DERIVA SOCIAL-ISTA

Se il Paese si è impoverito (il consumo pro capite è appena sopra la Bulgaria e la Romania), se lavoratori, donne, anziani si sono visti strappare i diritti dalle mani, se nella classifica sulla felicità l’italia si colloca al cinquantesimo posto (dietro al Nicaragua e l’Uzbekistan)

ciaone

Dunque: su alcuni gruppi nei Social (anche dai nomi impegnativi e che richiamano all’etica, la politica, la filosofia) bisogna pubblicare gattini e cagnolini, i cuoricini sono graditi, le frasi degli adolescenti sull’amore sono fortemente promosse, il ciaone ha un altissimo indice di gradimento. Poi gli stessi gruppi specificano con gravità notarile: è severamente vietato parlare di politica (e tradotto vuol dire esprimere un’idea), includere link pubblicitari a margine (ergo i libri non ci interessano), di Dio e la morale non si può scrivere, i post che raccontano qualcosa della vita vengono motteggiati o schifati (a seconda dell’educazione di chi commenta) e gli autori bannati. Quanto ci piace bannare. Ma si sa non c’è il tasto “non mi piace” e allora davanti a un pensiero che non si capisce, che va al di là, che disturba i morti di sonno (e di figa perché quella va alla grande) i membri (si chiamano proprio così tra loro ed è una cosa che stupisce: a me l’idea d’essere considerato un membro con una testa, o una testa di membro non fa impazzire) ripiegano su neologismi raffinati come nonciromperelaminchia. E sono i migliori, i censori acculturati (o meglio i membri con la laurea) che si cimentano armati di una dotta oratoria allo scopo di prevalere nella disputa risultano francamente noiosi oltre la narcolessia. Alla fine la dialettica è: sono piùi intelligente io gne gne e tu sei una testa di cazzo. Nei gruppi c’è anche una misteriosa figura antropologica, l’amministratore (altrove si chiama admin e anche quel termine non è bello, vuol dire ad minchiam) che ricopre il ruolo di leader maximo e pare compiacersi nelle palingenesi approvando o censurando, iscrivendo o bannando. Se non puoi essere Dio in questo Paese un posto da amministratore comunque lo trovi.

Intanto:

i Paesi che leggono di più al mondo sono l’India (10 ore e 42 minuti settimanali) e la Cina. Per una strana coincidenza sono anche le economie che corrono (7,5% crescita del pil indiano nel 2015 e 7,3% quello cinese). Sembra ci sia un rapporto tra la latitanza italiana in termini di lettura e l’economia che annaspa, Neghiamo però l’evidenza e diciamo che non c’è una relazione nei fatti. Se il Paese si è impoverito (il consumo pro capite è appena sopra la Bulgaria e la Romania), se lavoratori, donne, anziani si sono visti strappare i diritti dalle mani, se nella classifica sulla felicità l’italia si colloca al cinquantesimo posto (dietro al Nicaragua e l’Uzbekistan) la colpa è ovviamente della politica; solo quella. Noi non siamo responsabili, da sempre andiamo a letto con la coscienza pulita. Dopo naturalmente aver condiviso un ciaone e cercando tra le foto dell’amatriciana almeno un po’ di figa (che non guasta mai).

SECONDA STELLA A DESTRA

Il sacro è l’elemento fondamentale della psiche. Diventa una figura storica e si dilata istituendo le regole di una comunità.
 
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In matematica si dice che due punti si uniscono in una linea retta, tre costituiscono un campo piano, a due dimensioni, ma serve un quarto punto per dare luogo a uno spazio tridimensionale, Questo quarto punto deve essere collocato fuori dal perimetro ordinario. Non è una questione banalmente geometrica, si tratta di un profondo ordine generale. Disponiamo il nostro vivere su un foglio privo di spessore mentre quello che dà un senso è un fuori luogo, qualcosa che sta altrove. La presenza di questa assenza è una costante; assume diversi nomi e si pone come la causa ultima delle cose. Ricercare le cause e i principi primi vuol dire focalizzare quel punto esterno come istitutivo e fondante. E’ una funzione non solo degli individui, ma delle comunità; dalle più piccole a quei mostri della civiltà che chiamiamo stati. Ogni comunità si organizza sulla base di un finalismo teleologico. Kant aveva compreso la centralità di quella coordinata esterna alle cose e pur non conoscendola doveva supporla per dare un senso a quel che vedeva. Ma era cauto e sapeva che si trattava di qualcosa di affine alla logica, ma non di logica e meno che mai di conoscenza. Il problema nasce col passaggio dalla logica all’ontologia; al quarto punto viene dato un corpo fisico attraverso un cortocircuito del pensiero. La metafisica, che nulla dice del vivere e non estende il sapere, ma dispone l’assetto delle cose fornendo loro una solidità giuridica; stravolge il campo rendendolo tridimensionale. Non troppo lontano è andato Lacan; non tollerando l’assenza e il vuoto, riempiva lo spazio con qualcosa, e questo qualcosa proprio in quanto cosa doveva anche essere presente o reale. Ed è questo il problema: a quella costante che è assenza e mancanza diamo il nome e il corpo della presenza; il vuoto assume una corposità esasperata, gli stati e i loro ordinamenti adeguano le leggi su qualcosa che non c’è. E nel particolare anche la vita dei singoli individui è abusata da questo al di là della coscienza. Il quarto punto continua ad essere collocato altrove determinando da un non luogo tutte quante le articolazioni dell’esistenza.
 
L’anteprima del libro al link (nuova edizione)     https://goo.gl/1UPZz1
 
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QUELLO CHE E’ REGALE E’ ANCHE RAZIONALE

Nelle favole i significanti abitano la narrazione, s’impadroniscono e modificano il racconto, identificano e contestualizzano i personaggi, prevalgono sulla scena. Il principe non ha un nome e la principessa è solo temporaneamente imprigionata nel corpo di una fanciulla del popolo. L’atto precede la potenza e Cenerentola era di sangue blu, anche se non lo sapeva. Difficile trovare la regalità in ambienti degradati, ma nelle favole tutto è possibile. Il tutto prevale sulla parte, svilendo però i protagonisti in una metonimia che annulla le identità. L’identità si vanifica nei processi di identificazione superiori fino ad annullarsi. Svuotata la relazione di una reale affettività e privando l’altro di una realtà ontologica, predomina il significante regale che passa da un corpo all’altro, al di là delle diversità. Non c’è alterità, la domanda si restringe in una solitudine priva di desiderio e la richiesta d’amore è mediata da un eccesso che ordina la scena. In un tale campo privo di un (reale appunto) scambio affettivo non è più il piacere, ma il potere, l’idea, il blasone a passare da un corpo all’altro. Quello che è regale è anche razionale: cenere siamo ma Cenerentola diventiamo.

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CARTA, FORBICE, SASSO

La stretta di mano ha un’origine popolare e nasce dal bisogno di rassicurare qualcuno.sulle buone intenzioni. Specie nel Medioevo i viaggiatori portavano grossi coltelli e le aggressioni non mancavano; offrendo la mano si mostrava di non essere armati ma innocui. Come spesso accade, anche questo come altri comportamenti collettivi è diventato un’abitudine, fino a sconfinare nella buona educazione. In Italia sta sparendo, un po’ per le mode che mal sopportano certe formalità desuete, ma soprattutto perché si è attenuato il contratto di fiducia che è alla base del vivere comune. Anche il codice civile riconosceva dignità giuridica al gesto che sanciva un accordo tra le parti. Il contatto fisico è ora ridotto al minimo, le mani stanno sempre più nelle tasche dei pantaloni, ed è sostituito da pacche sulla spalla e da quel lambirsi le dita che ricorda carta-forbice-sasso. Una sfida in cui vince il furbo, quello più abile e pronto a tirare il sasso e a nascondere la mano.
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CONSIGLI, AMENITA’ E FACEZIE SOPRA L’ESERCIZIO DEL MERETRICIO E DEI LUPANARI

Non esistono le prostitute; ci sono uomini che pagano il prezzo della propria solitudine. La prostituzione non è una categoria antropologica, ma il passaggio di denaro da una miseria all’altra.

Ci sono elementi di disturbo all’interno di un ordine; turbano il contesto ma lo mantengono stabile. Sono qualcosa di straordinario all’interno dell’ordinario; li troviamo nella fisica, nella lingua e in quegli aggregati umani che chiamiamo comunità. Non sempre manifestano una genialità nei contenuti, quelli non sono numericamente determinanti in quanto fuori dal comune e da ogni statistica, sono irrilevanti se collocati in uno spazio e un tempo ordinario, pur modificandone la struttura. I contesti sociali li producono per darsi una solidità. Gli emarginati, i solitari, gli esclusi servono a contornare i limiti delle norme, a dare un nome a quello che è giusto, accettabile, moralmente appropriato. Agostino nel De Ordine II, appuntava: “Togli le prostitute dalla società e ogni cosa verrà sconvolta dalla libidine” (“Aufer meretrices de rebus humanis, turbaveris omnia libidinus”; c. 4, 12). Riconosceva la funzione stabilizzante degli elementi esterni all’ordine morale di un contesto sociale. Il discorso è ampio perché tocca il piacere nella sua profondità; e sulla sessualità e dei modi di esercitarla non mancano ricerche minuziose. La prostituzione in particolare ha assorbito nel tempo questo tipo di connotazione; limita il piacere e lo colloca ordinandolo all’interno di un perimetro marginale, tollerato però dall’autorità; la cui funzione si delinea da sempre nel controllare l’espressione del piacere. E come sempre accade quando si tratta di ciò che procura alle emozioni l’intensità di un orgasmo, la sovrapposizione morale e il giudizio intervengono a riordinare l’eccesso. Le leggi fanno poi la loro parte, dimenticando che dietro a quel piacere rubato si nascondono le vite di donne trattate come fossero cose, attaccandolo ai loro corpi spogliati di un’identità il cartellino del prezzo.

Non esistono le prostitute; ci sono uomini che pagano il prezzo della propria solitudine. La prostituzione non è una categoria antropologica, ma il passaggio di denaro da una miseria all’altra.

Hoepli, Feltrinelli, Mondadori, Ibs

GIURO, NON MI ERA MAI SUCCESSO PRIMA

Esperienza avvilente per l’uomo e frustrante per la donna, il fallimento del rapporto sessuale comporta molto più che un incidente nell’autostima maschile e il non sentirsi desiderato del corpo femminile. Nel Seminario XX  Lacan scrive che “L’amore è ciò che supplisce all’assenza del rapporto sessuale”. Le parole rimarcano una spaccatura tra l’amore e la sessualità; nell’amore domina il segno e non il corpo, nel godimento il corpo e non il segno. Il segno non coincide col piacere e il piacere col segno. Lacan ripropone l’antica dicotomia, poi ripresa dai cartesiani, impropria sul piano antropologico, discutibile su quello psicologico e priva di senso pratico. Viene da chiedersi se lo psicanalista abbia mai avuto un rapporto sessuale. Spinoza, come sottolinea la lettura di Deleuze, era andato decisamente oltre. Se la sostanza è una, unico dovrà essere l’ordine geometrico in cui si articola. Non c’è incrinatura: per quanto gli attributi della sostanza siano infiniti e per quanto ciascun attributo si presenti in un’infinità di modi, la connessione tra i modi, al di là dall’attributo, dipende da quell’unico ordine. Questo significa che se funziona la lingua funziona anche la parola, se il contesto è sano il corpo esprime liberamente la sua fisiologia; ma se Dio o il padre diventano dominanti al’interno della triangolazione sviliscono la sessualità, mortificano il piacere, limitano l’esercizio del corpo e appunto i suoi attributi. Per Spinoza due sono gli attributi e i modi: il pensiero, i cui modi sono le idee e l’estensione i cui modi sono i corpi. Da cui deriva che all’ordine e alla connessione delle idee corrispondano l’ordine e la connessione dei corpi. Lacan sembra non abbia recepito l’organicità e la funzionalità del pensiero di Spinoza. E infatti lo psicanalista insiste sostenendo che se la sessualità femminile sia concentrata nel segno piuttosto che nel corpo, quella maschile si diriga verso il corpo prima che al segno. Posto in questi termini il rapporto sessuale risulta effettivamente impraticabile. Se il godimento è dell’uno, ed è ordinato dal fallo, non può anche essere un godimento dell’Altro. Non c’è la completezza di un rapporto sano, ma frammentato nel particolare anatomico. Per Lacan godiamo del nostro organo, ed è qua l’errore. Non c’è frammentazione tra l’Io e l’organo o il corpo e nessuna radicale alterità tra la sessualità maschile e quella femminile. Meno che mai tra ciò che accade nel simbolico o nell’immaginario e nell’altro reale. La frattura, quando si presenta e impedisce l’erezione, è assoluta e provoca una deviazione del desiderio che porta all’incapacità del rapporto. Posto il problema della sessualità all’interno della triangolazione edipica (con l’ombra del peccato sulla scena) e risolto all’interno dell’Io-corpo (pur mediato dal simbolico o dall’immaginario), ripropone una visione paolina e manichea priva di fondamento, pur legittimata dalla tradizione. Spinoza anche in questo è andato oltre, superando i limiti dell’onanismo tautologico lacaniano. L’erezione dipende dall’Io in maniera marginale e solo nella misura in cui assorbe l’ordine del contesto. Da una parte risolve la questione del rapporto tra le idee e il loro oggetto nel fatto che a ogni idea corrisponda un corpo sul piano dell’estensione. Dall’altra parte il problema della corrispondenza tra mente e corpo si rivela un falso problema: quando ho la volontà (che per Spinoza è un’idea) di muovere un muscolo (che è un corpo), il muscolo si muove in quanto i due esercizi sono modi del pensiero e dell’estensione, che corrispondono al loro ordine di connessione. La mente dell’uomo è un aspetto finito dell’intelletto infinito di Dio. E’ un’idea, un modo dell’attributo del pensiero, conforme al modo dell’estensione del corpo. In questa meccanismo perfettamente funzionante Lacan introduce invece un elemento di disturbo che istituisce un’asimmetria tra i sessi; l’amore muove al segno, il godimento al corpo. La sessualità femminile tende al segno d’amore quale segno della mancanza dell’Altro, mentre la sessualità maschile muove al corpo dell’Altro, concentrandosi in quella parte del corpo femminile che l’immaginario ha connotato come Cosa. Lacan riconosce il godimento e il corpo femminile, ma solo in rapporto a quello maschile e lo racconta per privazione. La mancanza del fallo è il segno del desiderio/invidia, una mutilazione; Paolo di Tarso non mi pare abbia detto nulla di diverso. Anche per Spinoza l’uomo é composto di mente e corpo, ma dal fatto che la mente abbia come referente il corpo non segue che essa conosca il corpo per quello che è (passerebbe altrimenti dall’attributo del pensiero in quello dell’estensione); significa piuttosto che essa sia l’idea stessa del corpo. Più precisamente, assodato che il corpo è a sua volta composto da corpi più piccoli e che è a un tempo circoscritto da altri corpi esterni, la mente conosce il corpo attraverso le idee di questi corpi e dalle affezioni che causano. Queste idee si presentano alla mente non secondo l’ordine necessario ma casuale, così come appaiono all’esperienza. Il disordine ha un ruolo, la molteplicità una dignità, l’assenza prevale sulla presenza. Lacan concepisce la sessualità a partire dalla presenza e dall’identità (del fallo, che estende anche all’erotismo femminile). Ed è in questo l’errore. Parla di due modi specifici di fallire il rapporto sessuale: maschile e femminile. Il modo maschio di fallire per feticismo, nel senso che il desiderio maschile viene assorbito da una parte del corpo dell’Altro, dalla parte fallica della donna, salvando quel corpo mutilato dalla castrazione. Il modo maschio di mancare il rapporto sessuale consiste nel feticizzare (fascistizzandolo) l’oggetto in modo tale che il godimento non sia godimento dell’Altro ma dell’altro piccolo, concentrando il desiderio nella frammentazione del corpo femminile (il seno, la bocca, la vagina). 
Lacan sostiene insomma che l’oggetto piccolo anatomizzato sia l’oggetto del desiderio e sottolinea come il desiderio maschile venga governato dal feticismo. Analogo discorso vale per la bellezza della donna, che considera come ciò che protegge l’Io-maschio dalla castrazione. È il modo con il quale l’Io-maschio copre il fantasma della mutilazione spostando il desiderio nella parte. 
Il fallimento femminile sarebbe invece provocato da un’esasperazione della domanda d’amore che Lacan definiva erotomaniacale. La domanda d’amore non si ferma e si trasforma in una persecuzione. Viene ancora da chiedersi se lo psicanalista abbia mai davvero conosciuto una donna. Il problema è questo e va al di là della differenza sessuale: esiste davvero una psicopatolgia erotica? Nel ritaglio lacaniano della relazione nella triangolazione (Io-l’altro-l’Altro) è evidente che tutto ciò che esuli dal campo ordinato dall’Altro grande, finisca per presentarsi come deviato. Deleuze è stato molto chiaro anche su questo punto. Riproponendo Spinoza, rimarca che ciò che accade nel rapporto sessuale è un concreto scontrarsi dei rapporti di forza all’interno delle dinamiche sociali. Lo stesso corpo individuale, l’identità o il nome tanto caro a Lacan è una costruzione della società, un progetto politico; la sua espressione è improponibile senza la comprensione dei meccanismi produttivi del potere. La repressione diventa perversione, come la repulsione dipende da una pulsione respinta. L’erezione e il desiderio non sono sganciati dal contesto. All’impotenza individuale corrisponde l’impotenza collettiva, allo svilimento delle libertà quello del corpo. Non basta evocare l’immanenza, pur mutuata nell’immaginario o nel simbolico, bisogna produrla. Socialità e razionalità sono costruzioni. Diventare sociali e razionali dipende dagli incontri e gli incontri a loro volta derivano dalle percezioni. Per Spinoza la percezione è un problema politico che esprime il grado di potenza dell’individuo. Una cattiva e inadeguata percezione dei corpi, della società, dell’altro e soprattutto dell’Altro grande (Dio, le idee, la morale, i costumi, le abitudini, la legge) conduce a una cattiva composizione e all’indisposizione di un corpo che si ritrare nelle sue funzioni. Ogni atto mancato -è vero- è un discorso riuscito; ma sembra che Lacan non abbia compreso la portata della sua intuizione. L’etica di Spinoza completa ciò che manca al pensiero dello psicanalista francese. Non è un’etica del dovere ma della potenza, come Deleuze precisa nella settima lezione degli studi dedicati a Spinoza. Ed è molto chiaro: la speranza, il timore, l’ambizione divenute regole di una comunità producono castrazione e impotenza. La speranza è speculare alla paura, non è il rimedio. Dall’Etica al Trattato politico, Spinoza affermava che chi si trascina nella speranza rinuncia a vivere in virtù di un sogno. Vincolarsi a un futuro immaginario è un modo per asservire il corpo e la mente, indurre l’anima a salvarsi piuttosto che predisporla alla vita. I governi della malinconia portano a compensare la privazione con una speranza. Tale speranza ha il volto di un Dio o dei simulacri di cui sono un surrogato e portano a rassegnarsi all’incapacità di costituire liberamente l’Io al di fuori dei processi di alienazione, rinunciando ad autodeterminarsi. Il risultato interno alla produzione sociale della paura, del bisogno porta il corpo a svilire le potenzialità, limitando le sue funzioni. Il corpo subisce l’impotenza e il desiderio viene incanalato nel consumo. Gli uomini di potere stabiliscono sistemi fondati sulla malinconia presentandola come un valore. Il godimento viene assorbito e il corpo risolve le sue funzioni nell’esercizio produttivo. Tutte cose che per Spinoza sono aberranti (Deleuze). Ed è evidente che il desiderio non è immune, il corpo le subisce, la sessualità e l’erotismo ne soffrono al punto da mancare nell’espressione del piacere.

FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO - Giancarlo Buonofiglio

Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, Ibs

UOMINI E PROSTITUTE

La parola prostituta priva la donna della sua consistenza umana e giuridica e la mette sul piano delle cose. Allora è facile prevaricare, non sul corpo ma sulla dignità di un altro essere. Il desiderio è appagato e l’uomo per una volta si sente come un Dio.

Cosa compra un uomo quando paga una prostituta? Il piacere o il diritto alla proprietà su un corpo e a trattarlo come una cosa tra le cose? Tra il cliente e la prostituta c’è però un terzo incomodo che disturba il piacere, la coscienza. Ma la pulsione è forte e il desiderio è incontenibile. Si spoglia perciò la donna del nome e nel nome della sua identità politica, morale, sociale. A quel punto non vediamo che la sua funzione o la sua finzione, l’immagine o la sua rappresentazione. Chiamiamo rapporto ciò che è in realtà un’intima relazione. La parola prostituta priva la donna della sua consistenza umana e giuridica e la mette sul piano delle cose. Allora è facile prevaricare, non sul corpo ma sulla dignità di un altro essere, affine prima che difforme. Il desiderio è finalmente appagato e l’uomo per una volta si sente come un Dio; giuridicamente, socialmente e moralmente legittimato dai soldi, che passano da un corpo all’altro, senza nessuna mediazione.

Da IL MANUALE DELLA PROSTITUTA: CONSIGLI, AMENITA’ E FACEZIE SOPRA L’ESERCIZIO DEL MERETRICIO E DEI LUPANARI

https://www.facebook.com/IL-Manuale-Della-Prostituta-1113484422036839/

manuale della prostituta BookCoverPreview (2)

SECONDA STELLA A DESTRA

La presenza di questa assenza è una costante. Ricercare le cause e i principi primi vuol dire focalizzare quel punto esterno come istitutivo e fondante.

In matematica si dice che due punti si uniscono in una linea retta, tre costituiscono un campo piano, a due dimensioni, ma serve un quarto punto per dare luogo a uno spazio tridimensionale, Questo quarto punto deve essere collocato fuori dal perimetro ordinario. Non è una questione banalmente geometrica, si tratta di un profondo ordine generale. Disponiamo il nostro vivere su un foglio privo di spessore mentre quello che dà un senso è un fuori luogo, qualcosa che sta altrove. La presenza di questa assenza è una costante; assume diversi nomi e si pone come la causa ultima delle cose. Ricercare le cause e i principi primi vuol dire focalizzare quel punto esterno come istitutivo e fondante. E’ una funzione non solo degli individui, ma delle comunità; dalle più piccole a quei mostri della civiltà che chiamiamo stati. Ogni comunità si organizza sulla base di un finalismo telelogico. Kant aveva compreso la centralità di quella coordinata esterna alle cose e pur non conoscendola doveva supporla per dare un senso a quel che vedeva. Ma era cauto e sapeva che si trattava di qualcosa di affine alla logica, ma non di logica e meno che mai di conoscenza. Il problema nasce col passaggio dalla logica all’ontologia; al quarto punto viene dato un corpo fisico attraverso un cortocircuito del pensiero. La metafisica, che nulla dice del vivere e non estende il sapere, ma dispone l’assetto delle cose fornendo loro una solidità giuridica; stravolge il campo rendendolo tridimensionale. Non troppo lontano è andato Lacan; non tollerando l’assenza e il vuoto, riempiva lo spazio con qualcosa, e questo qualcosa proprio in quanto cosa doveva anche essere presente o reale. Ed è questo il problema: a quella costante che è assenza e mancanza diamo il nome e il corpo della presenza; il vuoto assume una corposità esasperata, gli stati e i loro ordinamenti adeguano le leggi su qualcosa che non c’è. E nel particolare anche la vita dei singoli individui è abusata da questo al di là della coscienza. Il quarto punto continua ad essere collocato altrove determinando da un non luogo tutte quante le articolazioni dell’esistenza.

Da La vita è una camicia stropicciata (ricettario filosofico), di prossima pubblicazione.

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I libri sono disponibili nello store della Mondadori, alla pagina

http://www.mondadoristore.it/search/?g=giancarlo+buonofiglio&bld=15&swe=N&accum=N

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ERACLITO E LA CARTA DI IDENTITA’

L’ufficiale allo sportello voleva darmi una carta di identità e con la parola identità intendeva qualcosa che non cambia, di continuativo secondo il prima e il poi. Ma l’identità mi sta stretta; ci ho messo tanto a perderla e che fa, me la ritrova un miope funzionario comunale?


I funzionari statali sono aristotelici e forse vanno pure oltre. Non si limitano al principio di non contraddizione e di identità, la relazione che dispongono tra il prima e il dopo è più simile al principio di individuazione che a qualcosa interno alla persona o a un corpo che è in continuo divenire e mai interamente definibile, neanche nel nome. Ma col nome ci rendono individui e individuabili, ed è questo che interessa allo stato. Chiamano generalità la nostra essenza (οὐσία) o carattere anagrafico e noi dobbiamo fornirle quando sono richieste; ma è una qualità vuota di senso perché non ci definisce sostanzialmente e non costituisce quello che siamo, se non di lato; e tuttavia paternità, luogo di nascita e residenza servono a collocarci in uno spazio e nel tempo e tanto basta. Lo stato idealista (ogni stato lo è) non riconosce la categoria del singolo e del diverso, la dissolve in un’universalità che precede dando consistenza giuridica al particolare. Che in sostanza vuol dire doveri prima ancora che diritti. La specie o il genere vengono prima dell’individuo e si sostituiscono ai suoi bisogni, anche sui documenti dove quello che realmente siamo caratterizzandoci è alla voce segni particolari. Particolari, come qualcosa di accidentale e marginale, utili però a distinguere nello specifico una persona dall’altra e dunque comunque sostanziali. Giustificano con l’universalità del diritto le infinite articolazioni dei doveri. Lo dico perché ero all’anagrafe comunale e l’impiegato pretendeva le mie generalità; nome, cognome e luogo di nascita per intenderci. Come se in quelle parole ci fosse l’identità o il senso della mia vita. Io ho provato a spiegare che non sono identico, che sono e non sono, che entriamo e non entriamo due volte nello stesso ufficio comunale. Confondeva il nome con l’essenza (τί ᾖν εἶναι), che nel linguaggio aristotelico significa “ciò per cui una certa cosa è quello che è e non un’altra”. La parola essenza indica ciò che determina l’oggetto o l’individuo e corrisponde alla visione ideale della realtà determinata dalle categorie mentali; che a quanto pare non sono particolarmente articolate nei funzionari dello stato. L’impiegato chiedeva di identificarmi col particolare e dunque con quel che c’è di accidentale e contingente in me, ma che contrassegnava come qualcosa di determinante, immutabile, di significativo per distinguermi all’interno della specie o nel gruppo. E meno male che il manipolatore di paradossi sono io, più contraddittorio di così non poteva essere. Voleva l’essenza e cercavo di fargli capire che sono assenza; e questa cosa non l’ho veramente capita, pur non essendo digiuno di filosofia e teologia. Poi mi è venuto in mente Duns Scoto e ho recepito che il burocrate mi stava sostanziando teologicamente, prima che giuricamente o con categorie antropologiche. Il ragionamento sottostante doveva essere più o meno questo: le cose sono uniche e particolari nelle loro caratteristiche individuali e tuttavia hanno una natura condivisa. Piero e Luigi hanno qualcosa in comune che li distingue da tutti gli altri del gruppo, da un cane o una scarpa; ciò che li apparenta è la natura umana. Ma allora perché Piero e Luigi sono diversi se la loro essenza è la medesima e se condividono la stessa forma? Non è per la forma che si distinguono e neppure per la materia, che non è (sempre secondo la definizione aristotelica) “privazione” e “passività”, ma essa stessa è attività e si delinea secondo una specifica individualità. L’ecceità (o haecceitas) propriamente, che è la concreta individuale differenza che permette di distinguere una cosa dall’altra e per la quale ogni essere individuale è unico e originale: “La causa, non della singolarità in genere, ma di questa singolarità nella sua particolare determinazione, cioè in quanto è proprio questa (haec determinate)”; (D.Scoto, Opus oxoniense, II, distinctio 3, Questioni 2-4).

L’ufficiale allo sportello voleva dotarmi di una carta di identità e con la parola identità intendeva qualcosa che non cambia, di continuativo secondo appunto il prima e il poi, di sostanziale e che non muta nel tempo. Ho provato a contestare, l’identità mi sta stretta; ci ho messo tanto a perderla e che fa, me la ritrova un miope funzionario comunale? Gli ho chiesto piuttosto di appuntare sul documento che sono un essere in transizione, assente più che essente; in divenire se preferiva, incerto, instabile cercando una parola appropriata che fosse assimilabile dal suo stomaco peripatetico. Ma niente, non ha voluto sentire ragioni; non mi aspettavo che avesse letto Eraclito, quello non aveva neanche visto il film “L’attimo fuggente”. Funziona così in questo Paese, invece di leggere il libro i miei connazionali aspettano che esca il film. Ho rinunciato a discutere e alla sua domanda perentoria: “Lei chi è?” non ho potuto che rispondere con nome e cognome e mi sono appunto identificato (nella sostanza vuol dire che mi sono reso identico a me stesso e con quel che si aspettava lo stato per bocca dell’impiegato). Mi ha dato del polemico, ed era inutile spiegargli che la parola polemos richiama a un’armonia profonda, a una radicale e incomprensibile per lui unità dei contrari. Mi sono limitato a farfugliare il Frammento 53 di Eraclito: “Πόλεμος πάντων μὲν πατήρ ἐστι …” (“Polemos è padre di tutte le cose…”).

Voleva il mio nome, solo quello e nient’altro; come il Diavolo quando chiede l’anima, il resto non gli interessava. Perché l’anima è quella, presente, non diviene e non cambia. E’ la misura del tempo secondo memoria, intelligenza e volontà, come diceva Agostino. Facoltà che rimandano appunto a qualcosa di immobile e che rimane inalterato. Tre vite ma una vita sola, un solo spirito, una sola essenza. La memoria soprattutto in cui risiederebbe (per il funzionario agostiniano) la sostanza di quel che sono e che mi specifica come questo e non un’altra persona; ciò che nella mia memoria non ricordo, non può far parte di me o della mia identità: “Quando queste tre cose si contengono reciprocamente, e tutte in ciascuna e tutte interamente, ciascuna nella sua totalità è uguale a ciascuna delle altre nella sua totalità e ciascuna di esse nella sua totalità è uguale a tutte considerate insieme e nella loro totalità: tutte e tre costituiscono una sola cosa, una sola vita, un solo spirito, una sola essenza” (La Trinità, XI, 11-17). Avevo insomma davanti un raffinato teologo e non ci capivamo, la filosofia è un’altra cosa. Io ero Skoteinòs, oscuro per la sua logica lineare che non gli faceva concepire il panta rei (lo dico a chi non ha visto il film, “tutto scorre” secondo la formula lessicale di Simplicio in Phys., 1313, 11, rileggendo il frammento 91 di Eraclito) e quello non seguiva il mio ragionare, che alla fine era meno paradossale del suo. Avete mai parlato con un hegeliano? Spiegateglielo se ci riuscite che il divenire non è una progressiva presa di coscienza dell’assoluto, racchiuso nei limiti antitetici, quanto piuttosto risiede nella modulazione di un’identica sostanza (“Tutte le cose sono Uno e l’Uno tutte le cose”).

Nella domanda “ma lei chi è?” non c’era solo l’ordine di un pubblico ufficiale che chiedeva di indentificarmi, di rendermi identico a me stessso; c’era piuttosto la richiesta di adeguarmi all’idea universale, di riconoscermi nel genere di uomo che lo stato e il dipendente comunale avevano in mente. La carta di identità altro non fa che annullare la categoria del diverso, dissolve le alterità nell’identità. Inutile spiegargli che le cose vengono prima, mentre le parole e le idee sono mero flatus vocis; se non aveva visto il film con Robin Williams di certo non aveva letto Roscellino o Abelardo. La mia identità, il mio nome doveva essere in re o ante rem; ma io ho non ho mai assorbito quella forma di egocentrismo e non prevarico le cose; potevo parlargli di post rem, che è forse là che si trova quello che conta. Ma ho desistito, alle sue orecchie che sapevano di incenso e logica aristotelica poteva anche sembrare una cosa sconcia. In pratica, dietro quel “chi è” c’era la volontà di sostanziarmi e il discorso era profondamente teologico. Il termine essere si predica univocamente, nello stesso significato, sia delle cose create e finite, sia dell’essere increato e infinito, cioè in sostanza Dio nelle sue funzioni. Così ragionano i teologi. Ciò non significa che l’essere sia il genere più ampio che al suo interno contiene tanto Dio quanto le cose: si tratta piuttosto della determinazione comune a tutto ciò che esiste. L’essere è il primo oggetto dell’intelletto e tramite la sua azione è possibile conoscere il resto. E’ una bella idea l’ontologia, ma la vita è un’altra cosa. Rimango fermo sulle mie posizioni, gli universali sono cose da aristocratici, la realtà è fatta da enti individuali, da assenza più che da presenza, dal nulla prima che dall’essere.

Nel nome è presente il principio di individuazione, come ciò che permette ad un’individualità di presentarsi come tale; ovvero e in termini aristotelici, come sostanza singola o prima. Rimuove la tensione originaria verso il non essere che pure è sempre presente; svolge un ruolo di rilievo nel rapporto che sussiste tra forma, materia e categoria. Come ho detto si può far risalire tale principio (che con mille buone ragioni Schopenhauer identifica con quello di ragione) ad Aristotele. Il peripatetico affermava infatti che la sostanza dotata di esistenza (dunque individuabile) è solo ed esclusivamente quella singola, o sostanza prima, ossia l’individuo composto dall’unione di forma (categoria universale) e materia (che conferisce le caratteristiche individuali). Duns Scoto e Guglielmo d’Ockham sono andati però oltre. Il primo avendo una concezione realista degli universali proponeva una mediazione tra materia e forma che consentisse il sussistere della sostanza singola; la quale consisteva di una proprietà (ecceità) che doveva sommarsi alla quidditas e alla materia. Ockham sostenne più direttamente l’inutilità del principio di individuazione in quanto, da convinto nominalista, considerava l’universale come pura determinazione concettuale, mentre le uniche realtà esistenti sarebbero quelle individuali. Ma allo stato e ai suoi dipendenti a quanto pare piacciono più le parole di Tommaso, che distingueva la persona dalla natura umana: la persona è il soggetto che agisce concretamente, mentre la natura è ciò che permette alla persona di agire; ciò che caratterizza la personalità o la sostanza della persona sarebbe insomma tale sussistenza, mentre l’attività intellettuale e della volontà appartiene alla natura o essenza spirituale. Sempre secondo l’Aquinate la persona è il sussistere di una individualità umana nella sua concretezza, mentre la natura è ciò per cui una persona è un essere umano; la natura individuale si delinea come ciò per cui una persona possiede proprietà e accidenti in modo unico e irripetibile. L’identità della persona è radicata nella natura e per attuarsi deve essere sussistente e spirituale; per essere un esistente concreto, e non rimanere a livello di definizione astratta, la natura umana deve perpetuarsi in una sostanza, diventando sostanza prima. Dal momento che il soggetto sussistente è il supposito, la persona umana può essere definita anche “supposito di natura razionale”. Essendo pura forma, l’anima non è l’essere come Dio, ma ha l’essere. Non è puro essere, ma è un essere-questo, limitato e causato; eppure possiede l’essere in modo tanto immediato e diretto da trasmetterlo al corpo. Per questo Tommaso definisce l’anima spirituale “la forma sostanziale del corpo” (Summa, I, 76, 1). Come si vede sempre di idealismo parliamo, accade ogni volta che vogliamo dare un ordine logico al mondo; la pulsione al paralogismo pare incontenibile. Non diverso è il concetto di Aufhebung, che per quanto introduca un elemento vivo all’interno della rigidità dialettica, implica la tensione dei contrari, da superare però al culmine del processo la contraddizione conservandola migliorata. Tale trazione nel discorso filosofico si adatta alle intenzioni di Hegel: nel processo di sublimazione un termine o concetto è al tempo stesso conservato e modificato attraverso l’interazione con un altro termine o concetto. La sublimazione si presenta come il motore della dialettica stessa. I concetti “essere” e “nulla” sono entrambi preservati e modificati attraverso la sublimazione per dare luogo al concetto del “divenire”. Parimenti la “determinatezza”, o “qualità” e il “numero” o “quantità”, sono preservate e sublimate nel concetto di “misura”.

Il principio di individuazione non è insomma distante da quello di ragione. Se è possibile individuarsi, non è a causa della collocazione del tempo secondo il prima e il poi, ma per una particolare tensione ebbra di attualità. Ciò che è immediato è senz’altro vero, perché è conosciuto senza la mediazione intellettuale; in questo senso Nietzsche parla di conoscenza tragica contrapponendola alla conoscenza ideale, che con la logica ha legittimato la menzogna. Il principio di individuazione, in quanto artefatto, non può costituirsi come verità proprio perché non coincide con la realtà, ma con l’immagine di un sogno. L’impiegato chiedeva in sostanza di adeguarmi al suo sogno e alla mistificazione operata dallo stato, pallido surrogato di quel che è vero. Ma io sono un ente reale, non onirico, assente e non essente, attuale ma non presente, al di là di quella cosa che chiamano identità e che è solo la scoria di ciò che l’impiegato appunta nel documento secondo una successione del tempo. Qualcuno la chiama coscienza, altri con un eccesso di romanticismo coscienza infelice; ma allo stato e ai suoi funzionari non interessa la prima e chiudono gli occhi davanti all’ultima. Tutto scorre e l’Io diviene, ma non la rigidità filosofica dello stato e dei suoi funzionari.

Da La vita è una camicia stropicciata (ricettario filosofico); di prossima pubblicazione

PAURA DELLA LIBERTA’

Per secoli abbiamo ricercato la causa e i principi primi. La tremenda verità è che non c’è una causa e dei principi primi possiamo fare a meno. La scienza non è aristotelica, ma galileiana. Aggiusta il braccio rotto, la causa è tutt’al più materia giuridica, qualcosa di posteriore, come l’atto che precede la potenza. La volontà come sostanza sostantivamente era assente in Grecia, normativa a Roma; è stata poi assorbita dal mondo cristiano dandole una connotazione ontologica. Cosa che non era sfuggita a Schopenhauer. Nel fondo è rimasta la volontà e nello specifico la volontà di potenza. L’ultima intima perversione concessa. Qualcuno la rinviene nell’ordine naturale della cose, altre in un sillogismo le cui premesse si affermano e trionfano nella storia. La giurisprudenza sempre si adegua.

La giurisprudenza si adegua. Quando abbiamo a che fare con una legge è con la volontà di potenza che ci scontriamo, non con una sostanza prima da cui tutte le cose seguono. Gli stati moderni hanno integrato tale mancanza nell’ordinamento e sulla base di una consolidata etica sociale fanno in modo che l’ingranaggio sia il più fluido possibile. Si fondano nel diritto e non su una causa ordinante. Cercano per quanto è possibile di tutelare le libertà di tutti nel rispetto di un minimo di norme comuni. Uno stato liberale non entra nelle questioni private, quella è teocrazia. E la teocrazia non è materia teologica, ma economica e a volte psichiatrica. Il confine tra la volontà di potenza e il delirio dell’Io ipertrofico è sottile e non ben definito.

Uno stato teocratico fa del peccato un reato, la giurisprudenza si adegua. Il concetto di peccato sconfina dai limiti religiosi e invade quelli ordinari del vivere civile. Non ci sono altri ostacoli alle libertà individuali, se non quelle dello schiavo che ogni mattina si incatena a un’ideologia:

“Quanto poco il cristianesimo educhi al senso dell’onestà e della giustizia, lo si può ben valutare dal carattere degli scritti dei suoi dotti: essi presentano sfrontatamente le loro congetture come se fossero dogmi, e raramente capita loro di trovarsi in onesto imbarazzo nell’interpretazione di un passo della Bibbia. Ogni volta ripetono di avere ragione, perché così sta scritto; e segue un’interpretazione sfacciatamente arbitraria, tanto che un filosofo che la senta resta a mezzo tra collera e riso”.
F Nietzsche,. Aurora