Rigurgiti romaneschi

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LA BELLEZZA DE LE DONNE

‘Na donna è bella quanno ride ma pure quanno piagne, è bella quando s’arrabbia, quanno c’ha le cose sue, quanno nun te rivorge la parola o te bacia, in compagnia o da sola, quanno se dà e pure quando se ritrae. E quant’è bella appena arzata, e specie quanno è senza trucco je poi leggere sur viso il bene che te vole. E’ bella ‘na donna quanno te guarda. Te dà emozioni, attenzioni. Quarche vorta preoccupazioni. Ma è bella pure quanno te rompe li cojoni.

ER ROMANESCO

Er romanesco nun è ‘na lingua, è un modo di guardare ar monno. L’italiano è come er vestito de la festa, che lo metti quanno te voj fa’ bello, ma er vernacolo romano è de più; è l’abito sguarcito de quarcuno che lavora, che puzza d’officina e maleodora. Ché non poi dì a quarcuno che te caca er ca, d’annarselo a pijallo in quella lingua là. Lo devi dire con una parolaccia e le parole je devono sputare ‘n faccia. E pure quanno fai l’innamorato, quanno er petto rimane senza fiato, la donna tua nun è ‘na femmina o pulzella, la devi annominà Rosamiabella! E je lo devi gridà forte, come se le parole uscissero dar core, perché è così che si fa all’amore. Co’ quella lingua che nun ha ambizione parlata ar mercato de rione; quanno tra l’odore de pesce e mortadella, la vecchia ar banco de li fiori te mette tra le mani i su’ boccioli, dicenno: “per voi signorì, che siete bella!”.

 

SITO WEB DEL LIBRO  RIGURGITI ROMANESCHI

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Il libro è presente nello store Mondadori ed è acquistabile online

 

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LA PRINCIPESSA SUL PISELLO

LA PRINCIPESSA SUL PISELLO
C’era una volta un principe che voleva sposare una
principessa, ma ne voleva una vera, di sangue blu.
Comincia così la favola di Andersen; non mi pare che
l’autore intendesse suscitare niente di morboso con
l’immagine del pisello, eppure la storia ha acquisito
una buona popolarità grazie al titolo, ed è oramai un
luogo comune quello che dice: “sei come la
principessa sulla leguminosa”. Per un certo riguardo
che si porta alle fanciulle, che sempre e comunque
vivono in una fiaba, al limite esercitano una pressione
sul baccello; sono i principi a stare sul cazzo. Ma va
bene così. La regina per verificare che la ragazza sia
davvero di sangue blu, che fa? La fa dormire su venti
materassi in fondo ai quali ha sistemato il legume; e
si sa che le la fanciulle di nobili natali, abituate come
sono a mille comodità, giammai dormirebbero con un
fastidio simile. Al mattino la ragazza si alza dolorante
e assonnata, lamentando di non avere chiuso occhio.
Il principe è quindi sicuro del blasone e tutti vissero
felici e contenti. Tirando le somme: i principi cercano
sempre delle principesse, ma non mi pare di vedere in
giro tutti questi blasonati. Ma funziona così, ed è per
questo che le favole piacciono tanto: uno sciagurato
può assimilarsi all’erede delle fiabe e parimenti le
ragazze del popolo desiderano almeno un giorno da
favola. La vita è però un’altra cosa; il principe rivela
le origini popolari e presto la principessa sul pisello
comincia a stargli sul cazzo.

Da PER ME BIANCANEVE GLIELA DAVA AI SETTE NANI

LINK  http://permebiancaneveglieladavaai7nani.jimdo.com/

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Biancaneve e i sette vizi capitali

Ci raccontano favole e crediamo a tutto. Quello che non dicono è che Biancaneve gliela dava ai sette nani

Da PER ME BIANCANEVE GLIELA DAVA AI SETTE NANI

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L’AMORE E LA PSICOLOGIA

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Ci sono cose che la psicologia non può spiegare. L’amore non è un fatto psicologico, ma linguistico. Per Barthes si trattava di un discorso ed era frammentato; in questo libro partendo da Lacan e dalle destrutturazioni di Barthes sottolineo la solitudine del fenomeno amoroso, la tautologia della parola. L’amore è un monologo in cui l’altro piccolo si presenta come l’assenza dell’Altro grande. Tra il silenzio e l’attesa si muove il soggetto innamorato, in un soliloquio che ricorda davvero il mormorio di una preghiera. 

FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO

Il libro è in vetrina da Mondadori e si può acquistare online nel formato digitale (ebook) al link digitale 3,68 euro

nel formato cartaceo 9,39 euro (arriva in due giorni)

 

TUTTO QUELLO CHE NON VI DICONO SULLE FAVOLE

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GRATIS domenica 6 dicembre il formato digitale, alla pagina  http://goo.gl/2iY9la

Sono graditissime due righe su Amazon dopo che lo avete scaricato (belle, brutte, cattive). Grazie, G B.

 

LE FAVOLE E LA PSICOANALISI

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LE FAVOLE PER TRE MONETE
Proporre il libro mi fa sentire come il Gatto e la Volpe con le tre monete. E senza la promessa di moltiplicarle; sono appunto favole e quelle vendo.

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LE FAVOLE E ROLAND BARTHES

NONNA, MA CHE BOCCA GRANDE HAI

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Nelle favole avviene qualcosa di simile al sogno; si
affievolisce la distanza tra ciò che è buono o cattivo,
giusto e sbagliato, la scena si carica di significati
radicali e il discorso si svuota di un ordine e del
senso. Sono fenomeni complessi dal punto di vista
della narrazione. Cappuccetto non è impaurita dal
lupo, si lascia anzi avvicinare. Cosa improponibile nel
linguaggio quotidiano, ma che sembra essere la
norma nella narrazione fiabesca; si fida del lupo
cattivo (o del gatto e la volpe, o ancora della matrigna
e della strega). Ed è interessante comprendere come
una bimba ritenuta responsabile al punto da
percorrere in solitudine un tratto nel bosco, possa
rivelarsi tanto sprovveduta. Barthes spiega così
l’assurdità di questo comportamento. Individua due
piani del senso: quello informativo (proprio della
comunicazione) e quello simbolico (della
significazione). Rinviene però anche un altro senso, la
“significanza” che è di difficile integrazione
nell’ordine della storia. Scrive che il senso del
simbolico è intenzionale, evidente, senza ombre
(“senso ovvio”, da “obvius”, ciò che viene incontro),
mentre quello della significanza è ostinato,
inafferrabile e impronunciabile (“senso ottuso”, da
“obtusus”, che significa smussato, arrotondato, liscio
e perciò complicato da afferrare). Con questo
elemento Barthes intende rivalutare le facoltà delle
immagini di rimandare a un senso avulso agli altri
sensi esprimibili con le parole. L’ottuso/lupo cattivo
non è intenzionale, non ha un significato, non
appartiene alla lingua (“Il senso ottuso è un
significante senza significato”); non è solo l’oggetto
dell’ottusità, ma è l’Io stesso a diventare ottuso. Ed è
per questo che il cattivo delle favole non terrorizza da
subito le vittime, le avvicina. Il suo modo di
raccontare e raffigurare è quello della significanza
che non ha l’impudenza della significazione, la sua
oscenità. L’ottuso è riservato e discreto, percettibile
appena. Si traveste. Esorta a uscire dalla scena,
piuttosto che a disturbarla, divora la protagonista; si
comporta come il sublime dell’Analitica che invita
l’incappucciata a seguirlo altrove. Il cattivo delle
favole ha un suo fascino, piace più che terrorizzare.
Biancaneve mangia la mela, Pinocchio segue
Lucignolo/Lucifero nelle scorribande e Cappuccetto
si lascia ingannare dal lupo. La narrazione
comincia con “c’era una volta” e termina con “e
vissero felici e contenti”, sta stretta ai personaggi
delle favole; il cattivo smussa appunto gli angoli della
storia, la rende digeribile. Le sens obtus è ostinato e
sfuggente, calmo ma irritabile; seduce, rapisce,
divora. Per figurazione l’ottuso rimanda
all’arrotondamento, all’addolcimento della
significanza rispetto alla significazione. I cattivi delle
favole si travestono, dimostrano una maggiore
duttilità a trasformarsi nel contesto della narrazione.
Il lupo cattivo è lo smussamento di ciò che è
spigoloso, di definito nel racconto, fastidioso tanto è
attuale; l’addolcimento di un senso troppo chiaro e
troppo presente. Ma è anche ciò che sfugge alla presa.
Mette fuori posto, colloca altrove. “Nonna ma che
bocca grande che hai”, fa dire l’ostinazione di
Cappuccetto; e lo stupore è qualcosa che passa in
secondo piano e quasi non si percepisce nella favola
dei Grimm. L’arrotondamento comporta la difficoltà
di afferrare, come ciò che non si lascia com-prendere;
l’angolo ottuso, a differenza di quello retto che
richiama alla simmetria e all’identità, può variare, si
muove, è instabile, deforme, grottesco. Com’è
appunto il lupo vestito con gli abiti della nonna. Sul
piano dello scorrimento della storia, comporta che
esso esprima quello che non fa parte della linearità
del racconto, ma la sua discontinuità e la sua
frattura. Il senso ottuso è proprio della significanza
che scaturisce dall’identità, dall’integrità della
significazione. E’ una specie di sporgenza più che un
altro senso (“Nonna ma che piedi grandi, nonna ma
che mani grandi, nonna ma che bocca grande che
hai”), un contenuto che eccede al senso dell’ovvio.
L’ovvio della significazione e l’ordine del discorso
vengono frammentati da questa inclinazione al
diverso della significanza. Il senso dell’ottuso è
improduttivo; come un significante svuotato di
significato, rimane sterile. Il lupo divora la scena,
accentra l’attenzione del lettore prima ancora che
sulla fanciulla o la nonna. Non rappresenta e non
comunica niente oltre se stesso. L’ottuso irrompe
come qualcosa di innaturale, aberrante, che non ha
una finalità. Questo Altro privo di volto sopraggiunge
senza nessuna strategia, alterità o intenzionalità. Si
presenta nella forma di un grottesco che manca di
rimandi, come ciò che ha un senso in sé, che butta
l’occhio, rispetto al quale l’Io si pone in una relazione
di non-indifferenza. Sta in un angolo, guarda la
giovinetta col cesto di focacce, la turba, le prende la
mano e se la porta via. Freud vedeva un fenomeno
analogo all’ottuso nel disgusto e lo metteva in
relazione con l’isteria. Il disgusto è la risposta isterica
di fronte al corpo concentrato nel solo piacere,
riconoscendo in esso i caratteri che sono propri del
fuori scena; una reazione al disordine che nel corpo
diventa nausea o vomito bulimico (in quanto
eccedenza della significazione). La presenza di un
piacere rimosso che non si può soggettivare e che
comporta la riduzione del corpo a oggetto. E quando
il corpo è ridotto alla sola carne compare il dégout,
un malessere che esprime il disagio del soggetto
nell’assumersi la responsabilità del piacere nel
proprio corpo. Il lupo cattivo vuole il corpo di
Cappuccetto, desidera mangiarlo. La fame d’amore,
o la sua eccedenza bulimica che si trasforma in
rabbia e disgusto, fa dire all’incappucciata: “Che
paura ho avuto! Era così buio nella pancia del
lupo!” . La pancia appunto, la fame bulimica, perché
la funzione del cattivo nella storia è quella di
mangiare, e davvero non gli basta mai. Alla fine del
racconto l’ottuso/lupo esce di scena, il cacciatore gli
squarcia la pancia, eviscera la nonna e la nipotina. In
questa fenomenologia il corpo racconta la sua alterità
rispetto all’ordine delle cose e del discorso. È il corpo
segnato da qualcos’altro (la fame, il desiderio,
l’acquolina in bocca) a far implodere l’equilibrio su
cui si sostiene. I limiti del corpo sono i limiti del
lingua. L’ottusità del quadrupede fa perdere al corpo
l’ordine e alla lingua la struttura. Fa perdere la testa
a Cappuccetto, al punto da seguire nel bosco il lupo
cattivo che sopraggiunge a portarla via.

NEL FORMATO CARTACEO e DIGITALE