LE FIGURINE DI RENZI

La fake news è una notizia falsa che ha tuttavia la credibilità di una cosa vera. La credibilità più che nel racconto consiste nella capacità di eccitare la fantasia e l’immaginazione, dicendo al pubblico quel che vuol sentire. L’immaginazione produce le immagini, la fantasia partecipa alla formazione dei simulacri ma limitata nell’ambito di un discorso letterario. E’ la letteratura, ovvero la traccia culturale a fornire l’iconografia digeribile al carattere liturgico della mente. La differenza con le allucinazioni è sfumata; nella malattia c’è un coinvolgimento emotivo e un turbamento dei sensi che manca nell’immaginazione. La convinzione che quelle immagini esistano nella realtà. C’è poi un’immaginazione sottile, i cui idola sono certificati dalla dall’abitudine; si tratta di credenze suffragate dai bisogni, dalle carenze intellettuali, dai limiti della ragione. Immaginazione, letteratura, allucinazioni e bisogni portano alla produzione di rappresentazioni che dalla realtà sconfinano nella verosimiglianza assumendo la consistenza della sacralità; e allora diventano un pericolo reale.

Il bisogno è come una fame primitiva, fornisce un corpo alle icone, assorbendo una richiesta intellettuale intollerante alle domande. Le risposte prodotte da tali rappresentazioni ricordano i giochi dell’infanzia che facevamo con le figurine dei calciatori. I quali appunto e proprio in ragione di quella tangibilità del sacro che mettevano in tasca, diventavano idoli. E noi idolatravamo come divinità dei normali seppur bravi giocatori di pallone. Era tutto sommato un’infanzia sana in una devozione che non sconfinava nell’allucinazione; sapevamo con certezza che si trattava di un gioco e soprattutto, pur con qualche reliquia in mano, che la vita è un’altra cosa. Eravamo fenomenologi in sostanza; l’ontologia che fa di quelle immagini qualcosa di vero, non comprometteva il nostro disincanto.

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Le fake news. C’è una tecnica banale nella comunicazione, si tratta di ripetere un messaggio per farlo sembrare vero. Si parla appunto di pubblica opinione, di doxa e non di scienza. Sono decenni che chi sta al governo si serve di questa ordinaria funzione del linguaggio e tuttavia i risultati si vedono, onore al merito. C’è però un limite a tutto, anche all’arroganza. E vengo al cazzaro; l’aggettivo non è mio, se l’è guadagnato sul campo; provate a scrivere la parola cazzaro su google e viene fuori il suo nome. Succede quando usiamo le parole per convincere e persuadere e non per dire la verità. Renzi aveva promesso di cambiare il Paese e molti in buonafede gli hanno creduto. L’azione del suo governo si è così tradotta: Jobs act, voucher, articolo 18 cancellato, banca Etruria, Mps, buona scuola, 203 prestazioni sanitarie sono diventate a pagamento, anticoncezionali in fascia C, esproprio della casa dopo 7 rate, disoccupazione 11,4%, disoccupazione giovanile 37,9%, Inps +5%, Rai lottizzata e giornalisti epurati, legge bavaglio sulle interecettazioni, sconti e condoni milardari alle macchinette del gioco d’azzardo, F35, trivelle, il ponte. E troppe ancora ce n’è. La richiesta era di una maggiore serenità sul lavoro, che per come è stato concepito negli ultimi venti anni ha massacrato le famiglie. Ebbene il governo Renzi ha cancellato le ultime tutele rimaste (dalla prima corrosione di Treu) e diritti, il Job act si è rivelato una truffa. Nelle cooperative, nelle imprese e nelle multinazionali, i lavoratori vengono licenziati e riassunti aggirando l’articolo 18. Per i lavoratori a tempo indeterminato, finiti gli sgravi fiscali alle aziende (22 miliardi di euro alle imprese) i contratti a tutele crescenti si sono trasformati in precarietà e in voucher; in sostanza lavoro nero e capolarato legalizzato. Di fatto l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori è morto. Le imprese hanno libertà di licenziare; la produzione viene esternalizzata, mentre le aziende ricevono soldi pubblici e ammortizzatori sociali che usano per ridurre diritti e salari. La riforma non ha creato occupazione, ed è irritante che il virgulto con la h aspirata insista con la bugia; ha piuttosto amplificato la precarietà a sistema. Inutile dire che ha calcato la mano del fisco anche sui risparmi, detassando il gioco d’azzardo (sulla cui proprietà qualche perplesità è legittima). Renzi è a capo di una coalizione (non solo di un partito, già delineata col Rosatellum) di prestigiatori; va in televisione a raccontare illusioni sulla crescita, mentre la disoccupazione sale e le famiglie soffocano nella precarietà. Non credo sappia cosa significhi vivere con l’ansia di perdere il poco; la vede solo lui la crescita, l’Istat e i giornali compiacenti che spacciano le fake news della politica per verità.

SONO APPARSO A PAOLO BROSIO

Sono apparso a Paolo Brosio. Ieri notte. Dopo lo stupore, perché non ho i caratteri della Beata, mi ha preso comunque le mani. Commosso come ero io alla prima comunione. Ha mormorato qualcosa con quella vocina stridula, ma non so bene. Un’apparizione è pur sempre un’apparizione, gli iiconoclasti non possono capire. E lo so che la notte dovrei dormire invece di andare per sogni altrui. Ma mi piace Paolo Brosio e ogni tanto gli appaio.

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SECONDA STELLA A DESTRA

In matematica si dice che due punti si uniscono in una linea retta, tre costituiscono un campo piano, a due dimensioni, ma serve un quarto punto per dare luogo a uno spazio tridimensionale, Questo quarto punto deve essere collocato fuori dal perimetro ordinario. Non è una questione banalmente geometrica, si tratta di un profondo ordine generale. Disponiamo il nostro vivere su un foglio privo di spessore mentre quello che dà un senso è un fuori luogo, qualcosa che sta altrove. La presenza di questa assenza è una costante; assume diversi nomi e si pone come la causa ultima delle cose. Ricercare le cause e i principi primi vuol dire focalizzare quel punto esterno come istitutivo e fondante. E’ una funzione non solo degli individui, ma delle comunità; dalle più piccole a quei mostri della civiltà che chiamiamo Stati. Ogni comunità si organizza sulla base di un finalismo telelogico. Kant aveva compreso la centralità di quella coordinata esterna alle cose e pur non conoscendola doveva supporla per dare un senso a quel che vedeva. Ma era cauto e sapeva che si trattava di qualcosa di affine alla logica, ma non di logica e meno che mai di conoscenza. Il problema nasce col passaggio dalla logica all’ontologia; al quarto punto viene dato un corpo fisico attraverso un cortocircuito del pensiero. La metafisica, che nulla dice del vivere e non estende il sapere, ma dispone l’assetto delle cose fornendo loro una solidità giuridica; stravolge il campo rendendolo tridimensionale. Non troppo lontano è andato Lacan; non tollerando l’assenza e il vuoto, riempiva lo spazio con qualcosa, e questo qualcosa proprio in quanto cosa doveva anche essere presente o reale. Ed è questo il problema: a quella costante che è assenza e mancanza diamo il nome e il corpo della presenza; il vuoto assume una corposità esasperata, gli Stati e i loro ordinamenti adeguano le leggi su qualcosa che non c’è. E nel particolare anche la vita dei singoli individui è abusata da questo al di là della coscienza. Il quarto punto continua ad essere collocato altrove determinando da un non luogo tutte quante le articolazioni dell’esistenza.

TI REGALERO’ UNA ROSA, ANZI UN ROSATELLUM

Rosa Tellum e Lele Ttore

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L’orgia: cinque voti, tutti con la fiducia e il Pd (con Alternativa-Popolare, Forza Italia, Lega Nord, ALA-Scelta Civica, Verdini) si è fatto la sua Legge, il Rosatellum. Il perché lo sappiamo, c’è beppelasgualdrina che fa incetta di elettori. Col sistema delle alleanze (o orge di circoscrizione) un partito col 15% dei voti potrà avere più seggi di uno che ne ha il 30%. Il Parlamento dei nominati ha approvato il profluvio elettorale; la rappresentanza non conta e Il Pd farebbe prima a trasferire la Camera da letto a Rignano. Napolitano orgasma: voto sì per salvaguardare la stabilità. E se lo dice lui, ex fascista che ha mantenuto il Paese nel torbido, dobbiamo credergli. Altrove li avrebbero linciati, ma fortuna loro l’Italia è un Paese pacifico, che gioca a calcio, è di Casa a Pound e pensa alla figa.

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Un grillino per la testa: facciamo una simulazione, perché coi numeri si capisce meglio e arrotondiamo a 600 i seggi. Voti: M5s 28%, Pd 26%, Fi 17%, Lega 15%, Fdi 4% …
-300 seggi uninominali vengono così suddivisi: M5s 50, Pd (e alleati) 180 , Fi (e alleati) 30, Lega-Fdi 32 …
-300 seggi proporzionali: M5s 98, Pd 91 , Fi 59, Lega 52 …
-Seggi totali: M5s 148, Pd 271, Fi 89, Lega-Fdi 82 …

Il Pd (giusto per fare un esempio) con il 26% dei voti prenderà il 45% dei seggi. Ma possono anche verificarsi risultati sconcertanti; non è da escludere che un partito con il 29% o anche meno (ad esempio il Pd) si assicuri il 54% degli scanni. La chiamano Democrazia questa e per celebrarla hanno infatti la D cucita nel décolleté.

Rosa Tellum ha tradito Lele Tttore: la x sulla scheda non va al candidato scelto e il partito di maggioranza benedetto dalle urne avrà una manciata di parlamentari, gli onorevoli continuerà a sceglierli la Casta. Casta fino a un certo punto, Sfacciata piuttosto. L’ammucchiata è fatta da questi qua e il partito di governo (il Pd ad esempio) Marcia in prima linea su Roma.

Cielo, mio marito! Dal Pc al pc: i rivoluzionari ai tempi dei social, col maglioncino in cashmere e l’azienda o la banca di papà, quelli con la h aspirata, gli occhi blu e il make-up alla moda, che demoliscono lo stato sociale, scrivendo però tweet insanguinati da un fervore sedizioso che li porta a fare le barricate anche con tre punti esclamativi. Ai tempi dei social la rivoluzione si fa così, avendo cura di non sgualcire l’abito di Gaultier. Il popolo reazionario assiste desolato alla strategia eversiva della pasionaria Serracchiani e del compagno Orfini, pronti a scendere sul web con post appassionati e declamatori. Disposti a sacrificare anche la Vuitton per preservare la libertà del popolo. Quella che segue è una lista dei diritti per i quali i giacobini del Pd si sono battuti per tutti noi: Jobs act, voucher, articolo 18 cancellato, Banca Etruria, Mps, Buona Scuola, 203 prestazioni sanitarie diventate a pagamento, anticoncezionali in fascia C, esproprio della casa dopo 7 rate, disoccupazione 11,4%, disoccupazione giovanile 37,9%, inps +5%, Rai lottizzata e giornalisti epurati, legge bavaglio sulle interecettazioni, sconti e condoni milardari al gioco d’azzardo, F35, trivelle, il Ponte. Un po’ di massoneria, Benigni, quello che misonosbagliatoladivinacommedianonèlapiùbelladelmondo, la Salerno-Reggio Calabria (e un uomo in grado di dire che l’ha terminata è davvero capace di tutto). E troppe ancora ce n’è. Ma qua mi fermo per decoro, per sopraggiunta acidità di stomaco, perché la legge elettorale (voluta ad esempio dall’attuale classe dirigente del Pd) è una sgualdrina mariola e senza scrupoli ed è inutile aggiungere altro.

Benvenuti su Facebook, il social razzista che dà lezioni di morale

Ieri con RedBavon e Cuoreruotante abbiamo parlato della censura su Facebook. Qualcuno ha scritto Facebook, chi è? Con ironia antifrastica e siamo d’accordo: è il nulla riempito di niente con il vuoto attorno. Tuttavia è un fenomeno sociale vastissimo, numericamente impressionante con due miliardi di iscritti; l’azienda americana li chiama account, ma sono persone con diritto di pensiero e di parola. Red l’ha chiarito benissimo nell’analisi che segue.

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post che rispetta le norme dalla comunità Facebook

Santissimo Zuckerberg! Scusa la volgarità!

“Scusa la volgarità? E perché? “
“Quello ogni cosa è peccato! È capace, vede il punto esclamativo … cos’è ‘sta cosa; l’uomo con il puntino sotto, è peccato, noi ci mettiamo con le spalle al sicuro. Scusa le volgarità…”
(cit. dalla lettera a Savonarola di Benigni e Troisi in “Non ci resta che piangere”)

Di RedBavon

La censura di Facebook si è abbattuta sulla bacheca di Giancarlo e ha eliminato il post che indirizzava all’insano contenuto pubblicato in terra di WordPress, frutto della spremitura di tastiere di Cuoreruotante, Giancarlo e me. Motivazione: “contenuto pornografico”.

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il nostro post censurato per pornografia

La motivazione fa ridere per almeno tre ragioni:

  1. Non è un articolo ma un link al post su WordPress e le righe di presentazione scritte da Giancarlo sono tutto fuorché “pornografiche”. Abbiamo le prove: l’immagine del post di Giancarlo è sopravvissuta nella mia bacheca. (NdA: Giancà due sono le cose: hai una “reputation” sotto lo sporco delle suole delle scarpe oppure, come direbbe il Marchese del Grillo, io non sono “un cazzo”.).
  2. La commedia sexy all’italiana è classificata come sotto-genere della commedia all’italiana e non nel genere “hardcore” o “XXX. Solo per adulti”.
  3. Non è necessario nemmeno scomodare il gotha della critica cinematografica, ma è sufficiente avere visto qualche film per capire che qualche tetta e culo al vento non fanno “pornografia”: basta fare una passeggiata sulla battigia d’estate, assistere in TV a un qualsiasi show di varietà o passare davanti a un cartellone pubblicitario.

Dall’autorevole Treccani la definizione di “pornografia”: trattazione o rappresentazione (attraverso scritti, disegni, fotografie, film, spettacoli, video ecc.) di soggetti o immagini ritenuti osceni, fatta con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore.

Se ne desume che lo scultorio posteriore della Cassini o il giunonico seno della Fenech siano ritenuti dai moderatori di Facebook come “osceni” e che lo scopo del nostro articolo fosse di “stimolare eroticamente il lettore.”.

Chiunque abbia letto anche solo le righe di Cuoreruotante, che apre il trittico di contributi, può comprendere che il moderatore, fan di Tomas de Torquemada, è fuori come una fioriera sul balcone  del decimo piano oppure ha molti più problemi di noi tre con la lingua di Dante.

Gli altri due contributi sono scritti da due autori maschi e, dato il tema, il moderatore potrebbe attendersi, come minimo sindacale, almeno della “pruderie”: a parte un lessico più libertino e qualche fotogramma che esalta le decantate doti delle attrici, si tratta di un tributo a un genere che ha fatto storia nel nostro cinema e, stilisticamente, è un divertissement (il mio) e un piccolo saggio (quello di Giancarlo).

Con i suoi due miliardi di utenti (fonte Ansa.it 28 giugno 2017), è chiaro che Facebook  è di fronte a una sfida senza precedenti e, comunque, di portata titanica. La società di Mark Zuckerberg, quasi senza accorgersene e nonostante una folta schiera di detrattori e concorrenti, è diventata tra i messa media l’organizzazione più grande e a più ampia diffusione nel mondo.

Due miliardi di individui compresi nell’ampio spettro di varia umanità anche avariata con le loro capacità di intrattenere, informare, emozionare, meravigliare, rattristare, disgustare, annoiare, terrorizzare.

Si stima che il Community Operations Team, la squadra di moderatori di Facebook, forte di 4.500 operatori, per lo più sotto pagati (leggi Underpaid and overburdened: the life of a Facebook moderator – The Guardian, 25 maggio 2017), deve prendere visione di oltre 100 milioni di contenuti ogni mese; ciò significa che ogni moderatore ha mediamente un carico giornaliero di 741 post e, calcolando 8 ore lavorative, ha meno di un minuto per singolo contenuto. In questo minuto scarso deve farsi un’idea e sentenziare sulla conformità ai “Community Standards”, ovvero le regole auto-definite dalla società.

Mark Zuckerberg ha dichiarato che intende rafforzare il Community Operations Team con altre 3.000 risorse; applicando lo stesso calcolo a un numero di contenuti costante (in realtà sono in aumento vista la tendenza alla crescita di nuovi iscritti), il moderatore avrebbe finalmente poco più di minuto per esaminare un singolo contenuto. A leggere certe esternazioni di politici italiani in un minuto io ho problemi a capirli nel loro italiano, che quando va bene è in “politichese”. Di sicuro non ho le caratteristiche adatte per candidarmi a uno dei tremila nuovi posti di lavoro per il Community Operations Team.

La prima reazione quando Giancarlo mi ha comunicato della censura del nostro post non è stata esattamente compita, mi sono lasciato andare a strali dall‘educato “bacchettoni” al – Parental advisory. Explicit Content – “cazzoni“. Interloquire con chi ha deciso di censurare è impossibile perché la piattaforma è “social” fino a un certo punto; diventa “asociale” se vuoi rivolgerti alla società che la amministra. Mi sovviene nuovamente la famosa frase del Marchese del Grillo: “Ah… mi dispiace. Ma io so’ io… e voi non siete un cazzo!“.

Facebook non ha politiche trasparenti, sopratutto nell’applicazione. La prova è nei numerosi e grossolani errori in sono incorsi.

Gli abbagli clamorosi nell’applicazione della censura per i soli contenuti “sessualmente espliciti” si sprecano.

Lo scorso marzo Facebook blocca una pubblicità. Se il moderatore avesse avuto un po‘ più di tempo si sarebbe accorto che la pubblicità era una collezione di opere d’arte e che l’immagine ritenuta offensiva fosse il dipinto “Women Lovers” di Charles Blackman. Giudicate voi l‘”oscenità”:

02_Women Lovers by Charles Blackman

A settembre dell’anno scorso la toppa più clamorosa:

una delle foto più iconiche mai scattate, nota come “Napalm girl”, che valse il premio Pulitzer al fotografo, Nick Ut, cade sotto la sciagurata mannaia della censura Facebook. Kim Phuk, la bimba all’epoca ritratta nella foto, fece sapere che era rattristata da tale notizia. La foto viene ripristinata dopo la prevedibile e legittima gogna mediatica. Una figura barbina per Facebook tanto che Zuckerberg cita tale macroscopico errore nel suo discorso-manifesto “Building Global Community” pubblicato a febbraio, ne trae spunto per dedicare un capitolo intero e circa un migliaio di parole sul tema “Inclusive Community”.

Zuckerberg è ancora lì sul suo dorato piedistallo, il post citato nel momento in cui scrivo “piace” a 100.597 utenti, ha 14.940 condivisioni e conta 7.000 commenti.

Ho i miei dubbi che il moderatore che ha censurato “Napalm girl” lavori ancora per Facebook.

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Secondo Zuckerberg, Facebook sarà un social network con sempre maggiore enfasi sui rapporti umani, promuovendone le interconnessioni. Tale dichiarazione è stridente, se non contraddittoria, con quanto invece succede ogni giorno sulla piattaforma: linguaggio violento, discriminatorio, cyber-bullismo, un campionario male assortito di crudeltà, frustrazione e miseria (dis)umana.

Al di là del linguaggio violento (il pistolotto sull’ “Online Disinhibition Effect” ve lo tiro un’altra volta), la vera questione è se gli utenti siano in sintonia con l’”ambiente” in cui interagiscono, se si sentano a proprio agio nel perimetro fissato dalle regole auto-definite dalla società, dichiarate in modo generico e applicate, come da esempi riportati decisamente più famosi del nostro, con una buona dose di arbitrarietà.

I sacrosanti e tanto cari principi di libertà di pensiero ed espressione su cui Internet è fondata vengono lanciati fuori dalla finestra quando non coincidono con gli interessi del “business”.

La censura è già un’espressione di controllo su una società che è reputata non in grado di auto-selezionare i contenuti adatti e pertanto ha bisogno di un organo di controllo super partes. E sappiamo quanto “super partes” sia vuoto di significato quando vi sono altissimi interessi economici e politici in gioco. Ogni riferimento all’”idolatria del denaro”(cit. Papa Francesco) del capitalismo selvaggio nonché alla censura fascista, nazista, comunista e di qualsiasi regime totalitario odierno è puramente voluto.

Nella fattispecie, i rischi di una censura applicata da un controllo privato ad opera di una società multinazionale sono già sotto gli occhi del cittadino, anche non utente social network: si pensi a quanto è stato riportato sull’influenza delle “fake news” durante la recente campagna elettorale statunitense e delle cosiddette “filter bubble”, cioè il tracciamento del comportamento online dell’utente con lo scopo di offrire contenuti coerenti con le sue preferenze.

Nessuno conosce gli algoritmi e le esatte politiche di Facebook (ma neanche di Google): non temo il rischio d’imbattermi in un contenuto non adatto se non addirittura “osceno”, perché così – fattane esperienza – la prossima volta saprò evitarlo. Ciò che temo è che non saprò mai ciò che è stato cancellato arbitrariamente da Facebook o da Google e considerato “non adatto” per me.

Io rivendico la mia libertà di scelta, oltre che di espressione. Io rivendico come utente della Rete la libertà che Internet ha nel suo DNA.

Se i moderatori di Facebook continuano in questa applicazione arbitraria di regole auto-definite dalla multinazionale di cui sono dipendenti, il rischio è che diventino dei moderni inquisitori.

È inutile negarlo: “Facebook is the king of the social media” (cit. Forbes, 23 marzo 2017). Facebook deve perciò ammettere che gioca un ruolo importantissimo per come decine di milioni di persone vedono il mondo intorno, per come comunicano. Pertanto, è responsabilità di Facebook attuare politiche sempre più trasparenti, con l’obiettivo di specificare il “perché” e il “come” prendono le decisioni se un contenuto è da cancellare e non deve essere visto da altre persone.

L’attuazione di linee guida dettagliate e trasparenti è anche un modo per l’utente per capire il proprio “perimetro” e dove ha sbagliato se il suo contenuto è stato eliminato. Nel nostro piccolo caso, l’evidenza è che la commedia sexy all’italiana e ciò che abbiamo scritto non è un contenuto né “sessualmente offensivo” né tantomeno “osceno”. Perché allora è stato eliminato?

È anche vero che se l’utente conoscesse nel dettaglio le “regole del gioco” potrebbe decidere di non essere più parte di quella “comunità” perché non le condivide e non si sente a proprio agio. Ciò chiaramente stride contro la carta-obiettivo che Zuckerberg ha estratto dal mazzo: “Conquista le due Americhe, Africa, Asia, Europa e un quinto continente a tua scelta”

Firmato:

Tre persone, tre personcine, noi siamo tre personcine per bene che non farebbero male nemmeno a una mosca…

QUESTA E’ LA POLITICA DI FACEBOOK 

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post che rispetta le norme della comunità

Di Giancarlo Buonofiglio

Non c’è solo la censura su Facebook (per gli inserzionisti è in programma un articolo sull’inutilità della pubblicità a pagamento su Fb). All’ingresso nella comunità si leggono due righe: Facebook è gratis e lo rimarrà per sempre. Gratis non vuol dire senza costi e vincoli. Avete presente i viaggi gratis delle aziende che vanno a prendere col pulmino i pensionati per vendere loro pentole e coperchi? Si tratta di quello. La multinazionale americana ha creato un ingranaggio mediatico per far soldi e li fa vendendo prodotti, il resto sono balle. I neuroassenti postano pensieri subilimi e poesie di altissimo livello, ovviamente tra un consiglio per l’acquisto e l’altro. Raccoglie il peggio della comunicazione, perché il peggio è quello sensibile alle proposte commerciali. Si tratta di un quarto della popolazione mondiale, numeri colossali; e se un quarto del pianeta si riversa in quella piazza virtuale i conti con il diritto, la politica e la democrazia dobbiamo pur farli. Non si può liquidare la questione: è casa mia e le regole le faccio io. Non si può fare quando a due miliardi di persone viene limitato o negato il diritto al pensiero e alla parola. Perché questo fa. Facebook è una multinazionale fuorilegge e legittima più dell’illegalità la barbarie: razzismo, omofobia, violenze e minacce morte la fanno da padrone. Il nazismo è apertamente tollerato e il fascismo sponsorizzato come l’espressione più alta dell’intelligenza umana. Il livello è quello ed è riduttivo parlare solo di pentole e coperchi, perché ZuckerMastrota fa politica su scala mondiale raccogliendo consensi tra gli individui socialmente disadattati e intellettualmente ipodotati. Ed è chiara la visione del mondo che ha: censura, razzismo, fascismo, un po’ di clericalismo che fa la sua porca figura, omofobia. Con molta retorica ovviamente e quella appunto è uno dei nomi della politica nella deriva autoritaria; la più feroce e pericolosa, svincolata dall’ideologia. Il mercato e il consumo, solo quello e prima di ogni cosa; i soldi, che si capisce meglio.

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post che rispetta le norme della comunità

Mi spiego con un esempio

E’ un po’ che sfoglio la pagina di un noto politico, per motivi professionali più che altro. Al principio assumevo dosi massicce di bicarbonato, poi mi devo essere assuefatto. Quel che accade nella lingua, e in particolare nel linguaggio comune, si riverbera nella vita. Su quel profilo Facebook il termine più ricorrente è invasione, negro (con la g), rom; segue extracomunitario, meridionale storpiato in merdanale, in leggera flessione Roma ladrona. Una ragione c’è, non si sputa nel piatto nel quale si mangia. Ricorrono i neologismi: sinistrato, cattocomunista (il più delle volte con la k), sinistronzo, sinistrotto, piddino, renzino. L’uso del neologismo ha una funzione particolare, tende a circoscrivere l’individuo in un gruppo e il gruppo in un luogo comune con una lingua incomprensibile fuori dal recinto. (Lo stesso accade con le degenerazioni neuronali o psicotiche.) Perché di quello si tratta, le mandrie si uniscono attorno al capobranco che promette ordine e qualche benevolenza. La parola ordine ha una natura apotropaica e curativa quando l’Io perde le sue funzioni. Le parolacce la fanno da padrone: caxxo (con la x), rottinculo, checca, negrodimerda, terrone qualche volta. La grammatica latita, ma si tratta di gente laboriosa, non di sfaccendati intellettuali che hanno tempo da perdere con i dettagli. I concetti sono ridotti al minimo: gravitano attorno a poche idee, confuse neanche tanto; la prima attorno alla quale ruotano le altre è la paura per l’uomo nero che ti tiene un anno intero (come nella filastrocca). La medicina che gli accoliti propongono è il rimpatrio, la galera, la frusta a volte per gli indesiderati. La dinamica della discussione è pressoché la stessa: il mentore scalda gli animi con una domanda retorica e l’esercito infuriato parte in battaglia. Non c’è posto per la discussione, la regola è che a casa nostra facciamo come ci pare e se non vi sta bene fora di ball. Il capitano commenta poco e quando compare sembra un bulletto di periferia che si mette alla guida fomentando la massa inferocita. Non stempera le animosità, istiga piuttosto con un’ironia che a lui sembra sottile, ma che non va al di là della volgarità di certi film anni ’70; la mandria fa muro e tutti insieme si riuniscono a mangiare polenta e osei. I luoghi comuni la fanno da padrone; un luogo comune è un pensiero che fa riferimento a un’abitudine culturale maturata nel sentire popolare. La realtà è un’altra cosa, ma quando c’è un limite cognitivo la comprensione viene filtrata da un’idea tanto diffusa da sembrare verosimile. La verosimiglianza è però lontana dalla verità, come la demagogia e la retorica dalla politica. Non si tratta solo di una disfunzione semantica indotta dalla mancata padronanza del vocabolario, ma di una profonda degenerazione neuroantropologica. Si sente nell’assenza del senso delle parole e appunto nel prevalere dei luoghi comuni. E vengo al punto: la demenza neurolinguistica è caratterizzata dalla perdita del significato e dal deterioramento cognitivo; è una manifestazione clinica della degradazione lobare frontotemporale, associata all’atrofia del giro temporale inferiore e medio.

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post che rispetta le norme della comunità

Le persone affette presentano problemi nella denominazione e nella comprensione di parole, nel riconoscimento dei volti, delle cose, delle situazioni, della realtà; la predominanza del verbale o non verbale (e nel nostro caso delle gutturali che dominano sulle articolazioni mature della lingua) riflette l’accentuazione dell’atrofia cerebrale. Alla distruzione del linguaggio si accompagna quella della personalità e a seguire la dimensione democratica e sociale dell’individuo. L’aggressività, la violenza, l’odio sociale verso un fantasma immaginario e minaccioso è uno dei morfemi dello stato paranoico di un poveretto che ha smesso di desiderare in maniera sana e consapevole e ha cominciato a odiare.

Su Facebook è questa la regola ed è una regola politica, non l’eccezione. Il resto, il moralismo, le crociate contro il nudo, il noallaviolenzaalledonne e al bullismo sono solo la sottana dietro alla quale si nasconde il bimbo cattivo dopo le marachelle.

Caro Facebook …

Di Cuoreruotante

Sono Cuoreruotante. L’articolo che avete ingiustamente censurato porta anche la mia firma. Mi metto per un attimo nei panni di una persona ignorante, leggasi “colei che ignora”, e, cerco, sforzandomi, anche da ignorante, di estrapolare qualcosa di pornografico nell’articolo che abbiamo scritto. Non ci riesco. Abbasso l’asticella delle mie pretese, ancora nulla di vagamente pornografico. Mi ricordo di essere ignorante, allora vado a cercare il significato della parola “pornografia”. Da Wikipedia: La pornografia (dal greco πόρνη, porne, “prostituta” e γραφή, graphè, “disegno” e “scritto, documento” e quindi letteralmente “scrivere riguardo” o “disegnare” prostitute) è la raffigurazione esplicita di soggetti erotici e sessuali in genere ritenuti osceni ed effettuata in diverse forme: letteraria, pittorica, cinematografica e fotografica. Bene, ho capito e rileggo. Niente, non abbiamo scritto di prostitute o prostituzione, di atti osceni o indecenti.
Abbiamo dato risalto, con parole semplici e forbite, ad un genere di film prettamente comico, ma ad alto contenuto culturale. Non ci sono termini volgari, immorali o, vagamente, riconducibili ad essi.
Esistono gruppi su Facebook che inneggiano realmente alla prostituzione, che offendono (eufemismo) donne, bambini e chi non la pensa come loro. Trovo ingiustificato il vostro comportamento con la censura dell’articolo e il blocco dell’account di Giancarlo Buonofiglio. Vi invito a spiegarmelo, vi ricordo che io sono ignorante. Grazie

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PSICHIATRIA E FELLATIO

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Se rinasco voglio essere lui. Voglio indossare il dolcevita sotto la giacca, fare le pose come un divo degli anni ’50, andare da Costanzo a profondere sapienza. Solo a Raffaele Morelli è permesso di dichiarare che in ogni donna ci sia una prostituta senza subire il linciaggio dell’ideologia femminista (nevroticamente per il Jungdenoartri) intollerante a certe anapodittiche verità. La tesi dello pissichiatra non è nuova, Mussolini ne aveva una simile: in tutte le donne (tutte: anche mamma e sorella, i tambù sono cose da popolino zotico e ignorante) c’è una prostituta e l’uomo di potere è un dominatore fisiologicamente predisposto all’esercizio della potestà. Quest’uomo è credibile, sta in televisione, scrive cose nobili e profondissime (“Sono frequenti i casi in cui l’impotenza si risolve nell’attimo magico dell’incontro con una nuova partner; infatti è spesso un episodio trasgressivo, è il magnetismo a cui non ci si può sottrarre, che trascinano un uomo e una donna in un letto senza sapere perché e senza preoccuparsi del dopo”, minchia, roba da Uccelli di Rovo). Anche chiudendo un occhio (anzi due) e assumendo una bella dose di Malox su una storia millenaria del diritto che ha dato ai ruoli sociali prima che sessuali una connotazione più equilibrata, la parola prostituire è radicale e inadeguata se contestualizzata ad minchiam in uno scenario nel quale il numero dei dominatori (o maiali) cresce a detrimento dei diritti del lavoro e della dignità delle donne. Non c’è un concorso di colpa quando è presente una tale disparità di forza, per quanto inconscia o inconsapevole: si chiama abuso, di potere appunto. Almeno nel nostro Ordinamento, ma l’etimo non è cosa da pissichiatri rizosomatici. Nella realizzazione del Sé c’è insomma anche questo per Morelli. Risultato: Marì, si ‘na zoccol. E chi lo dice? Chiddu, u prufissuri. Dice che u pumpino mu po fari; tra trent’anni ti riconcili con il tuo Sé e diventi più forte, una donna realizzata. In sostanza: se suchi ti realizzi, tesi affascinante.

SENSO ORALE

Il non finire mai è il carattere delle cose. Cambiano, perdono di senso ma solo per acquisirne un altro, si rinnovano e non smettono di esistere; finisce un senso e ne comincia un altro. Decontestualizzare mi sembra la parola corretta; la decontestualizzazione non è la distruzione della cosa, ma lo spostamento in un altro luogo. Nello spostamento non c’è una perdita di senso, piuttosto la sua trasformazione.

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La vita intima della cosa (ciò che la qualifica nella funzione) non è nell’uso-per dato dalla mano (Das Wesen der Hand, come Vorhandenheit e Zuhandenheit). Nello spostamento le mani compongono e dispongono, a volte indispongono. La scomposizione è il fenomeno più radicale dello spostamento. Stai composto, quante volte lo abbiamo sentito dire? E puntuale arrivava la sberla, la mano appunto che riordinava contestualizzando il corpo del bambino in uno spazio comune. Per le mamme voleva dire: riordina, ogni cosa deve stare al suo posto. Il rafforzativo confermava la regola: ri-, ordina nuovamente; la ripetizione è già un imperativo. Ma i bimbi sono disordinati e disinvolti per una naturale avversione alle regole, anarchici con le imposizioni, ostinati con le prescrizioni; e infatti si indispongono, scompongono e rompono gli oggetti. Oltre naturalmente gli impronunciabili. Cercano un senso al di là di quello già dato, perché alla curiosità dell’infanzia l’impronta dei grandi davvero non basta. Scomporre vuol dire non tanto dividere una cosa, ma metterla fuori posto, fuori dall’ordine a cui le mani l’hanno abituata. Le abitudini diventano prima regole e poi leggi, non è un argomento da sottovalutare; e infatti i fanciulli non lo sottovalutano affatto. Assimilano il Begriff, la struttura intellettuale che rileva (Aufhebend) l’afferrare, begreifen, il comprendere prendendo, padroneggiando e manipolando le cose. Ma ne diffidano fortemente. La mano di Heidegger, che si muove con la callidità del linguaggio è ciò che organizza gli oggetti secondo un ordine. La sua è però una mano adulta, intellettualmente educata a ricomporre il tempo (perché di quello si tratta) secondo il prima e il poi. Apparecchiano la tavola in cui sistemano le cose così come devono stare. Il linguaggio comunica, manipola, prende, proprio come fa la mano toccando quel che la lingua raccoglie. La mano anticipa la parola e dà luogo a una metafisica dell’afferramento imponendo all’oggetto un’intenzionalità; questa cosa la chiamiamo comprensione, ed è la versione scolorita del Begriff. Afferrando le cose le ordiniamo, ossia diamo loro un ordine (ricordate quando le mamme dicevano fai questa cosa? Di norma il dito era puntato e la mano vagamente minacciosa). Le mani assegnano non solo la funzione all’oggetto ma lo definiscono nello spazio e lo limitano nel tempo. In Sein und Zeit sembra che le cose debbano prendere ordini dalle mani e così non è. Heidegger non è un profanatore della cultura, è più simile a un maggiordomo scrupoloso nella pulizia e metodico nel riporre le cose al proprio posto; l’uomo (Dasein)  continua ad essere la misura delle cose e le cose non esistono se non in funzione del soggetto. La Fenomenologia aveva però fatto qualcosa di diverso dislocando il soggetto: il decentramento comporta una radicale distorsione anche dell’oggetto, proprio come accade ai bambini che si meravigliano per quello che vedono e non per ciò che sentono dire; esiste qualcosa fuori di loro e questa cosa pur dilatata dalla fantasia la chiamano reale. La realtà piace ai bimbi più delle favole. Li colloca, li definisce, li dimensiona non al di là, ma nelle cose. E li fa sentire vivi. Se esiste qualcosa, la sua esistenza si conferma non in una relazione col nostro percepirla (la percezione è una rappresentazione), ma in autonomia, al di là di quello che siamo. Le cose sono cose e possono fare a meno della nostra presenza.

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La realtà, essendo ciò per cui una cosa è quella e non un’altra, esiste e di vita propria, indipendentemente dall’essere conosciuta o manipolata; la funzione è un accidente e mai qualcosa di sostanziale. Ma gli universali universalizzano collocando gli oggetti in un universo di senso, che vuol dire in un verso solo. Le idee quando pensano il reale secondo la mansione vanificano le parole (il nome che diamo alla cosa) in un vuoto nominalismo. Il reale esiste, è pensabile (a condizione che si conformi il pensiero all’interno dei limiti delle cose, in re o post rem), è esprimibile, ha una collocazione definita nello spazio e nel tempo. Si definisce come specie o categoria ma solo nei contorni dell’ecceità, che è “la causa, non della singolarità in genere, ma di questa singolarità nella sua particolare determinazione, cioè in quanto è proprio questa” (haec determinate). Il pericolo dell’andare oltre, nell’universale, è di farsi travolgere dall’intenzionalità del senso.

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Torniamo alla decontestualizzazione: una scarpa al piede la identifichiamo per quello specifico uso, posta su una parete diventa una scultura, un oggetto puramente estetico; decontestualizzato l’oggetto si libera dalla presa delle mani e del linguaggio, svincolandosi dall’ordine morale prima che da quello intellettuale. Scultura di cattivo gusto il più delle volte, ma con Cattelan abbiamo visto di peggio. In Heidegger c’è la conferma di tutta quanta la nostra storia culturale, quella che fa dell’uomo la misura delle cose, che gli ruotano attorno come alla causa finale. Non è un discorso complesso: immaginate Belen in un centro anziani e capiamo in che modo avvenga l’attrazione. Eppure la tecnologia dimostra proprio il contrario: le cose come oggetti con una propria ontologia sono qualcosa di intimamente eversivo; la tecnica ha tecnologizzato le persone vincolandole alle cose, l’ideologia le ha rese schiave di un’idea, la lingua della rete o delle televisioni ha modificato in profondità il linguaggio, l’arte ha decontestualizzato le cose facendone appunto altro. Questo altro nel quale l’oggetto prende una diversa forma, senso o contenuto può essere affettivo, estetico, pratico. Le cose non passano dall’essere al non essere, non finiscono mai; si svincolano dalle mani e diventano semplicemente altro, vanno a vivere altrove. Cambia la funzione e la funzione è ciò che dava loro il senso. Quando Eraclito scrive (o meglio qualcuno per lui) πάντα ῥεῖ, oltre a delineare la sceneggiatura del noto film con Robin Williams, intende che ad ogni istante che passa non siamo più quelli di prima, che cambiamo, diventiamo difformi, deformiamo. L’argomento non è inconsistente, parliamo di piccoli frammenti di tempo come se nulla fossero; eppure provate a rispondere un attimo! alla consorte quando vi chiede di svolgere un compito, e vedrete che quell’istante viene recepito come come un’era glaciale. L’attimo sarà pure fuggente, ma non è comunque mai negoziabile.

Le mani afferrano gli oggetti e danno loro un senso, si muovono nell’orizzonte del possibile e quando si cimentano con l’impossibile non bastano più. I detrattori parlano allora di adynaton, affermando l’impossibilità che una cosa avvenga subordinandone l’avverarsi a un altro fatto ritenuto impossibile. L’argomento è però debole, retorico, funziona nel linguaggio pratico ma la vita è un’altra cosa. L’impossibile non è il limite dell’oggetto, piuttosto la sua possibilità di trasformarsi o deformarsi in altro.

Dando il nome a uno oggetto lo individuiamo in quel che serve, attribuiamo una categoria e la categoria è un universale che identifica la cosa, la rende identica a se stessa. Con le parole istituiamo una mistica dell’oggetto e dunque una metafisica. E tuttavia la realtà è ciò per cui una cosa è quella e non un’altra, esiste indipendentemente dall’essere conosciuta. Le idee quando pensano l’ideale come reale vanificano le parole in un vuoto nominalismo. Il reale esiste, è pensabile (a condizione che si conformi il pensiero all’interno dei limiti delle cose, in re o post rem), è esprimibile, ha una collocazione definita nello spazio e nel tempo. Si definisce come specie o categoria ma solo nei contorni dell’ecceità, che è “la causa, non della singolarità in genere, ma della singolarità nella sua particolare determinazione, cioè in quanto è proprio questa”. Il pericolo dell’andare oltre è di cadere nella rete della metafisica e dell’ideologia, dell’abitudine intellettuale a disporre le cose assecondando un ordine. Questo vale tanto nella vita ordinaria, quanto nella sua dilatazione sociale: fuori dal reale non ci sono che le parole e il linguaggio della politica (per la relazione che sussiste tra l’universale e il banale esercizio del potere) lo dimostra pienamente; manca l’arrosto e vende il fumo. C’è una regola in cucina e le mamme la esercitano per lo più con eleganza: gli aromi coprono gli odori di una pietanza deteriorata, rendono appetibile l’alimento andato a male o sgradito ai bambini. E così poste le cose in un senso che rende impossibile l’altro, non solo ne decretano la fine contornandone i confini, ma si comportano come gli imbonitori medievali che si fermavano nelle piazze trafficando le piume dell’arcangelo Gabriello a una plebe ignorante, convinta di sfamarsi con l’arrosto mentre in realtà mangiava la merda.

Nota personale: non so com’è, ma pur nella veneranda devo avere un rigurgito d’infanzia; non ho un Io tautologico, non ragiono in termini idealistici e penso che la verità non necessiti della mia presenza. Sono certo che possa fare a meno della mia ontologia. Non sono un metafisico e la veritas (come) est adaequatio rei et intellectus (la verità come corrispondenza della cosa e dell’intelletto) mi sembra una forma di delirio. E così guardo alle cose per quello che sono (come i paradossali oggetti delle foto) e per lo più mi piacciono, le spoglio e le scopro ogni giorno. E ogni giorno mi sembrano meravigliose.

LE TETTE DI FOUCAULT

The Danish Girl è un film del 2015 diretto da Tom Hooper, adattato al romanzo La danese (The Danish Girl) di David Ebershoff e ispirato alle vite dei pittori Lili Elbe e  Einar (Gerda) Wegener. La storia è questa: Einar accetta di posare in abiti femminili per la moglie e capisce d vivere in un corpo che non è il suo; poco alla volta abbandona i caratteri maschili per diventare Lili Elbe, assorbito nella sua identità di donna. 

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The Danish Girl prima che un racconto dell’omosessualità o travestitismo, è una profonda delicata plastica analisi della sessualità ben contestualizzata nella Copenaghen degli anni venti.  La trama è quella, ma va davvero oltre e racconta dell’identità di genere in termini sorprendentemente attuali. Nel film Einar viene ospedalizzato, il corpo sottoposto a terapie brutali, coartato e violato nell’intimità.

La storia si presta a diverse interpretazioni, voglio però soffermarmi su una in particolare, l’identità. Non ci pensiamo, ma è manipolando il corpo che abusiamo della volontà svuotandola di una consistenza giuridica. Siamo corpo e il corpo ha una collocazione politica, anche nel carattere sessuale. La politica evita accuratamente di rivolgersi a noi in quanto carne, perché la carne è rivoluzionaria, libera, è istintivamente rivolta al godimento, non la controlli con le idee, va nutrita ogni giorno, riscaldata in una casa, se la sfianchi di lavoro deperisce, privata dei bisogni primari muore. Può esserci una sola politica ed è quella che si prende cura del corpo, l’anima esula dalle competenze dello Stato. Il corpo desidera, vuole, spera, è attuale e mai declinabile al futuro; l’attualità è possibilità e divenire, non c’è nulla di più eversivo del qui-ora. Poiché lo squilibrio in una struttura sociale comincia riconoscendo l’instabilità, a uomini e donne in transizione da un genere all’altro viene tolto ogni elementare diritto. Lo Stato impone l’identità (anche quella sessuale) e la certifica con una carta con la quale legittima la contraffazione dell’Io; pretende la sua reificazione chiedendo a ognuno di diventare identico a se stesso. Lo squilibrio a quel punto diventa endemico, a cominciare da quello mentale che si riverbera in quello sessuale. 

Nel film Danish Girl le autorità cercano di riportare Einar nella normalità. Normare è controllare, come nominare è identificare; l’identificazione è già uno degli aspetti della normalizzazione, con la quale si chiede a un individuo di diventare identico a se stesso. L’identità è una tautologia che conferma nel singolo il carattere universale dello Stato. Quel che c’è al di là, l’alterità, è qualcosa di patologico e di deviato, di difforme. Il diverso o la deformità come categoria antropologica non è assorbibile dal conformismo sociale così com’è espresso dalla moderna società tecnologica. Collocare la reazione (o alterità) altrove, nei luoghi della perversione vuol dire mantenere inalterato l’ordine, dare una regola e imporre di rispettarla. Sistemarla in una dialettica di opposizione che separa nettamente giusto e sbagliato, normale e anormale, il bene dal male. Un potere di questa natura non può che invadere ogni aspetto della sessualità, del corpo, dei sentimenti e della società nella quale sono collocati. Foucault è stato molto chiaro denunciando il potere e i suoi travestimenti: le relazioni di potere sono immanenti, non una sovrastruttura che esercita da un tribunale il ruolo della censura. I rapporti di forza, multiformi e instabili, si muovono dal basso per poi diffondersi attraversando tutta quanta l’esperienza sociale senza individuarsi in maniera assoluta. Le articolazioni del potere nelle società moderne sono il punto di partenza da cui procedere alla definizione delle modalità con cui tali intrecci producono i discorsi sul sesso. Al centro del discorso-potere si trova il corpo, in qualità di oggetto di sapere che ha assorbito i rapporti e i conflitti di classe. Quello della sessualità si è formato partendo da un meccanismo già in movimento, l’alleanza, all’interno della quale il potere continua a presentarsi nella forma canonica del diritto. Con la nascita delle tecniche di confessione, ossia con lo sviluppo di nuovi discorsi che avevano come oggetto non più i rapporti legittimi o illegittimi discriminati in base al diritto, ma il corpo nella sua espressione erotica, si sono generati nuovi argomenti che dalla famiglia sono poi fluiti nella pedagogia, nella sessuologia, nella psicoanalisi. Mentre in precedenza nel meccanismo dell’alleanza, la famiglia era il luogo dei rapporti coniugali conformi e conformanti, il dispositivo più recente ne ha fatto il luogo in cui dal principio si esprime la sessualità; quello degli affetti e dei sentimenti e per tale ragione secondo Foucault la famiglia nasce come una struttura incestuosa. Per contenere la degenerazione dell’incesto agisce in essa il discorso-potere, che argina la disinvoltura del più recente meccanismo della comunicazione che stimola invece la sessualità all’interno del gruppo familiare. Le nuove tecnologie allentano la morsa morale all’interno del contesto domestico e per scongiurarne l’effetto con un doppio binario comunicativo la ritraducono nella forma del diritto.  Alle strategie di controllo istituzionale corrispondono altrettante figure antropologiche, divenute oggetto del sapere: la donna isterica, il bambino onanista, la coppia maltusiana, l’uomo perverso a cui si affiancano le specifiche tecnologie di intervento e le relative figure professionali (il sessuologo, lo psicanalista, l’assistente sociale, il pedagogo e altre ancora dall’economista al giurista). Il potere-sapere nasce in un preciso periodo storico e con finalità ben demarcate. L’origine si trova nelle classi borghesi emergenti e in quelle aristocratiche del XVIII secolo, dilatandosi all’esterno della famiglia e intervenendo sulle perversioni e le sessualità eterogenee generate in una società che ne stimolava la proliferazione, per poi controllarle con l’apparato delle alleanze. Fino al XIX secolo le fasce popolari non interessavano al dispositivo di sessualità; la famiglia e l’obbligo morale alla fecondità esercitavano dalle mura domestiche il controllo; il corpo proletario solo successivamente è stato identificato con il sesso, come un nuovo regime di segni che ne ha ridisegnato i contorni cancellando quelli prodotti dalla fatica, dalla cattiva alimentazione, dalla povertà. Nella cura che la borghesia ha avuto del proprio corpo Foucault individua gli stessi metodi di cui la nobiltà si era servita per marcare e conservare la differenza di casta. Mentre per affermare la singolarità del proprio corpo le classi nobiliari avevano inventato il concetto del “sangue blu”, la borghesia ha cominciato a guardare alla discendenza e alla salute dell’organismo. Oggi è più che mai evidente che il sesso abbia sostituito il sangue; la prole vigorosa e il benessere del corpo dipendono da una sessualità ordinata, di cui il meccanismo di potere-sapere si prende cura.

Marcuse si è spinto anche oltre. La repressione (perché di questo si tratta) non è un fatto costitutivo della civiltà umana o un fenomeno storico, ma la conseguenza a una specifica organizzazione sociale. Un particolare aspetto della repressione è quello che chiama “addizionale” e si fonda sul principio di prestazione; tale forma repressiva è diversificata sulla base del lavoro che svolgono i singoli individui. Produrre la repressione addizionale è compito della struttura familiare patriarcale e monogamica, dell’industria culturale di massa e soprattutto della divisione gerarchica del lavoro. In quest’ordine di idee la società è determinata a diventare totalitaria, ossia a rendere impossibile ogni opposizione. L’apparato produttivo ha raggiunto un tale livello di sviluppo, da rendere disponibili le risorse necessarie a soddisfare i bisogni umani, ma la società totalitaria crea sempre nuovi bisogni falsi e artificiosi alimentando il desiderio per impedire l’emancipazione degli individui. In L’uomo a una dimensione sottolinea l’attuale impossibilità della liberazione, perché la società industriale avanzata si conforma in maniera sempre più totalitaria, unidimensionale. La stessa tecnologia si configura come uno strumento per istituire nuove forme di controllo e di coesione sociale, il più delle volte piacevoli e quindi maggiormente efficaci. Questo vuol dire che è proprio l’innalzamento del tenore di vita, dovuto ai progressi tecnici raggiunti, a diventare veicolo di repressione: genera infatti il bisogno ossessivo di produrre e consumare e abbassa la soglia di resistenza al sistema. Marcuse parla di desublimazione e tolleranza repressiva; grazie all’estensione in massa di valori culturali, che vengono appiattiti sull’ordine esistente, si verifica anche una concessione di libertà apparenti che non danneggiano gli interessi dominanti ma garantiscono e rafforzano la continuità della repressione. Nelle democrazie moderne la tolleranza coincide con il permissivismo, perché viene concesso sulla base dell’idea che nessuno sia in possesso della verità e che pertanto il soggetto delle scelte deve essere la collettività, che si suppone composta di individui capaci di scegliere liberamente. In realtà la società produce l’effetto contrario, un generale conformismo. Anche il pensiero corrispondente a questa situazione è una unidimensionale, modellato sulla realtà esistente e incapace di opposizione e critica. Più che alla classe lavoratrice, che appare sempre più integrata nel sistema e da cui tende ad assorbire i valori, Marcuse guarda agli studenti e ai gruppi marginali come i neri, i guerriglieri del terzo mondo, gli emarginati e il sottoproletariato delle periferie, le prostitute, i disadattati come a potenziali soggetti rivoluzionari. La diagnosi della società tecnologica che Marcuse ha delineato è più pessimistica di quella di Foucault ma inappuntabile. Tutti i luoghi alternativi, tutte le forme di opposizione, tutte le dimensioni diverse da quella della tecnologia sono stati conquistati dalla finta democrazia della società industriale: l’uomo, la società e la cultura sono ridotti all’unica dimensione che condiziona nel profondo bisogni e desideri. Nessuno è svincolato da questa non-libertà, tutte le classi, compresa quella operaia, sono ormai assorbite dal sistema; solo fuori del sistema si può ancora trovare qualche potenziale rivoluzionario (“Al di sotto della base popolare conservatrice”), tra gli emarginati, i reietti, gli stranieri, gli sfruttati, i disoccupati. Tra coloro che non sono integrabili in un’identità storica e politica; come Lili Elbe, le transessuali nella più radicale tra le alterità, quella sessuale. 

Da Gli italiani

Reich, l’orgasmo, la violenza sessuale

Altre due vittime, questa volta a Roma. Due donne stuprate (al di là dei tecnicismi giuridici tra tentata violenza e la violenza acclarata) e una responsabilità certa, certissima, anzi probabile; i colpevoli ci sono e hanno un nome. Altri però ne verranno perché è un fenomeno anomalo che si va anomalamente normalizzando; le leggi si fanno sempre più incisive (che per il nostro ordinamento vuol dire inasprimento della pena), ma non basta. Perché il mostro, l’Ombra, l’Altro non arriva da luoghi geograficamente improbabili e tuttavia fa comodo pensarlo. Per rimozione, proiezione e spostamento. Il mostro lo abbiamo in casa e lo nascondiamo al giudizio morale.

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Per Reich (che ha anticipato il discorso sulle sessuopatie) il criterio della buona salute è il libero fluire dell’eccitazione nel corpo; un corpo erotizzato e non sublimato nelle forme culturali. Ravvisava nelle tensioni muscolari un orgasmo inespresso, contenuto, vincolato più alla morale che alle reali esigenze della carne. Le tensioni croniche sono abitudini inveterate, il sintomo del disagio di una civiltà che ha censurato la natura umana nelle pulsioni e genuinamente predisposta al piacere. Come Marcuse, Reich rifiuta l’impianto teoretico freudiano di un impulso originario distruttivo; la nevrosi dipende piuttosto dal decentramento politico del corpo e del suo condizionamento sociale. Il discorso di Freud sul disagio è alterato da un concetto destoricizzato della civiltà, il sacrificio della pulsione non è necessario all’ordine che una comunità si dà, ma funzionale a un genere particolare di società, che per Reich è quello borghese capitalistico. E’ discutibile anche il principio di realtà (tanto caro a Freud) e parimenti indefinibile come quello di normalità; è in questo che la psicoanalisi dimostra una matrice metafisica o ideologica, utilizzando categorie ontologiche (o meglio mitologiche) e non antropologiche. Il concetto di sublimazione, in quanto risolutivo del conflitto libido/civiltà, è una mistificazione per una fascia sociale disorientata in quel che conta e che tuttavia cerca un equilibrio nei meccanismi del consumo e del capitale, rinvenendo non più nella dialettica con l’altro (e con l’Altro) la propria identità. La teoria dell’origine sessuale delle nevrosi porta nella pratica terapeutica alla sostituzione della rimozione inconscia delle pulsioni con la rinuncia consapevole alle pulsioni stesse. Per Reich si tratta non più di uno spostamento culturale sul piano scientifico di idee politicamente conservatrici. Il disagio attuale individuale e sociale dipende invece dal mancato appagamento sessuale, dall'”imptenza orgastica” responsabile nel singolo del disturbo nevrotico e delle degenerazioni etiche e sociali della comunità. L’energia sessuale non liberata provoca un ingorgo nell’organismo, una stasi sessuale che alimenta il sintomo e la malattia. La repressione sociale della sessualità, la miseria sessuale delle masse vincolata a una monogamia innaturale non è che il riflesso della reale miseria sociale e culturale nella quale il popolo si trova a vivere. Il discorso-potere sul sesso, la famiglia, l’ordine economico della società, le istituzioni sono la mano del potere capitalistico che, attraverso le forme della deviazione nevrotica, impongono il dominio materiale e economico dell’ideologia borghese. L’introiezione in massa della prassi sessuofobica come luogo morale, produce individui socialmente pericolosi, stimola gli istinti peggiori, favorisce l’edonismo e l’egoismo, fomenta le degenerazioni antropologiche, mutila il carattere politico, solletica il populismo, annulla le resistenze al potere vincolando gli oppressi all’oppressore. La repressione matura nella depressione, qualche volta nella perversione e diventando la regola della comunità ne altera l’etica, i costumi, le leggi. La famiglia patriarcale in particolare il più delle volte mostra il carattere repressivo, il baluardo del capitale all’interno della classe oppressa, impedendo già dalle mura domestiche ai giovani di sviluppare un’energia realmente rivoluzionaria.

Marcuse è andato anche oltre. L’azione del capitalista consiste nel produrre l’autonomia dell’ideologia borghese, come qualcosa di separato dai piaceri materiali e svincolato dalla realtà esistente. La felicità collocata al di là della vita quotidiana e finalizzata a liberare dalla realtà sensibile e dalla sessualità, diventa un meccanismo per disciplinare le masse insoddisfatte, potenzialmente eversive. Il disagio individuale e sociale è la conseguenza all’ordine contraddittorio della società. La mancanza di felicità, la malinconia o la depressione come carattere precipuo del popolo è banalmente il risultato di un’organizzazione sociale irrazionale. L’analisi di Marcuse non si ferma a questo: sottolinea l’incompatibilità della felicità con il lavoro, come testimonia l’esistenza miserabile a cui è ridotto il proletariato (nelle nuove denominazioni). Il piacere individuale, inconcepibile in un mondo rurale che l’aveva socializzato, non è in grado di tradursi in un progetto di reale trasformazione sociale; è necessaria una prassi per fare dei bisogni primari una profonda rivoluzione del reale in quel che c’è di razionale. Al progresso tecnologico e all’evoluzione economica (lo vediamo ogni giorno) non corrisponde necessariamente l’emancipazione umana, come pure al socialismo non è seguita la dissoluzione del capitalismo. La violenza, a cominciare da quella sessuale, è il punto più alto di un ordinamento sociale che reprime non la sessualità e il piacere, ma la loro diffusione all’interno di una strategia storica e dialettica. Ma questa davvero è un’altra vicenda, politica prima ancora che psichiatrica e penale.

Da Gli italiani…

I POLIMERI DELLA SANTANCHE’

Lo abbiamo visto in questi giorni, le violenze sessuali si sono ripetute; una ha avuto come vittima un’ottantenne, un’altra ha visto coinvolti le divise, un’altra ancora a Rimini ad opera di quattro balordi. Questo è quello che sappiamo dai giornali, ma c’è un sottobosco del quale non siamo informati, silenzioso, nascosto nelle case e nei posti di lavoro, nei ministeri anche (ma quella è un’altra storia). L’orgasmo, sempre e solo quello, cercato in tutti i modi e al di là delle regole minime della civiltà. In politica non è troppo diverso, il Paese è stato lungamente governato da un satiro che ha legittimato comportamenti riprovevoli sul piano umano e inaccettabili su quello giuridico. A Milano c’era il quartiere delle Orgettine (con la R, che si capisce meglio), la Ministra e la fellatio, la minorenne, le transessuali mantenute dalla politica. Ma il potere è anarchico e fa ciò che vuole e lo sappiamo; alla lunga però anche il popolo più mansueto finisce per desiderare l’indesiderabile, convalidando le proprie azioni su quel che è autorizzato dalla diffusione mediatica e adegua i comportamenti facendo della propria vita una pantomima di quella del padrone. Il termine (padrone) non è desueto, chi comanda ha violentato la purezza della carne di un’intera classe sociale, contaminando l’innocenza della sessualità, violentando e deformando i corpi; è così che penetra e si mantiene il potere: rendendo osceno e pornografico l’amore. Qua forse più che altrove.

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C’è un profondo legame tra il godimento e la politica e il sesso e il potere. Il problema è la natura di quel legame; la parola rapporto mi pare compromettente e richiama a una familiarità impropria nel piacere, che è libero e svincolato dai tegumenti e mette in imbarazzo chi è al comando. E’ vero, la politica è l’arte del compromesso (così almeno dicono e tuttavia rimane un pessimo modo per amministrare la cosa pubblica) ma è difficile pensare che un ministro ambisca a compromettersi, la regola è quella di non dare scandalo. Il termine dialettica, pur vero, è aulico e anacronistico e il popolo non legge e non è istruito, inutile rispolverarlo dagli armadi hegeliani e marxisti. Relazione mi piace, rimanda al passaggio tra la causa e l’effetto, o meglio tra la causa e l’affetto. Perché il politico si innamora del potere al punto da stuprare le leggi per possederlo e conservarlo. E arrivo al punto: quel che il plutocrate fa tra le lenzuola non è che il passaggio verso le perversioni che andrà a compiere all’interno delle istituzioni. Ed è noto: ciò che il Re non fa alla moglie prima a poi lo fa al popolo. Ci sono ricerche autorevoli che confermano le particolarità sessuali degli uomini di governo; vale anche per un ominide asessuato come Andreotti, perché è difficile pensare che quel corpo intorpidito dal potere fosse portato a una naturale espressione delle pulsioni. Naturale vuol dire un godimento non compromesso dalla legge, ma che comunque non la infrange in quel che la rende autorevole, il diritto nella sua imprescindibile consistenza ontologica. Con Berlusconi, è oramai storia, il piacere nella sovrastruttura autoritaria è diventato sfacciatamente pubblico; è accaduto perché c’è stata una forte concentrazione al comando nelle sue mani, che si sono sentite libere di violentare il diritto naturale e le leggi che la comunità si è data. E lo ha fatto come il potere solo può, in maniera anarchica prima che dispotica. Di Renzi è inutile dire, ha un’oralità esasperata e il suo è un appagamento unilaterale; perché le parole non bastano e con quelle siamo tutti bravi, ma a letto bisogna saperci fare. C’è una cosa che non entra in testa al politico italiano, il godimento è una relazione con l’altro, altrimenti non va al di là dell’onanismo o dello stupro. Si chiama democrazia questa cosa, ma è più semplice masturbarsi che affrontare l’impegno di un rapporto sessuale. Infine c’è il sesso del disgraziato, vorrei dire del popolo, ma poi mi accusano di veteromarxismo e allora censuro la parola. Diciamo il disadattato, quello che sfoga il piacere tra le mura domestiche; sano una volta, pur in un patriarcato che ius vitae necisque feriva la donna nell’identità politica, ma praticato con il pudore di rispettare la carne, che in sostanza voleva dire non abusare del corpo femminile già sfiancato dal lavoro e dalle maternità. Nessuna nostalgia per una sessualità familiare che andava profondamente cambiata e inserita sine manu nel contesto delle leggi che tutelano il privato; e tuttavia si trattava di un godimento privo di esasperazione, contornato ma non finalizzato all’esercizio del potere. Perché c’è un piacere sublimato, confuso con il piacere del comando. Da qualche anno, complice la televisione e il rumore della stampa che ha reso legittimo quello che non lo è, la politica ha cominciato a compiacersi apertamente di certe pratiche avulse alle masse popolari (io posso e tu no, anzi: io so’ io e voi non siete un cazzo, come diceva il Marchese del Grillo), prima facendo maturare il voyeurismo nella classe lavoratrice (altro termine obsoleto) e poi il bisogno di assimilarsi al padrone nel suo lato peggiore, quello antistorico e antidialettico, dando il nome di anarchia a quello è nella sostanza un imbruttimento del piacere nella sua radicale espressione culturale.

I corpi manipolati dal potere portano i segni dell’ideologia, sono idee prima che carne, estetica piuttosto che natura, cultura invece che lavoro, pornografia e non intimità. Volti artefatti come quelli della Santanchè, che sanno di plastica e materie sintetiche, che fanno sentire il denaro (e dunque il potere) delle costose manutenzioni di restauro, non sono che l’adeguamento del corpo e della sessualità a un’estetica dell’erotismo elitaria e impopolare. “Io so’ io e voi non siete un cazzo”, in cui il popolo che non legge ma ha erezioni per Balotelli ha finito placidamente per deformarsi: con casalinghe che acquistano il Botox in internet e disperati che si prendono l’orgasmo dove possono e senza il consenso della vittima. Perché è così che fa il padrone; e se lo fa lui perché io no?  

UN TRANS CHIAMATO DESIDERIO

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E’ notizia di ieri: Rimini, quattro uomini violentano (ripetutamente) una turista e picchiano il fidanzato. Poi si allontanano e stuprano una Trans. Ora, al di là del fatto (terribile, deprecabile, inemendabile) m’è scappata una risata. Non sono cinico e so che vuol dire, però ho pensato: che cavolo hanno preso, se lo viene a sapere l’Aifa li mette sotto contratto. Il problema è che questi quattro idioti sono un rigurgito di un mondo decadente, perverso più che misogino, esacerbato al parossismo; il sesso della vittima è irrilevante e la violenza ha finito per prevalere sul godimento. Sembra insomma che nel corpo erotizzato dalle icone pornografiche (e dunque non più corpo ma ideologia), al di là dello specifico individuale maschio-femmina, abbiano riversato un odio sociale che priva la persona di un’identità politica prima che di genere, trasformandola in una funzione per l’orgasmo. Siamo all’antitesi del piacere ed è un fenomeno diffuso. Il Paese che ha censurato a lungo il desiderio è ora nelle mani di una dittatura feroce, che violenta i corpi svuotandoli della sacralità della carne. E questi quattro cialtroni non sono l’eccezione, ma l’esasperazione della regola. Si credono liberi e potenti, quando in realtà sono l’espressione di un conformismo culturale che ha fatto del loro modello estetico una pantomima di quello del padrone. Perché il potere è anarchico e fa quel che vuole, ma questi sono solo un gruppo di sfigati destinati alle patrie galere.

Insomma: cercate il piacere? Imparate a corteggiare, a rispettare, a sedurre. L’oggetto del vostro desiderio è una persona e non una cosa, violentarla non vi fa onore. Dovesse venirvi la voglia di fare un salto dallo stadio suino nelle specie animali più evolute, vi lascio in lettura questa lezione minima (tratta dal mio De rerum contronatura) di bon ton, idioti che non siete altro.

DIVENTARE GAY IN DIECI LEZIONI - giancarlo buonofiglio

CORTEGGIAMENTO

approccio: l’arte del rimorchio è una delle più antiche e radicate espressioni del maschio (meno per ragioni culturali nella femmina) della specie umana. E’ un passaggio fondamentale senza il quale non si può facilmente accedere all’intimità del coito. Lo capite infatti anche voi (o no?) che non si può fermare una fanciulla o un giovanotto mentre distrattamente camminano per la strada pretendendo che siano disposti a congiungersi senza i naturali rituali dell’accoppiamento, peraltro con il primo cretino che decide di ingropparseli sul marciapiede. I cerimoniali sono quindi importantissimi per predisporre l’individuo scelto all’amplesso (per ottenere il suo consenso e comunque per evitare una denuncia per molestie) e, benché esercitati più o meno ampiamente in tutto il mondo animale, primari nello svolgersi dei rapporti umani. E’ però forse l’unico campo nel quale l’uomo deve cercare di distinguersi dalle altre specie, non prevedendo il codice penale alcuna specifica attenuante nel caso che la vittima scelta non fosse consenziente, e non avendolo (diciamocela tutta) la natura dotato di ali che gli permettano di fuggire altrove una volta compiuta l’impollinazione. Insomma è per una ragione pratica e non per altro che il maschio della specie umana deve cercare di controllarsi; in particolare quelli che gli zoologi chiamano “organi copulatori annessi” e che servono, non ad altro, che a trattenere il partner durante l’accoppiamento: i copepodi sono ad esempio muniti di antennule di cui si servono come organi prensili; gli anfipodi di una appendice branchiale che è capace di immobilizzare la femmina per giorni interi; molti ditiscidi hanno appendici anteriori dotate di ventose; alcune libellule, la zanzara e la mosca scorpione addirittura una specie di pinza; l’uomo più comodamente delle mani. Non solo però. Essendo un animale culturale riesce abilmente a trattenere la preda con un’infinità di astuzie che vanno dalla clava dei tempi antichi alla minaccia di licenziamento in quelli moderni. Rispetto a tutti gli altri animali, e nonostante il gran parlare dei fondamentali diritti irrinunciabili, pare insomma che dall’era Mesozoica nella specie umana non sia avvenuta nessuna significativa mutazione del carattere.

Gli etologi hanno fornito una mappa del cerimoniale amatorio; nella specie particolarissima dell’omosessuale si sono riscontrate, dall’orientamento alla fuga, ben sei fasi progressive nell’approccio:

orientamento: è importante che l’omosessuale (ma anche l’eterosessuale) sia sufficientemente orientato su quello che veramente desidera (ripasso della seconda lezione). Il pericolo è che perda del tempo prezioso correndo per mesi dietro ad una ballerina di Lapdance per confessarle, una volta ottenuto l’appuntamento, di essere un pederasta. Guardatevi dunque allo specchio e chiedetevi se in fondo non vi piaccia più il panettiere della sua cassiera. Fatta la scelta preventiva, orientarsi nel mondo dei gay è poi piuttosto semplice data la loro maggiore disponibilità (e la simpatia) ai rapporti interpersonali: potete iscrivervi al circolo dell’Arcigay, bazzicare da un locale notturno all’altro, uscire per strada completamente nudi e con un cartello in mano con scritto “cercasi amante pederasta”, intraprendere la carriera di modello o commesso in un negozio di alta moda, presentarsi alla riunione del condominio con i bigodini e lo smalto sulle unghie, telefonare a casaccio ai numeri che trovate sull’elenco del telefono;

scelta: quando si rimorchia è importantissimo selezionare una alla volta le vittime. L’indecisione in questo campo è deleteria. La scelta è una questione di gusto, può essere determinata dal taglio dei capelli, dalla voce, dal profumo, dalla villosità, dal conto in banca, dai centimetri di quella parte, al limite dai modi garbati e dalla sensibilità mai comunque dall’intelligenza. Gli intellettuali sono perciò avvertiti, i tempi cambiano e non c’è molta voglia di rompersi gli impronunciabili con noiose discussioni sull’esistenza;

sincronizzazione: per sincronizzazione dovete intendere la capacità di cogliere i messaggi dell’altro, di capire fino a che punto potete spingere le vostre intenzioni. Facciamo un esempio: siete seduto al tavolo di un bar e non ce la fate a togliere lo sguardo da un fustaccio che si trova dall’altra parte della sala; a sua volta l’uomo vi guarda facendovi l’occhiolino e passandosi la lingua sul labbro superiore. Ebbene in questo caso è molto probabile che la vittima prescelta non solo sia un omosessuale ma che addirittura lo stiate eccitando. Facciamo un altro esempio: vi trovate in ascensore con una specie di bronzo di Riace animato che strizza l’occhio dicendovi fiumi di zozzerie. Voi pensate che sia un pederasta e pertanto gli saltate addosso, l’individuo però non solo vi respinge ma vi tira un cazzotto in faccia. Questo è appunto un tipico errore di sincronizzazione. E’ accaduto cioè che avete ingenuamente scambiato la sindrome di Gilles de La Tourette per un invito sessuale. Per non cadere in tali equivoci, peraltro assai comuni e dall’esito sempre incerto, è insomma necessario che ad ogni tentativo di approccio facciate la massima attenzione. Nel caso specifico del tic nervoso potreste cominciare prendendo la laurea in medicina;

persuasione: col termine persuasione dovete intendere l’abilità che ha una persona nell’indurre un’altra a compiere un’azione che di per sé non avrebbe mai fatto, e che è di esclusivo interesse della prima. Affinché si possa parlare di persuasione è necessario che la persona da convincere sia libera e cosciente; quindi non commettete un atto di persuasione (né tanto meno potete attribuirvi doti seduttive) se per portarvi a letto il partner dovete prima bastonarlo, o quando abusate sessualmente di un paraplegico semiparalizzato. In amore moltissimi sono i modi di persuadere; i più comuni rimangono:

1) gli assegni circolari: metodo raffinato e di sicuro successo. A volte è una questione di prezzo, l’esito dipende dagli zeri che scrivete sul pezzo di carta;

2) le minacce: convincere con le minacce non è di questi tempi facile. Ad ogni modo, se proprio volete adottare questa strategia fatelo almeno con una certa classe. Evitate insomma le frasi fatte “O me lo dai o non ti faccio fare la valletta”, “Ricordati che il principale sono io”;

3) le false promesse: sono sempre a dir poco necessarie. Dato che presumibilmente (essendo questo un manuale per pederasti) l’oggetto da sedurre è un uomo (ovviamente se voi siete un uomo, una donna invece se anche voi siete una donna), non potete con tutta evidenza promettere di sposarlo e di avere bambini. Ripiegate perciò sull’ultima possibilità rimasta, mettere su casa ed essergli fedele per tutta la vita. Dovessero però nel frattempo cambiare le cose, diventando finalmente anche questo un Paese civile che consente a due persone dello stesso sesso di unirsi in matrimonio, avete sempre l’alternativa di emigrare prendendo la cittadinanza vaticana;

4) la menzogna sulla misura del membro: mentire avete mentito (ma sui centimetri dell’organo riproduttivo nessuno dice mai la verità; ci sono ad esempio delle donne che, confuse dai parametri del marito -stabiliti arbitrariamente sulla base del proprio membro che con scarso senso delle proporzioni ritengono di 20 centimetri, quando in realtà raggiunge a malapena i 10-, credono non solo che il rotolo di carta igienica sia lungo 50 centimetri, ma di avere una vagina dal diametro spaventoso), infilandovi magari una lattina di birra nella tasca anteriore, cosa però intendete dire quando il trucco sarà scoperto?

5) l’eloquenza: la parola è un afrodisiaco eccellente; una frase detta al momento giusto e con il tono di voce appropriato riesce alle volte dove sessuologi e terapeuti hanno ripetutamente fallito. Naturalmente l’uso sapiente della parola richiede una lunga preparazione e una certa sensibilità poetica; non si può fermare uno sconosciuto dicendogli selvaggiamente “Bel maschio c’ho un toro nelle mutande che scalpita per incornarti”. Ci vuole tatto, molto tatto;

6) la pistola: è un mezzo persuasivo di indiscutibile efficacia. Non si sa come, ma nessuno davanti ad una pistola riesce a dire di “no”. Neanche gli eterosessuali più convinti;

7) la chiave inglese: è un mezzo persuasivo di indiscutibile efficacia. Non si sa come, ma nessuno davanti a una chiave inglese riesce a dire di “no”. Neanche gli eterosessuali più convinti.

-placamento del compagno reticente o aggressivo: una linea sottile separa l’amplesso tra due o più persone consenzienti (pur con qualche indecisione iniziale) dalla violenza carnale; questa linea per quanto incerta e indefinita esiste ed ha appunto il nome di “placamento del partner reticente”. E’ importante intendersi sulle parole: il rischio è quello di finire in galera per abuso sessuale. Un conto è infatti convincere una persona all’amplesso, facendola pian piano scivolare nel piacere in modo da ottenerne il consenso, un altro e legarla mani e piedi e usarle violenza. Nel primo caso si tratta di una particolare abilità seduttiva, nel secondo di stupro. Se pertanto avete finora fatto ricorso nell’esercizio dell’arte amatoria unicamente al metodo più sbrigativo e pratico (l’altro, a dire il vero, è piuttosto lungo e alle volte persino noioso), e intendete continuare su questa strada, vedete per lo meno di non lasciare prove tangibili del vostro quadrupede passaggio;

fuga: ammesso che abbiate ottenuto un appuntamento dal garzone del fruttivendolo che vi piace tanto, ammesso che siate riusciti dopo lungo corteggiamento a farlo chissà come innamorare (cosa però piuttosto improbabile dato che persino uno scorfano rincretinito si vergognerebbe a farsi vedere in vostra compagnia), e ammesso pure che si sia concesso carnalmente alle vostre voglie, come pensate di comportarvi quando il giovanotto vi chiederà scioccamente di sposarlo? A meno che non abbiate intenzione di protrarre oltre la relazione (e comunque non ce ne sarebbe motivo dal punto che avete ottenuto ciò che desideravate) è forse il momento giusto per darsi alla fuga, tanto più che lo stesso (ma non è comunque detto dato il generale rimbecillimento) difficilmente potrà ricattarvi dicendovi di aspettare un bambino. I modi per dileguarsi sono tantissimi e in genere fantasiosi, alcuni addirittura commoventi; il lettore potrà inserire nel proprio repertorio seduttivo i seguenti atipici:

1) inviare al proprio domicilio una falsa “cartolina rosa” che invita a recarsi al distretto militare per assolvere agli obblighi di leva. Anche se avete passato la sessantina da un pezzo;

2) confessare qualche malattia venerea, magari incurabile, scusandovi per avere taciuto quell’unica volta che lo avete fatto;

3) professarsi razzisti; il ragazzo di bottega è infatti un extracomunitario;

4) dichiararsi perdutamente innamorati del suo principale; il ragazzo di bottega è infatti un extracomunitario e sa bene che il suo datore di lavoro può sbatterlo fuori quando vuole;

5) dichiararsi perdutamente innamorati dell’idraulico, confessando una certa dipendenza psicologica dalla chiave inglese;

6) confessare di essere un sacerdote in viaggio di piacere, che non ha nessuna intenzione di contravvenire al voto di castità (anche se per una volta ha ceduto alla debolezza della carne).

Dopo il corteggiamento non rimane che parlare dell’amplesso, non prima però di avere fornito una pratica mappa informativa sui luoghi più indicati e maggiormente stimolanti per l’accoppiamento. Della contraccezione è evidentemente inutile dire dal punto che come si sa i maschi in genere non ingravidano gli altri maschi, né la femmine altre femmine (lo sospettavate, vero?). [Segue lezione]

1 Diffusa specie animale, poverissima spesso ai limiti della sopravvivenza, proveniente dalla penisola Iberica che si serve abusivamente dei mezzi di locomozione per spostarsi durante le ondate migratorie.