FILOSOFIA SOCIALE

Ho seguito quel che è accaduto sulla bacheca della donna di Settimo Torinese; non ho l’indole del guardone, i fatti sono quelli (una madre uccide il figlio) e non li giudico. Giudicare è un mestiere da logico e la logica istituisce relazioni. Ho l’idiosincrasia per le relazioni, ci vuole uno spirito sociale e il carattere da voyeur che non ho. I social seguono una logica matrimoniale e proprio come in certi matrimoni creano sodalizi inossidabili su un’idea piuttosto che nelle cose; le cose o i fatti sono assolutamente marginali, ciò che conta è la comune visione. A sua volta la visione comune necessita di luoghi abituali (appunto comuni) del ragionamento e della parola. In sostanza vuol dire: stesso dizionario, non troppo articolato e identità di pensiero. Ed è logico: se pensiamo diversamente dobbiamo anche essere diversi per antropologia (tertium non datur) e dunque il matrimonio non funziona. Di norma il soggetto asociale viene bannato e bannare significa divorziare, il luogo non è più in comune, la casa è mia e tu vai a rompere i coglioni da un’altra parte. L’identità prevale sulla diversità, funziona così nei social come nella vita e i parenti si mettono davanti alla porta di casa impedendo l’accesso all’escluso. Il terzo escluso appunto, l’incomodo che cerca la relazione con i fatti prima ancora che tra le idee.

Più o meno consapevolmente i membri dei gruppi sociali parlano di filosofia, o meglio sono portatori sani di un pensiero filosofico. Proprio dalla pagina della madre scellerata di Settimo ho estratto un ordine di ragionamento inappuntabile, come ogni pensiero strutturato attorno alla medesima idea: sei una zoccola e devi morire. Difficile confutare. Mi limito a riportare le massime e sentenze più significative, alcune davvero sottili e raffinate; quelle di tale Antonio S. Il mio filosofo preferito dopo Aristotele.

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SULLA DEPRESSIONE
Antonio S.: Ho sentito parlare di depressione, ma è assolutamente non credibile. Una persona depressa non fa sesso, e soprattutto nessuna malattia può giustificare. Io stesso ho sofferto tanto nella vita, e non ho mai fatto male ad una mosca.

– Risposta:

Carlo Z.: La depressione non esiste è una cazzata inventata dalle case farmaceutiche per vendere i farmaci.

– Risposta:

Antonio S. (notate la competenza logico-matematica): No, uno se conosce i propri limiti non si supera.
Io ad esempio ho le idee chiarissime sul fatto che non farò mai figli.
Conosco il preservativo e lo uso, semmai dovessi fare sesso, ma anche quello mi interessa poco.

– (In sostanza: Antonio S. è uno stoico e non scopa; ora dormiamo tranquilli.)

LA TESI

Dario R: Facebook rovina le donne che, anziché prendersi cura dei figli, cazzeggiano su Facebook!

Dario R.: REAL TIME HA FOTTUTO IL CERVELLO A TROPPE GIOVANI.

Federica A. F.: Zozza…quando hai preso il cazzo ti è piaciuto? Grande troia,devi morire…puttana!!!

– (In questo passaggio i filosofi sentenziano che alla madre di Settimo piaccia il sesso e che i social rovinino il cervello)

Maurice M.: DEVI MORIRE MA NON IN CARCERE ..NON PER MANO DI DIO …MA TI AUGURO UNA MALATTIA ..UNA MORTE LENTA E DOLOROSA ….TROIAAAAAAAAA

Francesca V. (introduce un argomento concreto nella discussione) Per mano nostra, datela a noi

Antonio S. interviene dopo lunga assenza: Eccomi (se ne sentiva la mancanza infatti e riporta un canto del poeta Francesco Renga)
Bicchiere tra le dita / E gente sconosciuta intorno a noi… (segue testo completo)

L’ANTITESI

Tale Simone G. irrompe a controbilanciare con buon senso: Che bello che è il nostro paese, il nostro popolo: combattenti dei poveri, delle cause già perse in partenza, quelli che ci mettono un sencondo a lasciare commenti senza cognizione di causa ma che allo stesso tempo subiscono leggi insensate che realmen… Altro…

– Ma il nostro filosofo non demorde:

Antonio S.: per cosa dovremmo combattere, genio?

Simone G.: Antonio S. Hai mai sentito Parlare della Legge fornero? hai mai sentito parlare di intere famiglie che perdono la casa e vengono sfrattate perchè non sono piu’ in grado di pagare l’affitto o alle quali per debiti di poche migliaia di euro con il fisco gli viene pignorato l’immobile anche se prima casa? Hai mai sentito parlare di reddito di inclusione? vivi nel tuo mondo genio e continua a divertirti a leggere o a fare commenti idioti su una tragedia familiare, non sociale.

Antonio S.: Nella mia famiglia queste cose non sono mai esistite e mai esisteranno. Fiero di essere cresciuto in una vera famiglia, nonostante lo schifo di città in cui vivo.

– Nel simposio giunge Luca F., l’antitesi appunto

Luca F: Quali sarebbero le differenze tra voi e i gli islamisti? Nessuna

– Il filosofo ha pronta la risposta:

Antonio S.: Gli islamisti fanno bene ad avere la pena di morte per chi uccide.

Luca F.: Sono estremisti come esattamente tutti voi, a Salem bruciavano le streghe, siamo tornati a quei tempi

Antonio S.: Mi sembra giusto.

Antonio S. Io sono un “estremista della vita”, per me la vita è quanto di più sacro ci possa essere (e infatti la vuole togliere alla madre scellerata, la logica ancora una volta ricompare)

Luca F.: Bene, anche per me, ma essendo una persona COERENTE come potrei augurare la morte di questa donna?

Antonio S.: Io sono talmente coerente che la morte la auguro a tutti quelli che non si meritano un dono così sacro come la Vita.

LA SINTESI

Luca F.: Vabbè, non sono abituato a disquisire con persone simili. Ti lascio coi trogloditi, vi trovate meglio.

______________

Il gruppo a quel punto si ricompone sull’idea comune, e la logica e la filosofia sociale trionfano con gli anapodittici: zoccola, troia, devi morire.

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UNA STORIA D’AMORE

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Gli innamorati dicono di avere una “storia” e sembra che questa cosa che chiamano amore per rendersi attuale debba storicizzarsi. Perché? Entrare a far parte di una storia significa incanalare il desiderio all’interno di un codice, decodificarlo ma anche ipercodificarlo. L’amore diventa un racconto e il racconto la messa in scena del discorso. Mettere un soggetto innamorato in una “storia d’amore” vuol dire riconciliarlo con la società (Barthes), inserirlo sui binari della lingua, in una struttura, detonandolo nella sua carica rivoluzionaria. La struttura della storia ammansisce l’amore perché il desiderio (che sempre scorre nella parola) è anarchia, è il senza regole della società. Per questo motivo Deleuze parla di macchine desideranti piuttosto che di strutture. La struttura è l’ordine della rappresentazione, la macchina quello della produzione: “Una volta disciolta l’unità strutturale della macchina, una volta deposta l’unità personale e specifica del vivente, un legame diretto appare tra la macchina e il desiderio, la macchina passa nel cuore del desiderio, la macchina è desiderante e il desiderio macchinato” (Deleuze). Nel rapporto primario che passa tra la macchina e la struttura, (tra il molecolare e il molare) si tratta di inserire la produzione nella rappresentazione, il desiderio in un regime lingustico connotante di significati. Far defluire il desiderio nella struttura porta a sostantivarlo, legarlo all’organismo come una pulsione mancante all’oggetto, continuarlo al soggetto in un flusso semantico in cui scorre l’uso e l’abitudine della lingua. Vuol dire sottrarre l’anarchia del significante e metterla in un fascismo di relazioni tra la parola e la cosa. E così la domanda concentrata nell’altro mette in moto la dinamica della castrazione e l’istanza simbolica della legge (non fa altro l’intenzione edipica che si muove nelle forme destabilizzanti del simbolico e in quelle identificatorie dell’immaginario). Saussure distingueva nettamente tra “lingua” e “parola”. La prima rappresenta il momento sociale del linguaggio ed è costituita dal codice di strutture e regole che un individuo assorbe dalla comunità di cui fa parte, senza poterle inventare o modificare. La parola è invece il momento individuale e creativo, il modo con cui il soggetto che parla “utilizza il codice della lingua in vista dell’espressione del proprio pensiero personale”. Spiegava che il segno linguistico non unisce una “cosa” a un “nome”, bensì un concetto che fa passare la parola desiderante in una “immagine linguistica”. Distingueva quindi tra “significato” e “significante”; il significato è ciò che il segno esprime, il significante è il mezzo per esprimere il significato. Significante e significato, pur essendo inseparabili, per Saussure sono legati da un rapporto comunque arbitrario, culturale. L’operazione di inserire il simbolico nell’immaginario (come la intende Lacan) ha proprio la connotazione di dare un corpo, un nome, un’identità; alla parola un significato. Di portare l’assenza nella presenza, e dalla presenza in un contesto cultuale, storicizzando appunto la domanda d’amore. Chiarisce Deleuze che la macchina desiderante non ha a che fare con le macchine molari (organiche, tecniche, sociali) e che la molarità non sia altro che il ripiegamento della macchina sul piano della struttura. Chiamando il soggetto desiderante “macchina” lo rende non incanalabile nell’ordine produttivo dei segni e fa in modo che non si formi sul modello o su un regime esterno all’organismo. L’amante prima che dall’amato si sente dominato, imprigionato, sequestrato da questo ordine che esercita una funzione tirannica, assorbe il desiderio, imbriglia la lingua, ritaglia la relazione dal contesto e la inserisce nelle sintassi del quotidiano. L’immaginario crea un teatro ideologico dell’amore, storicizzandolo tra un prima e un dopo imbevuto di contenuto, e ciò impedisce piuttosto che alimentarla la circolazione del desiderio. Barthes ha chiarito la questione raccontando di un amico che invece di definirsi sposato si diceva accasato e sistemato. Si tratta appunto di sistemare il desiderio in una struttura, di ordinarlo, di sposarlo. Il greco ha una parola del corrispettivo “sposare”, “spèndein”, che vuol dire promettere, giurare, fare una libazione. A sua volta il verbo libare vuol dire brindare e nel brindisi c’è movimento, scambio dei liquidi, il piacere che passa da un bicchiere all’altro (ed è con/versato nelle parole). La struttura consacra la relazione versando il desiderio in una storia che fino ad allora aveva lasciato illibato uno dei termini, non cotrassegnato o significato. Affinché diventi l’oggetto unico (di cui parla la psicoanalisi) è necessario che l’altro in quanto oggetto d’amore venga depersonalizzato, spogliato di un senso, imprigionato in un immaginario che faccia dell’alterità un’identità e del significante del desiderio il significato di una storia appunto d’amore.

 da Frammenti di un monologo amoroso (l’amore tra l’immaginario e il reale)

SESSO E PULSIONE DI MORTE IN INTERNET

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Freud si è occupato della pulsione sessuale soprattutto in relazione alla conflittualità con l’Io, rinvenendo la causa del sintomo nel conflitto pulsionale. La libido, sostiene Freud, può assumere varie strade, fino a mutare in una ritorsione contro l’Io: trasformando l’amore in odio, il piacere di guardare in esibizionismo, il sesso in esasperazioni (spostando la relazione erotica in un altro luogo libero dal campo dell’Io, come avviene appunto in internet dove il contesto è più dinamico e meno vincolato). Oltre a trasformarsi nel suo contrario, la pulsione assorbita nell’immaginario di una relazione virtuale è libera di fluttuare volgendosi anche contro il proprio corpo, oltre che sull’Io; meccanismo non difforme, per quanto ridefinito nella modernità tecnologica, dal masochismo tradizionale. Il fenomeno può manifestarsi coi fatti e più spesso con le parole. Nel qual caso è più che mai corretto parlare di sublimazione della pulsione, spostamento dell’eros nell’altra scena, in un non luogo appunto della lingua e del discorso. La pulsione è sublimata nella misura in cui è deviata verso una nuova meta tendente all’esclusione degli oggetti reali socialmente valorizzati (il marito/la moglie, il contesto sociale). Il processo è automatico e permette un’adeguata scarica delle pulsioni sessuali e aggressive altrimenti minacciose per l’Io.

1) Sublimando il desiderio in un non luogo con non-persone di non-relazioni, la soddisfazione del piacere può avvenire senza disturbare il principio di realtà (ragione per cui spesso le persone che fanno sesso in internet non si incontrano nella vita reale; il sogno non deve diventare un bisogno e l’altro deve rimanere confinato nell’immaginario). E’ piuttosto diffuso come fenomeno; si fa sesso in rete sfogando la libido su uno schermo, con persone che sono surrogati e non vita reale. La morale è protetta dal non incontro genitale, l’Io dal non avere dato un corpo e un nome all’altro; mentre il piacere assume la forma di una letteratura, di un sogno. Tutto questo diventa inesorabilmente rimozione.

Pulsione di morte e masochismo.

Con “Al di là del principio del piacere” e “Io e l’Es” Freud introduce il concetto di pulsione di morte. La pulsione di morte si contrappone alla pulsione di vita, che comprende la pulsione sessuale e quella conservativa. L’istinto di morte non è direttamente osservabile, pur essendo dominante in alcuni soggetti. Freud lo individua nella coazione a ripetere, nel sadismo e nel masochismo che definisce primario. Come un’ecolalia nel discorso. Un masochismo che non nasce dalla paura della punizione per gli impulsi sadici ma che diventa bisogno autopunitivo. La sofferenza non deriva più dal conflitto tra la pulsione sessuale e la sua repressione, ma dal bisogno di sentire dolore, la cui soddisfazione è considerata fonte di piacere e appagamento.

2) Internet, dove la relazione viene spostata in un’altra scena, ha consentito al principio di morte una maggiore fluidità ad irrompere nell’Io senza rimozione e sacrificio pulsionale. Reich (e poi Marcuse) obietta che il discorso di Freud è viziato da un concetto destoricizzato della civiltà, configurando il principio di realtà come una mistificazione. Come in un teatro dove in scena sale finalmente il desiderio, questo tipo di relazione immaginaria originata da una pulsione distruttiva, consente tuttavia all’Io una buona aderenza alla realtà. L’adesione a un principio di realtà fragile, contaminato dalla pulsione di morte, è però precaria e virtuale. Il disagio persiste anche dopo il ritorno nella vita reale.

FRAMMENTI DI

Da Frammenti di un monologo amoroso (l’amore tra l’immaginario e il reale)

LA MANTIDE IN AMORE

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La Mantide in amore stacca con un morso la testa del compagno e la divora dopo l’accoppiamento. La decapitazione non compromette la copula, anzi la favorisce, in quanto nella testa del maschio si trova il centro inibitore dell’accoppiamento. Parimenti le matrone romane dopo essersi accoppiate coi servi spesso li uccidevano. Sul piano affettivo il cannibalismo del partner alla fine di una relazione sembra essere la regola. Quanto più è prominente la pulsione di morte, tanto più sarà necessaria la scomparsa e la fuga dall’immaginario. La morte dell’altro. Dopo l’amore illecito, pur vissuto in un’altra scena, il soggetto si dissocia a voler cancellare una zona d’ombra dall’Io cosciente. L’altro da oggetto del desiderio diventa coscienza, e portato sul piano della realtà, cattiva coscienza. Averlo presente significa ritrovarsi l’odore di zolfo sulla pelle. Spesso si sente dire con improbabili rimpianti “non voglio prenderti altro tempo”, “impossibile rimanere amici”, edulcorando il cannibalismo con un “sono a disagio con te”. Dopo il bagno nel desiderio e l’eccitazione vissuta nell’immaginario si torna insomma alla vita. A questi soggetti è necessaria la rimozione, l’abbandono, la fuga come a svegliarsi da un sogno. Vittime del narcisismo primario nella relazione, non pensano a quanto essi stessi abbiano riempito con la loro presenza l’immaginario dell’altro. Ciò che conta è la fuga, negarsi, svincolare per ricostruirsi una verginità morale. Nulla è stato reale, l’Io mantiene una certa stabilità, il contesto sociale è salvo e la colpa è cancellata con un atto di cannibalismo.
FRAMMENTI DI
Da Frammenti di un monologo amoroso (l’amore tra l’immaginario e il reale)

CHIEDO LA MANO DI SUA FIGLIA (E NO, O TE LA PRENDI TUTTA O NIENTE)

 

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Nell’innamoramento la parte indica il tutto o il tutto la parte; si dice della donna che è tutta un sorriso più che ha un sorriso, le braccia diventano un abbraccio e il cuore non è un organo, ma l’immagine dell’altro ricomposto per metonimia. Sei tutta un profumo, per sinestesia implica il coinvolgimento totale del soggetto attivo nella percezione. Funziona così, le parole ordinano e non scompongono, il corpo perde la sua frammentazione e si ricompone per sineddoche nella lingua, ma non solo. L’amore chiede unità, la parola diventa qualcosa di organico che riordina e ricostruisce. L’uso della metafora è più raro, l’immagine della rosa rinvia per figurazione all’organo femminile ma sposta i contenuti altrove, come un’immagine dell’immagine. E’ la negazione del principio di identità, rimanda continuamente a qualcos’altro, a un terzo escluso. La metafora esclude e appunto non include. Il dialogo amoroso circoscrive nel qua ora e non sposta, non richiede immagini. L’altro è l’altro, chi-ama e chia-mando identifica l’altro nell’identità e nel nome, e non in qualcosa di simile o verosimile. E’ un neutro, ma solo in quanto non è imparziale, non annulla la differenza e costituisce dalla continuità il proprio particolare. Barthes parla della possibilità di bloccare la prevaricazione della significazione solo ponendosi al di fuori del linguaggio, in un incidente nella lingua, nel trauma piuttosto che nella trama del discorso. L’oggetto in sé, l’amato, non si può rinvenire nell’ordine dell’enunciazione ma nella sua frattura semantica, nel feticismo per la parola. La denotazione pura (se esiste) non può essere trovata nell’insignificazione, nel neutro, nell’oggettivo. “Il trauma sospende il linguaggio e blocca la significazione” (Barthes). Il grado zero dell’immagine prodotto da questa parola inopportuna si trova nell’assenza di intenzionalità, come nelle fotografie scioccanti, dove l’evidenza irrompe al di là della costruzione estetica e dell’ordine dei significati. Nell’ottuso che fa irruzione, incurante della connotazione ideologica della società di massa, come ciò che è al di là del collettivo immaginario. E tuttavia questo neutro nella lingua che produce immagini perturbanti “non rinvia a impressioni di grigiore, di neutralità, di indifferenza … Può rinviare a stati intensi, forti, inauditi. Eludere il paradigma è un’attività ardente, che brucia” (Barthes). La metafora è un richiamo, una chiamata nella chiamata, un continuo rimandare a qualcos’altro. È un terzo che invade la scena, mette in secondo piano il corpo e trascende la sessualità, anche quando inventa una nuova forma di linguaggio. Nella metafora si sostituisce un significante con un altro, dando luogo allo stesso significato; la metonimia comporta invece la sostituzione del senso per contiguità. E’ un’abitudine ad associare due termini significandoli. Questa immagine per quanto neutra è fortemente significativa, ha i caratteri della cosa e non della rappresentazione. La forma più diffusa della metonimia è la sineddoche, in cui il tutto sta per la parte e viceversa. Mentre la metafora agisce a livello paradigmatico (frammenta e interrompe il flusso del discorso), in assenza di un temine che non compare, la metonimia si muove a livello sintagmatico (agisce per continuità tra i termini, non crea fratture), e ciò comporta un minor sforzo per la decodificazione. E’ più diretta, non pone nessuna immagine a mediare tra la parola e la cosa, tra l’Io e l’altro. La metonimia è diffusa nei meccanismi della pubblicità perché, desiderando l’oggetto associato al prodotto, siamo portati a desiderare il prodotto stesso (da cui l’abuso del corpo femminile). Questo linguaggio ha la funzione di fornire un immaginario, un luogo comune attraverso il quale, per riflesso, l’oggetto sopporta e esercita la propria intenzionalità erotica. E’ una forma di comunicazione diretta, non mediata. Il corpo dell’altro subisce la sineddoche e le rappresentazioni; per Barthes queste sono il segno dell’erotismo, e tuttavia non l’erotismo in sé, non vanno oltre i confini dell’eufemia, che fornisce una rappresentazione edulcorata dell’altro. L’erotismo si ritrova nel corpo parziale, frammentato, di cui soltanto alcune parti sono significanti. Il corpo erotico non è mai quello tutto intero; le tracce dell’erotismo vanno piuttosto ricercate nel feticismo per il particolare. E tuttavia il frammento del corpo cuore significa la totalità dell’amore, la bocca rimanda all’intero linguaggio (anche del corpo) e chiedendo la mano intendiamo sposarla tutta la fanciulla, non solo la parte. Sineddoche e metafora si muovono nell’immaginario e nel simbolico, ma nella prima sembra prevalere in quanto assenza del simbolo. Il tutto non è l’insieme delle parti, ma una ricostruzione mentale che anticipa ricomponendo il corpo e il discorso. Qualcosa di universale che non c’è se non nel particolare, il symballein (da “symballo”) mette insieme e ordina da fuori (il contrario è diabállein, che significa disunire, porre in discordia, disorganizzare), come il fondo che media tra la parola e la cosa rendendo visibile questo qualcosa. Il reale è sempre soggettivato e simbolizzato; la sineddoche lo dimostra nella sua disposizione ad astrarre la totalità dalla parte, il tutto, l’assoluto dal frammento. L’oggetto è un reale filtrato dal simbolico, se non c’è il simbolo non c’è oggetto (Lacan). E dunque, se hai intenzione di chiedere la mano della fanciulla, rammenta che il padre per sineddoche intende dartela tutta.

(Dai Frammenti di un monologo amoroso: l’amore tra l’immaginario e il reale)
libreria psicologia/filosofia

IDENTITA’ E IO TAUTOLOGICO

Ogni volta che vado all’anagrafe mi prende l’ansia. La carta di identità in particolare. Ci ho messo tanto a perderla un’identità e che fa, me la ritrova un triste funzionario comunale?

                                           

MEMORIE DI UNO SMEMORATO

La mia assenza della memoria era assenza di Dio. Adesso erano tranquilli, avevo anche io la mia croce e potevo esercitare la sua volontà, non la mia. Mi avevano dato una guarigione di stato. (Memorie di un ex smemorato).

Un giorno cominciai a ricordare e mi dimisero. La libertà i medici la chiamano dimissione. Questioni semantiche, ma detta così fa meno paura. Insomma mi misero in libertà proprio quando riuscirono a sistemare le briglie. Ricostruendo l’Io, mi avevano finalmente dotato di uno di quei cosi elettronici che controlla i detenuti fuori dalla galera, unica libertà concessa dallo stato. Dicevano che ero guarito perché avevo un passato, ma il mio disgusto cresceva. Si erano presi cura di ciò che a loro faceva paura, non della malattia.

Mi chiusero in una cella con un altro smemorato. Vi farete compagnia, dicevano. Come compagno di disavventura mi avevano dato uno affetto da TGA, quindi un altro vuoto, anche più grande del mio. Smarriva il presente con la frequenza di un battito di ciglia. La cosa divertente era che si presentava ogni dieci minuti. Lo invidiavo per quel suo nascere e morire ad ogni istante.

Certe malattie sono un problema più per il medico che per il malato. Così per non deluderlo fingevo una sofferenza che non provavo.

Più di tutto mi impegnavo a non ricordare il mio nome, lo vivevo come un marchio d’infamia. Ho sempre avuto l’immagine di una scolaresca all’appello ogni volta che mi sentivo chiamare, e sempre mi veniva di rispondere “assente!”. Non ero smemorato, mi ero assentato.

Avevo dimenticato tutto. Non solo Dio, che non avevo mai incontrato. Ero come uno straniero in una terra sconosciuta. Guardavo la mia gente, quella che mi avevano fatto credere fosse a me simile per abitudini e cultura, arraffare, delinquere anche nelle piccole cose, per poi smoccolare veleno contro chi la amministrava. Non era amnesia, era disgusto per questi esseri dissimili e difformi. Scordavo finalmente le mie radici e la nausea che mi procuravano.

L’uni-verso è una strada piena di divieti di accesso, con quei cartelli blu e freccia bianca che obbligano a viaggiare in una sola direzione. Io avevo preso la vita contromano. La chiamavano amnesia e invece soffrivo di una banale apostasia.

La violenza comincia quando al nostro Io viene dato un nome. Col nome diventiamo una persona e nello specifico quella e non un’altra persona. Come individui ci rendono appunto individuabili. Ho provato a spiegarlo al funzionario che era venuto a censirmi, che sono e non sono, di incasellarmi come un essere in transizione, incerto, instabile se preferiva. Ma pare che lo stato non riconosca la categoria. L’impiegato ragionava col principio di identità. E io un’identità proprio non l’avevo.

Quante piccole improbabili identità. L’identità presuppone un Io sempre uguale a se stesso. Ma io non sono sempre uguale, io divengo.

Ho un’intolleranza all’Io, mi provoca aerofagia. La causa della mia amnesia si trova nella pancia, non riesco proprio ad assimilare un’identità. .

Ogni volta che mi radevo affondavo il rasoio e mi procuravo piccoli tagli. Cercavo nelle gocce di sangue qualcosa che mi facesse sentire vivo e nel dolore di ricordare quella parte di me che non riuscivo a vedere. E più premevo la lama, più il bruciore esasperava una memoria nella carne. Credo fosse un modo per sottrarmi, per un istante solo, a un presente che era fatto di niente.

Mi guardavo lungamente allo specchio, specie al mattino. E non mi riconoscevo, non vedevo niente alle spalle di quell’uomo, c’era solo un incomprensibile presente. Cercavo la storia, la vita in quel volto incupito come da un dolore appena sfiorato. Sembrava sgombro di tutto, anche da se stesso. Mi piaceva, per carità ma avrei dato non so cosa per un ricordo. Non avevo memoria di nessuno spasmo; avevo davanti il nulla e, questo sì, che mi spaventava.

Ogni volta che vado all’anagrafe mi prende l’ansia. La carta di identità in particolare. Ci ho messo tanto a perderla un’identità e che fa, me la ritrova un triste funzionario comunale?

Parlano di identità e vuol dire che devo essere uguale a me stesso. Sono troppo anarchico per incatenarmi a un simulacro del mio Io masturbandolo con una tautologia e perbene quanto basta per non desiderare la duplicazione di qualcosa di cui non vado fiero.

Chiamiamo personalità la memoria di ciò che sono stato ieri, con una buona probabilità di esserlo anche domani. Un disturbo della personalità non ha la continuità del ricordo ed è scettico su quella eventualità.

La follia è l’ostinazione nella diversità; la persona normale costruisce un’identità e tutta la vita cerca di individuarsi. La differenza è sostanziale: la follia è sociale e mai individuale, il matto ha la lucidità e il buon gusto di non voler essere identico a se stesso.

Mi sono perso non so quante volte. Mi perdevo perché non avevo nulla da cui tornare, non trovavo nemmeno la strada di casa. Una casa è fatta di ricordi prima che da muri. E la mia era vuota, non l’avevo riempita d’amore, non ne ero capace. Mi allontanavo da me stesso e mi cercavo altrove. Non avevo dimenticato, la realtà è che non avevo proprio vissuto. E forse avevo anche cessato di esistere. Il dottore mi guardò appena, ma non negli occhi, e scrisse su un foglio amnesia dissociativa generalizzata.

FRAMMENTI DI

Non avevo nulla, solo silenzio. Il vuoto nella memoria acuiva il mio sentirmi altrove. Ero come su un’isola, ed ero solo. Non mi lagnavo, ondeggiavo anzi su una zattera piuttosto comoda. Il vociare della gente, quello sì che mi infastidiva, pareva un inutile bla bla. Ci ridevo pure delle facce che vedevo, con quelle cupe espressioni di finta allegria. Come quando in un film sfasi le immagini dalle parole; una cosa comica appunto. Sentivo di bambini che esaurivano mamme già esaurite, uomini alle prese con disturbi ordinari, che sono fastidiosi proprio a causa dell’abitudine e dell’immancabile ripresentarsi a ogni maledetto giorno. Cosicché manco la notte li lasciavano riposare, pensavo, in attesa di vivere la stessa giornata, sempre e solo quella. Ecco il vantaggio di essere rimasto senza memoria, ogni giorno per me era comunque nuovo. La chiamavo vita questa cosa e per loro era invece una malattia.

Non ricordavo niente. Prima dimenticavo e basta. Le chiavi di casa, la macchina, il volto del vicino che mi ostacolava il passaggio sulle scale, con quell’alito acre e violento che rendeva sgradevole il buon giorno, chiedendomi chi davvero fosse. Poi ci ho preso gusto e la cosa ha cominciato pure a piacermi. Entravo in una stanza, in un locale e non riconoscevo le pareti, le facce, le voci, gli odori. Era come ricominciare ogni giorno, libero dai tegumenti familiari. La sensazione di vuoto però la ricordo, e cercavo di tornare sui miei passi, interrogandomi su quante volte ero passato per quella via. Ma anche la pace che quell’assenza mi dava. Mi sentivo bene, alla fine. Senza vincoli, amici, colleghi, costrizioni parentali. E vivevo, per la prima volta, con una leggerezza che non conoscevo. Avevo lasciato il mio Io da qualche parte e non lo cercavo e non volevo trovarlo. Ero felice, il resto non m’importava.

Da FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO (l’amore tra l’immaginario e il reale)
                                                                             ***
Normare è controllare, come nominare è identificare; l’identificazione è già uno degli aspetti della normalizzazione, con la quale si chiede a un individuo di diventare identico a se stesso. L’identità è una tautologia che conferma nel singolo il carattere universale dello stato. Quel che c’è al di là, l’alterità, è qualcosa di patologico e di deviato, di difforme. Il diverso o la deformità come categoria antropologica non è assorbibile dal conformismo di massa così com’è espresso dalla moderna società tecnologica. Collocare la reazione (o alterità) altrove, nei luoghi della perversione vuol dire mantenere inalterato l’ordine, dare una regola e imporre di rispettarla. Sistemarla in una dialettica di opposizione che separa nettamente giusto e sbagliato, normale e anormale, il bene dal male. Un potere di questa natura non può che invadere ogni aspetto della sessualità, del corpo, dei sentimenti e della società nella quale sono collocati; le relazioni di potere sono immanenti, non sono una sovrastruttura che esercita da un tribunale il ruolo della censura. I rapporti di forza, multiformi, in costante divenire, instabili, si muovono dal basso per poi diffondersi attraversando tutta quanta l’esperienza sociale senza individuarsi in maniera assoluta.

Lo stato nella sua attività di assimilazione del disordine (del particolare nell’universale) assorbe la diversità nell’identità; ad ogni cittadino dà un documento che lo individua come quella persona piuttosto che un’altra. In quanto individuali siamo individuabili, ed è questo che gli interessa. Lo stato chiama la diversità carattere, come appunto certifica nella carta di identità, e delimita le caratteristiche di ognuno come qualcosa di marginale e mai di sostanziale. E’ una forma di idealismo storico e di assolutismo ideologico che non riconosce ciò che fa di una vita quello che è: l’originalità e la discontinuità. Perché l’identità presuppone un Io sempre uguale, mai in divenire e lo stato impone la contraffazione, chiedendo a ognuno di diventare la copia di se stesso.

Nell’identità si muove una prassi sociale repressiva e autoritaria, prende la forma dell’ideologia e coincide con l’adattamento e la tautologia di uno stato che informa la coscienza e impone di rievocarla ripetendola. Chiedendo a ognuno di identificarsi nell’identità che esso stesso dà. La chiamano carta di identità e con quella carta lo stato risolve le particolarità, i caratteri, la diversità in una verosimiglianza che ripete nel predicato quello che è già detto nel soggetto, imponendo al singolo di individuarsi come soggetto privo di oggetto, l’Io come Io. E’ evidente che dietro il concetto di identità si muova quello più antico di anima e di sostanza, un’ideologia e una metafisica, la mistica dell’Io come incondizionato produttore di se stesso. Per questo è necessario ripensare il principio di identità a partire dalla diversità perché ogni determinazione è un’identificazione.

La conoscenza non ha un casellario degli oggetti, li pensa attraverso la loro mediazione, assimilandoli e soprattutto differenziandoli, mettendoli in conflitto. Un pensiero tautologico, che risolve l’oggetto nel soggetto individuandosi e identificandosi in esso, che rispecchia nel pensiero il soggetto pensante piuttosto che l’oggetto del pensiero è in realtà privo di una riflessione. Pura ideologia. Dove non c’è riflessione non c’è contraddizione dialettica e senza dialettica non può esserci una teoria filosofica.

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Da Gli italiani il sesso lo fanno poco e male

 

LO STATO DI PULIZIA

La mania dell’ordine ricorda la follia domestica delle nostre mamme; si tratta di qualcosa che va al di là dell’ideologia o del fascismo, è la tendenza a mantenere le cose come ci hanno insegnato. Ognuna al proprio posto, secondo un’estetica della credenza che considera intruso l’oggetto fuori dai luoghi ordinari. Il tessuto ricamato a centrotavola e il resto deve girargli attorno. In Italia (in particolare) non c’è posto per il marasma copernicano. Le calze appaiate, le camicie appese, le donne gradite in cucina, il lavoro negli orari canonici e l’uomo nero fuori dalla porta; gli unici legittimati a importunare rimangono i Testimoni di Geova. I funzionari deputati a mantenere pulito sono le forze dell’ordine e gli italiani le considerano come spazzini. Desiderano lo stato di pulizia, non di diritto. Le mamme accettano le libertà della prole, che finisce però dove inizia la loro; dilatandola all’inverosimile nella casa e nel mondo, perché con la scopa ontologica potrebbero mettere ordine pure in quello. Non stupisce che i politici che riscuotono maggior consenso siano quelli che promettono la pulizia (etnica, morale, politica) e la pulizia coincide con la tradizione. Con la parola tradizione intendiamo il buffet di nonna, con le statuette intoccabili e impolverate che non si devono spostare; come un quadro di Seurat, nel quale è tutto bello ma immobile, non c’è vita. E infatti la natura si rivolta e lo fa come può; si chiama eterogenesi dei fini: il calzino scompare (inspiegabile ma è esperienza comune), gli acari invadono i tessuti, il marito è messo in mobilità e a disturbare la quiete non sempre è il religioso che al citofono prospetta il giorno del giudizio, ma Equitalia che viene a riscuotere il pizzo come un meschino delinquente di borgata. L’ordine fa riposare la mente, abitua alla consuetudine, dà le regole e la regola impone di non uscire con la camicia stropicciata. Abominio per l’occhio materno, sentenzia infatti che abbiamo preso una brutta piega. Ricordo mamma, non era particolarmente ossessionata, ma la pulsione c’era e si faceva sentire. Subivo l’ordine come un’imposizione, proprio come i bambini che rispondono con orgoglio ‘no’ quando sentono odore di comando. Non ero anarchico, ma piuttosto vivo nella mia confusione e ne andavo fiero. L’ostacolo rimaneva il battipanni, che quella cara donna somministrava come un farmaco nelle giuste dosi per ristabilire i ruoli. Aveva comunque una pessima mira e la mano stranamente leggera. L’alternativa era l’olio di ricino, ma era pur sempre una femmina democratica. Proprio come certa politica, che da sempre si serve del bastone e della carota. Strumenti che per morfologia si prestano a un uso incongruo per uno stato moderno, non solo demagogico. Quello a cui state pensando.

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