metafisiche e di capricci teologici.” Marx). Il feticismo della merce nasce con l’ingresso della stessa nel mercato, dove le relazioni sociali si mascherano sotto forma di qualità (matrimonio, patrimonio, famiglia) e si deteriorano nel possesso. Il corpo femminile ipersessualizzato o desessualizzato sui cui scorre il desiderio diventa una funzione per lo scambio. La sua mistica erotica veicola quella della merce.

Libreria Hoepli

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BILLIONARI ITALIANI

Il ritratto che Briatore fa dei “ricchi” è più o meno questo: non vogliono pensieri, non amano la cultura se non incorniciata in una bella kermesse, non fanno turismo da musei, sono avulsi da conferenze, libri e altri ripieghi da sfigati. Quella è roba da sventurati che non hanno quattrini da spendere in attività più edificanti. Non offrite loro alberghetti seppure con una decorosa storia enogastronomica, percorsi naturalistici e passeggiate, pietanze locali o vini dozzinali. Per Briatore al turismo di lusso bisogna proporre alberghi sontuosi in cui possano incontrarsi e discutere di affari, grandi marchi e non la pensione Mariuccia (parole sue); le amministrazioni locali devono attrezzarsi per accogliere gli yacht, perché quel turismo porta ricchezza: “Una barca da 70 metri può spendere fino a 25mila euro al giorno”, afferma il mentore. Niente di nuovo, Briatore conferma quanto sapevamo; i ricchi (quelli di cui parla) sono deficienti, non vogliono rotture di coglioni, cultura compresa, mangiano e vivono secondo un’idea del capitale e della proprietà, divorano denaro e non conoscono il gusto. Per essere chiari: cazzo fai gli proponi Margherita Hack? La figa gli devi dare. Niente di nuovo tra i cliché: vogliono belle ragazze, bottiglie da diecimila euro, desiderano camminare tra le vetrine di via Montenapoleone con le tasche gonfie e senza il lerciume al marciapiede, barboni e disadattati compresi. Il tutto nella sicurezza di non venire minacciati nelle sostanze accumulate in uno stato che svende loro le aziende per quattro soldi. Al convegno in Puglia aggiunge anche che i ricchi sono più educati dei poveri. Non so se sia vero, di certo i disgraziati fanno di tutto per emularli al peggio, sporcizia e maleducazione compresa. Dalle sue parole viene fuori un ritratto misero del nostro paese. Con milionari che spendono 30.000 euro al giorno in sciocchezze, mentre s’industriano per sottrarre quelle stesse risorse alla comunità. Il turismo facoltoso è più educato, ma non si capisce in cosa consista questa educazione; nel mio mondo rurale, quello della pasta e fagioli, dei mosti stagionati nelle cantine, dei racconti popolari significa contestualizzarsi riconoscendosi in un minimo di regole comuni e nello stato: la prima delle quali consiste nel non razziare il pubblico, pagare gli oneri, versare il giusto ai lavoratori. Gli affari loschi resi leciti dalle leggi sottoscritte dagli amici onorevoli, non rientrano nell’ordine della buona educazione. Si chiama etica questa cosa, ma che glielo dico a fare; l’ha anche detto al convegno: ci sono troppi filosofi in parlamento. Gente che non capisce un cazzo e priva di senso pratico, che guarda pure con cattivo occhio un individuo che ha fatto i soldi col malaffare e che spende uno sproposito per una bottiglia di vinaccia adulterata. Perché i maître à penser alla Briatore che non rispettano la cultura (e la cultura non è una cosa astratta, ma proprio un affinamento del gusto) non distinguono un vino dall’altro; il criterio della qualità rimane il prezzo. Più l’hai pagato più vale, come le ragazze con le quali si accompagnano, roba da migliaia di euro a botta. A me sembra una vita miserevole, fatta di nulla, con capitali depositati in Svizzera o chissà dove; denaro col quale di norma ai poveri vengono assicurati i servizi essenziali. A questa gente che compra il Cabernet di Screaming Eagle del 1992 (228.000 euro) e non sa quant’è buono un Dolcetto di Dogliani Sorì Dij But (8 euro a bottiglia), come gliela spiego la differenza tra un uomo e un altro e che se l’altro è costretto a una vita infelice dipende proprio dal cattivo gusto di chi fa carte false per non retribuirlo secondo giustizia e equità?

CLICCANDO SULL’IMMAGINE

a20-1-1

gli itaGliani (tombeur de femmes)

“Strani questi italiani: sono così pignoli che in ogni problema cercano il pelo nell’uovo. E quando l’hanno trovato, gettano l’uovo e si mangiano il pelo.” Benedetto Croce

GRATIS oggi e domani, il libro (completo) lo potete scaricare alla pagina https://www.amazon.it/dp/B01LJYLB58

copertina

Gli ITAGLIANI

gentiluomini e mascalzoni

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tombeur de femmes

La seconda parte del libro ha un nome sedizioso, Tombeur de femmes. Sono massime e sentenze, uno sfottò per un popolo vittima di luoghi comuni, che tuttavia vive di furbizie e si prende troppo sul serio, difendendo senza vergogna le vicende anche più imbarazzanti della sua storia recente. Da un’altra latitudine le cose si vedono meglio; come i cugini francesi che con qualche ragione ricordano al sussiego degli italiani che les cimetières sont remplis de gens qui se croyaient indispensables. (Dalla prefazione)

Siamo il popolo del “non sono stato io”. Lo diciamo per giustificarci e svincolare dalle responsabilità; da piccoli è la regola e un buon sistema per sottrarsi al battipanni. Da grandi un po’ meno, per quel decoro che sopraggiunge a ricordare che siamo pur sempre adulti e che l’utensile di mamma non fa più paura. Ma sempre lo pensiamo, sdoppiandoci come in un riflesso in cui la colpa non è mia, ma di un altro. Quello là, che non mi piace, che non soddisfa gli intimi desideri di perfezione. I bambini sono diretti, si limitato alla negazione, l’altro non completa la relazione e comunque non sottrae alla punizione. Una mamma in guerra non si lascia deviare dai fantasmi inesistenti, riconosce il nemico e lo va a cercare in trincea. Gli adulti imparano la proiezione, sottile e non sempre riconosciuta. Lo spostamento anche, ma è pure quello una forma di proiezione. In sostanza: siamo codardi per un innato istinto alla sopravvivenza, impariamo ad esserlo da piccoli, ma con meno coraggio di un bambino che davanti al plotone si limita a dire “non sono stato Io”. Troppo comodo dare la colpa a un altro e una mamma in assetto bellico non si lascia ingannare. Gli adulti, nella dilatazione del loro Io in un contesto culturale più ampio danno luogo a quella struttura della società che chiamano stato. Non per niente così l’hanno nominato; quando fanno una marachella nessuno sa chi sia realmente e per l’appunto stato. Eccetto le vittime della proiezione. Sempre loro, le donne, i negri (con la “g” che rende meglio); qualche politico di comodo. Gargamella e Amelia si accodano alla lista a ricordare che il bambino è pur sempre sopravvissuto al battipanni di mamma.

STAI COMPOSTO!

A scuola insegnavano a stare composti. L’educazione cominciava nel disporre il corpo in uno spazio abitato da altri corpi. La postura limita l’Io e lo predispone ad occupare un campo affettivo e relazionale. C’era però qualcosa in più in quei richiami delle maestre, si imparava non solo a non invadere uno spazio comune, ma ad interagire nel vuoto tra un corpo e l’altro. Stare composti voleva dire disporsi con ordine, con misura, avvicinare con leggerezza l’altro riconoscendolo presente. Oggi entri in aula e vedi piedi sui banchi; non stupisce che quegli stessi allievi rispondano male all’insegnante. L’io e le sue funzioni intellettuali si esercitano nel corpo. Un corpo che ha imparato a relazionarsi con lo spazio abitato da altri corpi è ben disposto. Quando una persona ha un carattere ruvido si dice che è indisposta e l’indisposizione rimanda a una rigidità di senso priva di morbidezza. Quella morbidezza è ciò che chiamiamo etica; l’amore dipende da quella prima esperienza che ordina l’Io e le sue passioni.

Gli italiani non sono un popolo rivoluzionario. Non per convinzione, piuttosto per innata indolenza e scarsa propensione al movimento. Vogliono una ricetta che curi i malanni, un farmaco indolore. Niente a che vedere coi cugini francesi, gli italiani sono per la Presa della Pastiglia. La rivoluzione di cui sono capaci è tutta qua.

Tdf/21

La storia italiana non ha mai avuto così tanti rivoluzionari da quando c’è Facebook. Ho visto gente inferocita giustiziare despoti, autocrati e miserabili anche con tre punti esclamativi. Tdf/33

Ciò che mi piace di questo paese è che quando i milionari divorziano vengono spennati dalle mogli. E con quelle non c’è paradiso fiscale che tenga.

Tdf/59

La sindrome dell’arto fantasma procura dolore alla gamba anche quando è stata amputata. Quello che non c’è fa comunque sentire la sua presenza; non si tratta dell’ostinazione a non riconoscere la mutilazione, il fastidio si sente ed è un fatto reale. Ma l’arto non c’è e anche questo è innegabile; dobbiamo allora supporre una memoria che rimane nel corpo al di là di ogni ragionevolezza. E vengo al punto: lo stesso fenomeno si verifica su più piani; Dio è morto da qualche anno ma sembra stia meglio di prima. Almeno in Italia e con quel che comporta sul piano legislativo. Con la politica siamo arrivati a forme paradossali: chiamiamo democrazia e libertà il nostro vivere civile, quando non sono che la memoria storica di un arto fantasma. Un po’ per abitudine e più spesso per indolenza ci siamo accomodati su quelle stampelle. Come nell’apologo di Jung, nel quale un bimbo col sacchetto di ciliegie si incammina dicendo: ne mangio una e conservo le altre a mio papà, ne mangio un’altra e lascio il resto per il papà. Il bambino arriva a casa col sacchetto vuoto, ma con la certezza di avere portato le ciliegie al padre. La democrazia non è un fantasma e il corpo senza la gamba fa comunque fatica a reggersi in piedi; è interesse però di qualcuno continuare a far percepire la presenza di quello che non c’è. Si tratta di un’informazione corrotta; giornalisti lacchè che raccontano al popolo che non manca di nulla. Quel tanto che basta per convincerlo a sentire l’arto anche quando gliel’hanno tagliato.

Funziona così in Italia: “ogni mattina un cretino e un furbo si svegliano. Se si incontrano, l’affare è fatto”.

Tdf/223

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