HAI SCRITTO IL MANUALE DELLA PROSTITUTA?

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RIGURGITI ROMANESCHI (e sti cazzi non ce lo metti?)

ER PRINCIPE DER FORO

Me chiamano così le malelingue nun perché c’ho la parlantina sciorta come n’avvocato, che io non so dottore in legge e m’occupo di cose materiali, ma perché me piacciono l’ommini e ce lo sanno nel rione, tanto che i più me danno del ricchione. Quarcuno addirittura nella via me grida pijanculo, e nun è bello quanno lo sente mammamia. Altri so più furbi e scartri, c’è chi me fa l’occhietto, chi me dà er braccio ridenno: “permette signorina”, o quell’artri ancora che fanno l’amiconi, che poi quando me giro se grattano i cojoni. Er monno è cattivo e lo sapemo, e all’omini je piace puntà er dito, ma noartri che corpa avemo, d’essere nati con ‘sto prurito?

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VADO A FARMI UN PISOLO (come diceva Biancaneve)

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“VADO A FARMI UN PISOLO” (Biancaneve)
Moravia sosteneva che la sessualità si nasconda ovunque, specie nella letteratura. Era convinto che anche Topolino, il fumetto, contenesse qualcosa di scabroso. Sarei pure d’accordo, ma davvero Minnie e Clarabella fanno passare la voglia anche a un ergastolano. E infatti pare che Gamba di Legno non abbia mai avuto questo genere di attenzioni per le due fanciulle. Il problema è che il peccato sta nell’occhio di chi guarda e i bambini -si sa- sono perversi e polimorfi. A me Biancaneve piaceva, lo ammetto. Ma io non faccio testo Per me le fatine delle favole e peggio ancora le matrigne hanno caratteri fortemente erotizzati; più volte guardando la strega di Biancaneve m’è capitato di pensare: “Io me la farei”. Tornando alla principessa e ai sette nani, l’idea dei fratelli Grimm (ma non solo, perché la narrazione di Schneewittchen si perde nel tempo) era quella di sistemare una bella giovinetta tra i sette vizi capitali. Vizi addolciti nei caratteri e nella lingua, ma pur sempre tali. Abbiamo quindi una vergine (o supponiamo tale), la tentazione, la mela, il manicheismo tipico dei racconti popolari, il principe. La parola principe viene dal latino prin-cipem e vuol dire “colui che prende per primo”; che cosa prenda non sta bene dirlo, ma i bambini maliziosi come sono normalmente ci fantasticano. La filologia non è cosa da poco quando parliamo dei Grimm, basta pensare alla compilazione del “Deutsches Wörterbuch”, opera fondamentale per la cultura tedesca. Nella edizione del 1812 Biancaneve non viene svegliata dal principe, ma da un servo, che stanco di trasportare il corpo della ragazza, apre la teca e le dà un pugno. Il temine pugno deriva da pungere e non mi dilungo sulla metafora sessuale (e sulla licenziosità della fanciulla). Piuttosto due parole sulla metonimia, giusto per non fare incazzare Moravia. La favola comincia così: “Si punse un dito con l’ago e tre gocce di sangue rosse come rubini caddero sul bianco manto nevoso. Tanta era la bellezza di quelle tre stille rosso fiamma sul bianco immacolato che la regina…”. Nelle narrazioni fiabesche i protagonisti si pungono, le rose sono innumerevoli, il sangue non manca. Non insisto sul pungiglione, perché avrei da dire qualcosa pure sull’Ape Maya. Ma quella è appunto un’altra storia.
(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

IL NASO DI PINOCCHIO

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IL NASO DI PINOCCHIO
La bugia deforma non solo il discorso o le parole, ma il corpo. Non tocca i invece pensieri o la mente (parola che infatti vuol dire menzogna): le bugie nascono nella testa, il corpo non mente mai. La fatina si accorge delle balle di Pinocchio dalle dimensioni del naso; nella favola di Collodi il protagonista è una testa di legno e come tutti i bambini non distingue la verità dalla menzogna. Non si accorge della mostruosità della “nappa”, sono gli altri a percepirla. La sproporzione segna il limite tra ciò che è giusto e quello che è sbagliato: più che una proposizione, la bugia è una sproposizione; e infatti si dice che uno parla a sproposito, che vaneggia ed è fuori dalle regole. La verità ha la sua grammatica e nessuno deve ficcarci il naso. Pinocchio evade invece dalla narrazione (è nota l’attitudine del Burattino alle fughe). Il senso della giustizia è all’interno della favola, la bugia è la fuga; tanto che arrivano i gendarmi a riportare l’ordine nel racconto. I gendarmi sono qualcosa di esterno proprio perché sono già dentro la storia; si sentono in ogni pagina e li vediamo inseguire il fuggitivo, come fanno i bambini che leggendo seguono col dito le parole. La giustizia insegue sempre qualcuno, mette il dito nella fiaba. Qualcuno ha detto che seguire una regola è ubbidire a un comando; non importa che quella sia la regola giusta, che abbia i capelli turchini o la severità del maestro, il suo valore è nella parola ubbidienza, e chi contravviene finisce appunto in udienza (dal giudice). La parola bugia viene dal latino medievale bulgarus, bulgaro. In Bulgaria era diffusa l’eresia patarina, e così il bulgaro fu assimilato all’eretico, all’usuraio e al sodomita. Col significato di ingannare e truffare la parola bugia rimanda a un’immagine sinonimica volgare. E infatti se a qualcuno capitava di farsi truffare, era chiaro che lo avevano buggerato. Perché magari la bugia disturba e qualche volta ti fotte, ma arriva pur sempre la giustizia a mettere le cose a posto. Ed è noto che le verità sono ipotesi e supposizioni e Pinocchio (come tutti i burattini) diffida delle supposte.
(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)