gli itaGliani (tombeur de femmes)

“Strani questi italiani: sono così pignoli che in ogni problema cercano il pelo nell’uovo. E quando l’hanno trovato, gettano l’uovo e si mangiano il pelo.” Benedetto Croce

GRATIS oggi e domani, il libro (completo) lo potete scaricare alla pagina https://www.amazon.it/dp/B01LJYLB58

copertina

Gli ITAGLIANI

gentiluomini e mascalzoni

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tombeur de femmes

La seconda parte del libro ha un nome sedizioso, Tombeur de femmes. Sono massime e sentenze, uno sfottò per un popolo vittima di luoghi comuni, che tuttavia vive di furbizie e si prende troppo sul serio, difendendo senza vergogna le vicende anche più imbarazzanti della sua storia recente. Da un’altra latitudine le cose si vedono meglio; come i cugini francesi che con qualche ragione ricordano al sussiego degli italiani che les cimetières sont remplis de gens qui se croyaient indispensables. (Dalla prefazione)

Siamo il popolo del “non sono stato io”. Lo diciamo per giustificarci e svincolare dalle responsabilità; da piccoli è la regola e un buon sistema per sottrarsi al battipanni. Da grandi un po’ meno, per quel decoro che sopraggiunge a ricordare che siamo pur sempre adulti e che l’utensile di mamma non fa più paura. Ma sempre lo pensiamo, sdoppiandoci come in un riflesso in cui la colpa non è mia, ma di un altro. Quello là, che non mi piace, che non soddisfa gli intimi desideri di perfezione. I bambini sono diretti, si limitato alla negazione, l’altro non completa la relazione e comunque non sottrae alla punizione. Una mamma in guerra non si lascia deviare dai fantasmi inesistenti, riconosce il nemico e lo va a cercare in trincea. Gli adulti imparano la proiezione, sottile e non sempre riconosciuta. Lo spostamento anche, ma è pure quello una forma di proiezione. In sostanza: siamo codardi per un innato istinto alla sopravvivenza, impariamo ad esserlo da piccoli, ma con meno coraggio di un bambino che davanti al plotone si limita a dire “non sono stato Io”. Troppo comodo dare la colpa a un altro e una mamma in assetto bellico non si lascia ingannare. Gli adulti, nella dilatazione del loro Io in un contesto culturale più ampio danno luogo a quella struttura della società che chiamano stato. Non per niente così l’hanno nominato; quando fanno una marachella nessuno sa chi sia realmente e per l’appunto stato. Eccetto le vittime della proiezione. Sempre loro, le donne, i negri (con la “g” che rende meglio); qualche politico di comodo. Gargamella e Amelia si accodano alla lista a ricordare che il bambino è pur sempre sopravvissuto al battipanni di mamma.

STAI COMPOSTO!

A scuola insegnavano a stare composti. L’educazione cominciava nel disporre il corpo in uno spazio abitato da altri corpi. La postura limita l’Io e lo predispone ad occupare un campo affettivo e relazionale. C’era però qualcosa in più in quei richiami delle maestre, si imparava non solo a non invadere uno spazio comune, ma ad interagire nel vuoto tra un corpo e l’altro. Stare composti voleva dire disporsi con ordine, con misura, avvicinare con leggerezza l’altro riconoscendolo presente. Oggi entri in aula e vedi piedi sui banchi; non stupisce che quegli stessi allievi rispondano male all’insegnante. L’io e le sue funzioni intellettuali si esercitano nel corpo. Un corpo che ha imparato a relazionarsi con lo spazio abitato da altri corpi è ben disposto. Quando una persona ha un carattere ruvido si dice che è indisposta e l’indisposizione rimanda a una rigidità di senso priva di morbidezza. Quella morbidezza è ciò che chiamiamo etica; l’amore dipende da quella prima esperienza che ordina l’Io e le sue passioni.

Gli italiani non sono un popolo rivoluzionario. Non per convinzione, piuttosto per innata indolenza e scarsa propensione al movimento. Vogliono una ricetta che curi i malanni, un farmaco indolore. Niente a che vedere coi cugini francesi, gli italiani sono per la Presa della Pastiglia. La rivoluzione di cui sono capaci è tutta qua.

Tdf/21

La storia italiana non ha mai avuto così tanti rivoluzionari da quando c’è Facebook. Ho visto gente inferocita giustiziare despoti, autocrati e miserabili anche con tre punti esclamativi. Tdf/33

Ciò che mi piace di questo paese è che quando i milionari divorziano vengono spennati dalle mogli. E con quelle non c’è paradiso fiscale che tenga.

Tdf/59

La sindrome dell’arto fantasma procura dolore alla gamba anche quando è stata amputata. Quello che non c’è fa comunque sentire la sua presenza; non si tratta dell’ostinazione a non riconoscere la mutilazione, il fastidio si sente ed è un fatto reale. Ma l’arto non c’è e anche questo è innegabile; dobbiamo allora supporre una memoria che rimane nel corpo al di là di ogni ragionevolezza. E vengo al punto: lo stesso fenomeno si verifica su più piani; Dio è morto da qualche anno ma sembra stia meglio di prima. Almeno in Italia e con quel che comporta sul piano legislativo. Con la politica siamo arrivati a forme paradossali: chiamiamo democrazia e libertà il nostro vivere civile, quando non sono che la memoria storica di un arto fantasma. Un po’ per abitudine e più spesso per indolenza ci siamo accomodati su quelle stampelle. Come nell’apologo di Jung, nel quale un bimbo col sacchetto di ciliegie si incammina dicendo: ne mangio una e conservo le altre a mio papà, ne mangio un’altra e lascio il resto per il papà. Il bambino arriva a casa col sacchetto vuoto, ma con la certezza di avere portato le ciliegie al padre. La democrazia non è un fantasma e il corpo senza la gamba fa comunque fatica a reggersi in piedi; è interesse però di qualcuno continuare a far percepire la presenza di quello che non c’è. Si tratta di un’informazione corrotta; giornalisti lacchè che raccontano al popolo che non manca di nulla. Quel tanto che basta per convincerlo a sentire l’arto anche quando gliel’hanno tagliato.

Funziona così in Italia: “ogni mattina un cretino e un furbo si svegliano. Se si incontrano, l’affare è fatto”.

Tdf/223

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ER LIBRO

Er libro è quarcosa che te fa sognare, po esse in alto o in basso allo scaffale, e nun importa se tratta de sesso o Giovenale, de Biancaneve e de morale: lo legge er colto ar tavolo seduto o sopra ar cesso, il villan fottuto, Le parole nun abbisognano della scrivania, ma de pazienza, curiosità e de tanta fantasia. Poi legge’ de Platone e de’ bosoni, le storie de servi e de padroni, de quarche litania, un po’ de pissicologia. Nun fa niente se er libro è scritto male, ché pure dentro ar cesso se po’ usare; certo dipende dalla carta e da la morbidezza sua, ma mentre sta seduto er culo nun distingue tra l’opera de Dante o d’uno sprovveduto. Anche nella peggior accezione er libro te fa pure dall’igienica invenzione Certo, te po pure dispiacere, ché l’uso suo non è per il sedere: ma perdonate la malacreanza, ve vojo vedè a voi nella tragica mancanza. E dunque er libro portatevelo appresso, ovunque andate ma soprattutto ar cesso. Ve ne consegno uno tra le mani, parla de Biancaneve e i sette nani; pare pure che je l’abbia data: avete voi de mejo pe’ ogni passata?

Rigurgiti Romaneschi

RIGU

Per me Biancaneve…

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COSA SI INVENTAVANO PER FARE L’AMORE

ERBE, BALSAMI ET SPEZIE AFRODISIACHE
Poiché davvero pochi prendono la malattia di quel tale duca di Ferrara, Borso d’Este, che pare fosse ingriffatissimo in quanto aveva lo “male del puledro” (diagnosticato per la prima volta da R. Burton nel 1621, in Anatomy of melancholy), et senza pretendere dai clienti tuoi lo comodo priapismo né tanto meno quella curiosa sindrome detta “elefantiasi”, la maggior parte delli uomini lamenta una forma più o meno importante d’impotentia, che finisce prima o poi per riversare ne la prostituta. Utilizzandola alcuni quasi come un farmaco, et altri facendone un capro espiatorio per condannare lo godimento ad essi precluso. (Come quei due sposi, di cui mi è stato detto, che furono sepolti accanto; l’epitaffio della donna recitava: Qui giace mia moglie, come sempre fredda!; et quello de l’uomo: Qua riposa mio marito, per una volta rigido!) Appercioché se non desideri passare lo tempo tuo cercando di suscitare ne la loro carne decadente la voluttà di coire con i metodi canonici de la professione (destinati allo insuccesso con i clienti più refrattari), lo consiglio mio è di diventare abilissima nell’uso della farmacopea popolare, i cui rimedi artigianali non solo sono accostabili per efficacia a quelli prosaici del prontuario nazionale, ma ingenerati spontaneamente dalla voglia di godere de la gente (più che elaborati in un freddo laboratorio), per quanto ingenui et pericolosi sfiorano a volte le vette subliminali de la poesia. Cerca soltanto, allieva diletta, di somministrare con prudenza le sostanze sottocitate alla clientela, et eventualmente a decesso avvenuto fammi la cortesia di non parteciparmi dei fatti tuoi.

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Di riconosciuta capacità terapeutica, l’antropofagia è stata utilizzata nell’antichità per dare forza et vigore ai membri fiacchi et passivi; stando infatti alle parole di M. Hieronimo de’ Manfredi: “Non c’è cosa né cibo che più sia conforme al nutrimento dell’uomo quanto la carne umana” (Venezia 1588). Ma molti sono anche gli extimatori de la semenza umana, a cui attribuiscono un valore magico et apotropaico1. In realtà tali amanti de lo seme sono dei simpatici pederasti, che spesse volte sconfinano nella perversione detta del “Soupeur”. La quale si exprime essenzialmente in due modi: a) porta a consumare alimenti impregnati di urina (in genere pane lasciato a mollo in un urinatoio pubblico); b) induce a degustare direttamente dalla vulva lo sperma depositato da un altro uomo. I bordelli conoscevano bene tali sozzoni et spesso li truffavano facendo loro assaporare un po’ di bianco d’uovo bagnato con alcune gocce di varechina.

I contadini nei secoli hanno invece fatto largo uso dei semi di lino; in proposito Alessandro Petronio (1592) ha lasciato memoria che le frittelle “Fatte nella farina come le mele e le pere, muovono gli appetiti venerei”, et sono utili alla “Resurrezione della carne, di quella carne senz’osso che penetra le donne”. Parimenti afrodisiaca sembra essere l’ingestione di testicoli di cani o di volpi, che “Moltiplicano lo sperma, lo desiderio di coire et fanno erigere la verga”.

Da parte sua così consigliava Giuseppe Donzelli nello suo prontuario farmacologico (Teatro farmaceutico, Venezia, 1737): “Piglia una libra di secacul bianco e mondo, bollito nel secondo brodo di ceci, testicoli di volpe oncie otto, radice di rafano oncie tre, radice di dragontea oncie due”.

Lo celeberrimo P. A. Mattioli nei Discorsi, pubblicati a Venezia da N. Pezzana nel 1744, a proposito del coito sosteneva invece: “[Essere] veramente mirabile per eccitare gli appetiti venerei … un’erba che aveva portato un indiano; imperocché non solamente mangiata, ma toccata tanto incitava gli uomini al coito, ch’essa li faceva potenti ad esercitarlo quante volte lor fosse piaciuto. Di modo che, dicevano, coloro che l’avevano usata l’avevano fatto più di dodici volte”.

Nell’antichità era anche convinzione (ad exempio Machiavelli, che ha reso note le virtù de la mandragora) che gli alimenti “ventosi” fossero eccellenti corroborativi venerei; tra questi le fave (forse per la forma loro che ricorda quella dei testicoli), le castagne et la mela insana. Michele Savonarola nel Trattato utilissimo di molte regole per conservare la sanità, prescriveva altresì i piccioni et le passere che “Scaldano le rene et così incitano al coito”. Ai vecchi che avessero giovani e belle mogli indicava altresì le tartufole, le quali “Aumentano lo sperma e l’appetito del coito”.

Ancora utili possono tornare talune ricette rinascimentali di Caterina Sforza, esposte nello suo ricettario secreto, in cui si trovano moltissimi unguenti “Per fare le mammelle dure alle donne”, et artifici medicamentosi per ripristinare gli organi largati dall’uso, nonché i “Segreti per restaurare la natura della donna corrupta, et fare in modo che [essa] se lo voglia demostrarà naturalissima vergine”.

Caterina da Forlì, che fu maestra impareggiabile nella scientia che irrigidisce lo membro, raccolse negli Experimenti “I segreti accorgimenti [volti] ad magnificandum virgam; [ossia] a perfezionare l’artificio di dilatarne innaturalmente le dimensioni”. Modus procedendi ut addatur in longitudine et gossitudine virge ultra misuram naturalem; come amava sentenziare la mirabilissima creatura. Consigliava anche “Un’oncia di polvere di stinco marino in bono vino mesticato… et sempre starà duro et potrai fare quanto vorrai et la donna potrà fare lo fatto suo”. Tra i cibi naturali l’elezione era rivolta ad asparagi, carciofi, tartufi, nonché un bagno caldo nello sperma di qualche animale. Non meno importanti riteneva essere lo miele, gli stinchi marini, le pannocchie, la cannella, i semi di canapa misticati in un’unica pozione. Di modo che bevuto l’elisir balsamico lo maschio “Va a letto con la donna … et starà duro et potrà fare quanto gli piace et stare in festa”. Sempre Caterina era fervente sostenitrice de la pratica contro natura per accendere lo desiderio. Ma la sodomia ha avuto naturalmente l’opposizione dello clero, che attraverso litanie, giaculatorie, preci, anatemi, minacce et roghi da sempre si erge a custode de la castità (lo mio consiglio è di erudirti con quello che scrive Francesco Rappi nel 1515 nel Nuovo thesauro delle tre castità), senza però riuscire mai a comportarsi secondo pudicitia et continenza. Pur con tutto l’impegno da parte delli uomini timorati, la crociata contro l’uso improprio dello corpo è stata infatti una battaglia persa dal principio, tanto che nemmeno le monache si tenevano caste in quella tale parte, et anzi largo uso ne facevano. Come testimonia l’autorevole Ferrante Pallavicino nello Corriere svaligiato (Villafranca, 1671): “[Le monache] Date in preda alle più licenziose dissolutezze, o con alcuna intrinseca amica, o da loro stesse solazzano nelle proprie stanze; e dopo assaporito il palato dalle dolcezze gustate, si conducono a loro amanti, con simulati vezzi facendo inghiottir loro bocconi, de’ quali smaltiscono la durezza … con arti studiate nelle loro celle, ingannano talmente che si rende più difficile lo sfuggire le loro insidie … in quella loro ritiratezza, come somministrano materia alla propria disonestà con artifici di vetro e con le lingue de’ cani”. Et poi è cosa nota che lo monastero è stato (et ancora molto spesso è) una fucina di vitio e di tortura, et che dietro le prescrizioni de le badesse (quali ad exempio un rigido regime alimentare, bagni freddi, l’uso di flebotomia, l’unzione dei reni con unguenti a base di papavero, la fumigazione delle celle con l’agno casto, pillole di canfora, oltreché l’astensione dalla menta, dai pinoli, le fave, le castagne, i cavoli, il finocchio, la cipolla, i fichi secchi et lo vino) si celassero vere et proprie turpitudini che sconfinavano nelle devianze più schifose.

Gli elettuari del passato, tra cui i manoscritti di Guglielmo da Piacenza et di Pietro Veneto, erano nondimeno ricchi di ricette “Ad errigendum”, et abbondavano di unguenti efficacissimi “Per fare sentire d’amore la donna” o “Ad avere dilectatione con [essa]”; insegnando ad ungere la verga con efficacia et ad offrire rimedi a chi non potesse usare con la foemina.

Il mercante Francesco Carletti nei Ragionamenti del mio viaggio intorno al mondo (1594-1506), per la fiacchezza dello membro raccomandava oltre ai testicoli di gallo, una bevanda presa in Portogallo a base di “Polpe di cappone [pestate] con mandorle, zucchero, ambra, musco, perle macinate, acquarosa e tuorli d’uovo”.

Boldo, nel Libro della natura et virtù delle cose che nutriscono, distingueva tra priapismus che si ha “Quando si distende lo membro senza alcuno appetito carnale” et satirismus “Quando si sta con desiderio”. In quest’ultimo caso la dieta antilussuria doveva essere a base di cibi che rendono lo corpo umido et freddo, come zucche, meloni, aranci et altri alimenti acetosi. Per fare rinascere lo desiderio prescriveva cibi “Cibi che fanno sangue, rendono lo spirito grasso et moltiplicano lo sperma”, come pane, farina di formento bianchissimo con grani di sesamo, carne di uccelli, galline, galli giovani, anatre, passere, lingua delle oche. Ma soprattutto latte d’asina et di pecora, testicoli di gallo secchi in polvere bevuti con vino. Nondimeno attribuiva qualità medicamentose a “Lo membro genitale del toro in amore; perciocché secco et polverizzato et sparso sopra alcun ovo da bere, opera meravigliosamente”.

Rimedio efficace per l’impotentia era considerata l’ambra rettificata (composta di ambra grigia, muschio, zucchero, distillato di rose), lo cui uso è documentato persino nella corte d’Inghilterra ai tempi de la regina Vergine.

Antonio de Sgobbis da Montagnana, un farmacista al servizio di papa Urbano VIII, nello suo tractato L’elisir nobilissimo per la Venere, sperimentò un intruglio a base di zenzero, pepe longo, cinnamono, noce moscata, seme d’ortica, vino selvatico, zucchero, ambra et altro ancora che “Rinforza le parti genitali, provoca gagliardamente la Venere, aumenta il seme et lo rende prolifico, accresce la robustezza virile … et è un rimedio stimatissimo per l’impotenza de’ vecchi e degli maleficiati”.

Nello Teatro farmaceutico del reverendissimo Donzelli, si consigliava invece l’acqua sabina: “Se ne bevono due o tre oncie quando si va a letto, mangiando prima un poco di tabelle fatte di castoreo, testicoli di volpe et zucchero aromatizzato con olio di cannella distillato. Si trova esperimentata per confortare il coito in modo tale che etiam mortua genitalia, revocare dicitur”.

Per secoli è stata anche usata con un certo successo un’erba nordafricana oggi sconosciuta (come testimonia tale Giovanni Leone l’Africano), capace di far deflorare le vergini che involontariamente vi si fossero sedute sopra o che sbadatamente l’avessero aspersa con la loro urina.

In tempi recenti, l’industria farmacologica, oltre ai vari cerotti ormonali, ha prodotto ritrovati chemioterapici come il celebre Viagra, appannaggio di disgraziati che fanno peripezie pur di procurarselo2 (dato che l’autorità si ostina a non riconoscere il piacere per il buon funzionamento de lo corpo). Quella artigianale, con molta più fantasia et a volte un po’ di incoscienza, continua a somministrare cocaina, hascisc, peperoncino, stricnina, ostriche, ginseng, yagué, cacao, yohimbina et soprattutto un extratto secco o in polvere di cantaride (Lytta vesicatoria), un insetto dei coleotteri. Se proprio vuoi servirti di quest’ultimo, fai attenzione: la cantaridina (scoperta nel 1810 da M. Robiquet) è un potentissimo veleno; presa a dosi irrisorie, due decimi di milligrammo, ha un effetto intumescente, ma bastano appena cinque centigrammi per ammazzare un persona. La qual cosa, mi premuro di ricordarti, non solo non rientra ne le mansioni de la professione ma ti priverebbe irreversibilmente di un cliente.

DAL MANUALE DELLA PROSTITUTA (CONSIGLI, AMENITA’ E FACEZIE SOPRA L’ESERCIZIO DEL MERETRICIO E DEI LUPANARI)

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QUANDO IL DITO INDICA LA LUNA, LO STOLTO VEDE LA MUTANDINA DI BIANCANEVE

ANDO IL DITO INDICA LA LUNA, LO STOLTO VEDE LA MUTANDINA DI BIANCANEVE

Lo dico perché qualcuno non ha digerito quel “BIANCANEVE GLIELA DAVA”, il mio libro ovviamente senza averlo letto.

QUANDO IL DITO INDICA LA LUNA, LO STOLTO VEDE LA MUTANDINA DI BIANCANEVE

Lo dico perché qualcuno non ha digerito quel “BIANCANEVE GLIELA DAVA”, il mio libro ovviamente senza averlo letto. Ma il torpore intellettuale porta al facile giudizio: si ferma al titolo, la lettura è troppo faticosa. L’impossibile ma verosimile (ed è verosimile proprio in quanto è più vicino alla favola) che tanto piace ai moralisti della lettura, si sostituisce alla verità. Vogliono le favole e c’è sempre uno pronto a raccontarle. I bambini (quelli con cui si riempiono la bocca di belle parole) li fanno stuprare da una lingua che li svuota in profondità; e questo invece è legittimo e si può fare. Destrutturare (che brutta parola) le favole vuol dire restituire alle cose una dignità, spogliandole dalle parole e dai luoghi comuni. Scrivere della vita è un esercizio immorale, lo so, ma vuol dire anche prendersi cura della verità nella maniera giusta, senza sovrastrutture culturali e veli di ipocrisia.

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COS’E’ UNA LETTERA D’AMORE?

PERCHE’ GLI INNAMORATI SCRIVONO LETTERE D’AMORE

La lingua è tiranna in quanto costringe a parlare, a nominare, a disporre in un ordine. Nominare significa identificare, imporre all’altro un’identità. E’ per questo che Barthes invita a fingere con la lingua, a nascondersi nelle parole, dove per l’appunto abitualmente veniamo individuati. Ma per sottrarsi alla lingua è richiesta una scrittura intransitiva, spersonalizzata, desoggettivata e tuttavia intima e radicale. Lo scrittore è capace di silenzio, di eccedenza. Come l’innamorato che ama, ma non per sua scelta. E infatti “Innamorato” si pronuncia nella forma passiva. “Io sono innamorato”, abitato dall’amore. L’amore non dà un ordine, non è funzionale; l’innamorato è fuori posto, come lo scrittore a cui si assimila per una profonda contiguità col racconto amoroso. L’ipergrafia, il bisogno di mettere nella scrittura le emozioni, le poesie, un certo lirismo nel comportamento derivato anch’esso dalla scrittura, come a colmare con un flusso di parole la distanza con l’altro. Anche in senso grammaticale l’amore è coniugale, una coniugazione di termini. L’innamorato parla (comincia così il libro di Barthes, Frammenti di un discorso amoroso) e la parola segue dal flusso della scrittura. L’amore si muove dall’Io all’altro e nel ritaglio semantico in cui costringe la relazione, la sottrae all’intervento di qualunque altro (il nome dell’Io e dell’altro circoscritti dal segno “cuore” ha questa intenzione sacralizzante, il témenos che contiene e protegge il theos). In questo consiste la discrezione dell’amore, la sua “solitudine costitutiva”. La parola d’amore è una parola che proprio tacendo diventa eccedente. Questa parola silenziosa come quella dello scrittore, disturba perché non è funzionale, è anarchica, senza norma, sediziosa. L’innamorato si viene a trovare in una dimensione straordinaria ripetto alle comuni regole della comunicazione. Che la sua sia una scrittura straordinaria lo dimostra il bisogno di ricostruire lo scenario anche quando la narrazione viene a mancare. Narrazione e Io sono infatti continui nel discorso. L’Io ha un crollo quando perde la sua narrazione, o sono presente buchi che devono essere riempiti ritrovando gli anelli perduti nella catena. L’assenza di storia è come un appuntamento mancato, un significante smarrito, la sovversione della successione narrativa, della logica, dell’Io, dell’ordine si riflettono nel carattere frammentato del testo scritto, che difatti anche nella forma della lettera predilige quella poetica, del verso isolato, dell’interruzione a margine. Nasce e muore ogni giorno, l’innamorato va di continuo a capo. Il lirismo dell’innamorato racconta dell’ambivalenza del linguaggio, la tendenza a coprire e scoprire; si esprime in una forma che riferisce della possibilità di bleffare con la lingua, di imbrogliare il potere, attraverso quell’altro elemento sempre presente nel discorso: la significanza, come ciò che eccede, il senso che viene incontro (le sens obvie). L’amore scritto o raccontato come metafora di tutto ciò che è eccezionale, improduttivo, non funzionale. È il corpo innamorato a creare un disturbo nell’equilibrio dei sistemi interni all’ordine del discorso. I limiti del corpo sono i limiti del lingua, la sua frantumazione porta il corpo a frammentarsi fino a perdere l’organicità. Nella relazione l’amante prende coscienza delle potenzialità, ma anche dei limiti del proprio corpo. Nel momento in cui sente il corpo, lo avverte nella sua fragilità come qualcosa di estraneo e non duraturo, che ha un termine. Amare significa sentire la morte sulla pelle come qualcosa di inesorabile. Il rapporto amoroso viene raccontato come una perdita di sé e una tensione verso l’altro. Gli amanti sono eccedenti rispetto all’ordine; equivoci e “transgredienti” (Bachtin). Fluiscono di continuo l’uno nell’altro come se non avessero un’identità o un corpo. Il corpo innamorato è infatti contrassegnato dall’inquietudine per l’assenza dell’altro, come un lutto che anticipa la fine della relazione; la paura dell’abbandono viene esorcizzata con la richiesta continua di rassicurazioni (“giurami che mi ami”). Per Barthes il rapporto d’amore si propone come il luogo del desiderio, come metafora dell’eccedente (Bataille, Baudrillard), del disordine, della frammentarietà. C’è in Barthes un rispetto profondo per l’incertezza. Nell’amore come nella scrittura l’Io è decentrato, perde di consistenza. Diventa una scrittura del corpo e nell’immaginario si presenta nella forma radicale del “ti amerò per tutta la vita”. La scrittura d’amore, in quanto riscrittura, esonda dall’ordine della lingua e si fa “perversa” (Barthes), instabile, porta a estraniarsi dall’appartenenza a una specie in quanto specificarsi, dal perdurare nel proprio essere nel principio di identità. Sovverte le normali regole della comunicazione. La lingua comunica (e scomunica, desacralizza) mentre la parola si muove al di là della comunicazione, non ha bisogno dell’altro. Il significato di una parola non è solo verbale, linguistico, ha anche componenti che derivano dalla funzione pratica, dall’uso. Una parte del significato di una parola sta nel significato che produce in combinazione con altre parole. E’ contestualizzato in un ordine sistemico di interazione, il cui significato è determinato dal codice. La parola si restringe o si dilata, svuotandosi o riempiendosi di contenuti; la grammatica ordina poi la struttura. L’uso della parola è una scelta individuale che risente delle influenze psichiche. La scelta delle parole richiama a un contenuto profondo, legato ad associazioni “inconsce”, oppure consapevoli ma isomorfiche, proprie dell’individuo prima che della collettività e non sempre spiegabili, ma mai prive di senso. Wittgenstein si concentra ad esempio nella modulazione della voce, nella pronuncia, nelle espressioni facciali che accompagnano l’attività di parlare. Saussure considerava il discorso un atto lineare, nel senso che ogni espressione si succede all’altra, non vi è mai espressione contemporanea di più elementi. Ma esistono come eccezione a questa regola i “tratti soprasegmentali”, ossia le modalità espressive che accompagnano l’atto linguistico. La dimensione soprasegmentale suggerita da Wittgenstein aggiunge uno spessore affettivo-tonale alla parola. In una scrittura attraversata dal desiderio diventano determinanti il parlare indiretto, la metafora, la metonimia, il neologismo, la parodia, l’ironia, le diverse “forme del tacere” (Bachtin), non essendo praticabili nel consueto uso della lingua. E ciò spiega il carattere frammentato, ossia la prevalenza delle parole sull’ordine del linguaggio; la parola poetica più che la prosa, l’immagine isolata, il segno elementare, la grafia fine a se stessa che ritaglia i nomi circoscrivendoli (sacralizzandoli e sacrificandoli) dal contesto in un cuore, o anche l”incisione dei nomi su un tronco. Wittgenstein vedeva il linguaggio come un esercizio di traduzione intersemiotica tra immagini mentali e affetti e parole. La relazione si delinea come un’attività traduttiva, parimenti a quella interlinguistica, caratterizzata da anisomorfismo. Un sentimento tradotto in parole e poi ritradotto in sentimento (una ritraduzione) non porta allo stesso risultato. C’è una lingua che scorre nella lingua, con significati che vanno al di là dei significati. L’amore vuole essere corrisposto, proprio perché è una corrispondenza. Una lettera d’amore racconta della disponibilità alla frantumazione della totalità. Affonda la penna nell’immaginare più che nell’immaginario, nella significanza della significazione prima che nel simbolico; è la pratica del significare che precede la comunicazione. La scrittura segnata dalla parola amore, precede il parlare ed è nella sostanza amore per l’altro. Più che un dialogo è però un monologo. Lo dimostra la prevaricazione della parola sulla lingua quando scriviamo una lettera amorosa. Saussure distingueva tra “lingua” e “parola”; la prima rappresenta il momento sociale del linguaggio ed è costituita dal codice di strutture e regole che un individuo eredita dalla comunità, senza poterle inventare o modificare. La parola è invece il momento individuale, intimo, sregolato, mutevole e creativo del linguaggio, la maniera in cui il soggetto “utilizza il codice della lingua per esprimere il proprio pensiero personale”. La lingua si giustica nell’uso e l’uso dipende da un’abitudine che ordina dando, nella regola alle parole, un senso alle cose. A differenza dalla lingua la parola non è un elemento rigido ma in movimento; è soggetta alle modificazioni indotte dall’intervento simbolico, culturale o emotivo. Si muove nell’eccedenza (l’ampio uso del superlativo per indicare l’altro, la punteggiatura esasperata, il ricorso a nomignoli, come se la lingua non bastasse a se stessa), dove l’assenza diventa “rispondenza” prima che corrispondenza, mantiene la domanda in una tensione costante. La lingua comunica, afferisce, mentre la parola differisce (différance); è attraversata dal desiderio indipendentemente dalla comunicazione, non ha bisogno dell’altro.

DA I FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO (l’amore tra l’immaginario e il reale)

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E ‘STI CAZZI NON CE LO METTI?

Nun me rompe er ca non è un’espressione vorgare. A uno mica je poi dì: me stai a frantumà er riproduttivo. Je devi fa’ capì che nun te dà sollazzo, ma che appunto te sta rompenno er ca.

NUN ME ROMPE ER CA
Nun me rompe er ca non è un’espressione vorgare. A uno mica je poi dì: me stai a frantumà er riproduttivo. Je devi fa’ capì che nun te dà sollazzo, ma che appunto te sta rompenno er ca. Pe’ fallo ce vole convinzione, la faccia tosta, ‘na certa padronanza pe’ risponnere alla malacreanza. Ma soprattutto lo stile un po’ sottile di quelli che nun s’accontennano de darti der cojone, ma a te e la tua famija pe’ ‘na generazione. Perché quella è ‘na cosa che passa da padre in fijo, come la talassemia: e apperciò rompi er cazzo tu, tua madre e tua zia. Quannno uno fa parte d’una famija, capita che quarche ‘nsurto se lo pija. Nun se tratta d’insurtare, ma de farse rispettare; e nun lo poi fare co’ l’italiano forbito, je devi proprio mostrare er dito.

RIGU

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RIGURGITI ROMANESCHI (E ‘STI CAZZI, NON CE LO METTI?)

LA MOJE NINFOMANE
M’è toccata ‘na sciagura; nun è che er sesso me piace, è che proprio nun pijo pace. ‘Na vorta me bastava mi marito, poi so’ passata a ‘n amante, poi due, tre e ancora nun me sazio l’appetito. So’ pure andata dar dottore, pe’ vede’ se c’era quarcosa pe’ nun fa’ l’amore. Perché so’ malata e vojo esse’ curata. Quello me guarda abbrunato e me fa, signora mia è ‘na patologia. Ecco, famme er certificato per come so’ ridotta, che mi marito dice che so’ ‘na mignotta.

LA MEJO DONNA
La mia donna c’ha ‘na virtù rara, che quanno te fa un sorriso te porta ‘n paradiso. E poi pure esse depresso e pensare alli mejo mortacci tua, poi l’abbracci e te pare de volà ar cielo. E nun importa se non ci trovi li santi, la madonna o er principale suo, pecché n’ommo ‘nnamorato po pure farne a meno: a che je serve l’onnipotente quanno sta bene e un je manca gniente?

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NON DESIDERARE LA DONNA D’ALTRI (E CHI DOVREI DESIDERARE, LA MIA? MA L’HAI VISTA BENE?)

Questo libro non ti darà tregua, asciugherà le
lacrime della tua coscienza e inebrierà i suoi rimorsi

Caro lettore è inutile pentirsi, gli inferi comunque ti

attendono. Questione di tempo e presto verrai anche tu
a trovarmi tra i rovi: ti aspetto con voluttuosa
impazienza. Non desideri infatti la felicità? Sappi allora
che la parola felicità è da sempre una bestemmia e chi la
pronuncia più di un peccatore; non importa che poi tali
individui siano i migliori, rimangono comunque dannati.
Eternamente perduti. Andarci all’Inferno non è tanto
complicato, basta amarla la vita. E magari godersela un
poco. Potrai anche essere una brava persona, ma una
volta sottratto al dovere della croce, finisci lo stesso
per chiaccherare con qualche simpatico diavoletto.
Fattene dunque una ragione, i viziosi come te ancora non
mancano di suscitare lo sdegno e gli anatemi dei
predicatori. Di tutti gli ammorbatori dell’esistenza
(altrui). Non hai scampo, sono inutili le lacrime ed è
superflua la confessione. Ma tu fregatene e impara
invece ad assaporarlo l’odore dello zolfo, abituati a
godere del peccato; gli altri sono già morti, solo che non
lo sanno. Solo che non lo vogliono sapere. Non la senti la
puzza dell’incenso, i vapori maleolenti della morale? Non
ti tormenta la nausea di una simile inquisizione? Ora che
sei ad un passo dalla perdizione non provarci nemmeno a
redimerti. Questo libro non ti darà tregua, asciugherà le
lacrime della tua coscienza e inebrierà i suoi rimorsi; di
tentazione in tentazione ti trascinerà tra i demoni
dell’inconscio più blasfemo, dove si aprono le
temute porte del male. Sarai però in buona compagnia, a
occhio e croce di tutti quelli che hanno fatto qualche
cosa di buono. Di quelli che avranno avuto il coraggio
della felicità. E nel suo piccolo anche del sottoscritto, la
cui anima è irrimediabilmente perduta. Eternamente
dannata.
Dandoti appuntamento laddove gli apostati bruciano da
millenni, la speranza è che questo piccolo vangelo possa
aiutarti, caro lettore, nella definitiva discesa. Nella tua
ultima conversione.
A damnatio memoriae gb

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