LA VIROCRAZIA E LA SINDROME DI STOCCOLMA

Vivere in una virocrazia, derogando alla scienza la democrazia e le libertà dei cittadini è pericoloso. Anche nell’emergenza sanitaria (con restrizioni previste dalla Costituzione e ben delimitate nell’ordinamento) sessanta milioni di reclusi fanno comunque impressione. La vicenda è questa: Sgarbi (che è anche un parlamentare) ha in corso un processo per le sue esternazioni pubbliche in merito alle misure prese dal governo: “notizie false, esagerate e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico (Art. 656 del Codice Penale), Istigazione a disobbedire alle leggi (Art. 415 c.p.) e Istigazione a delinquere (Art. 414 c.p.).

Il PTS (patto trasversale per la scienza) ha inoltre richiesto di adottare ogni provvedimento volto a oscurare o sequestrare il sito web e i canali social del critico d’arte. “Oscurare e sequestrare“. Gli oscurantisti non erano gli altri?

Esiste un patto trasversale per la scienza. Lo apprendo con qualche apprensione, che “oscura e sequestra” il pensiero, la parola, la critica. Le libertà, queste sconosciute alla scienza (o presunta tale). Un luminare (bravissimo nel suo mestiere) ieri ha ammonito il Papa: “Dio vuole che si preghi da casa“. Ho sempre pensato che l’etica non fosse un campo dello scienziato, scopro invece che sconfina anche nella religione. Il laureato in biologia in futuro potrà dire messa, abbiamo risolto l’antinomia tra ragione e fede.

Sostituiamo papa Francesco con uno specialista in igiene e medicina preventiva.

A questo punto si può chiudere il Parlamento e sostituirlo con un comitato tecnico/scientifico permanente. Perché no? Economico, funzionale e pratico.

 

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Non entro nel merito della vicenda Sgarbi, ma la virocrazia mi sembra un’oligarchia degenerata. Parere personale e sicuramente sbagliato (ok). La tecnocrazia non temperata dalla politica è però anche questo: se un esperto di statistica elabora studi e modelli matematici anapodittici sugli incidenti stradali, i tecnocrati del mondo immaginario di Welles potrebbero vietare l’uso delle auto o del tabacco. Proibire su base epidemologica l’alcol, limitare la viabilità a piedi, contingentare le piazze, chiudere giornali e programmi di svago che rincoglioniscono le persone. Chiedete a un sociologo se la tv di Barbara D’Urso abbia determinato un deficit cognitivo su scala nazionale.  Ed è un allarme sociale anche quello.

La scienza ha ragione. Nei numeri sempre.

Non ricordo l’epoca, ma il controllo sanitario sulle condotte individuali, di movimento e di pensiero lo abbiamo vissuto. E aveva un nome: Ordine e disciplina. Leggetevi Foucault, la biopolitica. In Sorvegliare e punire (1975) descrive un lockdown del XVII secolo:

«Alla peste risponde l’ordine: la sua funzione è di risolvere tutte le confusioni: quella della malattia, che si trasmette quando i corpi si mescolano; quella del male che si moltiplica quando la paura e la morte cancellano gli interdetti. Esso prescrive a ciascuno il suo posto, a ciascuno il suo corpo, a ciascuno la sua malattia e la sua morte, a ciascuno il suo bene per effetto di un potere onnipresente e onnisciente che si suddivide, lui stesso, in modo regolare e ininterrotto fino alla determinazione finale dell’individuo, di ciò che lo caratterizza, di ciò che gli appartiene, di ciò che gli accade. […] la penetrazione, fin dentro ai più sottili dettagli della esistenza, del regolamento ­– e intermediario era una gerarchia completa garante del funzionamento capillare del potere; non le maschere messe e tolte, ma l’assegnazione a ciascuno del suo “vero” nome, del suo “vero” posto, del suo “vero” corpo, della sua “vera” malattia. La peste come forma, insieme reale e immaginaria, del disordine ha come correlativo medico e politico la disciplina.»

La quarantena è sopravvissuta alla peste come possibilità di normare lo spazio urbano, le vite e i corpi portando alle società disciplinari autoritarie e fasciste  del XX secolo. Il pericolo reale è che il cordone sanitatrio diventi nel tempo sorveglianza, repressione e controllo sociale. C’è da augurarsi che a qualche mascherina autoritaria travestita da virologo non venga in mente di estendere nel tempo le misure restrittive ai diritti costituzionali inviolabili, magari con maglie allargate solo per consumo, studio o lavoro.

Sul Manifesto del 26 febbraio scrive Giorgio Agamben: “Innanzitutto si manifesta ancora una volta la tendenza crescente a usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo. Il decreto-legge subito approvato dal governo per ragioni di igiene e di sicurezza pubblica si risolve infatti in una vera e propria militarizzazione dei comuni e delle aree nei quali risulta positiva almeno una persona […] Si direbbe che esaurito il terrorismo come causa di provvedimenti d’eccezione, l’invenzione di un’epidemia possa offrire il pretesto ideale per ampliarli oltre ogni limite. L’altro fattore, non meno inquietante, è lo stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo”.

Al termine dell’emergenza “Il tran tran sarebbe ricominciato, ma con più controllo di prima, più sorveglianza, e con l’idea condivisa che da un giorno all’altro si poteva bloccare la cultura, vietare ogni riunione, associazione, assembramento di persone non finalizzato al mero consumo, col consenso di un’opinione pubblica impaurita (qualcosa si deve pur fare!). O meglio: col consenso dei media e di una minoranza rumorosa di imparanoiati, che creavano l’effetto di un’opinione pubblica impaurita”.

La paura genera mostri e apre un varco allo stato di polizia e non più di diritto. Non siete criceti ammaestrati per vivere in una gabbia, o no?

 

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#covid-19 #coronavirus #decretoconte #zonarossa #quarantena #sgarbi

 

FASCISMI A CINQUE STELLE

Cari neoliberalfascisti Cinquestelle: eravate partiti con la Gabanelli, Rodotà, Zagrebelsky; avete fatto le barricate per il reddito di cittadinanza; eravate per le rinnovabili, per l’ecosostenibilità; con Gino Strada e per la tecnologia al servizio della democrazia; avete riempito le piazze al grido “onestà”; giuravate guerra all’Ilva e al Tav; vi battevate per i diritti civili e per quelli sociali. Ora ci ritroviamo la Rai militarizzata da una destra incivile, la terra da zappare per le coppie fertili, un reddito di sudditanza che fa disonore alla povertà, le spese morali (e poi chi cazzo è Di Maio per dirmi come devo spendere i soldi?), Lino Banfi, la Cuccarini, Rita Pavone, la democrazia diretta (studiate bestie, quella non è più democrazia, ma fascismo), la democrazia al servizio della tecnologia (dell’azienda del vostro capo), la guerra alla Francia, all’Europa, ai rom, agli omosessuali, alle famiglie alternative e troppe ancora ce n’è. Volevate cambiare il mondo e ci avete consegnato un’Italia incarognita, razzista, povera, con più debito, che ha paura e si difende con le pistole, inquinata e corrotta come una puttana di Caracas. Dopo un esercizio trentennale della professione. Questo comunque si sapeva. Ma che ora giochiate al poliziotto buono con Salvini non va bene, cari neoliberalfascisti, non siete credibili. Alle europee risparmiateci la campagna sui diritti civili, quelle sono cose serie. Siate onesti davvero, per una volta, e presentatevi col vostro alleato; che non è diverso da voi, che è come voi, che con voi e come voi sta trascinando il Paese nella merda.

RAZZISMO E FRENASTENIA

Hanno sdoganato tutto in Italia, legittimando il peggio. Ora è il turno della frenastenia e del razzismo. Ma anche della grammatica e della sintassi imbarazzante; perché #Salvini e i fan è così che si esprimono, o meglio ruttano tra una gutturale e l’altra. Nei social come altrove.

Il termine ricorrente è invasione, negro (con la g), rom; segue extracomunitario, meridionale storpiato in merdanale, in leggera flessione Roma ladrona. Una ragione c’è, non si sputa nel piatto nel quale si mangia. Ricorrono i neologismi: sinistrato, cattocomunista (il più delle volte con la k), sinistronzo, sinistrotto, piddino, renzino. L’uso del neologismo ha una funzione particolare, tende a circoscrivere l’individuo in un gruppo e il gruppo in un luogo comune con una lingua incomprensibile fuori dal recinto. Lo stesso accade con le degenerazioni neuronali o psicotiche. Perché di quello si tratta, le mandrie si uniscono attorno al capobranco che promette ordine e qualche benevolenza. La parola ordine ha una natura apotropaica e curativa quando l’Io perde le sue funzioni. Le parolacce la fanno da padrone: caxxo (con la x), rottinculo, checca, negrodimerda, terrone qualche volta. La grammatica latita, ma si tratta di gente laboriosa, non di intellettuali che hanno tempo da perdere con i dettagli. I concetti sono ridotti al minimo: gravitano attorno a poche idee, confuse neanche tanto; la prima attorno alla quale ruotano le altre è la paura per l’uomo nero che ti tiene un anno intero (come nella filastrocca). La medicina che gli accoliti propongono è il rimpatrio, la galera, la frusta a volte per gli indesiderati. La dinamica della discussione è pressoché la stessa: il mentore scalda gli animi con una domanda retorica e l’esercito infuriato parte in battaglia. Non c’è posto per la discussione, la regola è che a casa nostra facciamo come ci pare e se non vi sta bene fora di ball. Il Capitano commenta poco e quando compare sembra un bulletto di periferia che si mette alla guida fomentando la massa inferocita. Non stempera le animosità, istiga piuttosto con un’ironia che a lui sembra sottile, ma che non va al di là della volgarità di certi film anni ’70; la mandria fa muro e tutti insieme si riuniscono a mangiare polenta e osei. I luoghi comuni la fanno da padrone; un luogo comune è un pensiero che fa riferimento a un’abitudine culturale maturata nel sentire popolare. La realtà è un’altra cosa, ma quando c’è un limite cognitivo la comprensione viene filtrata da un’idea tanto diffusa da sembrare verosimile. La verosimiglianza è però lontana dalla verità, come la demagogia e la retorica dalla politica. Non si tratta solo di una disfunzione semantica indotta dalla mancata padronanza del vocabolario, ma di una profonda degenerazione neuroantropologica. Si sente nell’assenza del senso delle parole e appunto nel prevalere dei luoghi comuni. E vengo al punto: la demenza neurolinguistica è caratterizzata dalla perdita del significato e dal deterioramento cognitivo; è una manifestazione clinica della degradazione lobare frontotemporale, associata all’atrofia del giro temporale inferiore e medio.

Le persone affette presentano problemi nella denominazione e nella comprensione di parole, nel riconoscimento dei volti, delle cose, delle situazioni, della realtà; la predominanza del verbale o non verbale (e nel nostro caso delle gutturali che dominano sulle articolazioni mature della lingua) riflette l’accentuazione dell’atrofia cerebrale. Alla distruzione del linguaggio si accompagna quella della personalità e a seguire la dimensione sociale dell’individuo. L’aggressività, la violenza, l’odio sociale verso un fantasma immaginario e minaccioso è uno dei morfemi dello stato paranoico di un poveretto che ha smesso di desiderare in maniera sana e consapevole e ha cominciato a odiare.

#estinguetevi

DALLA POLITICA CHE FA SPERARE A QUELLA CHE FA SPARARE

Legittima difesa: gli italiani vogliono sparare. Ai disperati però, il delinquente dominicale è sacro, il padrone non si tocca. Se non possiamo istituire il delitto come una regola o una legge, potremmo almeno annoverarlo tra le belle arti, alla maniera di Quincey. Non un omicidio d’impeto o per banali motivi legati al quotidiano. Il delitto non può avere il conformismo del dilettante, ammazzare è una cosa seria. Anche da parte dello Stato; dove è presente la pena di morte dovrebbero ricordare come venne giustiziato il filosofo Zenone, pestato in un enorme mortaio. L’assassino non ispirato dal gusto dà vita agli incubi, dà loro una faccia con cui confrontarsi, identifica un responsabile e punendolo fa in modo che ognuno si riconcili con i propri demoni. Siamo tutti assassini potenziali, non perché ammazziamo le zanzare, ma per quell’insolito piacere che proviamo quando sulla ciabatta vediamo il sangue dell’insetto. Cioran scriveva che appena usciamo per strada, alla vista della gente, sterminio è la prima parola che viene in mente. Celine è andato anche oltre: ha trovato il modo di limitare la disoccupazione, sopprimendo i disoccupati. Sparare a un ladro che entra in casa è al di là di tutto inelegante, esecrabile sul piano etico e esteticamente riprovevole. L’assassinio così com’è concepito da Quincey ha un’altra natura, deve essere un gesto individuale e non un eccidio di massa, senza acredine razziale e privo di ideologia; è una ribellione alla morale, alle regole, alla civiltà e per gli esteti dell’apostasia persino a Dio. Pensate al manager dell’opificio, legalizzato l’omicidio ci penserebbe due volte prima di licenziare, frodare la comunità, delocalizzare, vessare il lavoratore. Il discorso è naturalmente paradossale; doveste avere intenzione di far fuori qualcuno evitate di coinvolgermi. Nascondere i bisogni più intimi e radicali dietro alle idee altrui non ha niente di raffinato, se ammazzate fatelo con dignità. Buon assassinio insomma, dei disperati ovviamente. Quando muore il padrone lo incensate invece con l’elogio funebre. Sui social e nella vita reale.

P. S. Gli italiani vogliono sparare? Depenalizziamo l’omicidio e cominciamo a contarci, quello che sopravvive lo mandiamo al governo. (Poco ci manca.)

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Gli italiani il sesso (la rivoluzione) lo fanno poco e male

RAZZISMO: IDEOLOGIA O UROLOGIA?

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“La razza bianca è a rischio”. Niente di nuovo, la sparata di Attilio , candidato dalla Lega alla Regione, si inserisce in un contesto di degrado politico e culturale che si va sempre più diffondendo. Razzismo e xenofobia primeggiano su Tv, giornali e soprattutto sui social. Gli uomini in età geriatrica (le donne mitigano per lo più con buon senso) risultano maggiormente infervorati; hanno un linguaggio bellico, fomentano gli animi, sono agguerriti, eccitati. Si sente la pulsione risorgimentale ed è una cosa buona che torna a premere nel pannolone. Ci sono ottuagenari che spingono la gente a scendere in trincea; chi fa le barricate e chi rispolvera l’eskimo: qualcosa dobbiamo fare, scrivono su Facebook. Già dobbiamo fare, che in Italia vuol dire armiamoci e partite. La rivoluzione che si consuma nell’epica delle parole, brandendo i post come baionette; altra cosa difficile da capire quando hai l’artrite alle dita. Va tutto bene però, e questi rigurgiti di vita sono legittimi e commoventi nelle salme decomposte. Una volta con l’età si acquisiva saggezza temperata da eleganza, qua siamo alle rivolte della prostata. La natura fino a qualche anno fa aveva compassione: portava via gli uomini a quarant’anni e un senso forse c’era; prendeva i corpi prima che degenerassero nella carne e nella mente. La vita si è allungata ed è un bene, ma con quel che ne consegue sul piano dell’entropia neuronale. 

 

 

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Un tempo la vecchiaia era una garanzia di saggezza; oggi esplode come una rabbia mal contenuta nel pannolone. Non è ideologia quella che mingete su Facebook, si tratta piuttosto di urologia. Lo dico ai vecchietti infervorati pronti a fare le barricate come ai tempi della fulgida giovinezza. Il corpo perde colpi e la dentiera costa un patrimonio; riponete il catetere della discordia. Ve la prendete con gli oppressi e difendete l’oppressore: la guerra per la quale lottate è generata dalla vostra geriatrica incontinenza.

PERCHE’ HUME NON FA CAUSA A BERLUSCONI

vespa berlusconi

La giustizia è la reazione a un’azione dannosa; ha una connotazione punitiva, nessuno chiede giustizia se prima non ha subito un torto. Anche quando rinunciamo al dibattimento, non possiamo fare a meno di pensare: ma con quale diritto (sempre lui, il terzo incomodo) mi fa questa cosa. La questione è complicata: è nato prima il diritto o la giustizia? Senza ammorbare le galline, la lasciamo in sospeso. Le mamme non avrebbero dubbi: sono nate prima loro, il senso della giustizia o del diritto è successivo e lo amministrano con la competenza di un pretore. La giustizia è gestita a più gradi, ma il suo esercizio pubblico è nelle mani dei giudici. Il giudice appurata la relazione tra la causa e l’effetto sanziona il responsabile della cattiva azione; deve ricostruire la verità e si comporta come un logico che ricompone il legame tra reazione e reazione. Hume, che era un ottimo filosofo non avrebbe potuto fare il mestiere del magistrato; ha messo in dubbio prima ancora che la coerenza di causa effetto la logica e ha chiarito la natura della verità (così come l’hanno raccontata Aristotele e le nostre mamme) come credenza. Le relazioni sono per natura instabili, tranne in italia dove sembrano eterne più che durature. Lo stesso vale per le credenziali, che hanno preso il posto delle credenze: quel ‘lei non sa chi sono io’ pare che faccia curriculum. Per relazione intendiamo la connessione (ontologica) tra cose, idee, fatti e i ragionamenti consistono nell’ordinare la frammentazione secondo relazioni costanti o incostanti. La relazione causale funziona per contiguità e priorità della causa rispetto all’effetto. Due oggetti considerati come causa e effetto sono contigui, uniti da un’infinità di altre cause e la causa precede sempre l’effetto. Dalla ripetizione secondo il prima e il poi nasce l’abitudine e giungiamo all’idea di connessione necessaria attraverso l’esperienza. L’esperienza ha sempre a che fare con il passato; tuttavia secondo Hume non dà garanzie su quel che accadrà, perché un cambiamento è sempre possibile. Ne sapeva qualcosa il tacchino di Popper, che aveva maturato la convinzione di essere immortale; fino al 25 di dicembre. L’induttivista prima o poi finisce ne forno. Trasferiamo insomma la nostra esperienza dal passato al futuro, ma lo facciamo per un meccanismo psicologico e emotivo, l’abitudine. L’abitudine a sua volta istituisce la necessità (e questa volta possiamo lasciare in pace la gallina, lo sappiamo chi è nato prima). La necessità è qualcosa che esiste nella nostra mente piuttosto che nelle cose; è la determinazione a passare da un oggetto a un altro, da un’idea all’altra ricercando la causa e i principi primi. Anche quando le mamme danno un ordine, pare che debbano inserire l’imperativo morale in una teleologia che ha come referente il buon Dio; senza quello il discorso sembra loro vuoto e privo di sostanza; contestabile dall’adolescente che ha dentro casa, disposto per acneica propensione alla confutazione. La giustizia è sempre sottilmente teologica come pratica intellettuale e non per niente il giudice è un pretore. Quando la mente passa da un’idea all’altra, lo fa in base a principi associativi che consentono di unirle nell’immaginazione. Tali principi sono: somiglianza, contiguità e causalità. Ciò significa che se abbiamo un’idea, la nostra mente tende a passare naturalmente all’idea che le assomiglia, che le è contigua e che le è connessa. Questa cosa le mamme e i giudici la chiamano verità. In quanto principio di associazione tra le idee, la causalità consente l’inferenza da un’idea all’altra. Secondo Hume esistono due definizioni della causalità, l’una intende la causa come relazione filosofica, l’altra la considera un principio di associazione. Per la prima la causalità si determina come un oggetto contiguo ed antecedente ad un altro, in modo tale che gli oggetti somiglianti siano posti in relazioni analoghe di contiguità e priorità. Per la seconda definizione, la causa è un oggetto contiguo ed è antecedente a un altro; unito ad esso al punto tale che l’idea dell’uno determini la mente a passare all’idea dell’altro. Discorso articolato più che complicato; in sintesi vuol dire che abbiamo la convinzione che ogni oggetto che cominci a esistere debba sempre avere la causa della propria esistenza. In Italia in particolare tale bisogno intimo di certezza e fondamento assume i toni del grottesco; qualcuno parla di Dio come causa prima, altri di un senso morale assoluto che ordina le cose, altri ancora di verità. Questi sono i peggiori, hanno la tendenza a istituire regole e leggi valide per tutti, al di là delle naturali articolazioni e diversità. Non siamo un popolo fenomenologo e le cose sembrano non bastarci per come si presentano e sono, abbiamo bisogno di altro. E perseguiamo l’intenzione con l’ostinazione di una mamma che detiene la verità e difende l’ordine col battipanni.

***

Hume non avrebbe potuto far causa a Berlusconi o al figlio adottivo di Rignano, si sarebbe però rifiutato di baciare loro la mano. Come invece fanno i domestici dell’informazione, che più delle cause si interessano agli affetti (e agli effetti personali) di questi prìncipi primi svincolati dalla giustizia e mai riportati all’ordine dal battipanni delle mamme.

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Gli italiani il sesso (la rivoluzione) lo fanno poco e male

SIAMO SEMPRE “IO” AL CITOFONO DI QUALCUNO

Ci sono quelli che al citofono dicono “sono Io”, rimanendo delusi quando si sentono rispondere: “Io chi?”. E in effetti il mancato riconoscimento di quel che siamo, della nostra identità suscita uno stato d’ansia e mette di malumore. Mio padre no, lui articolava. Ciao sono io. Io chi? Tuo figlio. E lui: “Quale?”. Il “quale” introduceva un decentramento tra me e lui e metteva il mio Io in un angolo. Andava anche e oltre a dire il vero. Perché (e non ho mai capito se era serio o mi prendeva in giro) quando rispondevo “Gianni!” lui incalzava: “Gianni chi?”. Tuo figlio. E così ad infinitum.

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A parte il desiderio di conferma dell’identità, per quanto precaria e fragile, nel riconoscimento (che è un conoscere di nuovo) si muove un gioco di specchi tautologico: l’io ripete se stesso e il processo si può dilatare all’infinito. Per essere riconosciuti abitiamo e abituiamo l’altro, in qualche modo lo addomestichiamo.

PER FAVORE ADDOMESTICAMI

Siamo abitati dalla lingua; la lingua si muove su due piani, quello primario si riconosce dall’uso costante di alcune parole che diventano determinanti per dare un ordine al campo più superficiale del linguaggio. Il fondo della lingua è il luogo comune su cui costruiamo una familiarità, l’abitiamo e l’abitudine diventa una regola e poi una legge, secondo un comune modo di vedere e sentire. In sostanza quando parliamo trattiamo alcune parole come cose e su quelle costruiamo le nostre certezze. E’ una manipolazione di cui si serve ampiamente la politica. La riproposizione continua crea un contenuto, rende la parola reale, la svuota dei significati caricandola di senso. Anima, Dio, famiglia, Stato sono alcune di queste parole che accentrano l’attenzione e coinvolgono le emozioni, rimandano a una condivisione profonda di contenuti. E’ per questo che parliamo di famiglia, di anima o di Stato come enti reali; trasformando le parole in cose le rendiamo solide e vere.

Nel Piccolo Principe si legge: Per favore… addomesticami… Volentieri, disse il Piccolo Principe… Che cosa bisogna fare? Bisogna essere molto pazienti, rispose la Volpe. In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guardero’ con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino… Il Piccolo Principe ritornò l’indomani. Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora, disse la Volpe. Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti. Che cos’è un rito? Disse il Piccolo Principe. Anche questa è una cosa da tempo dimenticata, disse la Volpe. E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni. Funziona così.

Le parole selezionate si ripetono e vanno ad assorbire tutta quanta la lingua, danno luogo a una ritualità. La continuità è un processo di addomesticamento profondo e radicale. Nelle televisioni e giornali è evidente la ricorrenza di alcuni termini. Extracomunitario, omosessualità, Isis, spread, famiglia, vengono proposti come universali e s’impongono nella lingua fino a modificare l’ordine mentale. E così percepiamo di essere invasi dall’uomo nero, ci nascondiamo nella famiglia quando sentiamo parlare di omosessualità, investiamo in una banca perché l’inflazione è alle porte. Diventiamo governativi e governabili davanti alla parola terrorismo. Un uomo libero padroneggia la lingua, ma il più delle volte vogliamo essere addomesticati. Qualche anno fa è stato votato il referendum sulla fecondazione assistita; pulman di cittadini con un’improbabile semantica sono corsi ad abrograre una cosa definita inseminazione eterologa. Quando viene chiamato all’ordine il popolo vota. Una folla di elettori con tanti io e nessun noi, che legifera e parla di cose che non conosce con una lingua che non padroneggia. Un popolo così che se ne fa della libertà? Vuole essere addomesticato.

Buon anno insomma; da me, dal mio io. Io chi?…

LA POLITICA DELLE MANCE

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E’ passato un anno dal Referendum Costituzionale, gli assetti politici sono cambiati, il vento della destra xenofoba e filonazista soffia in Europa, ma in Italia sembra che nulla sia accaduto; le strategie sono quelle, le facce le stesse e le promesse anche. Non andiamo al di là degli 80 euro, elemosinati al popolo dopo l’esproprio dello Stato Sociale. La politica delle mance, quella di meglio una pizza in più che niente, non è realismo politico. E’ l’ultimo affronto a un Paese depresso, umiliato, ferito nella dignità. Lo dico agli amici del PD, basta davvero con la politica del pezzo di pane, del voto di scambio, degli impegni  e delle parole non mantenute. Scendete nelle piazze, ascoltate, parlate; evitate i proclami, i tweet, le coferenze stampa. La stampa amica e amica non tanto, perché non vi ha aiutato a capire, a sentire, a ragionare. Basta con una politica ripiegata nel quotidiano, la vita è molto di più e voi non siete amministratori di condominio, non siete pagati per quello, ma per proporre una filosofia dell’esistenza. Una cosa è evidente dal voto referendario, i che avete preso sono composti al 60% da pensionati. Capite? I giovani, il futuro che oggi state svendendo non li avete convinti. E non bastano i post, l’invasione dei social, i gruppi su Facebook a fare loro cambiare idea; sono meglio di quanto crediate. Basta con la politica del pannolone, che giusto quella ancora vi crede, i ragazzi si aspettano qualcosa di più e quel qualcosa in questi anni gliel’avete tolta, a cominciare da come avete trattato il lavoro; vogliono sognare e sognare non vuol dire promettere; ve lo ricordate cos’è un sogno amici del PD? L’avete soffocato nel doppiopetto, l’abito di regime, sotto le barbette incolte, i sorrisi furbi, le strette di mano nei circoli milardari, piuttosto che nelle piazze. Non credo capiate, non potete e non volete; dopo la scoppola referendaria ancora parlate di legge di bilancio, di stabilità, di establiment come se nulla fosse accaduto, anche là nel palazzo. Se vi fa piacere dateci pure dell’accozzaglia o dei gufi, come facevano i signori con i giullari di corte. L’ennesima meschinità di un potere al declino. Era praticamente impossibile fare peggio di Berlusconi, ma siete riusciti anche in quello. Parole inutili, il Paese lo guidate così, non sapete fare altrimenti. Intanto l’80% dei giovani vi ha voltato le spalle e vi rimane l’elettorato del catetere. Il rammarico è tanto e la rabbia pure; e seppure è vero che qualcuno abbia remato contro, resta il fatto che una giovane classe dirigente (Serracchiani, Orfini, Renzi stesso) che qualche attesa l’aveva suscitata, ha portato il partito di Berlinguer dalla politica delle idee a quella delle fritture di pesce, promettendo spiccioli in cambio di voti.

TI REGALERO’ UNA ROSA, ANZI UN ROSATELLUM

Rosa Tellum e Lele Ttore

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L’orgia: cinque voti, tutti con la fiducia e il Pd (con Alternativa-Popolare, Forza Italia, Lega Nord, ALA-Scelta Civica, Verdini) si è fatto la sua Legge, il Rosatellum. Il perché lo sappiamo, c’è beppelasgualdrina che fa incetta di elettori. Col sistema delle alleanze (o orge di circoscrizione) un partito col 15% dei voti potrà avere più seggi di uno che ne ha il 30%. Il Parlamento dei nominati ha approvato il profluvio elettorale; la rappresentanza non conta e Il Pd farebbe prima a trasferire la Camera da letto a Rignano. Napolitano orgasma: voto sì per salvaguardare la stabilità. E se lo dice lui, ex fascista che ha mantenuto il Paese nel torbido, dobbiamo credergli. Altrove li avrebbero linciati, ma fortuna loro l’Italia è un Paese pacifico, che gioca a calcio, è di Casa a Pound e pensa alla figa.

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Un grillino per la testa: facciamo una simulazione, perché coi numeri si capisce meglio e arrotondiamo a 600 i seggi. Voti: M5s 28%, Pd 26%, Fi 17%, Lega 15%, Fdi 4% …
-300 seggi uninominali vengono così suddivisi: M5s 50, Pd (e alleati) 180 , Fi (e alleati) 30, Lega-Fdi 32 …
-300 seggi proporzionali: M5s 98, Pd 91 , Fi 59, Lega 52 …
-Seggi totali: M5s 148, Pd 271, Fi 89, Lega-Fdi 82 …

Il Pd (giusto per fare un esempio) con il 26% dei voti prenderà il 45% dei seggi. Ma possono anche verificarsi risultati sconcertanti; non è da escludere che un partito con il 29% o anche meno (ad esempio il Pd) si assicuri il 54% degli scanni. La chiamano Democrazia questa e per celebrarla hanno infatti la D cucita nel décolleté.

Rosa Tellum ha tradito Lele Tttore: la x sulla scheda non va al candidato scelto e il partito di maggioranza benedetto dalle urne avrà una manciata di parlamentari, gli onorevoli continuerà a sceglierli la Casta. Casta fino a un certo punto, Sfacciata piuttosto. L’ammucchiata è fatta da questi qua e il partito di governo (il Pd ad esempio) Marcia in prima linea su Roma.

Cielo, mio marito! Dal Pc al pc: i rivoluzionari ai tempi dei social, col maglioncino in cashmere e l’azienda o la banca di papà, quelli con la h aspirata, gli occhi blu e il make-up alla moda, che demoliscono lo stato sociale, scrivendo però tweet insanguinati da un fervore sedizioso che li porta a fare le barricate anche con tre punti esclamativi. Ai tempi dei social la rivoluzione si fa così, avendo cura di non sgualcire l’abito di Gaultier. Il popolo reazionario assiste desolato alla strategia eversiva della pasionaria Serracchiani e del compagno Orfini, pronti a scendere sul web con post appassionati e declamatori. Disposti a sacrificare anche la Vuitton per preservare la libertà del popolo. Quella che segue è una lista dei diritti per i quali i giacobini del Pd si sono battuti per tutti noi: Jobs act, voucher, articolo 18 cancellato, Banca Etruria, Mps, Buona Scuola, 203 prestazioni sanitarie diventate a pagamento, anticoncezionali in fascia C, esproprio della casa dopo 7 rate, disoccupazione 11,4%, disoccupazione giovanile 37,9%, inps +5%, Rai lottizzata e giornalisti epurati, legge bavaglio sulle interecettazioni, sconti e condoni milardari al gioco d’azzardo, F35, trivelle, il Ponte. Un po’ di massoneria, Benigni, quello che misonosbagliatoladivinacommedianonèlapiùbelladelmondo, la Salerno-Reggio Calabria (e un uomo in grado di dire che l’ha terminata è davvero capace di tutto). E troppe ancora ce n’è. Ma qua mi fermo per decoro, per sopraggiunta acidità di stomaco, perché la legge elettorale (voluta ad esempio dall’attuale classe dirigente del Pd) è una sgualdrina mariola e senza scrupoli ed è inutile aggiungere altro.

FACEBOOK censura le idee e spilla soldi con la pubblicità

“Io rivendico la mia libertà di scelta, oltre che di espressione. Io rivendico come utente della Rete la libertà che Internet ha nel suo DNA.” RedBavon

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L’articolo censurato (foto di RedBavon)

Di Giancarlo Buonofiglio

FACEBOOK, la cloaca del pensiero che latita, dell’insulto con rutto libero, della morale delle mutande madide di polluzioni, il coacervo del razzismo e del fascismo de noartri, il social che oscura i seni ma non rimuove post omofobi e minacce di morte l’ha fatto ancora. Questa volta ha censurato l’articolo scritto con RedBavon e Cuoreruotante sulla Commedia Sexy perché “contiene evidenti contenuti pornografici”. Avevo pubblicato il documento su Morelli e anche quello è stato cancellato per le medesime inemendabili ragioni. Ora tutto si può imputare allo psichiatra, ma non che abbia la faccia da culo. Quel social è un’accozzaglia di rigurgiti intestinali, tollerati fino a quando non esprimono un’idea; le fotografie sono la sottana dietro alla quale si nasconde una censura che non ha il coraggio per dichiararsi tale. Perché di quello si tratta. E per quanto riguarda il nudo: non ho mai capito il criterio col quale la comunità dei neuroassenti discrimini le immagini. L’esposizione della carne non manca, pur ritagliata in alcune parti. Il seno è tollerato, il capezzolo no. Il fondoschiena si può esporre; a quanto pare non ha una definizione oscena e non disturba il comune sentire. E’ interessante questa attenzione al ritaglio da macelleria; per metonimia la parte prende a significare il tutto e il corpo sezionato si presenta come il simulacro di significati che non ha. A vederla così sembra che l’interesse pornografico vesta il corpo piuttosto che spogliarlo con un abito di contenuti che ha la consistenza e la realtà dei fantasmi che affollano una mente malata.

Non c’è che un modo per ricostruire un minimo di diritto e se non li tocchi nel portafoglio questi non capiscono: EVITARE DI PAGARE LE INSERZIONI A FACEBOOK. (Che oltrettutto servono quanto una scatola di preservativi in un ospizio di centenari*.) L’azienda americana non è un social, ma un contenitore di avventori a cui il ZuckerMastrota della comunicazione propone tra i ciaone e le foto dell’amatriciana pentole e coperchi. Se gli articoli vengono generosamente ricondivisi, Facebook al di là dei contenuti li cancella perché a quel punto bisogna pagare (ti condividono? Dacce e sordi, che si capisce meglio); se i post (li chiama così con un neologismo di dubbio gusto) sono al di là della media intellettuale bovina blocca l’account. Di calcio puoi parlare, un’idea non la devi proporre (altrimenti è appunto pòrne.) Non ho mai postato un nudo e mi contestano infatti la pornografia. Questa volta è toccata a me, ma è una cosa che riguarda tutti; e se oggi censurano il mio pensiero domani toccherà al vostro.

[*A breve il mio articolo sull’inutilità delle inserzioni a pagamento su Facebook]

Seguono i commenti di Redbavon e Cuoreruotante.

Santissimo Zuckerberg! Scusa la volgarità!

“Scusa la volgarità? E perché? “
“Quello ogni cosa è peccato! È capace, vede il punto esclamativo … cos’è ‘sta cosa; l’uomo con il puntino sotto, è peccato, noi ci mettiamo con le spalle al sicuro. Scusa le volgarità…”
(cit. dalla lettera a Savonarola di Benigni e Troisi in “Non ci resta che piangere”)

di RedBavon

La censura di Facebook si è abbattuta sulla bacheca di Giancarlo e ha eliminato il post che indirizzava all’insano contenuto pubblicato in terra di WordPress, frutto della spremitura di tastiere di Cuoreruotante, Giancarlo e me. Motivazione: “contenuto pornografico”.

La motivazione fa ridere per almeno tre ragioni:

  1. Non è un articolo ma un link al post su WordPress e le righe di presentazione scritte da Giancarlo sono tutto fuorché “pornografiche”. Abbiamo le prove: l’immagine del post di Giancarlo è sopravvissuta nella mia bacheca. (NdA: Giancà due sono le cose: hai una “reputation” sotto lo sporco delle suole delle scarpe oppure, come direbbe il Marchese del Grillo, io non sono “un cazzo”.).
  2. La commedia sexy all’italiana è classificata come sotto-genere della commedia all’italiana e non nel genere “hardcore” o “XXX. Solo per adulti”.
  3. Non è necessario nemmeno scomodare il gotha della critica cinematografica, ma è sufficiente avere visto qualche film per capire che qualche tetta e culo al vento non fanno “pornografia”: basta fare una passeggiata sulla battigia d’estate, assistere in TV a un qualsiasi show di varietà o passare davanti a un cartellone pubblicitario.

Dall’autorevole Treccani la definizione di “pornografia”: trattazione o rappresentazione (attraverso scritti, disegni, fotografie, film, spettacoli, video ecc.) di soggetti o immagini ritenuti osceni, fatta con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore.

Se ne desume che lo scultorio posteriore della Cassini o il giunonico seno della Fenech siano ritenuti dai moderatori di Facebook come “osceni” e che lo scopo del nostro articolo fosse di “stimolare eroticamente il lettore.”.

Chiunque abbia letto anche solo le righe di Cuoreruotante, che apre il trittico di contributi, può comprendere che il moderatore, fan di Tomas de Torquemada, è fuori come una fioriera sul balcone  del decimo piano oppure ha molti più problemi di noi tre con la lingua di Dante.

Gli altri due contributi sono scritti da due autori maschi e, dato il tema, il moderatore potrebbe attendersi, come minimo sindacale, almeno della “pruderie”: a parte un lessico più libertino e qualche fotogramma che esalta le decantate doti delle attrici, si tratta di un tributo a un genere che ha fatto storia nel nostro cinema e, stilisticamente, è un divertissement (il mio) e un piccolo saggio (quello di Giancarlo).

Con i suoi due miliardi di utenti (fonte Ansa.it 28 giugno 2017), è chiaro che Facebook  è di fronte a una sfida senza precedenti e, comunque, di portata titanica. La società di Mark Zuckerberg, quasi senza accorgersene e nonostante una folta schiera di detrattori e concorrenti, è diventata tra i messa media l’organizzazione più grande e a più ampia diffusione nel mondo.

Due miliardi di individui compresi nell’ampio spettro di varia umanità anche avariata con le loro capacità di intrattenere, informare, emozionare, meravigliare, rattristare, disgustare, annoiare, terrorizzare.

Si stima che il Community Operations Team, la squadra di moderatori di Facebook, forte di 4.500 operatori, per lo più sotto pagati (leggi Underpaid and overburdened: the life of a Facebook moderator – The Guardian, 25 maggio 2017), deve prendere visione di oltre 100 milioni di contenuti ogni mese; ciò significa che ogni moderatore ha mediamente un carico giornaliero di 741 post e, calcolando 8 ore lavorative, ha meno di un minuto per singolo contenuto. In questo minuto scarso deve farsi un’idea e sentenziare sulla conformità ai “Community Standards”, ovvero le regole auto-definite dalla società.

Mark Zuckerberg ha dichiarato che intende rafforzare il Community Operations Team con altre 3.000 risorse; applicando lo stesso calcolo a un numero di contenuti costante (in realtà sono in aumento vista la tendenza alla crescita di nuovi iscritti), il moderatore avrebbe finalmente poco più di minuto per esaminare un singolo contenuto. A leggere certe esternazioni di politici italiani in un minuto io ho problemi a capirli nel loro italiano, che quando va bene è in “politichese”. Di sicuro non ho le caratteristiche adatte per candidarmi a uno dei tremila nuovi posti di lavoro per il Community Operations Team.

La prima reazione quando Giancarlo mi ha comunicato della censura del nostro post non è stata esattamente compita, mi sono lasciato andare a strali dall‘educato “bacchettoni” al – Parental advisory. Explicit Content – “cazzoni“. Interloquire con chi ha deciso di censurare è impossibile perché la piattaforma è “social” fino a un certo punto; diventa “asociale” se vuoi rivolgerti alla società che la amministra. Mi sovviene nuovamente la famosa frase del Marchese del Grillo: “Ah… mi dispiace. Ma io so’ io… e voi non siete un cazzo!“.

Facebook non ha politiche trasparenti, sopratutto nell’applicazione. La prova è nei numerosi e grossolani errori in sono incorsi.

Gli abbagli clamorosi nell’applicazione della censura per i soli contenuti “sessualmente espliciti” si sprecano.

Lo scorso marzo Facebook blocca una pubblicità. Se il moderatore avesse avuto un po‘ più di tempo si sarebbe accorto che la pubblicità era una collezione di opere d’arte e che l’immagine ritenuta offensiva fosse il dipinto “Women Lovers” di Charles Blackman. Giudicate voi l‘”oscenità”:

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Women Lovers

A settembre dell’anno scorso la toppa più clamorosa:

una delle foto più iconiche mai scattate, nota come “Napalm girl”, che valse il premio Pulitzer al fotografo, Nick Ut, cade sotto la sciagurata mannaia della censura Facebook. Kim Phuk, la bimba all’epoca ritratta nella foto, fece sapere che era rattristata da tale notizia. La foto viene ripristinata dopo la prevedibile e legittima gogna mediatica. Una figura barbina per Facebook tanto che Zuckerberg cita tale macroscopico errore nel suo discorso-manifesto “Building Global Community” pubblicato a febbraio, ne trae spunto per dedicare un capitolo intero e circa un migliaio di parole sul tema “Inclusive Community”.

Zuckerberg è ancora lì sul suo dorato piedistallo, il post citato nel momento in cui scrivo “piace” a 100.597 utenti, ha 14.940 condivisioni e conta 7.000 commenti.

Ho i miei dubbi che il moderatore che ha censurato “Napalm girl” lavori ancora per Facebook.

03_Napalm girl-nickut (1)
Napalm girl

Secondo Zuckerberg, Facebook sarà un social network con sempre maggiore enfasi sui rapporti umani, promuovendone le interconnessioni. Tale dichiarazione è stridente, se non contraddittoria, con quanto invece succede ogni giorno sulla piattaforma: linguaggio violento, discriminatorio, cyber-bullismo, un campionario male assortito di crudeltà, frustrazione e miseria (dis)umana.

Al di là del linguaggio violento (il pistolotto sull’ “Online Disinhibition Effect” ve lo tiro un’altra volta), la vera questione è se gli utenti siano in sintonia con l’”ambiente” in cui interagiscono, se si sentano a proprio agio nel perimetro fissato dalle regole auto-definite dalla società, dichiarate in modo generico e applicate, come da esempi riportati decisamente più famosi del nostro, con una buona dose di arbitrarietà.

I sacrosanti e tanto cari principi di libertà di pensiero ed espressione su cui Internet è fondata vengono lanciati fuori dalla finestra quando non coincidono con gli interessi del “business”.

La censura è già un’espressione di controllo su una società che è reputata non in grado di auto-selezionare i contenuti adatti e pertanto ha bisogno di un organo di controllo super partes. E sappiamo quanto “super partes” sia vuoto di significato quando vi sono altissimi interessi economici e politici in gioco. Ogni riferimento all'”idolatria del denaro”(cit. Papa Francesco) del capitalismo selvaggio nonché alla censura fascista, nazista, comunista e di qualsiasi regime totalitario odierno è puramente voluto.

Nella fattispecie, i rischi di una censura applicata da un controllo privato ad opera di una società multinazionale sono già sotto gli occhi del cittadino, anche non utente social network: si pensi a quanto è stato riportato sull’influenza delle “fake news” durante la recente campagna elettorale statunitense e delle cosiddette “filter bubble”, cioè il tracciamento del comportamento online dell’utente con lo scopo di offrire contenuti coerenti con le sue preferenze.

Nessuno conosce gli algoritmi e le esatte politiche di Facebook (ma neanche di Google): non temo il rischio d’imbattermi in un contenuto non adatto se non addirittura “osceno”, perché così – fattane esperienza – la prossima volta saprò evitarlo. Ciò che temo è che non saprò mai ciò che è stato cancellato arbitrariamente da Facebook o da Google e considerato “non adatto” per me.

Io rivendico la mia libertà di scelta, oltre che di espressione. Io rivendico come utente della Rete la libertà che Internet ha nel suo DNA.

Se i moderatori di Facebook continuano in questa applicazione arbitraria di regole auto-definite dalla multinazionale di cui sono dipendenti, il rischio è che diventino dei moderni inquisitori.

È inutile negarlo: “Facebook is the king of the social media” (cit. Forbes, 23 marzo 2017). Facebook deve perciò ammettere che gioca un ruolo importantissimo per come decine di milioni di persone vedono il mondo intorno, per come comunicano. Pertanto, è responsabilità di Facebook attuare politiche sempre più trasparenti, con l’obiettivo di specificare il “perché” e il “come” prendono le decisioni se un contenuto è da cancellare e non deve essere visto da altre persone.

L’attuazione di linee guida dettagliate e trasparenti è anche un modo per l’utente per capire il proprio “perimetro” e dove ha sbagliato se il suo contenuto è stato eliminato. Nel nostro piccolo caso, l’evidenza è che la commedia sexy all’italiana e ciò che abbiamo scritto non è un contenuto né “sessualmente offensivo” né tantomeno “osceno”. Perché allora è stato eliminato?

È anche vero che se l’utente conoscesse nel dettaglio le “regole del gioco” potrebbe decidere di non essere più parte di quella “comunità” perché non le condivide e non si sente a proprio agio. Ciò chiaramente stride contro la carta-obiettivo che Zuckerberg ha estratto dal mazzo: “Conquista le due Americhe, Africa, Asia, Europa e un quinto continente a tua scelta”

Firmato:

Tre persone, tre personcine, noi siamo tre personcine per bene che non farebbero male nemmeno a una mosca…

Caro Facebook …

Di Cuoreruotante

Sono Cuoreruotante. L’articolo che avete ingiustamente censurato porta anche la mia firma. Mi metto per un attimo nei panni di una persona ignorante, leggasi “colei che ignora”, e, cerco, sforzandomi, anche da ignorante, di estrapolare qualcosa di pornografico nell’articolo che abbiamo scritto. Non ci riesco. Abbasso l’asticella delle mie pretese, ancora nulla di vagamente pornografico. Mi ricordo di essere ignorante, allora vado a cercare il significato della parola “pornografia”. Da Wikipedia: La pornografia (dal greco πόρνη, porne, “prostituta” e γραφή, graphè, “disegno” e “scritto, documento” e quindi letteralmente “scrivere riguardo” o “disegnare” prostitute) è la raffigurazione esplicita di soggetti erotici e sessuali in genere ritenuti osceni ed effettuata in diverse forme: letteraria, pittorica, cinematografica e fotografica. Bene, ho capito e rileggo. Niente, non abbiamo scritto di prostitute o prostituzione, di atti osceni o indecenti.
Abbiamo dato risalto, con parole semplici e forbite, ad un genere di film prettamente comico, ma ad alto contenuto culturale. Non ci sono termini volgari, immorali o, vagamente, riconducibili ad essi.
Esistono gruppi su Facebook che inneggiano realmente alla prostituzione, che offendono (eufemismo) donne, bambini e chi non la pensa come loro. Trovo ingiustificato il vostro comportamento con la censura dell’articolo e il blocco dell’account di Giancarlo Buonofiglio. Vi invito a spiegarmelo, vi ricordo che io sono ignorante. Grazie

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