FRA CASSO E SORA GINA

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FRA CASSO
Due sfere in basso, il corpo snello o grasso, l’asta come una bandiera, il baffo adorna la figura intera. In punta si trova una cappella, dimora dei santi e dei dannati, a ricordar che siamo condannati a ricercare l’anima gemella. L’umore entra nei corpi cavernosi, dall’albuginea ai vicoli arteriosi, sfidando il peso grave, la carne morta, cercando la durezza che conforta. Il maschio adulto è legato alle catene di una rigidità che a volte non mantiene; e quando accade è una disfatta in terra, come il soldato che ha perso la sua guerra. E a nulla vale l’uman conforto di una femmina che dice: è un bel rapporto; ché lo sappiamo e si trova nelle cose: lo stelo del virgulto si spinge nelle rose. A mio parere, è un argomento antico, non puoi deporre l’arma e combattere col dito. Perdonate la scostumatezza, ma gli uomini son forti dell”unica certezza: dal re al nobile al villan fottuto, voglion sentirsi dire che hanno goduto.

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SORA GINA
Dice che noi femmine siamo sprovvedute, vittime del piacer e di virtù perdute; eppure non sa il maschio nostrano che anche a noi piace l’amor e lo facciamo. Diversa è nostra natura questo è certo, come la foresta con il deserto; e mo vi racconto com’è il piacer nostro, con qualche esempio ve lo dimostro:
A noi piace quando ci toccate, le carezze non lesinate.
Non siate avari con le parole, ti amo, cuore mio, luce e sole.
Se volete scaldare quella cosa, trattatela con garbo, come una rosa.
Non correte subito al boschetto, indugiate piuttosto sopra al petto.
Le spalle, il collo, i fianchi e non andate avanti: finché non sentite che son cose gradite.
baci non devono mancare, ma senza esagerare; perché son belli i tocchi di un poeta, ma tra le lenzuola preferiam l’atleta.
Ricordate che il sesso è allegria, prima di tutto ci vuole fantasia. Lo sapeva pure il Padreterno che mise il Paradiso dentro all’Inferno, collocando ciò che dà diletto proprio là, vicino al gabinetto.

L’AMORE E’ UNA GRAVE MALATTIA MENTALE (Platone)

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Nei suoi percorsi l’amore finisce per diventare il sentimento degli oppressi e diventa oppressione nei soggetti più deboli. Svincolate dal contesto le pulsioni vengono convogliate nell’altro e questo altro finisce per assorbire emozioni, desideri, fantasie che non sono collocabili altrove. Si tratta in sostanza di una concentrazione di bisogni primari che hanno altra natura oltre a quella banalmente fisiologica della riproduzione e del piacere; qualche volta si mantengono su binari adeguati, altre diventano ossessioni. Le ossessioni ancora una volta sono concentrazioni, raggruppamenti emotivi che rendono il campo affettivo instabile e conducono all’implosione. La causa è storica e sociale, ma fare i conti con qualcosa di così esteso non è semplice e la psicoanalisi non viene in aiuto, si dimostra a volte di ostacolo accentrando l’attenzione sul soggetto piuttosto che sulle dinamiche che lo temprano. Platone scriveva che l’amore è una grave malattia mentale; là dove dovrebbe rompere le catene e rendere quel che chiama anima leggera, diventa un carico che appesantisce l’oggetto, invade soffocandolo il soggetto, stravolge la relazione irrompendo con un sovraccarico emotivo che non le appartiene. Perché l’amore non può essere un peso e deve passare fluidamente da un corpo all’altro; la regola kantiana rimane fondamentale, trattare l’altro come un fine e mai come un mezzo. Non può esserci nulla di intenzionale, l’amore non ha nessuna finalità e non può essere una compensazione. Se è un bisogno rimane inappagato, quando è una domanda non trova risposta. Riporre in un altro individuo la conferma a attese mortificate, porta alla deflagrazione del rapporto, non risolve i bisogni del soggetto, provoca nell’oggetto repulsione e fuga. A quel punto chiamiamo amore quella che è in realtà una ritorsione, rivelandosi per quello che è: concentrazione e violenza sull’altro. L’ultima perversione concessa da uno stato che fa detonare tra le mura domestiche impulsi che hanno spesso un carattere economico, storico e sociale.

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QUELLO CHE E’ REGALE E’ ANCHE RAZIONALE

Nelle favole i significanti abitano la narrazione, s’impadroniscono e modificano il racconto, identificano e contestualizzano i personaggi, prevalgono sulla scena. Il principe non ha un nome e la principessa è solo temporaneamente imprigionata nel corpo di una fanciulla del popolo. L’atto precede la potenza e Cenerentola era di sangue blu, anche se non lo sapeva. Difficile trovare la regalità in ambienti degradati, ma nelle favole tutto è possibile. Il tutto prevale sulla parte, svilendo però i protagonisti in una metonimia che annulla le identità. L’identità si vanifica nei processi di identificazione superiori fino ad annullarsi. Svuotata la relazione di una reale affettività e privando l’altro di una realtà ontologica, predomina il significante regale che passa da un corpo all’altro, al di là delle diversità. Non c’è alterità, la domanda si restringe in una solitudine priva di desiderio e la richiesta d’amore è mediata da un eccesso che ordina la scena. In un tale campo privo di un (reale appunto) scambio affettivo non è più il piacere, ma il potere, l’idea, il blasone a passare da un corpo all’altro. Quello che è regale è anche razionale: cenere siamo ma Cenerentola diventiamo.

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Mondadori

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CARTA, FORBICE, SASSO

La stretta di mano ha un’origine popolare e nasce dal bisogno di rassicurare qualcuno.sulle buone intenzioni. Specie nel Medioevo i viaggiatori portavano grossi coltelli e le aggressioni non mancavano; offrendo la mano si mostrava di non essere armati ma innocui. Come spesso accade, anche questo come altri comportamenti collettivi è diventato un’abitudine, fino a sconfinare nella buona educazione. In Italia sta sparendo, un po’ per le mode che mal sopportano certe formalità desuete, ma soprattutto perché si è attenuato il contratto di fiducia che è alla base del vivere comune. Anche il codice civile riconosceva dignità giuridica al gesto che sanciva un accordo tra le parti. Il contatto fisico è ora ridotto al minimo, le mani stanno sempre più nelle tasche dei pantaloni, ed è sostituito da pacche sulla spalla e da quel lambirsi le dita che ricorda carta-forbice-sasso. Una sfida in cui vince il furbo, quello più abile e pronto a tirare il sasso e a nascondere la mano.
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Libreria Mondadori

Gli italiani il sesso lo fanno poco e male

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“Chi ha potere non teme la libertà, ma il suo bisogno, la sacralità del sentimento. Gli uomini che comandano hanno trasformato i popoli in adoratori di feticci svilendo l’amore in qualcosa di pornografico. Perché l’amore, che è il più rivoluzionario tra i sentimenti, è un fatto privato e bisognava socializzarlo, renderlo pubblico affinché non desse scandalo. Il potere ha paura dello scandalo, ha dovuto trasformare in scandalosi gli atti più comuni e innocenti” (dall’inroduzione).

La pazienza è torpore misto a sordità. E’ una menomazione, un difetto cognitivo (o percettivo); toglie il gusto di scendere in strada con una mazza da baseball.

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La rassegnazione è l’odore del cadavere, solo a un corpo decomposto si può chiedere di pazientare o di fregarsene.

D.SOC/3

Il mio ottimismo si riduce a questo: non dubito del progresso dell’umanità perché sono certo della sua estinzione.

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Il progresso è quella cosa che va dalla ruota alla bomba atomica.

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La compassione come la sopportazione è il sentimento spurio dello schiavo educato nella tolleranza.

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Il grande rinnovamento del secolo scorso è stato quello di rendere imperturbabile l’animo e anestetizzare il corpo. L’ordine della società nato dopo la rivoluzione industriale, concentrato massicciamente nella produzione più che nella divisione del lavoro, necessitava dell’insensibilità del popolo e della sua indifferenza.

D.SOC/11

Non può esserci che una politica del corpo, è il corpo ad essere collocato in un ordine giuridico e a portare le istanze del diritto nel campo legislativo. L’anima esula dalle competenze dello stato, la teleologia è materia metafisica e quando è presente nelle istituzioni rimanda alla produzione di un potere assoluto e mai democratico.

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Il solo cretino sopportabile è quello non demografico.

D.SOC/13

Dubito dell’intelligenza di un uomo sinceramente convinto che la carne nasca nel cellophane, così come non mi fido di una società che rimuove l’agonia che viene da un mattatoio.

D.SOC/14

La sopportazione e l’anosmia sono la misura dell’amore per gli uomini. Ci vuole l’Indifferenza di uno stoico ma anche tanto cattivo olfatto.

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La mansuetudine in vecchiaia è empietà temperata dall’incontinenza.

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Allo stato attuale la sola virtù che riesce a piacermi degli uomini, quando c’è, è loro la sterilità.

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Il sapone ci ha reso tollerabili più di secoli di cultura della tolleranza.

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L’acume è una forma di diffidenza e ha gli effetti di una cattiva digestione; il cretino ha uno stomaco imperturbabile e non dubita praticamente mai.

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E’ dentro ai macelli che gli uomini rivelano quello che sono: indifferenti, sordi e quando possono con le mani sporche di sangue.

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La scimmia è l’animale più indisciplinato, assai simile all’uomo. Prima che dalla scimmia l’uomo discende dalla sua indisciplina, la civiltà di cui va fiero è solo un passo indietro nella catena evolutiva.

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Da domani il libro è disponibile anche nella versione cartacea. L’ebook alla pagina https://www.amazon.it/dp/B01N4SLX2A

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MEMORIE DI UN SEDUTTORE

Ogni notte inventerò una bugia, ma farò in modo che ogni mattina diventi una verità.

Improbabile ma verosimile, è questa la natura di un seduttore. Di essere rappresentativa, istrionica, affabulatoria. Non vera ma credibile, plausibile prima che possibile. Più che reale quindi, perché la realtà è poco scenografica e plateale. Ero cosciente di questa cosa e ingannavo me stesso prima che gli altri. Seducevo perché avevo un rapporto conflittuale con la verità. .

Può un uomo amare qualcosa che non rappresenti se stesso?

Un giorno la lasciai, per noia. Nei suoi occhi vedevo i miei e io non mi ero mai piaciuto.

Un seduttore accarezza quella parte dell’Io che manca all’Io stesso. Afferra ciò di cui è assente completandolo nell’immaginario. Il seduttore è necessario a chi è mancante del sogno, gli dà forma e sostanza. Lambisce il vuoto lasciato da un desiderio inespresso. Ma è appunto un venditore di niente, gradevole a volte, deleterio e nocivo altre. Perché prima o poi ci si sveglia e quello che era un sogno continua a rimanere tale.

Ogni notte inventerò una bugia, ma farò in modo che ogni mattina diventi una verità.


Egidia Rossi era una bellezza antica. Anche nei modi, con quel rossore che la svelava fragile e il garbo nello sguardo che avevano certe donne di una volta. Riservata, pronta a sostenere le sue ragioni ma anche ad ammettere i torti. Accompagnava le parole abbassando gli occhi, come a scusarsi di avere avuto un pensiero. La voce dialettale appena, carezzevole e di un tono familiare, non credo abbia mai graffiato nessuno. Era bella Egidia e sapeva parlare e di più raccontare. E non importa se quello che diceva non era la cosa giusta, perché giusto diventava comunque. Conosceva l’arte della seduzione, che non è fatta di cose vere, ma di favole e parole. E come nelle favole il drago continua a non essere reale ma lo diventa se c’è chi riesce a fartelo sentire e vedere.

Amavo e odiavo quell’essere antinomico. Il suo polimorfismo mi impauriva eppure mi piaceva. Non c’era nessuna finalità in quella sessualità vissuta in un improbabile presente. Godevo l’apostasia di una carne che sentivo finalmente libera, leggera, viva. Il suo corpo demitizzato, svuotato di una storia, concentrato nel piacere era per me fonte di eccitazione e riflessione.

Il seduttore gode di un sesso senza antinomia. Non è un superficiale proprio perché vive nella superficie. Pensa che la realtà si risolva tutta in quello che vede e sente, è un fenomenologo e un agnostico. Non si pone problemi nella relazione in quanto la domanda se la porta dentro, ed è una sola: se esista o meno. E’ mancante di una teleologia sentimentale, che dilata nel qui adesso. L’al di là affettivo non fa parte del suo obiettivo erotico.

Amavo la sua bocca perché ogni volta mi diceva una bugia. Ed era la sola cosa che volevo sentirmi dire.

Desideriamo ciò che non è, quello che non siamo. E più cresce la consapevolezza di tale assenza, che è un vuoto nel nostro essere, più l’eccitazione dilata l’Io. Il desiderio è consapevolezza di una mancanza. Non può esserci erezione senza questo stato nella coscienza.

Le parole svuotano i corpi e li rendono penetrabili. Quando si desidera anche il corpo diventa un ostacolo. E così la spogliavo con la lingua. Volevo la sua carne ma sentivo che era fatta di parole.

Stavamo nudi a guardarci come fosse la cosa più naturale del mondo. Era tutto così banalmente ordinario nello straordinario intreccio di quelle labbra. Che si erano incontrate per caso e da allora non avevano smesso di baciarsi.

Si seduce per stupidità e fragilità. Perché non si sa amare. Perché la seduzione impegna una piccola parte del proprio essere. E quella parte, guarda caso, è quella meno seduttiva. Un seduttore ama se stesso, è concentrato nel proprio Io. La seduzione è l’antitesi dell’amore, è paura dell’altro.

Mi chiese di farla godere con la bocca. Le dissi che l’amavo.

Tutta la vita avevo cercato di sedurla. Poi ogni un giorno le dissi che avevo bisogno del suo amore e mi buttò le braccia al collo. Era evidente che voleva essere baciata con le parole. Non era una questione di forma, quelle parole mi avevano cambiato, dandomi il modo di incontrarla.

Aveva l’infinito negli occhi e non avevo paura, la guardavo e riuscivo a tenerne lo sguardo.

E’ duro guardarsi dentro e non trovare nulla.

Da CRONACHE DALL’EPIGASTRIO (memorie dalla pancia)

alla pagina http://goo.gl/B8chfL


IL CORPO DELLE DONNE E L’AMORE

E QUANDO LA CHIAMI, “FALLO” COME FOSSE UN FAVORE
Lacan sposta la differenza, l’alterità, la frammentazione e l’assenza dell’Altro nel corpo femminile. Non come una traccia con uno spessore ontologico, ma in quanto ricettacolo dei significati che lo abitano nella relazione con l’Io maschio (“l’Altro nel mio linguaggio non può dunque essere che l’Altro sesso”). Spostando il non-essere-l’Io nell’altro sesso prova a riempire l’assenza di un codice significante che finisce per trasformare il corpo femminile in un luogo simbolico. Lacan introduce una relazione tra il campo del linguaggio e il campo del piacere. Definisce il corpo femminile per privazione e nella mistica data al significante sessuale che lo contrassegna, ripropone lo schema della teologia negativa, riconoscendo un valore a questo corpo svuotato per contiguità a quello del maschio. Lo fa portando la questione sul binario apofantico del “non altro non è altro che il non altro”. Crea in sostanza un simulacro dell’essere non come assenza ma in quanto essenza e ribadisce la sua inconciliabilità col non essere (ripetendo per via negationis l'”io sono colui che sono”). Il significante fallico è quello che fornisce l’identità; Lacan insiste nel sostenere la continuità tra il fallo e il padre. Sarebbero questi significanti a dare un’identità al soggetto femminile presentato come assenza, vuoto, mancanza di significante priva di identità. Nella sua mistica del corpo che concentra e riassume l’Io nel significante nel fallo, sottolinea che il percorso della sessualizzazione femminile sia più complesso rispetto a quello del maschio. Il bambino subisce una primaria e immediata assimilazione, mentre il significante fallico non è in grado di identificare ricomponendolo il corpo della donna. Tale compromesso non consente, sempre per Lacan, l’accesso alla femminilità e mantiene la bambina prigioniera di un’immagine idealizzata della madre. Dalla coscienza di questa assenza si genera il senso della castrazione come qualcosa di decisivo che potrà in futuro fornire lo schema alla depressione, all’angoscia, alla malinconia. Il punto è questo: per Lacan la bambina nella castrazione materna sperimenta che il significante fallico non può darle nessuna identità.

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Cosa che rende le donne più fragili, ma anche predisposte ad accogliere i significanti. La tesi secondo la quale nella sessualizzazione femminile manchi il significante dell’identità unitario (come se fosse disposta a subire processi di frammentazione) appare gretta, limitativa nei confronti della donna come soggetto politico e dimostra la natura reazionaria di certa autorevole psicoanalisi. In queste considerazioni si sente l’eco della formula aristotelica: “la donna è inferiore per natura”. Se anche fosse, la frammentazione dell’Io a cui è predisposta la donna rimane comunque qualcosa di fecondo; in quanto dotata di un corpo esposto alla dissacrazione cultuale, si rivela in un ordine più sacro. Sotto il principio unificante si muove una tensione, un decentramento su cui l’Io si regge con le sue rappresentazioni. Il linguaggio inteso come struttura organizzante è disturbante, non appartiene al soggetto, lo tiene in ostaggio e appare libero solo nell’erosione dei significati. Il linguaggio mantiene il corpo sotto dittatura, lo rende vittima di una sottrazione originaria. E’ il vuoto, l’assenza prima della presenza che muove alla parola, non l’essere. Per Deleuze la rivolta della carne si esprime in un corpo senza organi; il desiderio la ripercorre emancipandolo dalla stupidità dell’identità come conseguenza della presenza fallica. La tesi secondo la quale le donne siano maggiormente portate a metamorfosi identificatorie, perché mancanti della funzione strutturante unitaria, si rivela una visione sessista e culturale prima che scientifica. Ma Lacan con la sua autorevolezza ci ha abituati anche a questo. Il significante fallico non promuove uno schema unitario solido. Se la bambina si libera dalla madre fallica, il confronto con la madre rimane il confronto con una mancanza e non con un segno che indica un percorso. Per questo Lacan afferma che l’Altro è l’Altro sesso. Non esiste un Altro in grado di dare stabilità al soggetto, esiste piuttosto l’Altro sesso come prova dell’inesistenza dell’Altro, come ciò che mostra la mancanza radicale dell’Altro. La donna considerata nella sua mancanza fallica, come vuoto, ha subito per lungo tempo una degenerazione simbolica e ha portato a uno squilibrio nel discorso amoroso, dando il compito all’uomo di completarla nell’assenza. C’è qualcosa di chiesastico e di profondamente reazionario in questa presa di posizione. Diceva una canzone famosa: Prendi una donna e trattala male … non farti vivo e quando la chiami “fallo” come fosse un favore. Ecco che ricompare il fallo nel discorso a completare la catena significante. Il problema è più complesso e va davvero al di là dei segni che abitano il soggetto, nella incapacità che ha la struttura simbolica del corpo di dare una consistenza ontologica al vuoto, al nulla, alla mancanza e al non essere; di cui il corpo femminile abitato dall’assenza sembra concentrare i contenuti. In “Nietzsche e la filosofia” e “Differenza e ripetizione”, Deleuze si oppone al dispotismo dell’unità e dell’identità, propria della tradizione metafisica a partire da Platone, riconoscendo il molteplice, il diverso, il divenire come un valore. Nell'”L’Anti-Edipo” formula la sua accusa nei confronti della psicoanalisi, biasimandola di contribuire alla repressione sociale. Il desiderio è costruttivo per Deleuze; gli uomini come le donne sono “macchine desideranti”, flussi di desideri privi di confini tra soggetto e oggetto. Alla produzione desiderante, che si determina in maniera polimorfa e disordinata, si oppongono forze antiproduttive, che esacerbando le paure intrappolano i desideri. In particolare la schizofrenia in questo contesto si presenta come una richiesta di libertà. Il “fuori” non appartiene al sistema organico lacaniano. E’ il pensiero dell’Altro ma anche (ed è in questo che Deleuze prende le distanze da Lacan) dell’altro da sé, che il piano della schizo-analisi ha sottolineato come “l’antilinearità della ragione che porta allo sdoppiamento della coscienza”. La posizione di Deleuze apre l’essere alla possibilità dello “straniero” come figura determinante per lo stesso ordine dell’Io; i “personaggi concettuali”, come li chiama, sono lo straniero attraverso il quale il soggetto individua nell’altro il proprio divenire nell’alterità. Idolatrato della contemporaneità l'”io sono colui che sono” diventa una regola che fa un simulacro della presenza. Il qui e ora che soddisfa le pulsioni, il desiderio mercificato reso appetibile e immediatamente consumabile. E’ il tratto schizofrenico della collettività, che pone il soggetto alienandolo nella dimensione patologica quotidiana, rendendolo fluido per l’assenza di una presenza che desidera l’unità negandola. E dunque il discorso amoroso così impostato, invita l’uomo a prendere una donna e a trattarla male, abituandolo al “fallo” e come se fosse un favore.

Sito web del libro

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ER LIBRO

Er libro è quarcosa che te fa sognare, po esse in alto o in basso allo scaffale, e nun importa se tratta de sesso o Giovenale, de Biancaneve e de morale: lo legge er colto ar tavolo seduto o sopra ar cesso, il villan fottuto, Le parole nun abbisognano della scrivania, ma de pazienza, curiosità e de tanta fantasia. Poi legge’ de Platone e de’ bosoni, le storie de servi e de padroni, de quarche litania, un po’ de pissicologia. Nun fa niente se er libro è scritto male, ché pure dentro ar cesso se po’ usare; certo dipende dalla carta e da la morbidezza sua, ma mentre sta seduto er culo nun distingue tra l’opera de Dante o d’uno sprovveduto. Anche nella peggior accezione er libro te fa pure dall’igienica invenzione Certo, te po pure dispiacere, ché l’uso suo non è per il sedere: ma perdonate la malacreanza, ve vojo vedè a voi nella tragica mancanza. E dunque er libro portatevelo appresso, ovunque andate ma soprattutto ar cesso. Ve ne consegno uno tra le mani, parla de Biancaneve e i sette nani; pare pure che je l’abbia data: avete voi de mejo pe’ ogni passata?

Rigurgiti Romaneschi

RIGU

Per me Biancaneve…

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SUMMA PROSTITUTIONES

Edizione riveduta e corretta. La prostituzione, l’amore, il sesso e tutto quello che gravita attorno al piacere in questa Summa Prostitutiones scritta in un italiano antico. Nello store della Mondadori e ordinabile online.

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STORIA DE LA PROSTITUTIONE

Storia breve de la prostitutione et delle case di tolleranza, con un’aggiunta sopra la giurisprudenza.

Poiché quello de lo sesso è il lavoro più antico del mondo (Palem, sine delectu, pecunia accepta), non è facile risalire alla nascita sua e si perde nella notte dei tempi. Deprecato ma nascostamente tollerato dall’autorità che se ne serve per lasciare uno sfogo alle voluttà

Bandisci le prostitute dalla società, e ridurrai la società nel caos, per la lussuria insoddisfatta (Agostino, De ordine, I.II., cap. IV)

Mi sono rallegrato con te, perché riservando i tuoi istinti alle professioniste preservi la castità delle nostre spose (Catone)

Nel vedere che molti giovani della nostra città subivano impulsi della natura e si smarrivano su cattive strade, egli [Solone] assoldò alcune donne e le insediò in diversi quartieri per essere pronte e disponibili con tutti (Filemone)

de lo maschio (secondo la formula: “le prostitute le teniamo per il piacere, le concubine per le cure di tutti i giorni, le spose per la discendenza et la custodia del focolare”), così prevenendo non solo i costumi licentiosi ma lo stesso delitto (come dice il criminologo Lombroso) che sempre ha una natura sexuale

Sapientis legislatoris est minores trasgressiones permittere, ut maiores caveantur… In regno humano illi qui praesunt recte aliqua mala tolerant ne aliqua bona impediantur, vel etiam mala maiora incurrantur (Tommaso d’Aquino).

I primi exempi di postriboli sono stati rinvenuti nella Caldea (tra Babilonia, l’Iraq et il golfo Persico dove una giovane dedita al mercimonio era detta “harimtu” o “shamatu”, et veniva venerata tanto che nella torre di Babele ricostruita v’era, come racconta Erodoto, un letto su cui le vergini si univano al re o con un sacerdote), a Gerusalemme (sotto il regno di Giosia existeva nei santuari ebraici un commercio de lo sesso legato al culto) et in Egitto (dove erano chiamati “optet”). Presso alcuni popoli della Mesopotamia si venerava un simulacro del meretricio (Ishtar); mentre le donne degli Amoriti erano obbligate a fornicare per sette giorni consecutivi prima di sposarsi, et a Eliopoli (in Siria) le vergini subivano la deflorazione prematrimoniale da parte di uno straniero. Fu però in GRECIA che si organizzò il primo vero casino di stato (VI sec. a.C.), ad opera di uno dei sette savi nonché fondatore de la democrazia ateniese, Solone, che fu da modello per le epoche seguenti.

In ATENE quasi tutte le case di tolleranza erano posizionate nel quartiere “Ceramico”, nella zona del porto et delle vie del Pireo. Istituite per legge l’igiene et la salute pubblica, furono apperciò acquistate giovani schiave con la funzione di offrire all’impeto della popolazione maschile un diversivo per salvaguardare l’onore de le donne libere. Al di là dell’ordine dato alla vendita dello piacere, la cosa interessante è che con i suoi profitti Solone fece tra le altre cose costruire un tempio sacro dedicato ad Afrodite Pandemia (= pubblica, protettrice dello amore a pagamento; la dea responsabile della passione di Elena e Paride et de la voluttà esasperata di Pasifae, Fedra, Medea). Ma ciò non deve stupire più di tanto, se pensiamo che al tempo le prostitute erano tenute in grandissima consideratione, assumendo a volte dei ruoli quasi religiosi. Come le ierodule, legate al culto del tempio et le auleridi (experte nel saper vivere e nel dare agli uomini la serenità), istruite et dunque presentabili nella società. In generale le foemine dedite alla copula venivano chiamate “pornè” (che significa “in vendita”), prostitute di bassa categoria; mentre gli amministratori delle case avevano il nome di “pornotropi”. Le cortigiane colte e raffinate, et apperciò libere, si fregiavano dell’appellativo “etère” (da “hetàira”, che vuol dire “compagna”), et erano certamente più ricercate delle semplici passeggiatrici, le peripatetiche (da “peripato”, il luogo del cammino), capaci più nelle cose erotiche che nella filosofia aristotelica. Cortigiane famose furono Thais, compagna di Alessandro il Grande et sposa di Tolomeo, re dell’Egitto; Aspasia, che fu prima amante e modella di Fidia et poi moglie di Pericle; Frine2 che si legò a Prassitele; Lais che era ben più di una modella per il pittore Apelle. Da che cosa queste celebri amanti derivassero la loro fortuna non è di difficile comprensione, ma se ci fossero dei dubbi a dipanarli basterebbero le parole di Eubulo (ne “La veglia”)

Affrettati ad entrare. Niente moine o scempiaggini: la ragazza non si tira indietro, ma fa immediatamente quello che vuoi e nella maniera che vuoi. Quando hai finito, te ne vai. Puoi dirle di andare al Diavolo, che tanto non è niente per te.

Così stavano le cose nell’Ellade, anche se va ricordato che una tale promiscuità dei sessi era in buona misura disprezzata dagli uomini eruditi ne la filosofia, et accettata unicamente per la procreazione e lo sfogo degli istinti3, mentre era mille fiate più ricercato lo godimento omoerotico alla maniera degli erasti et degli eromeni (ma sull’argomento puoi leggere il mio De rerum contronatura). Secondo il detto antico:

Il culo è fatto per la gente dotta, Per il villan fottuto c’è la potta

E’ a partire dal V sec. a.C. che le cose cambiano per la donna greca, quando viene meno la società omerica e gli strali moralizzatori di Socrate fanno proseliti nella città. Ad Atene i postriboli rimasero ancora sotto il controllo dello stato, et furono sottoposti ad una tassa, il pornikon (deliberato dal bulè, il senato della città), versato annualmente agli esattori che raccoglievano l’imposta. Ma queste case cominciarono ad essere dirette da tenutari privati (ad exempio l’ateniese Euctemone, che possedeva nel Pireo un immobile gestito da una delle sue schiave experta nel formare le giovani prostitute; le quali giunte ad un’età veneranda diventavano a loro volta istruttrici in altre case), che si occupavano anche di istruire le giovinette non solo nel fare all’amore, ma nella musica et nella danza come completamento delle buone maniere. A regolare il commercio (tariffe e clienti) c’erano gli astinomi, che nel numero di dieci assumevano il ruolo di vigilare sul buon costume (tali magistrati si occupavano un po’ di tutto, dalla nettezza urbana alla sorveglianza, ai costumi; come pure dell’ordine morale e del decoro delle strade). Loro compito era anche quello di controllare che i tenutari si attenessero alle tariffe dello stato, stabilite in due dracme per ragazza. A questo proposito, le cronache raccontano ad exempio che l’ateniese Diognide e il meteco (straniero) Antidoro furono condannati dall’eisangelia (= l’azione giudiziaria ateniese) per avere noleggiato le fanciulle ad un costo più alto. Se la legislazione era tutto sommato tollerante nei confronti de la prostitutione, ammessa solo per gli schiavi et i barbari, non così fu per gli sfruttatori. La legge di Solone prevedeva un’ammenda di venti dracme per chi inducesse al meretricio una donna libera, et la pena di morte per quanti si rendevano responsabili de lo mercato dell’infanzia. Naturalmente existeva anche un mercimonio clandestino che si svolgeva fuori dalle case; come le venditrici di fiori sull’agorà (la piazza) et giovanetti e donne in cerca di passanti (come accadde a Sofocle che fu derubato del mantello dopo un rapporto omoerotico con uno sconosciuto). Nella sostanza, poiché la giurisprudenza proteggeva le mogli et le figlie dei cittadini, le cortigiane erano quasi tutte straniere (xeniali), et comunque di bassa extrazione sociale. Distinguere una donna perbene da una passeggiatrice non era complicato; sembra infatti che il legislatore prescrisse (come testimonia Clemente Alessandrino) alle donne oneste di vestire in modo sobrio, mentre autorizzò le prostitute ad indossare abiti vistosi. Le stesse non potevano uscire dalla cinta dei quartieri periferici et dovevano apparire in pubblico velate o mascherate.

CORINTO, che era una città portuale et pertanto molto più volgare e popolare di Atene, fu il vero centro della prostitutione, del piacere et del lusso. Fu in questa terra (le lucciole stavano soprattutto sull’Acrocorinto) che venne meno il carattere sacro della professione (che rimane una pratica di derivazione asiatica, persiana o egiziana), et così rimase fino al 146 d.C., anno della conquista da parte di Roma. Tra le tante prostitute che vi lavoravano, a Corinto exercitava la battona Neera, suocera dell’arconte-re di Atene, a cui venne intentato un processo nel 340 a.C. La sua vicenda è emblematica di quali fossero le regole dell’epoca. Demostene (“Contro Neera”, 18-19) racconta che Nicarete comprò sette ragazze ancora giovanissime (a quanto pare se ne intendeva molto e sapeva giudicare la futura bellezza delle fanciulle, allevarle perfettamente et educarle con competenza; tra queste c’erano Anteia, Stratola, Aristocleia, Metanira, Fila, Istmia e Neera che venne iniziata verso i sei-sette anni), divenne quindi prosseneta (= allevatrice di giovanette da introdurre nel mercato) et fu per questo accusata pubblicamente da Apollodoro. Al tempo il mestiere di prosseneta era riservato quasi esclusivamente alle donne, mentre i tenutari delle case erano soprattutto uomini. La prosseneta doveva avere la capacità di intuire nelle impuberi l’attitudine alla prostitutione. Lo mestiere si trasmetteva per lo più da una generazione all’altra; la madre che invecchiava approfittava della bellezza della figlia per conservare i clienti, mentre la figlia approfittava della reputazione della madre per farsi a sua volta una clientela (come Gnatena e la sua nipotina Gnatenion). In Grecia, et soprattutto in Atene, la prostituzione infantile era liberamente ammessa ma solo quando i fanciulli non fossero di nascita libera, et la legge puniva con severità, come fu per Nicarete, coloro che la contravvenivano. Eschine ha laciato memoria, nel processo Contro Timarco (9-14), che “Per la legge, se un padre o un fratello o un tutore … darà in affitto un bambino per prostituirlo, non vi sarà azione penale contro il bambino stesso, ma contro colui che l’ha dato in affitto e colui che l’ha preso … Quando il fanciullo avrà raggiunto l’età adulta non sarà obbligato a nutrire suo padre, né ad offrirgli alloggio, poiché quest’ultimo l’aveva prostituito”. Testimoniando una grande lectione di civiltà per lo mondo intero (le norme sul prossenitismo prevedevano che il cittadino ateniese accusato de lo sfruttamento della prostitutione venisse allontanato dalle cariche pubbliche, politiche, civili e religiose), et soprattutto alla moderna civiltà che ha fatto del latrocinio, della vendita de le pudende, della corruzione e dell’interesse individuale una virtù et quasi un’ideologia. Come in genere avveniva, et come difatti fece Nicarete, accanto all’istrutione amorosa si dava alle fanciulle un’educazione destinata a fare di loro delle cortigiane quotate nel mercato di Corinto (che era un po’ la borsa della prostitutione). Tale indottrinamento comprendeva:

– L’arte di saper utilizzare lo amore secondo lascivia lo corpo;

– Una conoscenza dei belletti (cerussa o biacca, ottenuta con carbonato di piombo, su cui spiccava il rossetto che si produceva dalla spremitura di more, piante e alghe. Ma sui belletti dell’antichità et sui modi di fabbricarli puoi leggere il libro di B. Grillet, Les femmes et les fards dans l’antiquité grecque; Lione 1975);

– Sui modi di ottenere artificialmente una figura ideale (ad exempio: se una era picciola di statura le si insegnava ad inserire nelle scarpe una suola di sughero; se invece troppo alta lo consiglio era quello di camminare con la testa insaccata; se non aveva fianchi si rimediava con un’imbottitura cucita sotto i vestiti; per non parlare dei vari seni posticci et de le altre diavolerie della tecnica pornotropa);

– Il maquillage, che era riservato quasi esclusivamente alle prostitute;

– L’arte del comportamento et delle buone maniere (imparando a ridere con misura et a intrattenere con contegno gli uomini senza buttarsi tra le braccia loro come una donna da strada; quella che aveva una parte del corpo particolare o bella doveva fare in modo di denudarla; quella con bei denti veniva abituata a sorridere; et se una proprio non sapeva ridere era invitata a portare sulle labbra un rossetto di mirto che la costringeva in qualche modo a tenere la bocca aperta);

– In ultimo venivano impartite lectioni sulla danza, il canto, il suono del flauto et della lira. Senza naturalmente trascurare i modi di stare a tavola.

1) Scrive Strabone che “Il santuario di Afrodite era talmente ricco, che possedeva più di mille prostitute sacre offerte agli dèi”; Geografia, VIII, 378.

2) A proposito di Frine, è noto il processo intentatole con l’accusa di empietà, e la condanna a morte che si risolse in suo favore grazie alla trovata dell’oratore Iperide, che la fece spogliare nel tribunale, così che gli eliasti giudicarono un delitto mandare al patibolo una donna tanto bella.

3) Nell’età classica lo amore veniva fatto unicamente di fianco, in quanto nessuno degli amanti (nel rispetto delle regole della polis) doveva dominare l’altro. Se lo marito stava sotto la moglie perdeva di prestigio (Seneca rimproverava severamente le donne che “Nate per il ruolo passivo, si permettevano di salire sul maschio come delle libertine”), mentre le prestationi oscene potevano essere richieste solo alle prostitute o agli schiavi. Vi fu però un’eccezione famosa, Andromaca, moglie di Ettore che (come racconta Marziale) “Montava così bene il marito che tutti e due ne provavano grande piacere”. Da allora tale modo di congiungersi è passato alla storia come la posizione di Andromaca..

4) Meglio di altri J. G. Frazer, nel Ramo d’oro, ha studiato le affinità tra la prostituta e la santa.

Continua …

COS’E’ UNA LETTERA D’AMORE?

PERCHE’ GLI INNAMORATI SCRIVONO LETTERE D’AMORE

La lingua è tiranna in quanto costringe a parlare, a nominare, a disporre in un ordine. Nominare significa identificare, imporre all’altro un’identità. E’ per questo che Barthes invita a fingere con la lingua, a nascondersi nelle parole, dove per l’appunto abitualmente veniamo individuati. Ma per sottrarsi alla lingua è richiesta una scrittura intransitiva, spersonalizzata, desoggettivata e tuttavia intima e radicale. Lo scrittore è capace di silenzio, di eccedenza. Come l’innamorato che ama, ma non per sua scelta. E infatti “Innamorato” si pronuncia nella forma passiva. “Io sono innamorato”, abitato dall’amore. L’amore non dà un ordine, non è funzionale; l’innamorato è fuori posto, come lo scrittore a cui si assimila per una profonda contiguità col racconto amoroso. L’ipergrafia, il bisogno di mettere nella scrittura le emozioni, le poesie, un certo lirismo nel comportamento derivato anch’esso dalla scrittura, come a colmare con un flusso di parole la distanza con l’altro. Anche in senso grammaticale l’amore è coniugale, una coniugazione di termini. L’innamorato parla (comincia così il libro di Barthes, Frammenti di un discorso amoroso) e la parola segue dal flusso della scrittura. L’amore si muove dall’Io all’altro e nel ritaglio semantico in cui costringe la relazione, la sottrae all’intervento di qualunque altro (il nome dell’Io e dell’altro circoscritti dal segno “cuore” ha questa intenzione sacralizzante, il témenos che contiene e protegge il theos). In questo consiste la discrezione dell’amore, la sua “solitudine costitutiva”. La parola d’amore è una parola che proprio tacendo diventa eccedente. Questa parola silenziosa come quella dello scrittore, disturba perché non è funzionale, è anarchica, senza norma, sediziosa. L’innamorato si viene a trovare in una dimensione straordinaria ripetto alle comuni regole della comunicazione. Che la sua sia una scrittura straordinaria lo dimostra il bisogno di ricostruire lo scenario anche quando la narrazione viene a mancare. Narrazione e Io sono infatti continui nel discorso. L’Io ha un crollo quando perde la sua narrazione, o sono presente buchi che devono essere riempiti ritrovando gli anelli perduti nella catena. L’assenza di storia è come un appuntamento mancato, un significante smarrito, la sovversione della successione narrativa, della logica, dell’Io, dell’ordine si riflettono nel carattere frammentato del testo scritto, che difatti anche nella forma della lettera predilige quella poetica, del verso isolato, dell’interruzione a margine. Nasce e muore ogni giorno, l’innamorato va di continuo a capo. Il lirismo dell’innamorato racconta dell’ambivalenza del linguaggio, la tendenza a coprire e scoprire; si esprime in una forma che riferisce della possibilità di bleffare con la lingua, di imbrogliare il potere, attraverso quell’altro elemento sempre presente nel discorso: la significanza, come ciò che eccede, il senso che viene incontro (le sens obvie). L’amore scritto o raccontato come metafora di tutto ciò che è eccezionale, improduttivo, non funzionale. È il corpo innamorato a creare un disturbo nell’equilibrio dei sistemi interni all’ordine del discorso. I limiti del corpo sono i limiti del lingua, la sua frantumazione porta il corpo a frammentarsi fino a perdere l’organicità. Nella relazione l’amante prende coscienza delle potenzialità, ma anche dei limiti del proprio corpo. Nel momento in cui sente il corpo, lo avverte nella sua fragilità come qualcosa di estraneo e non duraturo, che ha un termine. Amare significa sentire la morte sulla pelle come qualcosa di inesorabile. Il rapporto amoroso viene raccontato come una perdita di sé e una tensione verso l’altro. Gli amanti sono eccedenti rispetto all’ordine; equivoci e “transgredienti” (Bachtin). Fluiscono di continuo l’uno nell’altro come se non avessero un’identità o un corpo. Il corpo innamorato è infatti contrassegnato dall’inquietudine per l’assenza dell’altro, come un lutto che anticipa la fine della relazione; la paura dell’abbandono viene esorcizzata con la richiesta continua di rassicurazioni (“giurami che mi ami”). Per Barthes il rapporto d’amore si propone come il luogo del desiderio, come metafora dell’eccedente (Bataille, Baudrillard), del disordine, della frammentarietà. C’è in Barthes un rispetto profondo per l’incertezza. Nell’amore come nella scrittura l’Io è decentrato, perde di consistenza. Diventa una scrittura del corpo e nell’immaginario si presenta nella forma radicale del “ti amerò per tutta la vita”. La scrittura d’amore, in quanto riscrittura, esonda dall’ordine della lingua e si fa “perversa” (Barthes), instabile, porta a estraniarsi dall’appartenenza a una specie in quanto specificarsi, dal perdurare nel proprio essere nel principio di identità. Sovverte le normali regole della comunicazione. La lingua comunica (e scomunica, desacralizza) mentre la parola si muove al di là della comunicazione, non ha bisogno dell’altro. Il significato di una parola non è solo verbale, linguistico, ha anche componenti che derivano dalla funzione pratica, dall’uso. Una parte del significato di una parola sta nel significato che produce in combinazione con altre parole. E’ contestualizzato in un ordine sistemico di interazione, il cui significato è determinato dal codice. La parola si restringe o si dilata, svuotandosi o riempiendosi di contenuti; la grammatica ordina poi la struttura. L’uso della parola è una scelta individuale che risente delle influenze psichiche. La scelta delle parole richiama a un contenuto profondo, legato ad associazioni “inconsce”, oppure consapevoli ma isomorfiche, proprie dell’individuo prima che della collettività e non sempre spiegabili, ma mai prive di senso. Wittgenstein si concentra ad esempio nella modulazione della voce, nella pronuncia, nelle espressioni facciali che accompagnano l’attività di parlare. Saussure considerava il discorso un atto lineare, nel senso che ogni espressione si succede all’altra, non vi è mai espressione contemporanea di più elementi. Ma esistono come eccezione a questa regola i “tratti soprasegmentali”, ossia le modalità espressive che accompagnano l’atto linguistico. La dimensione soprasegmentale suggerita da Wittgenstein aggiunge uno spessore affettivo-tonale alla parola. In una scrittura attraversata dal desiderio diventano determinanti il parlare indiretto, la metafora, la metonimia, il neologismo, la parodia, l’ironia, le diverse “forme del tacere” (Bachtin), non essendo praticabili nel consueto uso della lingua. E ciò spiega il carattere frammentato, ossia la prevalenza delle parole sull’ordine del linguaggio; la parola poetica più che la prosa, l’immagine isolata, il segno elementare, la grafia fine a se stessa che ritaglia i nomi circoscrivendoli (sacralizzandoli e sacrificandoli) dal contesto in un cuore, o anche l”incisione dei nomi su un tronco. Wittgenstein vedeva il linguaggio come un esercizio di traduzione intersemiotica tra immagini mentali e affetti e parole. La relazione si delinea come un’attività traduttiva, parimenti a quella interlinguistica, caratterizzata da anisomorfismo. Un sentimento tradotto in parole e poi ritradotto in sentimento (una ritraduzione) non porta allo stesso risultato. C’è una lingua che scorre nella lingua, con significati che vanno al di là dei significati. L’amore vuole essere corrisposto, proprio perché è una corrispondenza. Una lettera d’amore racconta della disponibilità alla frantumazione della totalità. Affonda la penna nell’immaginare più che nell’immaginario, nella significanza della significazione prima che nel simbolico; è la pratica del significare che precede la comunicazione. La scrittura segnata dalla parola amore, precede il parlare ed è nella sostanza amore per l’altro. Più che un dialogo è però un monologo. Lo dimostra la prevaricazione della parola sulla lingua quando scriviamo una lettera amorosa. Saussure distingueva tra “lingua” e “parola”; la prima rappresenta il momento sociale del linguaggio ed è costituita dal codice di strutture e regole che un individuo eredita dalla comunità, senza poterle inventare o modificare. La parola è invece il momento individuale, intimo, sregolato, mutevole e creativo del linguaggio, la maniera in cui il soggetto “utilizza il codice della lingua per esprimere il proprio pensiero personale”. La lingua si giustica nell’uso e l’uso dipende da un’abitudine che ordina dando, nella regola alle parole, un senso alle cose. A differenza dalla lingua la parola non è un elemento rigido ma in movimento; è soggetta alle modificazioni indotte dall’intervento simbolico, culturale o emotivo. Si muove nell’eccedenza (l’ampio uso del superlativo per indicare l’altro, la punteggiatura esasperata, il ricorso a nomignoli, come se la lingua non bastasse a se stessa), dove l’assenza diventa “rispondenza” prima che corrispondenza, mantiene la domanda in una tensione costante. La lingua comunica, afferisce, mentre la parola differisce (différance); è attraversata dal desiderio indipendentemente dalla comunicazione, non ha bisogno dell’altro.

DA I FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO (l’amore tra l’immaginario e il reale)

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