Dopo aver letto Jung…

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aforismi da: Gli italiani il sesso lo fanno poco e male

Ridete della follia, ma è a quella che vi rivolgete per risolvere i problemi prodotti dalla normalità.

I dettagli della personalità sono i sintomi della follia.

L’ansia è il dubbio di non farcela. E quando non ce la fai è quella cosa che ti dà ragione.

Ci conosciamo nel dolore, ma mai così bene come quando proviamo piacere.

Dopo aver letto Jung ho ripreso a fumare sigari; l’idea che non fossero solo sigari a dire il vero mi imbarazzava.

Allo stato attuale la sola differenza che vedo tra uno psichiatra e un matto è la scrivania. E lo psichiatra è seduto dalla parte sbagliata.

Nel piacere ho provato l’angoscia ma ho trovato la libertà.

La rassegnazione è l’odore del cadavere, solo a un corpo decomposto si può chiedere di pazientare o di fregarsene.

Il mio ottimismo si riduce a questo: non dubito del progresso dell’umanità perché sono certo della sua estinzione.

La compassione come la sopportazione è il sentimento spurio dello schiavo educato nella tolleranza.

Il sapone ci ha reso tollerabili più di secoli di cultura della tolleranza.

La scimmia è l’animale più indisciplinato, assai simile all’uomo. Prima che dalla scimmia l’uomo discende dalla sua indisciplina, la civiltà di cui va fiero è solo un passo indietro nella catena evolutiva.

E’ degli uomini pensare alla morte come probabile, ma ci vuole il cattivo gusto di un Dio per concepirla come necessaria.

Quelli che hanno paura di ubriacarsi sono gli stessi che temono di innamorarsi, di difendere un’dea, di farsi carico di una passione. Sono quelli che dicono “solo un dito” quando qualcuno versa loro del vino. Misurano la vita con quel dito e giusto quello assaggiano..

ANTEPRIMA DEL LIBRO

IL CORPO DELLE DONNE E L’AMORE

E QUANDO LA CHIAMI, “FALLO” COME FOSSE UN FAVORE
Lacan sposta la differenza, l’alterità, la frammentazione e l’assenza dell’Altro nel corpo femminile. Non come una traccia con uno spessore ontologico, ma in quanto ricettacolo dei significati che lo abitano nella relazione con l’Io maschio (“l’Altro nel mio linguaggio non può dunque essere che l’Altro sesso”). Spostando il non-essere-l’Io nell’altro sesso prova a riempire l’assenza di un codice significante che finisce per trasformare il corpo femminile in un luogo simbolico. Lacan introduce una relazione tra il campo del linguaggio e il campo del piacere. Definisce il corpo femminile per privazione e nella mistica data al significante sessuale che lo contrassegna, ripropone lo schema della teologia negativa, riconoscendo un valore a questo corpo svuotato per contiguità a quello del maschio. Lo fa portando la questione sul binario apofantico del “non altro non è altro che il non altro”. Crea in sostanza un simulacro dell’essere non come assenza ma in quanto essenza e ribadisce la sua inconciliabilità col non essere (ripetendo per via negationis l'”io sono colui che sono”). Il significante fallico è quello che fornisce l’identità; Lacan insiste nel sostenere la continuità tra il fallo e il padre. Sarebbero questi significanti a dare un’identità al soggetto femminile presentato come assenza, vuoto, mancanza di significante priva di identità. Nella sua mistica del corpo che concentra e riassume l’Io nel significante nel fallo, sottolinea che il percorso della sessualizzazione femminile sia più complesso rispetto a quello del maschio. Il bambino subisce una primaria e immediata assimilazione, mentre il significante fallico non è in grado di identificare ricomponendolo il corpo della donna. Tale compromesso non consente, sempre per Lacan, l’accesso alla femminilità e mantiene la bambina prigioniera di un’immagine idealizzata della madre. Dalla coscienza di questa assenza si genera il senso della castrazione come qualcosa di decisivo che potrà in futuro fornire lo schema alla depressione, all’angoscia, alla malinconia. Il punto è questo: per Lacan la bambina nella castrazione materna sperimenta che il significante fallico non può darle nessuna identità.

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Cosa che rende le donne più fragili, ma anche predisposte ad accogliere i significanti. La tesi secondo la quale nella sessualizzazione femminile manchi il significante dell’identità unitario (come se fosse disposta a subire processi di frammentazione) appare gretta, limitativa nei confronti della donna come soggetto politico e dimostra la natura reazionaria di certa autorevole psicoanalisi. In queste considerazioni si sente l’eco della formula aristotelica: “la donna è inferiore per natura”. Se anche fosse, la frammentazione dell’Io a cui è predisposta la donna rimane comunque qualcosa di fecondo; in quanto dotata di un corpo esposto alla dissacrazione cultuale, si rivela in un ordine più sacro. Sotto il principio unificante si muove una tensione, un decentramento su cui l’Io si regge con le sue rappresentazioni. Il linguaggio inteso come struttura organizzante è disturbante, non appartiene al soggetto, lo tiene in ostaggio e appare libero solo nell’erosione dei significati. Il linguaggio mantiene il corpo sotto dittatura, lo rende vittima di una sottrazione originaria. E’ il vuoto, l’assenza prima della presenza che muove alla parola, non l’essere. Per Deleuze la rivolta della carne si esprime in un corpo senza organi; il desiderio la ripercorre emancipandolo dalla stupidità dell’identità come conseguenza della presenza fallica. La tesi secondo la quale le donne siano maggiormente portate a metamorfosi identificatorie, perché mancanti della funzione strutturante unitaria, si rivela una visione sessista e culturale prima che scientifica. Ma Lacan con la sua autorevolezza ci ha abituati anche a questo. Il significante fallico non promuove uno schema unitario solido. Se la bambina si libera dalla madre fallica, il confronto con la madre rimane il confronto con una mancanza e non con un segno che indica un percorso. Per questo Lacan afferma che l’Altro è l’Altro sesso. Non esiste un Altro in grado di dare stabilità al soggetto, esiste piuttosto l’Altro sesso come prova dell’inesistenza dell’Altro, come ciò che mostra la mancanza radicale dell’Altro. La donna considerata nella sua mancanza fallica, come vuoto, ha subito per lungo tempo una degenerazione simbolica e ha portato a uno squilibrio nel discorso amoroso, dando il compito all’uomo di completarla nell’assenza. C’è qualcosa di chiesastico e di profondamente reazionario in questa presa di posizione. Diceva una canzone famosa: Prendi una donna e trattala male … non farti vivo e quando la chiami “fallo” come fosse un favore. Ecco che ricompare il fallo nel discorso a completare la catena significante. Il problema è più complesso e va davvero al di là dei segni che abitano il soggetto, nella incapacità che ha la struttura simbolica del corpo di dare una consistenza ontologica al vuoto, al nulla, alla mancanza e al non essere; di cui il corpo femminile abitato dall’assenza sembra concentrare i contenuti. In “Nietzsche e la filosofia” e “Differenza e ripetizione”, Deleuze si oppone al dispotismo dell’unità e dell’identità, propria della tradizione metafisica a partire da Platone, riconoscendo il molteplice, il diverso, il divenire come un valore. Nell'”L’Anti-Edipo” formula la sua accusa nei confronti della psicoanalisi, biasimandola di contribuire alla repressione sociale. Il desiderio è costruttivo per Deleuze; gli uomini come le donne sono “macchine desideranti”, flussi di desideri privi di confini tra soggetto e oggetto. Alla produzione desiderante, che si determina in maniera polimorfa e disordinata, si oppongono forze antiproduttive, che esacerbando le paure intrappolano i desideri. In particolare la schizofrenia in questo contesto si presenta come una richiesta di libertà. Il “fuori” non appartiene al sistema organico lacaniano. E’ il pensiero dell’Altro ma anche (ed è in questo che Deleuze prende le distanze da Lacan) dell’altro da sé, che il piano della schizo-analisi ha sottolineato come “l’antilinearità della ragione che porta allo sdoppiamento della coscienza”. La posizione di Deleuze apre l’essere alla possibilità dello “straniero” come figura determinante per lo stesso ordine dell’Io; i “personaggi concettuali”, come li chiama, sono lo straniero attraverso il quale il soggetto individua nell’altro il proprio divenire nell’alterità. Idolatrato della contemporaneità l'”io sono colui che sono” diventa una regola che fa un simulacro della presenza. Il qui e ora che soddisfa le pulsioni, il desiderio mercificato reso appetibile e immediatamente consumabile. E’ il tratto schizofrenico della collettività, che pone il soggetto alienandolo nella dimensione patologica quotidiana, rendendolo fluido per l’assenza di una presenza che desidera l’unità negandola. E dunque il discorso amoroso così impostato, invita l’uomo a prendere una donna e a trattarla male, abituandolo al “fallo” e come se fosse un favore.

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IL RISO E L’AMORE

Gli innamorati si avvicinano con la parola e il discorso d’amore non è mai vuoto in quanto nella parola scorre il desiderio; tuttavia c’è un altro fenomeno sempre presente nella scena amorosa, la risata. Lacan ha affrontato marginalmente la questione (rileggendo Marx, in relazione all’umorismo del capitalista, collocava il riso tra plusvalore e plusgodere, definendolo con il neologismo Marxlust. La risata come maschera o distrazione rimanda al significato del potere attraverso il meccanismo che preserva la vita privata a detrimento di quella pubblica; provoca un cortocircuito nel senso, un’assenza di significato come rimando al reale) perché le sue intenzioni primarie sono dirette ad ordinare uno scenario che confermi la presenza come fondo sostanziale. Il riso non è il motto di spirito di Freud e non serve solo per una scarica pulsionale; nasce e si risolve piuttosto nella manque-à-être, rimane nelle fenditure del significato dando accesso non tanto all’Altro grande, ma risolvendo l’ordine nella mancanza. Che questa assenza nel discorso sia significativa si vede dal piacere che muove a soddisfare un bisogno primario. Il riso porta oltre il campo della relazione in quanto trabocca dal discorso e richiama all’assenza di un fondamento nella parola. Come una traccia che segna in profondità il linguaggio. Bataille ha inquadrato il problema sul piano antropologico. Descrive la risata come una forma embrionale di sacrificio, qualcosa di sacro in cui le forze distruttrici della dépense sono in azione. Ridendo di qualcuno lo dissacriamo, lo strappiamo all’ordine abituale, lo svuotiamo di senso per consegnarlo al nulla. Lo prendiamo in giro, girandogli appunto intorno senza centrare la verità. La relazione amorosa non è un luogo nel quale trovare la verità, non si tratta di ordinare i termini nella presenza (o nell’identità), pur spostata nel simbolico o nell’immaginario, ma nel vuoto dell’essere e nella privazione di un’identità. L’amore disturba, disorganizza, scioglie e non lega l’Io e l’altro col linguaggio dell’Altro; si presenta piuttosto nel sopraggiungere di un elemento perturbante e disorientante. La risata sacrifica l’altro, non lo conferma: “Il riso comune … è indubbiamente la forma insolente di un simile imbroglio; non è chi ride a essere colpito dal riso, ma uno dei suoi simili quantunque senza eccesso di crudeltà. Le forze che lavorano alla nostra distruzione trovano in noi complicità così felici – e talvolta così violente – che non ci è possibile allontanarci da esse semplicemente perché lì ci porta l’interesse … Certamente questa parola, sacrificio, significa che alcuni uomini, per loro volontà, fanno entrare alcuni beni in una regione pericolosa, in cui infieriscono forze distruttrici. Così sacrifichiamo colui di cui ridiamo, abbandonandolo senz’angoscia alcuna a una decadenza che ci sembra lieve” (Bataille). Non sempre “dove si parla si gode” (Lacan, Sem.XX). Il piacere amplia e dilata la scena amorosa, la prolunga per conservarla nel tempo. Per Lacan il campo della parola è il campo possibile di ogni relazione, del simbolico e dipende da ciò che accade nel linguaggio. Il campo del godimento è quello della pulsione, oltresimbolico, eterogeneo a quello della parola. La materia della pulsione non è quella della parola; è fatta di un composto simbolico, mentre la pulsione ha una natura erogena. Il problema della psicoanalisi consiste nel verificare in che modo la funzione simbolica della parola possa modificare l’economia della pulsione. Con una certa autocritica Lacan dice che là dove prima pensava si comunicasse e si muovesse il senso, in realtà si trova il godimento. Il linguaggio è invaso dal godimento: “quando si parla qualcosa gode”. Lacan imbastardisce il rapporto tra la parola e la pulsione come se la pulsione interferisse con la funzione della parola. Non solo si parla per essere ascoltati; la parola necessita di essere riconosciuta e a un tempo fa anche da veicolo a quello strano godimento che è il godimento della parola stessa, il piacere del parlare. E tuttavia la lingua langue, mentre costruisce un flusso di fonemi rimanda a un venir meno, si indebolisce nell’incedere delle parole; non è solo un pieno di voce ma è composta anche da silenzi, pause, modulazioni, assenze. Quando langue non si verifica una stasi nel desiderio che continua comunque a defluire. Tra gli innamorati in particolare, prima si distorce, poi si carica di nonsense, i neologismi si contraggono in monosillabi incomprensibili, infine interviene la risata e in essa il sacrificio di un ordine nella lingua. Non è un fenomeno marginale, il riso che subentra alla lingua serve a riempire connotandolo di un senso il vuoto delle parole. E così quella che era la dépense, ciò che non serve a nulla si presenta come la “parte maledetta per eccellenza” (potlach), qualcosa di sostanziale che serve a dare continuità al discorso. Per quanto l’uomo neghi la natura, essa ricompare nelle deiezioni, in un gesto che non è solo negazione dialettica, perché nella risata i termini non sono superati come nell’Aufhebung hegeliana. Non si tratta di un superamento, ma di una trasformazione. La “parte maledetta” consegna l’altro ad una natura sconosciuta all’indagine concettuale, il piacere è subordinato e consegue. Il riso, se è di difficile integrazione nella teoria psicoanalitica (se non come motto di spirito), lo è ancora di più nell’indagine filosofica. Pone di fronte all’estrema corruzione del linguaggio e del pensiero, va al di là dell’inconscio, trascina nel luogo in cui si apre una ferita che non può rimarginarsi. Apre uno spazio sconosciuto in cui si respira qualcosa di nuovo, il desiderio non dell’Altro, ma di un oltre. La risata è il momento in cui la conoscenza si arresta di fronte all’esperienza di ciò che è essenziale e che Nietzsche ha raccontato come il grido angosciato di una soggettività felice. Bataille ha maturato la consapevolezza di un’incapacità nel dire l’impossibile, l’estremo, connotando positivamente lo svuotamento dell’Io. La “parte maledetta” rivela che nella natura sia presente un eccesso di energia non canalizzabile. Sempre secondo Bataille l’uomo è dotato di un’energia eccedente; questa “parte maledetta” deve defluire attraverso la nutrizione, la riproduzione, la morte. La risata consente un primo e attuale sacrificio dell’eccedenza, non come appagamento della libido ma in quanto usura e straniamento dall’Io, che è una radicale inesorabile erosione della vita. A un tempo si rivela però anche come una specie di riassorbimento, qualcosa che nasce da quanto c’è di indigesto nel linguaggio, rendendolo assimilabile. E’ una voce che parla dall’infinito prima che dall’inconscio. Più che Freud o Lacan è stato Nietzsche a dare una disincantata spiegazione della risata, in quanto terapia contro la veste restrittiva della moralità logica; una retrocessione innocua dalla ragione così come scorre nel discorso. L’amore -ed è questo il punto- irrompe come una dolce morte che traccia ridendo qualcosa di infinito.

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Dai FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO

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ER LIBRO

Er libro è quarcosa che te fa sognare, po esse in alto o in basso allo scaffale, e nun importa se tratta de sesso o Giovenale, de Biancaneve e de morale: lo legge er colto ar tavolo seduto o sopra ar cesso, il villan fottuto, Le parole nun abbisognano della scrivania, ma de pazienza, curiosità e de tanta fantasia. Poi legge’ de Platone e de’ bosoni, le storie de servi e de padroni, de quarche litania, un po’ de pissicologia. Nun fa niente se er libro è scritto male, ché pure dentro ar cesso se po’ usare; certo dipende dalla carta e da la morbidezza sua, ma mentre sta seduto er culo nun distingue tra l’opera de Dante o d’uno sprovveduto. Anche nella peggior accezione er libro te fa pure dall’igienica invenzione Certo, te po pure dispiacere, ché l’uso suo non è per il sedere: ma perdonate la malacreanza, ve vojo vedè a voi nella tragica mancanza. E dunque er libro portatevelo appresso, ovunque andate ma soprattutto ar cesso. Ve ne consegno uno tra le mani, parla de Biancaneve e i sette nani; pare pure che je l’abbia data: avete voi de mejo pe’ ogni passata?

Rigurgiti Romaneschi

RIGU

Per me Biancaneve…

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COSA SI INVENTAVANO PER FARE L’AMORE

ERBE, BALSAMI ET SPEZIE AFRODISIACHE
Poiché davvero pochi prendono la malattia di quel tale duca di Ferrara, Borso d’Este, che pare fosse ingriffatissimo in quanto aveva lo “male del puledro” (diagnosticato per la prima volta da R. Burton nel 1621, in Anatomy of melancholy), et senza pretendere dai clienti tuoi lo comodo priapismo né tanto meno quella curiosa sindrome detta “elefantiasi”, la maggior parte delli uomini lamenta una forma più o meno importante d’impotentia, che finisce prima o poi per riversare ne la prostituta. Utilizzandola alcuni quasi come un farmaco, et altri facendone un capro espiatorio per condannare lo godimento ad essi precluso. (Come quei due sposi, di cui mi è stato detto, che furono sepolti accanto; l’epitaffio della donna recitava: Qui giace mia moglie, come sempre fredda!; et quello de l’uomo: Qua riposa mio marito, per una volta rigido!) Appercioché se non desideri passare lo tempo tuo cercando di suscitare ne la loro carne decadente la voluttà di coire con i metodi canonici de la professione (destinati allo insuccesso con i clienti più refrattari), lo consiglio mio è di diventare abilissima nell’uso della farmacopea popolare, i cui rimedi artigianali non solo sono accostabili per efficacia a quelli prosaici del prontuario nazionale, ma ingenerati spontaneamente dalla voglia di godere de la gente (più che elaborati in un freddo laboratorio), per quanto ingenui et pericolosi sfiorano a volte le vette subliminali de la poesia. Cerca soltanto, allieva diletta, di somministrare con prudenza le sostanze sottocitate alla clientela, et eventualmente a decesso avvenuto fammi la cortesia di non parteciparmi dei fatti tuoi.

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Di riconosciuta capacità terapeutica, l’antropofagia è stata utilizzata nell’antichità per dare forza et vigore ai membri fiacchi et passivi; stando infatti alle parole di M. Hieronimo de’ Manfredi: “Non c’è cosa né cibo che più sia conforme al nutrimento dell’uomo quanto la carne umana” (Venezia 1588). Ma molti sono anche gli extimatori de la semenza umana, a cui attribuiscono un valore magico et apotropaico1. In realtà tali amanti de lo seme sono dei simpatici pederasti, che spesse volte sconfinano nella perversione detta del “Soupeur”. La quale si exprime essenzialmente in due modi: a) porta a consumare alimenti impregnati di urina (in genere pane lasciato a mollo in un urinatoio pubblico); b) induce a degustare direttamente dalla vulva lo sperma depositato da un altro uomo. I bordelli conoscevano bene tali sozzoni et spesso li truffavano facendo loro assaporare un po’ di bianco d’uovo bagnato con alcune gocce di varechina.

I contadini nei secoli hanno invece fatto largo uso dei semi di lino; in proposito Alessandro Petronio (1592) ha lasciato memoria che le frittelle “Fatte nella farina come le mele e le pere, muovono gli appetiti venerei”, et sono utili alla “Resurrezione della carne, di quella carne senz’osso che penetra le donne”. Parimenti afrodisiaca sembra essere l’ingestione di testicoli di cani o di volpi, che “Moltiplicano lo sperma, lo desiderio di coire et fanno erigere la verga”.

Da parte sua così consigliava Giuseppe Donzelli nello suo prontuario farmacologico (Teatro farmaceutico, Venezia, 1737): “Piglia una libra di secacul bianco e mondo, bollito nel secondo brodo di ceci, testicoli di volpe oncie otto, radice di rafano oncie tre, radice di dragontea oncie due”.

Lo celeberrimo P. A. Mattioli nei Discorsi, pubblicati a Venezia da N. Pezzana nel 1744, a proposito del coito sosteneva invece: “[Essere] veramente mirabile per eccitare gli appetiti venerei … un’erba che aveva portato un indiano; imperocché non solamente mangiata, ma toccata tanto incitava gli uomini al coito, ch’essa li faceva potenti ad esercitarlo quante volte lor fosse piaciuto. Di modo che, dicevano, coloro che l’avevano usata l’avevano fatto più di dodici volte”.

Nell’antichità era anche convinzione (ad exempio Machiavelli, che ha reso note le virtù de la mandragora) che gli alimenti “ventosi” fossero eccellenti corroborativi venerei; tra questi le fave (forse per la forma loro che ricorda quella dei testicoli), le castagne et la mela insana. Michele Savonarola nel Trattato utilissimo di molte regole per conservare la sanità, prescriveva altresì i piccioni et le passere che “Scaldano le rene et così incitano al coito”. Ai vecchi che avessero giovani e belle mogli indicava altresì le tartufole, le quali “Aumentano lo sperma e l’appetito del coito”.

Ancora utili possono tornare talune ricette rinascimentali di Caterina Sforza, esposte nello suo ricettario secreto, in cui si trovano moltissimi unguenti “Per fare le mammelle dure alle donne”, et artifici medicamentosi per ripristinare gli organi largati dall’uso, nonché i “Segreti per restaurare la natura della donna corrupta, et fare in modo che [essa] se lo voglia demostrarà naturalissima vergine”.

Caterina da Forlì, che fu maestra impareggiabile nella scientia che irrigidisce lo membro, raccolse negli Experimenti “I segreti accorgimenti [volti] ad magnificandum virgam; [ossia] a perfezionare l’artificio di dilatarne innaturalmente le dimensioni”. Modus procedendi ut addatur in longitudine et gossitudine virge ultra misuram naturalem; come amava sentenziare la mirabilissima creatura. Consigliava anche “Un’oncia di polvere di stinco marino in bono vino mesticato… et sempre starà duro et potrai fare quanto vorrai et la donna potrà fare lo fatto suo”. Tra i cibi naturali l’elezione era rivolta ad asparagi, carciofi, tartufi, nonché un bagno caldo nello sperma di qualche animale. Non meno importanti riteneva essere lo miele, gli stinchi marini, le pannocchie, la cannella, i semi di canapa misticati in un’unica pozione. Di modo che bevuto l’elisir balsamico lo maschio “Va a letto con la donna … et starà duro et potrà fare quanto gli piace et stare in festa”. Sempre Caterina era fervente sostenitrice de la pratica contro natura per accendere lo desiderio. Ma la sodomia ha avuto naturalmente l’opposizione dello clero, che attraverso litanie, giaculatorie, preci, anatemi, minacce et roghi da sempre si erge a custode de la castità (lo mio consiglio è di erudirti con quello che scrive Francesco Rappi nel 1515 nel Nuovo thesauro delle tre castità), senza però riuscire mai a comportarsi secondo pudicitia et continenza. Pur con tutto l’impegno da parte delli uomini timorati, la crociata contro l’uso improprio dello corpo è stata infatti una battaglia persa dal principio, tanto che nemmeno le monache si tenevano caste in quella tale parte, et anzi largo uso ne facevano. Come testimonia l’autorevole Ferrante Pallavicino nello Corriere svaligiato (Villafranca, 1671): “[Le monache] Date in preda alle più licenziose dissolutezze, o con alcuna intrinseca amica, o da loro stesse solazzano nelle proprie stanze; e dopo assaporito il palato dalle dolcezze gustate, si conducono a loro amanti, con simulati vezzi facendo inghiottir loro bocconi, de’ quali smaltiscono la durezza … con arti studiate nelle loro celle, ingannano talmente che si rende più difficile lo sfuggire le loro insidie … in quella loro ritiratezza, come somministrano materia alla propria disonestà con artifici di vetro e con le lingue de’ cani”. Et poi è cosa nota che lo monastero è stato (et ancora molto spesso è) una fucina di vitio e di tortura, et che dietro le prescrizioni de le badesse (quali ad exempio un rigido regime alimentare, bagni freddi, l’uso di flebotomia, l’unzione dei reni con unguenti a base di papavero, la fumigazione delle celle con l’agno casto, pillole di canfora, oltreché l’astensione dalla menta, dai pinoli, le fave, le castagne, i cavoli, il finocchio, la cipolla, i fichi secchi et lo vino) si celassero vere et proprie turpitudini che sconfinavano nelle devianze più schifose.

Gli elettuari del passato, tra cui i manoscritti di Guglielmo da Piacenza et di Pietro Veneto, erano nondimeno ricchi di ricette “Ad errigendum”, et abbondavano di unguenti efficacissimi “Per fare sentire d’amore la donna” o “Ad avere dilectatione con [essa]”; insegnando ad ungere la verga con efficacia et ad offrire rimedi a chi non potesse usare con la foemina.

Il mercante Francesco Carletti nei Ragionamenti del mio viaggio intorno al mondo (1594-1506), per la fiacchezza dello membro raccomandava oltre ai testicoli di gallo, una bevanda presa in Portogallo a base di “Polpe di cappone [pestate] con mandorle, zucchero, ambra, musco, perle macinate, acquarosa e tuorli d’uovo”.

Boldo, nel Libro della natura et virtù delle cose che nutriscono, distingueva tra priapismus che si ha “Quando si distende lo membro senza alcuno appetito carnale” et satirismus “Quando si sta con desiderio”. In quest’ultimo caso la dieta antilussuria doveva essere a base di cibi che rendono lo corpo umido et freddo, come zucche, meloni, aranci et altri alimenti acetosi. Per fare rinascere lo desiderio prescriveva cibi “Cibi che fanno sangue, rendono lo spirito grasso et moltiplicano lo sperma”, come pane, farina di formento bianchissimo con grani di sesamo, carne di uccelli, galline, galli giovani, anatre, passere, lingua delle oche. Ma soprattutto latte d’asina et di pecora, testicoli di gallo secchi in polvere bevuti con vino. Nondimeno attribuiva qualità medicamentose a “Lo membro genitale del toro in amore; perciocché secco et polverizzato et sparso sopra alcun ovo da bere, opera meravigliosamente”.

Rimedio efficace per l’impotentia era considerata l’ambra rettificata (composta di ambra grigia, muschio, zucchero, distillato di rose), lo cui uso è documentato persino nella corte d’Inghilterra ai tempi de la regina Vergine.

Antonio de Sgobbis da Montagnana, un farmacista al servizio di papa Urbano VIII, nello suo tractato L’elisir nobilissimo per la Venere, sperimentò un intruglio a base di zenzero, pepe longo, cinnamono, noce moscata, seme d’ortica, vino selvatico, zucchero, ambra et altro ancora che “Rinforza le parti genitali, provoca gagliardamente la Venere, aumenta il seme et lo rende prolifico, accresce la robustezza virile … et è un rimedio stimatissimo per l’impotenza de’ vecchi e degli maleficiati”.

Nello Teatro farmaceutico del reverendissimo Donzelli, si consigliava invece l’acqua sabina: “Se ne bevono due o tre oncie quando si va a letto, mangiando prima un poco di tabelle fatte di castoreo, testicoli di volpe et zucchero aromatizzato con olio di cannella distillato. Si trova esperimentata per confortare il coito in modo tale che etiam mortua genitalia, revocare dicitur”.

Per secoli è stata anche usata con un certo successo un’erba nordafricana oggi sconosciuta (come testimonia tale Giovanni Leone l’Africano), capace di far deflorare le vergini che involontariamente vi si fossero sedute sopra o che sbadatamente l’avessero aspersa con la loro urina.

In tempi recenti, l’industria farmacologica, oltre ai vari cerotti ormonali, ha prodotto ritrovati chemioterapici come il celebre Viagra, appannaggio di disgraziati che fanno peripezie pur di procurarselo2 (dato che l’autorità si ostina a non riconoscere il piacere per il buon funzionamento de lo corpo). Quella artigianale, con molta più fantasia et a volte un po’ di incoscienza, continua a somministrare cocaina, hascisc, peperoncino, stricnina, ostriche, ginseng, yagué, cacao, yohimbina et soprattutto un extratto secco o in polvere di cantaride (Lytta vesicatoria), un insetto dei coleotteri. Se proprio vuoi servirti di quest’ultimo, fai attenzione: la cantaridina (scoperta nel 1810 da M. Robiquet) è un potentissimo veleno; presa a dosi irrisorie, due decimi di milligrammo, ha un effetto intumescente, ma bastano appena cinque centigrammi per ammazzare un persona. La qual cosa, mi premuro di ricordarti, non solo non rientra ne le mansioni de la professione ma ti priverebbe irreversibilmente di un cliente.

DAL MANUALE DELLA PROSTITUTA (CONSIGLI, AMENITA’ E FACEZIE SOPRA L’ESERCIZIO DEL MERETRICIO E DEI LUPANARI)

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SUMMA PROSTITUTIONES

Edizione riveduta e corretta. La prostituzione, l’amore, il sesso e tutto quello che gravita attorno al piacere in questa Summa Prostitutiones scritta in un italiano antico. Nello store della Mondadori e ordinabile online.

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STORIA DE LA PROSTITUTIONE

Storia breve de la prostitutione et delle case di tolleranza, con un’aggiunta sopra la giurisprudenza.

Poiché quello de lo sesso è il lavoro più antico del mondo (Palem, sine delectu, pecunia accepta), non è facile risalire alla nascita sua e si perde nella notte dei tempi. Deprecato ma nascostamente tollerato dall’autorità che se ne serve per lasciare uno sfogo alle voluttà

Bandisci le prostitute dalla società, e ridurrai la società nel caos, per la lussuria insoddisfatta (Agostino, De ordine, I.II., cap. IV)

Mi sono rallegrato con te, perché riservando i tuoi istinti alle professioniste preservi la castità delle nostre spose (Catone)

Nel vedere che molti giovani della nostra città subivano impulsi della natura e si smarrivano su cattive strade, egli [Solone] assoldò alcune donne e le insediò in diversi quartieri per essere pronte e disponibili con tutti (Filemone)

de lo maschio (secondo la formula: “le prostitute le teniamo per il piacere, le concubine per le cure di tutti i giorni, le spose per la discendenza et la custodia del focolare”), così prevenendo non solo i costumi licentiosi ma lo stesso delitto (come dice il criminologo Lombroso) che sempre ha una natura sexuale

Sapientis legislatoris est minores trasgressiones permittere, ut maiores caveantur… In regno humano illi qui praesunt recte aliqua mala tolerant ne aliqua bona impediantur, vel etiam mala maiora incurrantur (Tommaso d’Aquino).

I primi exempi di postriboli sono stati rinvenuti nella Caldea (tra Babilonia, l’Iraq et il golfo Persico dove una giovane dedita al mercimonio era detta “harimtu” o “shamatu”, et veniva venerata tanto che nella torre di Babele ricostruita v’era, come racconta Erodoto, un letto su cui le vergini si univano al re o con un sacerdote), a Gerusalemme (sotto il regno di Giosia existeva nei santuari ebraici un commercio de lo sesso legato al culto) et in Egitto (dove erano chiamati “optet”). Presso alcuni popoli della Mesopotamia si venerava un simulacro del meretricio (Ishtar); mentre le donne degli Amoriti erano obbligate a fornicare per sette giorni consecutivi prima di sposarsi, et a Eliopoli (in Siria) le vergini subivano la deflorazione prematrimoniale da parte di uno straniero. Fu però in GRECIA che si organizzò il primo vero casino di stato (VI sec. a.C.), ad opera di uno dei sette savi nonché fondatore de la democrazia ateniese, Solone, che fu da modello per le epoche seguenti.

In ATENE quasi tutte le case di tolleranza erano posizionate nel quartiere “Ceramico”, nella zona del porto et delle vie del Pireo. Istituite per legge l’igiene et la salute pubblica, furono apperciò acquistate giovani schiave con la funzione di offrire all’impeto della popolazione maschile un diversivo per salvaguardare l’onore de le donne libere. Al di là dell’ordine dato alla vendita dello piacere, la cosa interessante è che con i suoi profitti Solone fece tra le altre cose costruire un tempio sacro dedicato ad Afrodite Pandemia (= pubblica, protettrice dello amore a pagamento; la dea responsabile della passione di Elena e Paride et de la voluttà esasperata di Pasifae, Fedra, Medea). Ma ciò non deve stupire più di tanto, se pensiamo che al tempo le prostitute erano tenute in grandissima consideratione, assumendo a volte dei ruoli quasi religiosi. Come le ierodule, legate al culto del tempio et le auleridi (experte nel saper vivere e nel dare agli uomini la serenità), istruite et dunque presentabili nella società. In generale le foemine dedite alla copula venivano chiamate “pornè” (che significa “in vendita”), prostitute di bassa categoria; mentre gli amministratori delle case avevano il nome di “pornotropi”. Le cortigiane colte e raffinate, et apperciò libere, si fregiavano dell’appellativo “etère” (da “hetàira”, che vuol dire “compagna”), et erano certamente più ricercate delle semplici passeggiatrici, le peripatetiche (da “peripato”, il luogo del cammino), capaci più nelle cose erotiche che nella filosofia aristotelica. Cortigiane famose furono Thais, compagna di Alessandro il Grande et sposa di Tolomeo, re dell’Egitto; Aspasia, che fu prima amante e modella di Fidia et poi moglie di Pericle; Frine2 che si legò a Prassitele; Lais che era ben più di una modella per il pittore Apelle. Da che cosa queste celebri amanti derivassero la loro fortuna non è di difficile comprensione, ma se ci fossero dei dubbi a dipanarli basterebbero le parole di Eubulo (ne “La veglia”)

Affrettati ad entrare. Niente moine o scempiaggini: la ragazza non si tira indietro, ma fa immediatamente quello che vuoi e nella maniera che vuoi. Quando hai finito, te ne vai. Puoi dirle di andare al Diavolo, che tanto non è niente per te.

Così stavano le cose nell’Ellade, anche se va ricordato che una tale promiscuità dei sessi era in buona misura disprezzata dagli uomini eruditi ne la filosofia, et accettata unicamente per la procreazione e lo sfogo degli istinti3, mentre era mille fiate più ricercato lo godimento omoerotico alla maniera degli erasti et degli eromeni (ma sull’argomento puoi leggere il mio De rerum contronatura). Secondo il detto antico:

Il culo è fatto per la gente dotta, Per il villan fottuto c’è la potta

E’ a partire dal V sec. a.C. che le cose cambiano per la donna greca, quando viene meno la società omerica e gli strali moralizzatori di Socrate fanno proseliti nella città. Ad Atene i postriboli rimasero ancora sotto il controllo dello stato, et furono sottoposti ad una tassa, il pornikon (deliberato dal bulè, il senato della città), versato annualmente agli esattori che raccoglievano l’imposta. Ma queste case cominciarono ad essere dirette da tenutari privati (ad exempio l’ateniese Euctemone, che possedeva nel Pireo un immobile gestito da una delle sue schiave experta nel formare le giovani prostitute; le quali giunte ad un’età veneranda diventavano a loro volta istruttrici in altre case), che si occupavano anche di istruire le giovinette non solo nel fare all’amore, ma nella musica et nella danza come completamento delle buone maniere. A regolare il commercio (tariffe e clienti) c’erano gli astinomi, che nel numero di dieci assumevano il ruolo di vigilare sul buon costume (tali magistrati si occupavano un po’ di tutto, dalla nettezza urbana alla sorveglianza, ai costumi; come pure dell’ordine morale e del decoro delle strade). Loro compito era anche quello di controllare che i tenutari si attenessero alle tariffe dello stato, stabilite in due dracme per ragazza. A questo proposito, le cronache raccontano ad exempio che l’ateniese Diognide e il meteco (straniero) Antidoro furono condannati dall’eisangelia (= l’azione giudiziaria ateniese) per avere noleggiato le fanciulle ad un costo più alto. Se la legislazione era tutto sommato tollerante nei confronti de la prostitutione, ammessa solo per gli schiavi et i barbari, non così fu per gli sfruttatori. La legge di Solone prevedeva un’ammenda di venti dracme per chi inducesse al meretricio una donna libera, et la pena di morte per quanti si rendevano responsabili de lo mercato dell’infanzia. Naturalmente existeva anche un mercimonio clandestino che si svolgeva fuori dalle case; come le venditrici di fiori sull’agorà (la piazza) et giovanetti e donne in cerca di passanti (come accadde a Sofocle che fu derubato del mantello dopo un rapporto omoerotico con uno sconosciuto). Nella sostanza, poiché la giurisprudenza proteggeva le mogli et le figlie dei cittadini, le cortigiane erano quasi tutte straniere (xeniali), et comunque di bassa extrazione sociale. Distinguere una donna perbene da una passeggiatrice non era complicato; sembra infatti che il legislatore prescrisse (come testimonia Clemente Alessandrino) alle donne oneste di vestire in modo sobrio, mentre autorizzò le prostitute ad indossare abiti vistosi. Le stesse non potevano uscire dalla cinta dei quartieri periferici et dovevano apparire in pubblico velate o mascherate.

CORINTO, che era una città portuale et pertanto molto più volgare e popolare di Atene, fu il vero centro della prostitutione, del piacere et del lusso. Fu in questa terra (le lucciole stavano soprattutto sull’Acrocorinto) che venne meno il carattere sacro della professione (che rimane una pratica di derivazione asiatica, persiana o egiziana), et così rimase fino al 146 d.C., anno della conquista da parte di Roma. Tra le tante prostitute che vi lavoravano, a Corinto exercitava la battona Neera, suocera dell’arconte-re di Atene, a cui venne intentato un processo nel 340 a.C. La sua vicenda è emblematica di quali fossero le regole dell’epoca. Demostene (“Contro Neera”, 18-19) racconta che Nicarete comprò sette ragazze ancora giovanissime (a quanto pare se ne intendeva molto e sapeva giudicare la futura bellezza delle fanciulle, allevarle perfettamente et educarle con competenza; tra queste c’erano Anteia, Stratola, Aristocleia, Metanira, Fila, Istmia e Neera che venne iniziata verso i sei-sette anni), divenne quindi prosseneta (= allevatrice di giovanette da introdurre nel mercato) et fu per questo accusata pubblicamente da Apollodoro. Al tempo il mestiere di prosseneta era riservato quasi esclusivamente alle donne, mentre i tenutari delle case erano soprattutto uomini. La prosseneta doveva avere la capacità di intuire nelle impuberi l’attitudine alla prostitutione. Lo mestiere si trasmetteva per lo più da una generazione all’altra; la madre che invecchiava approfittava della bellezza della figlia per conservare i clienti, mentre la figlia approfittava della reputazione della madre per farsi a sua volta una clientela (come Gnatena e la sua nipotina Gnatenion). In Grecia, et soprattutto in Atene, la prostituzione infantile era liberamente ammessa ma solo quando i fanciulli non fossero di nascita libera, et la legge puniva con severità, come fu per Nicarete, coloro che la contravvenivano. Eschine ha laciato memoria, nel processo Contro Timarco (9-14), che “Per la legge, se un padre o un fratello o un tutore … darà in affitto un bambino per prostituirlo, non vi sarà azione penale contro il bambino stesso, ma contro colui che l’ha dato in affitto e colui che l’ha preso … Quando il fanciullo avrà raggiunto l’età adulta non sarà obbligato a nutrire suo padre, né ad offrirgli alloggio, poiché quest’ultimo l’aveva prostituito”. Testimoniando una grande lectione di civiltà per lo mondo intero (le norme sul prossenitismo prevedevano che il cittadino ateniese accusato de lo sfruttamento della prostitutione venisse allontanato dalle cariche pubbliche, politiche, civili e religiose), et soprattutto alla moderna civiltà che ha fatto del latrocinio, della vendita de le pudende, della corruzione e dell’interesse individuale una virtù et quasi un’ideologia. Come in genere avveniva, et come difatti fece Nicarete, accanto all’istrutione amorosa si dava alle fanciulle un’educazione destinata a fare di loro delle cortigiane quotate nel mercato di Corinto (che era un po’ la borsa della prostitutione). Tale indottrinamento comprendeva:

– L’arte di saper utilizzare lo amore secondo lascivia lo corpo;

– Una conoscenza dei belletti (cerussa o biacca, ottenuta con carbonato di piombo, su cui spiccava il rossetto che si produceva dalla spremitura di more, piante e alghe. Ma sui belletti dell’antichità et sui modi di fabbricarli puoi leggere il libro di B. Grillet, Les femmes et les fards dans l’antiquité grecque; Lione 1975);

– Sui modi di ottenere artificialmente una figura ideale (ad exempio: se una era picciola di statura le si insegnava ad inserire nelle scarpe una suola di sughero; se invece troppo alta lo consiglio era quello di camminare con la testa insaccata; se non aveva fianchi si rimediava con un’imbottitura cucita sotto i vestiti; per non parlare dei vari seni posticci et de le altre diavolerie della tecnica pornotropa);

– Il maquillage, che era riservato quasi esclusivamente alle prostitute;

– L’arte del comportamento et delle buone maniere (imparando a ridere con misura et a intrattenere con contegno gli uomini senza buttarsi tra le braccia loro come una donna da strada; quella che aveva una parte del corpo particolare o bella doveva fare in modo di denudarla; quella con bei denti veniva abituata a sorridere; et se una proprio non sapeva ridere era invitata a portare sulle labbra un rossetto di mirto che la costringeva in qualche modo a tenere la bocca aperta);

– In ultimo venivano impartite lectioni sulla danza, il canto, il suono del flauto et della lira. Senza naturalmente trascurare i modi di stare a tavola.

1) Scrive Strabone che “Il santuario di Afrodite era talmente ricco, che possedeva più di mille prostitute sacre offerte agli dèi”; Geografia, VIII, 378.

2) A proposito di Frine, è noto il processo intentatole con l’accusa di empietà, e la condanna a morte che si risolse in suo favore grazie alla trovata dell’oratore Iperide, che la fece spogliare nel tribunale, così che gli eliasti giudicarono un delitto mandare al patibolo una donna tanto bella.

3) Nell’età classica lo amore veniva fatto unicamente di fianco, in quanto nessuno degli amanti (nel rispetto delle regole della polis) doveva dominare l’altro. Se lo marito stava sotto la moglie perdeva di prestigio (Seneca rimproverava severamente le donne che “Nate per il ruolo passivo, si permettevano di salire sul maschio come delle libertine”), mentre le prestationi oscene potevano essere richieste solo alle prostitute o agli schiavi. Vi fu però un’eccezione famosa, Andromaca, moglie di Ettore che (come racconta Marziale) “Montava così bene il marito che tutti e due ne provavano grande piacere”. Da allora tale modo di congiungersi è passato alla storia come la posizione di Andromaca..

4) Meglio di altri J. G. Frazer, nel Ramo d’oro, ha studiato le affinità tra la prostituta e la santa.

Continua …