NON DESIDERARE LA DONNA D’ALTRI (E CHI DOVREI DESIDERARE, LA MIA? MA L’HAI VISTA BENE?)

Questo libro non ti darà tregua, asciugherà le
lacrime della tua coscienza e inebrierà i suoi rimorsi

Caro lettore è inutile pentirsi, gli inferi comunque ti

attendono. Questione di tempo e presto verrai anche tu
a trovarmi tra i rovi: ti aspetto con voluttuosa
impazienza. Non desideri infatti la felicità? Sappi allora
che la parola felicità è da sempre una bestemmia e chi la
pronuncia più di un peccatore; non importa che poi tali
individui siano i migliori, rimangono comunque dannati.
Eternamente perduti. Andarci all’Inferno non è tanto
complicato, basta amarla la vita. E magari godersela un
poco. Potrai anche essere una brava persona, ma una
volta sottratto al dovere della croce, finisci lo stesso
per chiaccherare con qualche simpatico diavoletto.
Fattene dunque una ragione, i viziosi come te ancora non
mancano di suscitare lo sdegno e gli anatemi dei
predicatori. Di tutti gli ammorbatori dell’esistenza
(altrui). Non hai scampo, sono inutili le lacrime ed è
superflua la confessione. Ma tu fregatene e impara
invece ad assaporarlo l’odore dello zolfo, abituati a
godere del peccato; gli altri sono già morti, solo che non
lo sanno. Solo che non lo vogliono sapere. Non la senti la
puzza dell’incenso, i vapori maleolenti della morale? Non
ti tormenta la nausea di una simile inquisizione? Ora che
sei ad un passo dalla perdizione non provarci nemmeno a
redimerti. Questo libro non ti darà tregua, asciugherà le
lacrime della tua coscienza e inebrierà i suoi rimorsi; di
tentazione in tentazione ti trascinerà tra i demoni
dell’inconscio più blasfemo, dove si aprono le
temute porte del male. Sarai però in buona compagnia, a
occhio e croce di tutti quelli che hanno fatto qualche
cosa di buono. Di quelli che avranno avuto il coraggio
della felicità. E nel suo piccolo anche del sottoscritto, la
cui anima è irrimediabilmente perduta. Eternamente
dannata.
Dandoti appuntamento laddove gli apostati bruciano da
millenni, la speranza è che questo piccolo vangelo possa
aiutarti, caro lettore, nella definitiva discesa. Nella tua
ultima conversione.
A damnatio memoriae gb

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L’ORGASMO DI PAPERINO

PUNTO E A CAPO

Comincia così, con quella punteggiatura che blocca la continuità. La virgola ostacola, è una pausa, il vuoto, un’interruzione. Allontana i termini e sospende ciò che li teneva uniti. Le congiunzioni si diradano, le assenze frammentano il discorso; è il flusso del tempo che si contrae. I punti prendono il sopravvento, ed è un arresto radicale. Lo spazio si dilata e amplifica la distanza. Col punto finisce il periodo e si va appunto a capo. Tra un punto è l’altro c’è il silenzio della domanda. Il discorso rimane sospeso nelle parole, che volano via come foglie al vento.

Dai FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO

AL SITO WEB http://frammentidiunmonologoamoroso.weebly.com/

UNA STORIA D’AMORE

Gli innamorati dicono di avere una “storia” e sembra che questa cosa che chiamano amore per rendersi attuale debba storicizzarsi. Perché? Entrare a far parte di una storia significa incanalare il desiderio all’interno di un codice, decodificarlo ma anche ipercodificarlo. L’amore diventa un racconto e il racconto la messa in scena del discorso. Mettere un soggetto innamorato in una “storia d’amore” vuol dire riconciliarlo con la società (Barthes), inserirlo sui binari della lingua, in una struttura, detonandolo nella sua carica rivoluzionaria. La struttura della storia ammansisce l’amore perché il desiderio (che sempre scorre nella parola) è anarchia, è il senza regole della società. Per questo motivo Deleuze parla di macchine desideranti piuttosto che di strutture. La struttura è l’ordine della rappresentazione, la macchina quello della produzione: “Una volta disciolta l’unità strutturale della macchina, una volta deposta l’unità personale e specifica del vivente, un legame diretto appare tra la macchina e il desiderio, la macchina passa nel cuore del desiderio, la macchina è desiderante e il desiderio macchinato” (Deleuze). Nel rapporto primario che passa tra la macchina e la struttura, (tra il molecolare e il molare) si tratta di inserire la produzione nella rappresentazione, il desiderio in un regime lingustico connotante di significati. Far defluire il desiderio nella struttura porta a sostantivarlo, legarlo all’organismo come una pulsione mancante all’oggetto, continuarlo al soggetto in un flusso semantico in cui scorre l’uso e l’abitudine della lingua. Vuol dire sottrarre l’anarchia del significante e metterla in un fascismo di relazioni tra la parola e la cosa. E così la domanda concentrata nell’altro mette in moto la dinamica della castrazione e l’istanza simbolica della legge (non fa altro l’intenzione edipica che si muove nelle forme destabilizzanti del simbolico e in quelle identificatorie dell’immaginario). CONTINUA…

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DAL MANUALE DELL’ANTIPSCHIATRIA

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DA CRONACHE DALL’EPIGASTRIO

(memorie dalla pancia)

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I SECRETI AMOROSI DI ISABELLA CORTESE

consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari

CONSIGLI IGIENICO-SANITARI SOPRA I MODI DI PRENDERE MAGGIORE DILETTO NELLE COSE AMOROSE ET SALVAGUARDARE LA SALUTE DE LO CORPO

I presenti secreti venerei sono tratti dal mirabilissimo prontuario di donna Isabella Cortese (“I secreti della signora I. C.”), maestra impareggiabile
ne la scientia de lo membro, pubblicato a Venezia nel 1584 (A); con l’aggiunta di qualche consiglio medicamentoso preso da “I segreti dell’arte profumatoria” (Venezia 1555), di Giovanni Ventura Roseto (B).
A)
ALLI PORRI SOPRA LA VERGA (cap. XVI)
Piglia orpimento del più bello, e quello si triti sottilmente, e mettilo in una piccola boccetta, tenendola sopra i carboni accesi, e l’orpimento si verrà a liquefare, dove il tenerai tanto, che in tutto non sia desiccato, e che non si abbrucci, e che sia in color di rubino, e condotto a tal modo, ne pigliarai quella quantità che vorrai, per bisogni, e tritalo sottilmente, poi habbi acqua d’alume di rocca e di quella bagnerai i porri, e lavati gli infalarai di questa polvere, e lassagli, così farai due volte al dì, et in tre giorni sarai libero.
ALLE CRESTE E MORICI, SANARLE IN TRE DI’ (cap. XII)
Piglia euforbio, cinabrio, olio de mastici, ana incorpora e suffumiga con le dette cose, e guarirà.
PILLOLE CONTRA IL MAL FRANCIOSO (cap. XVIII)
Piglia elleboro nero, turbiti eletti, ana, gengiovo, bistorta, terebintina, dittamo bianco, diagridio, rubarbaro eletto…
ALLI CALLI DELLE MANI PEL MAL FRANCESE (cap. XXIV)
Malva, viola,caoli, semola, grasso di castrato… Ogni cosa fai bollire con lisivaccio marcio, poi ricevi quel fumo nelle mani, e ciò farai due volte al dì.
A FAR DRIZZAR LO MEMBRO (cap. LXIII)
Testicoli di quaglie, olio benzui, di storace, sambucino ana, formiche maggiori con le ali, muschio, ambra di levante… mistica ogni cosa insieme, et adopra al bisogno.
CONSERVA DA DENTI (cap. XLVIII)
Prendi sangue di drago, alume di rocca bruciato, incenso, mastici, sale, peli delle cimatura di grani ana, e siano tutti ben pesti e setacciati, e mistificati col zuccaro rosato, o col miele.
A FAR STAR LA CARNE SODA (cap. CCXX)
Piglia acqua quanto vuoi et mettila in una inchistara, poi mettici lume di rocca brugiata, et fior di osmarino, et falla star al sole per otto giorni, et sarà fatta.
A MANDAR VIA PORRI E CALLI FRA LE DITA (CCXXI)
Habbi orecchina del muro, cioè sopranina maggiore, e levavi quella prima pellicina sottile di sopra, et metti detta herba sopra i calli fra le dita, et concela in modo che vi stia suso, e questo fa per sei, o diece volte, mattina e sera, et presto anderanno via.
B)
BELLETTO DELLE DONNE
Pigliate litrigerio d’oro di oncie una, boraso in pietra, lume gemini anna oncie meza, canfora dragme tre, oglio di tasso oncie due, ponete ogni cosa insieme, con acqua rosa oncie sei, e poneteli a dissolvere, e solute che saranno mettetevi a distillare, e come vorrete far l’opera pigliate una parte di questa acqua, e una parte di aceto distillato, e mescolate assieme, e ponete detta compositione sopra le palme delle mani, et adoperatela.
A FAR BIANCHE LE MANI
Pigliate trementina oncie due lavata otto fiate con acqua rosa, butiro fiate, biacca oncie una, canfora dragma mezza, pestate et incorporate sottilmente, et ongetevi le mani, e questo fate quando andarete a dormire, e portate li guanti in mano, accioché l’onto s’incorpori nelle mani.
A LEVAR LE CRESPE DAL VISO
Plinio dice che lo latte d’asina ha quella virtù, che a lavarsi la faccia con quella scaccia le crespe, et è provato.
A CACCIAR LE LENTIGGINI DAL VISO
Pigliate fele di becco, e mescolatelo con l’oglio di solfere vivo, espongia arsa, e fatela in forma d’unguento, e mettetela sopra il fuoco che vorrete operare sopra ‘l viso, o petto o spalle, e vedrete.
A FAR LI DENTI BIANCHI
Pigliate salnitrio, e abbrugiatelo, e pigliate quella gomma, e fregate li denti, e veniranno bianchissimi.
A CACCIAR OGNI MACCHIA DALLA FACCIA
Pigliate orina d’asino, e di quella che finisce d’orinare, e laverete la faccia, che sarà opera bella.
A CACCIAR LE RAPPE DALLA FACCIA
Pigliate colla di pesce, e fatela bollire quattro hore in acqua commune, dipoi pestatela, e distemperatela, e rimanetela fino che la torna liquida come melle, e così preparata salvatela in un vaso di vetro novo, e quando la volete usare pigliate quattro dragme e due dragme di schiante over limature d’argento.
Fai come è indicato in queste pagine, dilettissima fanciulla, et se ti riuscirà di trovare gli ingredienti loro cerca almeno di non intossicarti.

DA IL MANUALE DELLA PROSTITUTA

(consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari)

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STORIA DELLA PROSTITUZIONE

consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari

SUMMA PROSTITUTIONES

(consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari)

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STORIA DE LA PROSTITUTIONE

Poiché quello de lo sesso è il lavoro più antico del mondo (Palem, sine delectu, pecunia accepta), non è facile risalire alla nascita sua, che non per niente si perde nella notte dei tempi. Deprecato ma nascostamente tollerato dall’autorità che se ne serve per lasciare uno sfogo alle voluttà

Bandisci le prostitute dalla società, e ridurrai la società nel caos, per la lussuria insoddisfatta (Agostino, De ordine, I.II., cap. IV)

Mi sono rallegrato con te, perché riservando i tuoi istinti alle professioniste preservi la castità delle nostre spose (Catone)
de lo maschio (secondo la formula: “le prostitute le teniamo per il piacere, le concubine per le cure di tutti i giorni, le spose per la discendenza et la custodia del focolare””), così prevenendo non solo i costumi licentiosi ma lo stesso delitto (come dice lo santissimo Lombroso) che sempre ha una natura sexuale. I primi exempi di postriboli sono stati rinvenuti nella Caldea (tra Babilonia, l’Iraq et il golfo Persico dove una giovane dedita al mercimonio era detta “harimtu” o “shamatu”, et veniva venerata ad un punto tale che nella torre di Babele ricostruita v’era, come racconta Erodoto, un letto su cui le vergini si univano al re o a un sacerdote), a Gerusalemme (sotto il regno di Giosia existeva nei santuari ebraici un commercio de lo sesso legato al culto) et in Egitto (dove erano chiamati “optet”). Presso alcuni popoli della Mesopotamia si venerava addirittura un simulacro del meretricio (Ishtar); mentre le donne degli Amoriti erano obbligate a fornicare per sette giorni consecutivi prima di sposarsi, et a Eliopoli (in Siria) le vergini subivano la deflorazione prematrimoniale da parte di uno straniero. Fu però in GRECIA che si organizzò il primo vero casino di stato (VI sec. a.C.), ad opera di uno dei sette savi et fondatore de la democrazia ateniese, Solone, che fu da modello per le epoche seguenti.
In ATENE quasi tutte le case di tolleranza erano posizionate nel quartiere “Ceramico”, nella zona del porto et delle vie del Pireo. Istituite per legge l’igiene et la salute pubblica, furono apperciò acquistate giovani schiave con la funzione di offrire all’impeto
della popolazione maschile un diversivo per salvaguardare l’onore de le donne libere. Al di là dell’ordine dato alla vendita dello piacere, la cosa interessante è che con i suoi profitti Solone fece tra le altre cose costruire un tempio sacro dedicato ad Afrodite Pandemia (= pubblica, protettrice dello amore a pagamento; la dea responsabile della passione di Elena e Paride et de la voluttà esasperata di Pasifae, Fedra, Medea). Ma ciò non deve stupire più di tanto, se pensiamo che al tempo le prostitute erano tenute in grandissima consideratione, assumendo a volte dei ruoli quasi religiosi. Come le ierodule, legate al culto del tempio et le auleridi (experte nel dare agli uomini la serenità), istruite et dunque presentabili nella società. In generale le foemine dedite alla copula venivano chiamate “pornè” (che significa “in vendita”), prostitute di bassa categoria; mentre gli amministratori delle case avevano il nome di “pornotropi”. Le cortigiane colte e raffinate, et apperciò libere, si fregiavano dell’appellativo “etère” (da “hetàira”, che vuol dire “compagna”), et erano certamente più ricercate delle semplici passeggiatrici, le peripatetiche (da “peripato”, il luogo del cammino), capaci più nelle cose erotiche che nella filosofia aristotelica. Cortigiane famose furono Thais, compagna di Alessandro il Grande et sposa di Tolomeo, re dell’Egitto; Aspasia, che fu prima amante e modella di Fidia et poi moglie di Pericle; Frine che si legò a Prassitele; Lais che era ben più di una modella per il pittore Apelle.
Così stavano le cose nell’Ellade, anche se va ricordato che una tale promiscuità dei sessi era in buona misura disprezzata dagli uomini eruditi ne la filosofia, et accettata unicamente per la procreazione e lo sfogo degli istinti15, mentre era mille fiate più ricercato lo godimento omoerotico alla maniera degli erasti et degli eromeni. Secondo il detto:

Il culo è fatto per la gente dotta,
Per il villan fottuto c’è la potta

E’ a partire dal V sec. a.C. che le cose cambiano per la donna greca, quando viene meno la società omerica e gli strali moralizzatori di Socrate fanno proseliti nella città. Ad Atene i postriboli rimasero ancora sotto il controllo dello stato, et furono sottoposti ad una tassa, il pornikon (deliberato dal bulè, il senato della città), versato annualmente agli esattori che raccoglievano l’imposta. Ma queste case cominciarono ad essere dirette da tenutari privati (ad exempio l’ateniese Euctemone, che possedeva nel Pireo un immobile gestito da una delle sue schiave experta nel formare le giovani prostitute; le quali giunte ad un’età veneranda diventavano a loro volta istruttrici in altre case), che si occupavano anche di istruire le giovinette non solo nel fare all’amore, ma nella musica et nella danza come completamento delle buone maniere. A regolare il commercio (tariffe e clienti) c’erano gli astinomi, che nel numero di dieci assumevano il ruolo di vigilare sul buon costume (tali magistrati si occupavano un po’ di tutto, dalla nettezza urbana alla sorveglianza, ai costumi; come pure dell’ordine morale e del decoro delle strade). Loro compito era anche quello di controllare che i tenutari si attenessero alle tariffe dello stato, stabilite in due dracme per ragazza. A questo proposito, le cronache raccontano ad exempio che l’ateniese Diognide e il meteco (straniero) Antidoro furono condannati dall’eisangelia (= l’azione giudiziaria ateniese) per avere noleggiato le fanciulle ad un costo più alto. Se la legislazione era tutto sommato tollerante nei confronti de la prostitutione, ammessa solo per gli schiavi et i barbari, non così fu per gli sfruttatori. La legge di Solone prevedeva un’ammenda di venti dracme per chi inducesse al meretricio una donna libera, et la pena di morte per quanti si rendevano responsabili de lo mercato dell’infanzia. Naturalmente existeva anche un mercimonio clandestino che si svolgeva fuori dalle case; come le venditrici di fiori sull’agorà (la piazza) et giovanetti e donne in cerca di passanti. Nella sostanza, poiché la giurisprudenza proteggeva le mogli et le figlie dei cittadini, le cortigiane erano quasi tutte straniere (xeniali), et comunque di bassa extrazione sociale. Distinguere una donna perbene da una passeggiatrice non era complicato; sembra infatti che il legislatore prescrisse (come testimonia Clemente Alessandrino) alle donne oneste di vestire in modo sobrio, mentre autorizzò le prostitute ad indossare abiti vistosi. Le stesse non potevano uscire dalla cinta dei quartieri periferici et dovevano apparire in pubblico velate o mascherate […]

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SUMMA PROSTITUTIONES

consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari

CONSIGLI, AMENITA’ E FACEZIE SOPRA L’ESERCIZIO DEL MERETRICIO E DEI LUPANARI

(IL MANUALE DELLA PROSTITUTA)

Un diario d’amore scritto in un italiano antico. Comprensivo di una storia della prostituzione.

AL RENDERENDISSIMO LETTORE ET ALLA

DIGNITOSISSIMA LECTRICE

“Detto questo e senza dilungarmi oltre chiudo lo primo scritto con una raccomandazione. Santo Tommaso (che nel diritto è stato maestro sommo) ha lasciato scritto che la legge umana (lex humana) è moralmente valida solo se non contraddice la provvidenza de la legge naturale (lex naturalis), et che le norme dello jus civile debbono venire infrante quando sono in aperto contrasto con il naturale corso de le cose, come è specificato da la lex aeterna. Questo -e fai bene attenzione alla mie parole che dovrai spesse volte tenere a mente- significa non tanto che lo tuo mestiere non sia un commercio da deprecare, ma che lo suo exercizio ben si inserisce nel contesto delle società civili come uno sfogo utile a contenere la sessualità de lo maschio et in esso lo desiderio (come già avvertiva santo Agostino) mille fiate più odioso di libertà. Ma questa è in fondo la condanna della prostituzione, di essere tanto disprezzata ne lo pubblico quanto però ricercata ne lo privato, sopportata tacitamente pure dalle onestissime madonne per tener seco il coniuge et lo sostentamento suo. Cosa che non accadrebbe in una comunità realmente puritana, capace di rispettare non una ma tutte le foemine de lo mondo”.

Sito del libro alla pagina http://ilmanualedellaprostituta.weebly.com/

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SITO INTERNET ALLA PAGINA http://ilmanualedellaprostituta.weebly.com/

IL SESSO NON VUOLE PENSIERI

IL SESSO NON E’ COSA DA INTELLETTUALI
L’amore è stato bandito dalla filosofia per lungo tempo (una delle poche eccezioni è Barthes), il sesso peggio ancora è finito nella mani della sessuologia; sembra che gli intellettuali lo considerino un genere letterario inferiore. Il sesso affidato ai sessuologi è come un sex toy nelle mani di Maria Goretti. Non voglio immaginare come lo utilizzi, ma a occhio e croce mi pare un uso improprio. Persino Santo Agostino ne parlava (e il Cantico dei Cantici mi pare fosse abbastanza esplicito); i nostri intellettuali si comportano invece come certi preti che spiano il peccato dal buco della serratura, ma con più lascivia e una malcelata indifferenza. Il piacere non mi fa paura, Ho imparato a patteggiare con quella parte che qualche soddisfazione pure me l’ha data; molto di più di tante vuote parole e delle favole che questi signori ci raccontano. In queste cinque lezioni vi spiego come e perché.

LINK DEL LIBRO (LEZIONI DI SESSO) http://lezionidisesso.weebly.com/

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NON RACCONTIAMO LE FAVOLE (agli adulti)

sito internet
giancarlobuonofiglio.weebly.com

Ho sempre avuto più erezioni che stati di coscienza, non ne vado fiero, per carità. Per quanto lusingato, una maggiore comprensione delle cose mi sarebbe stata forse d’aiuto. Il problema è che ho lavorato con le idee per troppo tempo e nessuna è stata capace di darmi quello stato di completezza che ho rivenuto patteggiando con un appetito più antico rispetto a quello della ragione. Non ho mai trovato nulla di sostanziale nel pensiero; mi piace essere un corpo e (per cultura e convinzione) diffido di quelli che parlano di anima o spirito. Nel mio piccolo mondo l’anima è quel che rimane di un uomo quando l’hai privato di ciò che dà piacere e lo spirito non lo prendo in considerazione sotto i 15 gradi alcolici. Sono fatto male, è evidente. Poi però penso ai danni che hanno fatto e fanno coloro che diffondono quella malattia dello spirito che è la metafisica, e in qualche modo mi conforto. Alla fine sono onesto con me stesso e con gli altri. Non racconto favole e quando le sento non posso fare a meno di pensare che in qualche modo mi stiano fregando.
(Dalle confessioni postume di Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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Biancaneve e le altre storie alla pagina http://goo.gl/5z2du0

Rigurgiti romaneschi

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LA BELLEZZA DE LE DONNE

‘Na donna è bella quanno ride ma pure quanno piagne, è bella quando s’arrabbia, quanno c’ha le cose sue, quanno nun te rivorge la parola o te bacia, in compagnia o da sola, quanno se dà e pure quando se ritrae. E quant’è bella appena arzata, e specie quanno è senza trucco je poi leggere sur viso il bene che te vole. E’ bella ‘na donna quanno te guarda. Te dà emozioni, attenzioni. Quarche vorta preoccupazioni. Ma è bella pure quanno te rompe li cojoni.

ER ROMANESCO

Er romanesco nun è ‘na lingua, è un modo di guardare ar monno. L’italiano è come er vestito de la festa, che lo metti quanno te voj fa’ bello, ma er vernacolo romano è de più; è l’abito sguarcito de quarcuno che lavora, che puzza d’officina e maleodora. Ché non poi dì a quarcuno che te caca er ca, d’annarselo a pijallo in quella lingua là. Lo devi dire con una parolaccia e le parole je devono sputare ‘n faccia. E pure quanno fai l’innamorato, quanno er petto rimane senza fiato, la donna tua nun è ‘na femmina o pulzella, la devi annominà Rosamiabella! E je lo devi gridà forte, come se le parole uscissero dar core, perché è così che si fa all’amore. Co’ quella lingua che nun ha ambizione parlata ar mercato de rione; quanno tra l’odore de pesce e mortadella, la vecchia ar banco de li fiori te mette tra le mani i su’ boccioli, dicenno: “per voi signorì, che siete bella!”.

 

SITO WEB DEL LIBRO  RIGURGITI ROMANESCHI

FORMATO CARTACEO O DIGITALE SU AMAZON E LULU.COM

Il libro è presente nello store Mondadori ed è acquistabile online