I DPCM non possono violare i diritti costituzionali

Il Tribunale di Roma, con la sentenza del 16 dicembre 2020 – causa civile n. r.g. 4598672020, ha di fatto reso incostituzionali tutti i Dpcm.

Il Tribunale di Roma, chiamato a esprimersi su un contenzioso di un esercizio commerciale ha concluso che i Dpcm “sono viziati da violazioni per difetto di motivazione” e “da molteplici profili di illegittimità“. Pertanto, in quanto tali, risultano essere “caducabili”. Ovvero non producono effetti reali e concreti dal punto di vista giurisprudenziale, sono da annullare. I decreti con cui è intervenuto il governo non sono “di natura normativa” ma hanno “natura amministrativa”. Quindi dovrebbero fare riferimento a una legge già esistente.

Il tribunale civile di Roma spiega che non vi è alcuna legge ordinaria “che attribuisce il potere al Consiglio dei ministri di dichiarare lo stato di emergenza per rischio sanitario”. Dunque i Dpcm sono incostituzionali: “hanno imposto una rinnovazione della limitazione dei diritti di libertà“. Invece avrebbero richiesto “un ulteriore passaggio in Parlamento diverso” rispetto a quello che si è avuto per la conversione del decreto Io resto a casa e del Cura Italia. “Si tratta pertanto di provvedimenti che contrastano gli articoli che vanno dal 13 al 22 della Costituzione e con la disciplina dell’art 77 Cost., come rilevato da autorevole dottrina costituzionale”.

Il Dpcm resta un atto amministrativo che non può restringere le libertà fondamentali. Il giudice condivide “l’autorevole dottrina costituzionale” secondo cui è contrario alla Costituzione prevedere norme che limitano i diritti fondamentali della persona mediante decreti della Presidenza del Consiglio dei ministri. Come riportato da Italia Oggi, il primo decreto legge che ha “legittimato” il Dpcm si limitava a contenere un’elencazione a titolo d’esempio e consentiva così l’adozione di atti innominati, non stabilendo però alcuna modalità di esercizio dei poteri.

Sezione 6° Civile, nella ord. n. 45986/2020 R.G. del 16 dicembre 2020

Fonte Giornale.it 

IL GOVERNO DEI MARZIANI

Per me sotto la finta pelle umana questi hanno le squame verdi e le antenne. Siamo stati invasi dai marziani oppure i rettiliani esistono per davvero e si sono impossessati dei loro corpi polimaterici. Solo a esseri arrivati da un altro mondo può venire in mente di:

– censurare Via col vento per razzismo

– togliere dal mercato i dolci moretti per istigazione razziale. Io avrei arrestato il produttore per il retrogusto allo sterco di cammello avariato, non certo per allusione all’uomo di colore

– Calimero è stato nuovamente bandito, sempre perché è piccolo e nero. Doppia beffa per il pulcino degli animati. Ma temo sia solo l’inizio e tante altre ne vedremo. Scalparotto infatti sta preparando la legge (oramai approvata) che fa un crimine dell’omofobia. E andrebbe pure bene ma dovranno mettere in galera preti, suore e catechisti. Registi, attori e letterati che hanno scritto pagine goliardiche sul pederasta grottesco. Il Satyricon di Petronio o quello di Fellini li metteranno al bando e sopravviverà solo la versione sicula/androgina di Ciccio e Franco? A scuola non si studierà più Marziale e sarà proibita la lettura del canto XV dell’Inferno sui sodomiti? A Pompei daranno una tinta di vernice sopra agli affreschi che stigmatizzano i rapporti omoerotici con virile sarcasmo?

Ho una notizia per Scalparotto (l’alieno che è giunto a noi da un altro sistema solare, il piddì): buona parte della nostra storia letteraria, artistica, musicale e anche scientifica ha un carattere omofobo e misogino. Che facciamo, con un colpo di spugna o di stato appunto, decapitiamo i simboli indigesti al nuovo ordine rettiliano? Ci sono cose spregevoli e una di queste è l’omofobia. Ma io non lo voglio un mondo che per legge mi proibisce di pensare male, in maniera deviata se mi pare. È un problema culturale e il nomos non sempre è legittimato a prevaricare sulla natura, in nessun modo sui bisogni individuali. In uno stato di diritto vanno tutelate anche le teste di rapa, non piegate con la forza al ministero extraterrestre della verità. I diritti sono un’altra cosa. Sulle scelte etiche o personali si fa un’opera culturale di seduzione; le idee si formano con l’educazione, non si impongono per legge. Quello è il nazimaoismo, l’ordine statuale degli ominidi con la pelle verde e le antenne in testa. Pensavo fosse uno scherzo ma poi ho sentito nuovamente parlare di genitore uno e genitore due. In piena crisi democratica e economica la rettiliana dei diritti civili alla fine ha sibilato: nella task force non ci sono quote rosa, ha sssbottato la Boltrina. Giusto quello è il vulnus nel pieno di una dittatura megagalattica. Il politicamente corretto diventa follia in mano ai marziani, che tali sono perché nulla condividono con le altre “forme di vita”. Lo diceva Wittgenstein, grande filosofo e grande omosessuale (si può ancora dire?)

Temo che non sia finita qua, la neurodistopia mischiata all’idiozia pedoscientista non ha limiti. L’amaro Negroni non lo troveremo più al bar, Cicciobello nero sarà ricordato come il Mein Kampf e le polluzioni col genere porno black and white saranno fuorilegge. A scacchi non giocherà più prima il bianco e lo slogan del detersivo inviterà ad annerire i tessuti, non a sbiancarli. Non solo. I rettiliani come Scalparotto hanno dichiarato guerra al Dio cristiano che è amore. E ha il difetto di lasciare all’uomo la libertà, anche di odiarlo se vuole. L’imposizione per legge è dei rettili che strisciano sulla bava del potere, non degli uomini emancipati e con una coscienza, sani nei limiti della natura. In virtù di un astrale principio del bene inciso nelle sacre tavole della empioscienza, presto non potremo bere neanche l’Amaro del Frate perché richiama alla devozione religiosa. La bottiglia con il cilicio, che sarà una merda, ma è sempre meglio dell’intruglio che il vostro guro spirituale vuole iniettare nel sangue. Roba verde da ipertecnologia marziana che farà squamare anche la nostra pelle

“ASSEMBRAMENTO”

Un’altra parola è stata sdoganata: ASSEMBRAMENTO. Non si sentiva dall’epoca del Ventennio e ha sostituito termini come relazioni, affetti, famiglia (il blasonato al governo l’ha sovrapposta anche agli ambienti intimi e domestici). Con una connotazione assolutamente negativa rispetto alla socialità promossa e tutelata dalla Costituzione. Assembramenti sono anche le associazioni, le organizzazioni politiche e le libere espressioni di protesta, anch’esse censurate con l’alibi neanche troppo originale di un virus influenzale.

La stampa igienica e la Tv spazzatura la usano con metodo e anche voi con troppa disinvoltura. Attraverso le parole manipolano il vostro pensare, vi fanno assorbire contenuti che non hanno, veicolando una forma di società autoritaria e priva dei caratteri della solidarietà.

A parte la matrice fascista (o nazimaoista) non sottovalutate il lato semantico. Due o più persone non sono un assembramento, mi sembra una sintesi impropria e riduttiva di una realtà più articolata. L’amicizia, il dialogo, la socialità sono un fatto affettivo. Le aggregazioni politiche il bisogno a riunirsi per dare luogo a un corpo sociale. Le orge, pure loro, non le puoi chiamare assembramenti. Hanno qualcosa di poetico, dipende ovviamente da chi hai dietro. La messa e la scuola anche. Non ho mai sentito dire a nessuno: questa sera vieni a casa mia, facciamo un assembramento. La gente normale cena, si incontra, parla. Ci vuole una mente malata per concepire un gruppo di persone come un assembramento.

Fa tanto mandria o gregge, corpo nelle sole funzioni biologiche. Neanche Marx era arrivato a tanto, da quel che so non ha scritto: proletari di tutto il mondo assembratevi. Eppure questa è la neolingua di un dittatoruncolo spuntato chissà come dall’Istituto Luce. Con mille difetti e un solo pregio, quello di non averne nessuno.

Un giorno si dirà del blasonato: quando c’era lui gli assembramenti arrivavano in orario. Anzi no, credere obbedire distanziare. O meglio: È l’aratro che traccia il solco ma è Casalino che lo difende. Ma forse sui libri di storia verrà ricordato con una sola frase lapidaria: visse un giorno da leone e cento li passò a pecora. Perché può anche capitare che quando vai per fottere vieni fottuto

LA VIROCRAZIA E LA SINDROME DI STOCCOLMA

Vivere in una virocrazia, derogando alla scienza la democrazia e le libertà dei cittadini è pericoloso. Anche nell’emergenza sanitaria (con restrizioni previste dalla Costituzione e ben delimitate nell’ordinamento) sessanta milioni di reclusi fanno comunque impressione. La vicenda è questa: Sgarbi (che è anche un parlamentare) ha in corso un processo per le sue esternazioni pubbliche in merito alle misure prese dal governo: “notizie false, esagerate e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico (Art. 656 del Codice Penale), Istigazione a disobbedire alle leggi (Art. 415 c.p.) e Istigazione a delinquere (Art. 414 c.p.).

Il PTS (patto trasversale per la scienza) ha inoltre richiesto di adottare ogni provvedimento volto a oscurare o sequestrare il sito web e i canali social del critico d’arte. “Oscurare e sequestrare“. Gli oscurantisti non erano gli altri?

Esiste un patto trasversale per la scienza. Lo apprendo con qualche apprensione, che “oscura e sequestra” il pensiero, la parola, la critica. Le libertà, queste sconosciute alla scienza (o presunta tale). Un luminare (bravissimo nel suo mestiere) ieri ha ammonito il Papa: “Dio vuole che si preghi da casa“. Ho sempre pensato che l’etica non fosse un campo dello scienziato, scopro invece che sconfina anche nella religione. Il laureato in biologia in futuro potrà dire messa, abbiamo risolto l’antinomia tra ragione e fede.

Sostituiamo papa Francesco con uno specialista in igiene e medicina preventiva.

A questo punto si può chiudere il Parlamento e sostituirlo con un comitato tecnico/scientifico permanente. Perché no? Economico, funzionale e pratico.

 

La-guerra-dei-mondi-di-Orson-Welles

 

Non entro nel merito della vicenda Sgarbi, ma la virocrazia mi sembra un’oligarchia degenerata. Parere personale e sicuramente sbagliato (ok). La tecnocrazia non temperata dalla politica è però anche questo: se un esperto di statistica elabora studi e modelli matematici anapodittici sugli incidenti stradali, i tecnocrati del mondo immaginario di Welles potrebbero vietare l’uso delle auto o del tabacco. Proibire su base epidemologica l’alcol, limitare la viabilità a piedi, contingentare le piazze, chiudere giornali e programmi di svago che rincoglioniscono le persone. Chiedete a un sociologo se la tv di Barbara D’Urso abbia determinato un deficit cognitivo su scala nazionale.  Ed è un allarme sociale anche quello.

La scienza ha ragione. Nei numeri sempre.

Non ricordo l’epoca, ma il controllo sanitario sulle condotte individuali, di movimento e di pensiero lo abbiamo vissuto. E aveva un nome: Ordine e disciplina. Leggetevi Foucault, la biopolitica. In Sorvegliare e punire (1975) descrive un lockdown del XVII secolo:

«Alla peste risponde l’ordine: la sua funzione è di risolvere tutte le confusioni: quella della malattia, che si trasmette quando i corpi si mescolano; quella del male che si moltiplica quando la paura e la morte cancellano gli interdetti. Esso prescrive a ciascuno il suo posto, a ciascuno il suo corpo, a ciascuno la sua malattia e la sua morte, a ciascuno il suo bene per effetto di un potere onnipresente e onnisciente che si suddivide, lui stesso, in modo regolare e ininterrotto fino alla determinazione finale dell’individuo, di ciò che lo caratterizza, di ciò che gli appartiene, di ciò che gli accade. […] la penetrazione, fin dentro ai più sottili dettagli della esistenza, del regolamento ­– e intermediario era una gerarchia completa garante del funzionamento capillare del potere; non le maschere messe e tolte, ma l’assegnazione a ciascuno del suo “vero” nome, del suo “vero” posto, del suo “vero” corpo, della sua “vera” malattia. La peste come forma, insieme reale e immaginaria, del disordine ha come correlativo medico e politico la disciplina.»

La quarantena è sopravvissuta alla peste come possibilità di normare lo spazio urbano, le vite e i corpi portando alle società disciplinari autoritarie e fasciste  del XX secolo. Il pericolo reale è che il cordone sanitatrio diventi nel tempo sorveglianza, repressione e controllo sociale. C’è da augurarsi che a qualche mascherina autoritaria travestita da virologo non venga in mente di estendere nel tempo le misure restrittive ai diritti costituzionali inviolabili, magari con maglie allargate solo per consumo, studio o lavoro.

Sul Manifesto del 26 febbraio scrive Giorgio Agamben: “Innanzitutto si manifesta ancora una volta la tendenza crescente a usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo. Il decreto-legge subito approvato dal governo per ragioni di igiene e di sicurezza pubblica si risolve infatti in una vera e propria militarizzazione dei comuni e delle aree nei quali risulta positiva almeno una persona […] Si direbbe che esaurito il terrorismo come causa di provvedimenti d’eccezione, l’invenzione di un’epidemia possa offrire il pretesto ideale per ampliarli oltre ogni limite. L’altro fattore, non meno inquietante, è lo stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo”.

Al termine dell’emergenza “Il tran tran sarebbe ricominciato, ma con più controllo di prima, più sorveglianza, e con l’idea condivisa che da un giorno all’altro si poteva bloccare la cultura, vietare ogni riunione, associazione, assembramento di persone non finalizzato al mero consumo, col consenso di un’opinione pubblica impaurita (qualcosa si deve pur fare!). O meglio: col consenso dei media e di una minoranza rumorosa di imparanoiati, che creavano l’effetto di un’opinione pubblica impaurita”.

La paura genera mostri e apre un varco allo stato di polizia e non più di diritto. Non siete criceti ammaestrati per vivere in una gabbia, o no?

 

sorvegliareepunire

#covid-19 #coronavirus #decretoconte #zonarossa #quarantena #sgarbi

 

TORNATE A LEGGERE, CHÉ I SOCIAL VI FANNO MALE

Se parli male ragioni male e ti comporti peggio. La grammatica non è qualcosa di marginale, è l’ordine che diamo al pensiero. I commenti che si leggono in rete su Valentina V. * rilevano un dato statistico interessante: le costruzioni sintattiche più volente hanno una semantica prescolastica, tradiscono la sindrome da deficit fonologico e disprassia verbale ad andamento paranoide e un vocabolario che non va al di là delle cinquanta parole. Niente a che vedere con le grammatiche del quotidiano dei contadini e degli operai del dopoguerra. Quella italiana è una lingua viva, evocativa, sensibile alle flessioni territoriali; gli uomini delle campagne la modulavano con competenza e profondo rispetto per le parole. Nella lingua ordinavano il quotidiano e si davano delle regole. Mi pare invece che questa analfabetizzazione di ritorno, sgrammatica e decomposta, gutturale prima che compiuta nelle forme adulte della comunicazione, fortemente contaminata dal t9 e e da un uso disinvolto di una tecnologia che non si padroneggia sia qualcosa di profondamente diverso. Certo c’è anche chi si cimenta in sottili questioni teologiche: “Dio? Dove era in quel momento?” A cui segue la sentenza implacabile: “Dio non esiste”. Teologia negativa dunque, onore al merito. Articolare vuol dire ragionare, vedere le cose da diversi punti di vista, attingere da un dizionario disomogeneo e variegato. Qua siamo invece alla rigidità del pensiero e della lingua. Se conosci cinquanta parole vedi solo cinquanta cose e il mondo diventa infinitamente piccolo. Sempre in termini teologici c’è anche la “buonista” (la chiamano così i cattivisti): “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”. L’argomentazione è forte e meriterebbe due righe in risposta; e infatti arrivano: “Sei qualche parente x caso . La devono ammazzare a sta troia”. Argomento inconfutabile e allora si procede oltre. “Lurida troia”, “bastarda”, “In galera le faranno festa .. !!! Trasferitela a Palermo noi sappiamo cosa farne”. Qua abbiamo proprio uno spostamento verso la filosofia pratica, perché le parole non bastano più e perlamiseria la preda va data in pasto al branco: “Non ha avuto pietà per il bimbo perché dobbiamo averne noi per lei?”. Il noi fa ovviamente riferimento a un’identica percezione delle cose, allo stesso linguaggio: noi, i buoni, siamo nel giusto e perciò giustiziamo. È una questione logica: se sono nel giusto, giustizio e ‘ntuculo alla legge, la legge siamo noi. E allora il gruppo si ricompone: “io butterei ii dal balcone questa e la pena che devi pagare brutta stronza😬😬😬😬😬“, “Ma che dici … Nn capirebbe niente … deve essere bruciata viva”. La regola della comunicazione (in questa come in altre discussioni) sembra insomma consolidata: uno parte con l’aggressione e la minaccia e presto arriva un simile a dare il contributo. I simili, come i coglioni, vanno sempre in coppia e fanno gruppo. Dove c’è un gruppo ci sono tanti “simili” e nella pagina di questa signora (come anche altrove) i “simili” davvero non si contano.

***

* Il fatto è noto: una giovane donna getta dal balcone il figlio e il bimbo muore. Il web si scatena, l’italiano di norma belante col padrone si mostra feroce coi disgraziati. Perché sempre disgraziati comunque sono. I commenti su Facebook nella pagina della donna sono migliaia, ho provato ad analizzarne alcuni. La regola è il punto esclamativo e qua si sprecano: come dire tiè o ‘ntuculu e più ne metti più ‘ntuculo lo prendi. L’italiano, inteso come lingua, latita (nel carattere fa invece sentire la fulgida presenza) e all’assenza del congiuntivo siamo però abituati. Il ke scritto con la k viene inteso come un rafforzativo e la x in luogo di per serve a demarcare la differenza antropologica: la lingua italiana è roba da checche intellettuali (e dunque di sinistra), noi siamo altro, nonrompetecilaminchia. I più imbestialiti invitano alla violenza (bruciamola, se ero io ti ficcavo… vabbè ci siamo capiti), altri, gli apocalittici invocano la giustizia di Dio. Io non sono pratico della materia, ma mi pare di ricordare che Dio fosse agape e misericordia. L’aggettivo puttana è la regola e vuol dire: sei un corpo sessualizzato e dedito al piacere piuttosto che all’amore. Sembra che il piacere svilisca l’amore, bah. Troia, cagna etcc. I commenti più garbati sottolineano il disagio mentale della signora e l’opinionista italiano rivela una insolita preparazione psicoanalitica. Le sentenze più violente (e questa cosa mi ha stupito) vengono dal mondo femminile (70 a 30 direi), bassa scolarizzazione, qualche nostalgico fascista. Alcuni commenti li ho trascritti fedelmente qua sotto; buona lettura.

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C’è quella che dà consigli: Troia puttana 😤 xke ucciderlo xke portarlo in grembo x 9 mesi x poi ucciderlo xkeeeee bestia bastarda devi crepare… Nessuno deve avere pietà di te merdaccia umana potevi portarlo in ospedale e rimanere anonima bastarda

Quella che era meglio se chiudevi le gambe: Solo un essere spregevole ed ignobile arriva a qst….sta piezz e puttana bucchina prima gli è piaciuto aprire le gambe…x nove mesi ha nascosto la gravidanza a tutti dicendo che nn sapeva di essere incinta….ha avuto la freddezza e la lucidità di buttarlo giù…ma che psicopatica di 💩💩💩💩 rinchiudetela in un manicomio e buttate le chiavi….

Quella che è stata in carcere: Brutta puttana di merda spero che alle vallette ti mettono subito una corda al collo dopo averti torturata bastarda che sei non meriti neanche la galera tu… meriti torture e morte… non sei una donna e neanche una mamma perche loro non fanno del male hai propi figli tu invece hai avuto il coraggio di uccidere un anima innocente 😈😈😈 crepa all inferno troia maledetta

Il mistico che invoca il giudizio divino: BRUTTA SCHIFOSA, SEI UNA VERGOGNA, MERITI DI MORIRE DOPO TANTO TANTO DOLORE!!!
DEVI SOFFRIRE….NON HO PAROLE BRUTTA TROIA!!!! GENTE COME TE NON DOVREBBE ESISTERE DIO TI DOVEVA FULMINARE PRIMA!!!

Quella di prima che è stata in carcere e ce l’ha anche con tale Mario R.: Mario R. sei un indegno e infame come XXX che di conseguenza spero che quando la mettono nel femminile delle vallette la appendono con una corda alle sbarre della cella sta puttana infame… e tu se sei il marito sotto falso profilo se…Altro…

Una signora interviene a moderare i commenti: siete solo dei meridionali.

Quello che le donne sono tutte: troia di merda….che tu possa marcire all’inferno insieme a chi ti ha aiutato.

L’esperto del sistema giudiziario: Magari la farà franca uscirà presto farà una comunità di recupero e poi libera….
Ma la gente che incontrerà povera lei meglio che si cambia i connotati

– al rogo

– bruciamola viva
(Due promani)

C’è anche chi prospetta l’eugenetica: Una persona malata di mente non dovrebbe mettere al mondo i figli

– Io penso che la colpa più grande ce l’abbia il marito

– Cosa cavolo c’entra il marito?

– il marito oltre a mettere il cazzo in culo non ha fatto nulla.
(Sillogismo perfetto)

Quella coi punti esclamativi: Sei la peggiore delle speci (e già: se specie è al singolare, il plurale dovrà essere speci)… Non so come definirti,ma sicuramente non sei una madre… Sperò tu marcisca in galera e che ti torturano fino alla fine dei tuoi giorniiiiiiiii !!!!!!!!!!!!

Quello che sei mignotta tu, tua madre e tua zia: Brutta puttana devi morire sia tu che quel figlio di puttana di tuo marito!!! Fate schifo bastardi di merda!!!! Meritate di morire torturati lentamente brutte merde indegne!!!

Grande troiaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa se ti terrei nelle mie mani ti farei fare una brutta fine.

Che Dio ti fulmini

Un ardito posta la foto del duce; la didascalia dice: ecco chi ci vorrebbe per salvare questo schifo di paese.(se non ricordo male nell’ultima guerra i morti sono stati 50 milioni, ma non si può pretendere di più)

Quella che la tortura non basta: SE TI AVREI TRA LE MIE MANI TI INFLIGGEREI TALMENTE DI QUELLE COLTELLATE CHE NON HAI IDEA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! MA SENZA FARTI MORIRE!!!!!!!! TI FAREI SOFFRIRE TANTO FINO AGLI ULTIMI TUOI 10 RESPIRI….. POI TI DAREI FUOCO LENTAMENTE!!!!!!! UNA MORTE LENTA ED AGONIZZANTE!!!!!!! E POI TI SQUAGLIEREI NELL’ACIDO!!!!!!!!!!! PER ELIMINARE DALLA TERRA OGNI TUO RESIDUO INUTILE SUPERFLUO! CHE TU PUOI MARCIRE NELLE FIAMME DELL’INFERNO!!!!….. E TUTTO IL TEMPO CHE PURTROPPO RESTERAI SULLA TERRA, DIO TI PUNIRÀ!!!!!…. STANNE CERTA!!!!!! MI AUGURO SOLO CHE TU POSSA FARE UNA LENTA E BRUTTA FINE DATO CHE NON TE LA POSSO FAR FARE IO!!!!!!!!!!

– Purtroppo la giustizia Italiana fà questo , non ce da meravigliarsi se tra un mese o domani anche è agli arresti domiciliari ..

Mario R. (quello con cui ce l’ha la signora che è stata in carcere):
Se ci fosse giustizia in italia le teste di cazzo che stanno qua a commentare non avrebbero diritto di voto

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Ma il commento più bello a mio parere è l’ultimo e lo condivido:

“Io spero che mettano tutti voi in manicomio”.

FASCISMI A CINQUE STELLE

Cari neoliberalfascisti Cinquestelle: eravate partiti con la Gabanelli, Rodotà, Zagrebelsky; avete fatto le barricate per il reddito di cittadinanza; eravate per le rinnovabili, per l’ecosostenibilità; con Gino Strada e per la tecnologia al servizio della democrazia; avete riempito le piazze al grido “onestà”; giuravate guerra all’Ilva e al Tav; vi battevate per i diritti civili e per quelli sociali. Ora ci ritroviamo la Rai militarizzata da una destra incivile, la terra da zappare per le coppie fertili, un reddito di sudditanza che fa disonore alla povertà, le spese morali (e poi chi cazzo è Di Maio per dirmi come devo spendere i soldi?), Lino Banfi, la Cuccarini, Rita Pavone, la democrazia diretta (studiate bestie, quella non è più democrazia, ma fascismo), la democrazia al servizio della tecnologia (dell’azienda del vostro capo), la guerra alla Francia, all’Europa, ai rom, agli omosessuali, alle famiglie alternative e troppe ancora ce n’è. Volevate cambiare il mondo e ci avete consegnato un’Italia incarognita, razzista, povera, con più debito, che ha paura e si difende con le pistole, inquinata e corrotta come una puttana di Caracas. Dopo un esercizio trentennale della professione. Questo comunque si sapeva. Ma che ora giochiate al poliziotto buono con Salvini non va bene, cari neoliberalfascisti, non siete credibili. Alle europee risparmiateci la campagna sui diritti civili, quelle sono cose serie. Siate onesti davvero, per una volta, e presentatevi col vostro alleato; che non è diverso da voi, che è come voi, che con voi e come voi sta trascinando il Paese nella merda.

RAZZISMO E FRENASTENIA

Hanno sdoganato tutto in Italia, legittimando il peggio. Ora è il turno della frenastenia e del razzismo. Ma anche della grammatica e della sintassi imbarazzante; perché #Salvini e i fan è così che si esprimono, o meglio ruttano tra una gutturale e l’altra. Nei social come altrove.

Il termine ricorrente è invasione, negro (con la g), rom; segue extracomunitario, meridionale storpiato in merdanale, in leggera flessione Roma ladrona. Una ragione c’è, non si sputa nel piatto nel quale si mangia. Ricorrono i neologismi: sinistrato, cattocomunista (il più delle volte con la k), sinistronzo, sinistrotto, piddino, renzino. L’uso del neologismo ha una funzione particolare, tende a circoscrivere l’individuo in un gruppo e il gruppo in un luogo comune con una lingua incomprensibile fuori dal recinto. Lo stesso accade con le degenerazioni neuronali o psicotiche. Perché di quello si tratta, le mandrie si uniscono attorno al capobranco che promette ordine e qualche benevolenza. La parola ordine ha una natura apotropaica e curativa quando l’Io perde le sue funzioni. Le parolacce la fanno da padrone: caxxo (con la x), rottinculo, checca, negrodimerda, terrone qualche volta. La grammatica latita, ma si tratta di gente laboriosa, non di intellettuali che hanno tempo da perdere con i dettagli. I concetti sono ridotti al minimo: gravitano attorno a poche idee, confuse neanche tanto; la prima attorno alla quale ruotano le altre è la paura per l’uomo nero che ti tiene un anno intero (come nella filastrocca). La medicina che gli accoliti propongono è il rimpatrio, la galera, la frusta a volte per gli indesiderati. La dinamica della discussione è pressoché la stessa: il mentore scalda gli animi con una domanda retorica e l’esercito infuriato parte in battaglia. Non c’è posto per la discussione, la regola è che a casa nostra facciamo come ci pare e se non vi sta bene fora di ball. Il Capitano commenta poco e quando compare sembra un bulletto di periferia che si mette alla guida fomentando la massa inferocita. Non stempera le animosità, istiga piuttosto con un’ironia che a lui sembra sottile, ma che non va al di là della volgarità di certi film anni ’70; la mandria fa muro e tutti insieme si riuniscono a mangiare polenta e osei. I luoghi comuni la fanno da padrone; un luogo comune è un pensiero che fa riferimento a un’abitudine culturale maturata nel sentire popolare. La realtà è un’altra cosa, ma quando c’è un limite cognitivo la comprensione viene filtrata da un’idea tanto diffusa da sembrare verosimile. La verosimiglianza è però lontana dalla verità, come la demagogia e la retorica dalla politica. Non si tratta solo di una disfunzione semantica indotta dalla mancata padronanza del vocabolario, ma di una profonda degenerazione neuroantropologica. Si sente nell’assenza del senso delle parole e appunto nel prevalere dei luoghi comuni. E vengo al punto: la demenza neurolinguistica è caratterizzata dalla perdita del significato e dal deterioramento cognitivo; è una manifestazione clinica della degradazione lobare frontotemporale, associata all’atrofia del giro temporale inferiore e medio.

Le persone affette presentano problemi nella denominazione e nella comprensione di parole, nel riconoscimento dei volti, delle cose, delle situazioni, della realtà; la predominanza del verbale o non verbale (e nel nostro caso delle gutturali che dominano sulle articolazioni mature della lingua) riflette l’accentuazione dell’atrofia cerebrale. Alla distruzione del linguaggio si accompagna quella della personalità e a seguire la dimensione sociale dell’individuo. L’aggressività, la violenza, l’odio sociale verso un fantasma immaginario e minaccioso è uno dei morfemi dello stato paranoico di un poveretto che ha smesso di desiderare in maniera sana e consapevole e ha cominciato a odiare.

#estinguetevi

DALLA POLITICA CHE FA SPERARE A QUELLA CHE FA SPARARE

Legittima difesa: gli italiani vogliono sparare. Ai disperati però, il delinquente dominicale è sacro, il padrone non si tocca. Se non possiamo istituire il delitto come una regola o una legge, potremmo almeno annoverarlo tra le belle arti, alla maniera di Quincey. Non un omicidio d’impeto o per banali motivi legati al quotidiano. Il delitto non può avere il conformismo del dilettante, ammazzare è una cosa seria. Anche da parte dello Stato; dove è presente la pena di morte dovrebbero ricordare come venne giustiziato il filosofo Zenone, pestato in un enorme mortaio. L’assassino non ispirato dal gusto dà vita agli incubi, dà loro una faccia con cui confrontarsi, identifica un responsabile e punendolo fa in modo che ognuno si riconcili con i propri demoni. Siamo tutti assassini potenziali, non perché ammazziamo le zanzare, ma per quell’insolito piacere che proviamo quando sulla ciabatta vediamo il sangue dell’insetto. Cioran scriveva che appena usciamo per strada, alla vista della gente, sterminio è la prima parola che viene in mente. Celine è andato anche oltre: ha trovato il modo di limitare la disoccupazione, sopprimendo i disoccupati. Sparare a un ladro che entra in casa è al di là di tutto inelegante, esecrabile sul piano etico e esteticamente riprovevole. L’assassinio così com’è concepito da Quincey ha un’altra natura, deve essere un gesto individuale e non un eccidio di massa, senza acredine razziale e privo di ideologia; è una ribellione alla morale, alle regole, alla civiltà e per gli esteti dell’apostasia persino a Dio. Pensate al manager dell’opificio, legalizzato l’omicidio ci penserebbe due volte prima di licenziare, frodare la comunità, delocalizzare, vessare il lavoratore. Il discorso è naturalmente paradossale; doveste avere intenzione di far fuori qualcuno evitate di coinvolgermi. Nascondere i bisogni più intimi e radicali dietro alle idee altrui non ha niente di raffinato, se ammazzate fatelo con dignità. Buon assassinio insomma, dei disperati ovviamente. Quando muore il padrone lo incensate invece con l’elogio funebre. Sui social e nella vita reale.

P. S. Gli italiani vogliono sparare? Depenalizziamo l’omicidio e cominciamo a contarci, quello che sopravvive lo mandiamo al governo. (Poco ci manca.)

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Gli italiani il sesso (la rivoluzione) lo fanno poco e male

RAZZISMO: IDEOLOGIA O UROLOGIA?

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“La razza bianca è a rischio”. Niente di nuovo, la sparata di Attilio , candidato dalla Lega alla Regione, si inserisce in un contesto di degrado politico e culturale che si va sempre più diffondendo. Razzismo e xenofobia primeggiano su Tv, giornali e soprattutto sui social. Gli uomini in età geriatrica (le donne mitigano per lo più con buon senso) risultano maggiormente infervorati; hanno un linguaggio bellico, fomentano gli animi, sono agguerriti, eccitati. Si sente la pulsione risorgimentale ed è una cosa buona che torna a premere nel pannolone. Ci sono ottuagenari che spingono la gente a scendere in trincea; chi fa le barricate e chi rispolvera l’eskimo: qualcosa dobbiamo fare, scrivono su Facebook. Già dobbiamo fare, che in Italia vuol dire armiamoci e partite. La rivoluzione che si consuma nell’epica delle parole, brandendo i post come baionette; altra cosa difficile da capire quando hai l’artrite alle dita. Va tutto bene però, e questi rigurgiti di vita sono legittimi e commoventi nelle salme decomposte. Una volta con l’età si acquisiva saggezza temperata da eleganza, qua siamo alle rivolte della prostata. La natura fino a qualche anno fa aveva compassione: portava via gli uomini a quarant’anni e un senso forse c’era; prendeva i corpi prima che degenerassero nella carne e nella mente. La vita si è allungata ed è un bene, ma con quel che ne consegue sul piano dell’entropia neuronale. 

 

 

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Un tempo la vecchiaia era una garanzia di saggezza; oggi esplode come una rabbia mal contenuta nel pannolone. Non è ideologia quella che mingete su Facebook, si tratta piuttosto di urologia. Lo dico ai vecchietti infervorati pronti a fare le barricate come ai tempi della fulgida giovinezza. Il corpo perde colpi e la dentiera costa un patrimonio; riponete il catetere della discordia. Ve la prendete con gli oppressi e difendete l’oppressore: la guerra per la quale lottate è generata dalla vostra geriatrica incontinenza.

SIAMO SEMPRE “IO” AL CITOFONO DI QUALCUNO

Ci sono quelli che al citofono dicono “sono Io”, rimanendo delusi quando si sentono rispondere: “Io chi?”. E in effetti il mancato riconoscimento di quel che siamo, della nostra identità suscita uno stato d’ansia e mette di malumore. Mio padre no, lui articolava. Ciao sono io. Io chi? Tuo figlio. E lui: “Quale?”. Il “quale” introduceva un decentramento tra me e lui e metteva il mio Io in un angolo. Andava anche e oltre a dire il vero. Perché (e non ho mai capito se era serio o mi prendeva in giro) quando rispondevo “Gianni!” lui incalzava: “Gianni chi?”. Tuo figlio. E così ad infinitum.

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A parte il desiderio di conferma dell’identità, per quanto precaria e fragile, nel riconoscimento (che è un conoscere di nuovo) si muove un gioco di specchi tautologico: l’io ripete se stesso e il processo si può dilatare all’infinito. Per essere riconosciuti abitiamo e abituiamo l’altro, in qualche modo lo addomestichiamo.

PER FAVORE ADDOMESTICAMI

Siamo abitati dalla lingua; la lingua si muove su due piani, quello primario si riconosce dall’uso costante di alcune parole che diventano determinanti per dare un ordine al campo più superficiale del linguaggio. Il fondo della lingua è il luogo comune su cui costruiamo una familiarità, l’abitiamo e l’abitudine diventa una regola e poi una legge, secondo un comune modo di vedere e sentire. In sostanza quando parliamo trattiamo alcune parole come cose e su quelle costruiamo le nostre certezze. E’ una manipolazione di cui si serve ampiamente la politica. La riproposizione continua crea un contenuto, rende la parola reale, la svuota dei significati caricandola di senso. Anima, Dio, famiglia, Stato sono alcune di queste parole che accentrano l’attenzione e coinvolgono le emozioni, rimandano a una condivisione profonda di contenuti. E’ per questo che parliamo di famiglia, di anima o di Stato come enti reali; trasformando le parole in cose le rendiamo solide e vere.

Nel Piccolo Principe si legge: Per favore… addomesticami… Volentieri, disse il Piccolo Principe… Che cosa bisogna fare? Bisogna essere molto pazienti, rispose la Volpe. In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guardero’ con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino… Il Piccolo Principe ritornò l’indomani. Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora, disse la Volpe. Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti. Che cos’è un rito? Disse il Piccolo Principe. Anche questa è una cosa da tempo dimenticata, disse la Volpe. E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni. Funziona così.

Le parole selezionate si ripetono e vanno ad assorbire tutta quanta la lingua, danno luogo a una ritualità. La continuità è un processo di addomesticamento profondo e radicale. Nelle televisioni e giornali è evidente la ricorrenza di alcuni termini. Extracomunitario, omosessualità, Isis, spread, famiglia, vengono proposti come universali e s’impongono nella lingua fino a modificare l’ordine mentale. E così percepiamo di essere invasi dall’uomo nero, ci nascondiamo nella famiglia quando sentiamo parlare di omosessualità, investiamo in una banca perché l’inflazione è alle porte. Diventiamo governativi e governabili davanti alla parola terrorismo. Un uomo libero padroneggia la lingua, ma il più delle volte vogliamo essere addomesticati. Qualche anno fa è stato votato il referendum sulla fecondazione assistita; pulman di cittadini con un’improbabile semantica sono corsi ad abrograre una cosa definita inseminazione eterologa. Quando viene chiamato all’ordine il popolo vota. Una folla di elettori con tanti io e nessun noi, che legifera e parla di cose che non conosce con una lingua che non padroneggia. Un popolo così che se ne fa della libertà? Vuole essere addomesticato.

Buon anno insomma; da me, dal mio io. Io chi?…