Cagasotto figli di mammà

Ieri il governo annuncia misure restrittive con l’ampliamento della zona rossa e gli italiani (alcuni, ma per la situazione troppi) fuggono in massa verso le stazioni, con la coda tra le gambe a nascondersi sotto la gonna di mammà. Qualcuno diretto alla seconda casa, molti (studenti universitari) al paesello in meridione, che giusto di una pandemia locale ha bisogno.

Questi uomini e donne sono il prodotto del peggior capitalismo, cresciuto con le televisioni dell’erotomane e devastato dai social, viziato e individualista, senza coscienza. Quello che conto solo io e in culo al prossimo. Scappano e da che cosa? Da una temporanea, igienica e dovuta restrizione degli spostamenti. Solo questo. Intanto ai confini con la Grecia la gente, bambini compresi, viene massacrata. Ma scappa da una guerra. Uno solo dei ragazzi che affronta il mare su un gommone vale dieci di questi italiani cagasotto e senza spina dorsale. I vostri nonni difendevano la patria sul Piave, voi siete il disonore del Paese: il Sud non ha le risorse e la sanità per affrontare un’emergenza come quella lombarda. La Calabria (per dire) ha in tutto 107 posti letto in terapia intensiva e in strutture ospedialiere nelle quali è meglio non entrare neanche per una frattura, dove cazzo li portate i vostri cari (o voi stessi, così capite meglio) se si ammalano?

 

VENTI BUONI MOTIVI PER STARE A CASA QUALCHE GIORNO, MICA DOVETE FARCI LA MUFFA:

1) non dovete scambiare sorrisi e parole con chi vi sta sulle scatole
2) avete la scusa per non portare a calcio il pargolo, a picchiare i genitori dei bimbi dell’altra squadra penserete in un’altra occasione
3) i trans anche tra due settimane saranno comunque in tangenziale, tranquilli. E magari vi faranno lo sconto
4) in alternativa potete scopare vostra moglie, è difficile e immorale lo so, ma ogni tanto vi tocca. Esaurita la dose contrattata per l’anno in corso nei mesi che seguono non ci penserete più
5) l’astinenza da centro commerciale passa dopo due giorni, la lontananza disintossica
6) gli aerei cadono e i treni deragliano. Il culo delle hostess non peggiorerà in pochi giorni
7) Salvini anche tra due settimane i comizi in piazza li farà comunque, nel frattempo è in diretta video, non scompare
8) due apertivi al giorno in una città turistica vi costano 40 euro, al termine della quarantena avrete un gruzzolo da investire con il punto 3
9) avete a disposizione tutta la teconologia possibile per tenervi informati e crescere culturalmente: Facebook, Twitter, Instagram
10) la figa in surrogato la trovate anche su Youporn ed è di prima scelta, tanto quanto quella della segretaria che vi costringe a lunghe assenze solitarie al bagno durante l’orario di lavoro
11) niente code in macchina, tutte in prima e con le mutande che vi fustigano i maroni
12) drogarsi a casa propria non è reato, A meno che non la vendiate
13) lo scambio di opinioni sul Grande Fratello potete farlo anche con WhatsApp
14) c’è la Maratona Mentana
15) la lontananza accresce il desiderio, tra due settimane la vostra amante sarà predisposta ad effusioni che non immaginate
16) avete l’occasione per nevrotizzare i figli, rompere i coglioni alla prole è profilattico per le malattie nervose e mantiene stabile la famiglia
17) nel frattempo magari vostra suocera muore e non la rivedrete neanche per l’ultimo saluto
18) parenti e affini lontani
19) non dovrete impazzire per il parcheggio, la macchina resterà dove l’avrete lasciata, a meno che non ve la freghino
20) avete passato di tutto a vostra moglie, dalla gonorrea all’herpes, evitatele almeno il virus della Conad, il Conadvirus, insomma quello là. Perché se si ammala poi i bimbi e la casa dovete gestirli voi

Continuerei, ma che mi dilungo a fare.

 

NON BASTA? VE LO DO IO UN BUON MOTIVO PER STARE A CASA

Occhio che se vi muoiono i vecchi poi come campate? Bello fare l’apericena con la pensione di nonna, no? Tra quindici giorni potrete tornare a fare i coglioni in piazza. Non vedo l’ora di ascoltare le news sul Grande Fratello Vip mentre bevete quella merda a 20 euro sui Navigli che chiamate aperitivo.

Per quanto mi riguarda procrastinerò la mia quarantena, che dura dagli anni ’80 e non mi mancate.

SENSO ORALE

Il non finire mai è il carattere delle cose. Cambiano, perdono di senso ma solo per acquisirne un altro, si rinnovano e non smettono di esistere; finisce un senso e ne comincia un altro. Decontestualizzare mi sembra la parola corretta; la decontestualizzazione non è la distruzione della cosa, ma lo spostamento in un altro luogo. Nello spostamento non c’è una perdita di senso, piuttosto la sua trasformazione.

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La vita intima della cosa (ciò che la qualifica nella funzione) non è nell’uso-per dato dalla mano (Das Wesen der Hand, come Vorhandenheit e Zuhandenheit). Nello spostamento le mani compongono e dispongono, a volte indispongono. La scomposizione è il fenomeno più radicale dello spostamento. Stai composto, quante volte lo abbiamo sentito dire? E puntuale arrivava la sberla, la mano appunto che riordinava contestualizzando il corpo del bambino in uno spazio comune. Per le mamme voleva dire: riordina, ogni cosa deve stare al suo posto. Il rafforzativo confermava la regola: ri-, ordina nuovamente; la ripetizione è già un imperativo. Ma i bimbi sono disordinati e disinvolti per una naturale avversione alle regole, anarchici con le imposizioni, ostinati con le prescrizioni; e infatti si indispongono, scompongono e rompono gli oggetti. Oltre naturalmente gli impronunciabili. Cercano un senso al di là di quello già dato, perché alla curiosità dell’infanzia l’impronta dei grandi davvero non basta. Scomporre vuol dire non tanto dividere una cosa, ma metterla fuori posto, fuori dall’ordine a cui le mani l’hanno abituata. Le abitudini diventano prima regole e poi leggi, non è un argomento da sottovalutare; e infatti i fanciulli non lo sottovalutano affatto. Assimilano il Begriff, la struttura intellettuale che rileva (Aufhebend) l’afferrare, begreifen, il comprendere prendendo, padroneggiando e manipolando le cose. Ma ne diffidano fortemente. La mano di Heidegger, che si muove con la callidità del linguaggio è ciò che organizza gli oggetti secondo un ordine. La sua è però una mano adulta, intellettualmente educata a ricomporre il tempo (perché di quello si tratta) secondo il prima e il poi. Apparecchiano la tavola in cui sistemano le cose così come devono stare. Il linguaggio comunica, manipola, prende, proprio come fa la mano toccando quel che la lingua raccoglie. La mano anticipa la parola e dà luogo a una metafisica dell’afferramento imponendo all’oggetto un’intenzionalità; questa cosa la chiamiamo comprensione, ed è la versione scolorita del Begriff. Afferrando le cose le ordiniamo, ossia diamo loro un ordine (ricordate quando le mamme dicevano fai questa cosa? Di norma il dito era puntato e la mano vagamente minacciosa). Le mani assegnano non solo la funzione all’oggetto ma lo definiscono nello spazio e lo limitano nel tempo. In Sein und Zeit sembra che le cose debbano prendere ordini dalle mani e così non è. Heidegger non è un profanatore della cultura, è più simile a un maggiordomo scrupoloso nella pulizia e metodico nel riporre le cose al proprio posto; l’uomo (Dasein)  continua ad essere la misura delle cose e le cose non esistono se non in funzione del soggetto. La Fenomenologia aveva però fatto qualcosa di diverso dislocando il soggetto: il decentramento comporta una radicale distorsione anche dell’oggetto, proprio come accade ai bambini che si meravigliano per quello che vedono e non per ciò che sentono dire; esiste qualcosa fuori di loro e questa cosa pur dilatata dalla fantasia la chiamano reale. La realtà piace ai bimbi più delle favole. Li colloca, li definisce, li dimensiona non al di là, ma nelle cose. E li fa sentire vivi. Se esiste qualcosa, la sua esistenza si conferma non in una relazione col nostro percepirla (la percezione è una rappresentazione), ma in autonomia, al di là di quello che siamo. Le cose sono cose e possono fare a meno della nostra presenza.

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La realtà, essendo ciò per cui una cosa è quella e non un’altra, esiste e di vita propria, indipendentemente dall’essere conosciuta o manipolata; la funzione è un accidente e mai qualcosa di sostanziale. Ma gli universali universalizzano collocando gli oggetti in un universo di senso, che vuol dire in un verso solo. Le idee quando pensano il reale secondo la mansione vanificano le parole (il nome che diamo alla cosa) in un vuoto nominalismo. Il reale esiste, è pensabile (a condizione che si conformi il pensiero all’interno dei limiti delle cose, in re o post rem), è esprimibile, ha una collocazione definita nello spazio e nel tempo. Si definisce come specie o categoria ma solo nei contorni dell’ecceità, che è “la causa, non della singolarità in genere, ma di questa singolarità nella sua particolare determinazione, cioè in quanto è proprio questa” (haec determinate). Il pericolo dell’andare oltre, nell’universale, è di farsi travolgere dall’intenzionalità del senso.

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Torniamo alla decontestualizzazione: una scarpa al piede la identifichiamo per quello specifico uso, posta su una parete diventa una scultura, un oggetto puramente estetico; decontestualizzato l’oggetto si libera dalla presa delle mani e del linguaggio, svincolandosi dall’ordine morale prima che da quello intellettuale. Scultura di cattivo gusto il più delle volte, ma con Cattelan abbiamo visto di peggio. In Heidegger c’è la conferma di tutta quanta la nostra storia culturale, quella che fa dell’uomo la misura delle cose, che gli ruotano attorno come alla causa finale. Non è un discorso complesso: immaginate Belen in un centro anziani e capiamo in che modo avvenga l’attrazione. Eppure la tecnologia dimostra proprio il contrario: le cose come oggetti con una propria ontologia sono qualcosa di intimamente eversivo; la tecnica ha tecnologizzato le persone vincolandole alle cose, l’ideologia le ha rese schiave di un’idea, la lingua della rete o delle televisioni ha modificato in profondità il linguaggio, l’arte ha decontestualizzato le cose facendone appunto altro. Questo altro nel quale l’oggetto prende una diversa forma, senso o contenuto può essere affettivo, estetico, pratico. Le cose non passano dall’essere al non essere, non finiscono mai; si svincolano dalle mani e diventano semplicemente altro, vanno a vivere altrove. Cambia la funzione e la funzione è ciò che dava loro il senso. Quando Eraclito scrive (o meglio qualcuno per lui) πάντα ῥεῖ, oltre a delineare la sceneggiatura del noto film con Robin Williams, intende che ad ogni istante che passa non siamo più quelli di prima, che cambiamo, diventiamo difformi, deformiamo. L’argomento non è inconsistente, parliamo di piccoli frammenti di tempo come se nulla fossero; eppure provate a rispondere un attimo! alla consorte quando vi chiede di svolgere un compito, e vedrete che quell’istante viene recepito come come un’era glaciale. L’attimo sarà pure fuggente, ma non è comunque mai negoziabile.

Le mani afferrano gli oggetti e danno loro un senso, si muovono nell’orizzonte del possibile e quando si cimentano con l’impossibile non bastano più. I detrattori parlano allora di adynaton, affermando l’impossibilità che una cosa avvenga subordinandone l’avverarsi a un altro fatto ritenuto impossibile. L’argomento è però debole, retorico, funziona nel linguaggio pratico ma la vita è un’altra cosa. L’impossibile non è il limite dell’oggetto, piuttosto la sua possibilità di trasformarsi o deformarsi in altro.

Dando il nome a uno oggetto lo individuiamo in quel che serve, attribuiamo una categoria e la categoria è un universale che identifica la cosa, la rende identica a se stessa. Con le parole istituiamo una mistica dell’oggetto e dunque una metafisica. E tuttavia la realtà è ciò per cui una cosa è quella e non un’altra, esiste indipendentemente dall’essere conosciuta. Le idee quando pensano l’ideale come reale vanificano le parole in un vuoto nominalismo. Il reale esiste, è pensabile (a condizione che si conformi il pensiero all’interno dei limiti delle cose, in re o post rem), è esprimibile, ha una collocazione definita nello spazio e nel tempo. Si definisce come specie o categoria ma solo nei contorni dell’ecceità, che è “la causa, non della singolarità in genere, ma della singolarità nella sua particolare determinazione, cioè in quanto è proprio questa”. Il pericolo dell’andare oltre è di cadere nella rete della metafisica e dell’ideologia, dell’abitudine intellettuale a disporre le cose assecondando un ordine. Questo vale tanto nella vita ordinaria, quanto nella sua dilatazione sociale: fuori dal reale non ci sono che le parole e il linguaggio della politica (per la relazione che sussiste tra l’universale e il banale esercizio del potere) lo dimostra pienamente; manca l’arrosto e vende il fumo. C’è una regola in cucina e le mamme la esercitano per lo più con eleganza: gli aromi coprono gli odori di una pietanza deteriorata, rendono appetibile l’alimento andato a male o sgradito ai bambini. E così poste le cose in un senso che rende impossibile l’altro, non solo ne decretano la fine contornandone i confini, ma si comportano come gli imbonitori medievali che si fermavano nelle piazze trafficando le piume dell’arcangelo Gabriello a una plebe ignorante, convinta di sfamarsi con l’arrosto mentre in realtà mangiava la merda.

Nota personale: non so com’è, ma pur nella veneranda devo avere un rigurgito d’infanzia; non ho un Io tautologico, non ragiono in termini idealistici e penso che la verità non necessiti della mia presenza. Sono certo che possa fare a meno della mia ontologia. Non sono un metafisico e la veritas (come) est adaequatio rei et intellectus (la verità come corrispondenza della cosa e dell’intelletto) mi sembra una forma di delirio. E così guardo alle cose per quello che sono (come i paradossali oggetti delle foto) e per lo più mi piacciono, le spoglio e le scopro ogni giorno. E ogni giorno mi sembrano meravigliose.

“Sei cose impossibili” Tag

Il mio amico Red, stimolato da Cuoreruotante (la curiosità, lo sappiamo, è femmina) che così ha proposto: ho pensato di creare un Tag con l’augurio che, come diceva la Regina ad Alice, allenandoci giornalmente a pensare a sei cose impossibili, possiamo avere quello stimolo in più che ci aiuti a credere che le giornate, a volte, possano anche stupirci ed essere migliori delle nostre aspettative, andando al di là di ogni nostro scetticismo, mi ha invitato ad aderire a una catena di S. Antonio. Appuntare nel blog sei cose impossibili, nominando a mia volta altri sciagurati. Ognuno dei quali ha l’obbligo (altrimenti che catena è?) di inserire nell’articolo il logo di Alice’s in Wonderland, di proporre sei cose inattuabili, di nominare altri sventurati. Con l’invito ci vado a nozze (si dice così, mi pare), nei luoghi nei quali scrivo sotto al mio nome c’è anche quel che faccio: manipolo paradossi; potevo insomma non partecipare?

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TESI:  le cose impossibili devono essere irragionevoli, inedite e appunto paradossali. La logica si occupa della verità e a noi è invece richiesta l’incoerenza della verosimiglianza. La differenza tra ciò che è vero e quel che è verosimile è tutta qua: la cosa impossibile non è e non può essere ma quanto ci piacerebbe che fosse così come la vogliamo (svincolata dall’abitudine e dalla coerenza logica).

ANTITESI: le cose impossibili sono incoerenti. La coerenza è l’incrostazione della lingua a parlare delle cose sempre nello stesso modo. Hume e Husserl erano incoerenti, tra la parola e la cosa esiste un legame culturale e mai veramente aderente alla realtà. Ciò che reale è anche irrazionale, il buon Hegel se ne faccia una ragione.

SINTESI: impossibili, incoerenti ma verosimili insomma, come le copertine di questi libri, editi o meno da qualche improbabile editore. Ma è poi importante che qualcuno li abbia davvero pubblicati?

 

BRUNETTA (1)

 

GESU (1)

 

MALGIOGLIO (1)

 

TOMTOM (1)

 

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ARMANI

Veniamo alle nomination. Lo scrivo con un tono notarile, perché non può che essere così per una catena che ha il nome di un santo. E dunque: Per l’autorità conferitami e con i poteri che mi sono stati dati, nomino e senza possibilità di appello (ma la lista presto si allungherà, perché troppi ne ho in mente)

Andrea Taglio

Ero sveglia: poi ho capito Freud

Marzia, alchimie

Alemarcotti

GengisJokerKhan

IL SORRISO DELL’AMORE

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Gli innamorati si avvicinano con la parola e il discorso d’amore non è mai vuoto in quanto nella parola scorre il desiderio; tuttavia c’è un altro fenomeno sempre presente nella scena amorosa, la risata. Lacan ha affrontato marginalmente la questione (rileggendo Marx, in relazione all’umorismo del capitalista, collocava il riso tra plusvalore e plusgodere, definendolo con il neologismo Marxlust. La risata come maschera o distrazione rimanda al significato del potere attraverso il meccanismo che preserva la vita privata a detrimento di quella pubblica; provoca un cortocircuito nel senso, un’assenza di significato come rimando al reale) perché le sue intenzioni primarie sono dirette ad ordinare uno scenario che confermi la presenza piuttosto che l’assenza come fondo sostanziale. Il riso non è il motto di spirito di Freud e non serve solo per una scarica pulsionale; nasce e si risolve piuttosto nella manque-à-être, rimane nelle fenditure del significato dando accesso non tanto all’Altro grande, ma risolvendo l’ordine nella mancanza. Che questa assenza nel discorso sia significativa si vede dal piacere che muove a soddisfare un bisogno primario. Il riso porta oltre il campo della relazione in quanto trabocca dal discorso e richiama all’assenza di un fondamento nella parola. Come una traccia che segna in profondità il linguaggio. Bataille ha inquadrato il problema sul piano antropologico. Descrive la risata come una forma embrionale di sacrificio, qualcosa di sacro in cui le forze distruttrici della dépense sono in azione. Ridendo di qualcuno lo dissacriamo, lo strappiamo all’ordine abituale, lo svuotiamo di senso per consegnarlo al nulla. Lo prendiamo in giro, girandogli appunto intorno senza centrare la verità. La relazione amorosa non è un luogo nel quale trovare la verità, non si tratta di ordinare i termini nella presenza (o nell’identità), pur spostata nel simbolico o nell’immaginario, ma nel vuoto dell’essere e nella privazione di un’identità. L’amore disturba, disorganizza, scioglie e non lega l’Io e l’altro col linguaggio dell’Altro; si presenta piuttosto nel sopraggiungere di un elemento perturbante e disorientante. La risata sacrifica l’altro, non lo conferma: “Il riso comune … è indubbiamente la forma insolente di un simile imbroglio; non è chi ride a essere colpito dal riso, ma uno dei suoi simili quantunque senza eccesso di crudeltà. Le forze che lavorano alla nostra distruzione trovano in noi complicità così felici – e talvolta così violente – che non ci è possibile allontanarci da esse semplicemente perché lì ci porta l’interesse … Certamente questa parola, sacrificio, significa che alcuni uomini, per loro volontà, fanno entrare alcuni beni in una regione pericolosa, in cui infieriscono forze distruttrici. Così sacrifichiamo colui di cui ridiamo, abbandonandolo senz’angoscia alcuna a una decadenza che ci sembra lieve” (Bataille). Non sempre “dove si parla si gode” (Lacan, Sem.XX). Il piacere amplia e dilata la scena amorosa, la prolunga per conservarla nel tempo. Per Lacan il campo della parola è il campo possibile di ogni relazione, del simbolico e dipende da ciò che accade nel linguaggio. Il campo del godimento è quello della pulsione, oltresimbolico, eterogeneo a quello della parola. La materia della pulsione non è quella della parola; è fatta di un composto simbolico, mentre la pulsione ha una natura erogena. Il problema della psicoanalisi consiste nel verificare in che modo la funzione simbolica della parola possa modificare l’economia della pulsione. Con una certa autocritica Lacan dice che là dove prima pensava si comunicasse e si muovesse il senso, in realtà si trova il godimento. Il linguaggio è invaso dal godimento: “quando si parla qualcosa gode”. Lacan imbastardisce il rapporto tra la parola e la pulsione come se la pulsione interferisse con la funzione della parola. Non solo si parla per essere ascoltati; la parola necessita di essere riconosciuta e a un tempo fa anche da veicolo a quello strano godimento che è il godimento della parola stessa, il piacere del parlare. E tuttavia la lingua langue, mentre costruisce un flusso di fonemi rimanda a un venir meno, si indebolisce nell’incedere delle parole; non è solo un pieno di voce ma è composta anche da silenzi, pause, modulazioni, assenze. Quando langue non si verifica una stasi nel desiderio che continua comunque a defluire. Tra gli innamorati in particolare, prima si distorce, poi si carica di nonsense, i neologismi si contraggono in monosillabi incomprensibili, infine interviene la risata e in essa il sacrificio di un ordine nella lingua. Non è un fenomeno marginale, il riso che subentra alla lingua serve a riempire connotandolo di un senso il vuoto delle parole. E così quella che era la dépense, ciò che non serve a nulla si presenta come la “parte maledetta per eccellenza” (potlach), qualcosa di sostanziale che serve a dare continuità al discorso. Per quanto l’uomo neghi la natura, essa ricompare nelle deiezioni, in un gesto che non è solo negazione dialettica, perché nella risata i termini non sono superati come nell’Aufhebung hegeliana. Non si tratta di un superamento, ma di una trasformazione. La “parte maledetta” consegna l’altro ad una natura sconosciuta all’indagine concettuale, il piacere è subordinato e consegue. Il riso, se è di difficile integrazione nella teoria psicoanalitica (se non come motto di spirito), lo è ancora di più nell’indagine filosofica. Pone di fronte all’estrema corruzione del linguaggio e del pensiero, va al di là dell’inconscio, trascina nel luogo in cui si apre una ferita che non può rimarginarsi. Apre uno spazio sconosciuto in cui si respira qualcosa di nuovo, il desiderio non dell’Altro, ma di un oltre. La risata è il momento in cui la conoscenza si arresta di fronte all’esperienza di ciò che è essenziale e che Nietzsche ha raccontato come il grido angosciato di una soggettività felice. Bataille ha maturato la consapevolezza di un’incapacità nel dire l’impossibile, l’estremo, connotando positivamente lo svuotamento dell’Io. La “parte maledetta” rivela che nella natura sia presente un eccesso di energia non canalizzabile. Sempre secondo Bataille l’uomo è dotato di un’energia eccedente; questa “parte maledetta” deve defluire attraverso la nutrizione, la riproduzione, la morte. La risata consente un primo e attuale sacrificio dell’eccedenza, non come appagamento della libido ma in quanto usura e straniamento dall’Io, che è una radicale inesorabile erosione della vita. A un tempo si rivela però anche come una specie di riassorbimento, qualcosa che nasce da quanto c’è di indigesto nel linguaggio, rendendolo assimilabile. E’ una voce che parla dall’infinito prima che dall’inconscio. Più che Freud o Lacan è stato Nietzsche a dare una disincantata spiegazione della risata, in quanto terapia contro la veste restrittiva della moralità logica; una retrocessione innocua dalla ragione così come scorre nel discorso. L’amore -ed è questo il punto- irrompe come una dolce morte che traccia ridendo qualcosa di infinito.

Frammenti di un Monologo Amoroso

(L’amore tra l’immaginario e il reale)

TI AMO MA TI ODIO

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Ci innamoriamo delle persone sbagliate, di immagini alterate, di parole accennate, di verità taciute, di frasi volute, della menzogna e a volte di una carogna. Di ciò che è presente e assente, ci innamoriamo del nulla, del vuoto, del niente.
Come un desiderio che soffoca nel petto, negli occhi, nella testa, in quel che resta.
Ci innamoriamo di quello che non esiste ma che sussiste e resiste, di cose non viste, dalla mente, dalla bocca, dal cuore, ci innamoriamo di parole; di quello che vale e di quello che fa male. Cerchiamo risposte a domande mal poste. Ci innamoriamo di ciò che è diverso e lontano, di una domanda che immaginiamo, desiderata e insensata, di una chiamata. Ci innamoriamo di chi è diverso, che sfugge, che è perso, che dura magari un giorno, un battito di ciglia, di chi non ci assomiglia. Ci innamoriamo di chi ci ferisce e non si capisce. Di chi è crudele e infedele, di chi non ci vuole bene. Ma ci innamoriamo sempre e comunque di ciò che mente o è assente, perché è nell’assenza che troviamo risposta a quello che siamo, a quello che vogliamo. In un desiderio riflesso che diventa bisogno di se stesso; in quel posto strano dove è possibile dire ti amo. Dove l’Io si guarda nell’altro in un differire che è come morire; ci andiamo per non scomparire o svanire. E ci spostiamo in quell’impossibile luogo, che è come una voce che chiama lontana; dove l’Io è denso e ha finalmente un senso. Ci andiamo perché solo là è possibile cercare, sperare, respirare, vivere, afferrare quello che sparisce e rapisce; come davanti a uno specchio per guardarsi nel tempo e non vedersi mai vecchio. In quel posto sbagliato dove puoi essere amato. Ci incontriamo nell’essere altrove dove l’Io muore, innamorandoci in un disperato presente fatto di mancanza, di nulla, di niente.
E allora posso anche odiarti, ma non posso fare a meno di amarti. Perché senza di te mi sento svuotato, perduto, annullato. Ci torno perciò spesso per incontrarti lo stesso. Ed ora sto là dove mi hai tenuto e temuto distante per guardarti un istante. Sepolto tradito stravolto. Dove però esisto e dove ti ho visto: là dove posso guardarmi senza voltarmi.

Da Jungitalia rivista di psicologia analitica

In Frammenti di un monologo amoroso (l’amore tra l’immaginario e il reale)

L’ETICA DEL PADRINO

 

 

Da Gli italiani il sesso (la rivoluzione) lo fanno poco e male

 

 

 

 

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ERACLITO E LA CARTA DI IDENTITA’

L’ufficiale allo sportello voleva darmi una carta di identità e con la parola identità intendeva qualcosa che non cambia, di continuativo secondo il prima e il poi. Ma l’identità mi sta stretta; ci ho messo tanto a perderla e che fa, me la ritrova un miope funzionario comunale?


I funzionari statali sono aristotelici e forse vanno pure oltre. Non si limitano al principio di non contraddizione e di identità, la relazione che dispongono tra il prima e il dopo è più simile al principio di individuazione che a qualcosa interno alla persona o a un corpo che è in continuo divenire e mai interamente definibile, neanche nel nome. Ma col nome ci rendono individui e individuabili, ed è questo che interessa allo stato. Chiamano generalità la nostra essenza (οὐσία) o carattere anagrafico e noi dobbiamo fornirle quando sono richieste; ma è una qualità vuota di senso perché non ci definisce sostanzialmente e non costituisce quello che siamo, se non di lato; e tuttavia paternità, luogo di nascita e residenza servono a collocarci in uno spazio e nel tempo e tanto basta. Lo stato idealista (ogni stato lo è) non riconosce la categoria del singolo e del diverso, la dissolve in un’universalità che precede dando consistenza giuridica al particolare. Che in sostanza vuol dire doveri prima ancora che diritti. La specie o il genere vengono prima dell’individuo e si sostituiscono ai suoi bisogni, anche sui documenti dove quello che realmente siamo caratterizzandoci è alla voce segni particolari. Particolari, come qualcosa di accidentale e marginale, utili però a distinguere nello specifico una persona dall’altra e dunque comunque sostanziali. Giustificano con l’universalità del diritto le infinite articolazioni dei doveri. Lo dico perché ero all’anagrafe comunale e l’impiegato pretendeva le mie generalità; nome, cognome e luogo di nascita per intenderci. Come se in quelle parole ci fosse l’identità o il senso della mia vita. Io ho provato a spiegare che non sono identico, che sono e non sono, che entriamo e non entriamo due volte nello stesso ufficio comunale. Confondeva il nome con l’essenza (τί ᾖν εἶναι), che nel linguaggio aristotelico significa “ciò per cui una certa cosa è quello che è e non un’altra”. La parola essenza indica ciò che determina l’oggetto o l’individuo e corrisponde alla visione ideale della realtà determinata dalle categorie mentali; che a quanto pare non sono particolarmente articolate nei funzionari dello stato. L’impiegato chiedeva di identificarmi col particolare e dunque con quel che c’è di accidentale e contingente in me, ma che contrassegnava come qualcosa di determinante, immutabile, di significativo per distinguermi all’interno della specie o nel gruppo. E meno male che il manipolatore di paradossi sono io, più contraddittorio di così non poteva essere. Voleva l’essenza e cercavo di fargli capire che sono assenza; e questa cosa non l’ho veramente capita, pur non essendo digiuno di filosofia e teologia. Poi mi è venuto in mente Duns Scoto e ho recepito che il burocrate mi stava sostanziando teologicamente, prima che giuricamente o con categorie antropologiche. Il ragionamento sottostante doveva essere più o meno questo: le cose sono uniche e particolari nelle loro caratteristiche individuali e tuttavia hanno una natura condivisa. Piero e Luigi hanno qualcosa in comune che li distingue da tutti gli altri del gruppo, da un cane o una scarpa; ciò che li apparenta è la natura umana. Ma allora perché Piero e Luigi sono diversi se la loro essenza è la medesima e se condividono la stessa forma? Non è per la forma che si distinguono e neppure per la materia, che non è (sempre secondo la definizione aristotelica) “privazione” e “passività”, ma essa stessa è attività e si delinea secondo una specifica individualità. L’ecceità (o haecceitas) propriamente, che è la concreta individuale differenza che permette di distinguere una cosa dall’altra e per la quale ogni essere individuale è unico e originale: “La causa, non della singolarità in genere, ma di questa singolarità nella sua particolare determinazione, cioè in quanto è proprio questa (haec determinate)”; (D.Scoto, Opus oxoniense, II, distinctio 3, Questioni 2-4).

L’ufficiale allo sportello voleva dotarmi di una carta di identità e con la parola identità intendeva qualcosa che non cambia, di continuativo secondo appunto il prima e il poi, di sostanziale e che non muta nel tempo. Ho provato a contestare, l’identità mi sta stretta; ci ho messo tanto a perderla e che fa, me la ritrova un miope funzionario comunale? Gli ho chiesto piuttosto di appuntare sul documento che sono un essere in transizione, assente più che essente; in divenire se preferiva, incerto, instabile cercando una parola appropriata che fosse assimilabile dal suo stomaco peripatetico. Ma niente, non ha voluto sentire ragioni; non mi aspettavo che avesse letto Eraclito, quello non aveva neanche visto il film “L’attimo fuggente”. Funziona così in questo Paese, invece di leggere il libro i miei connazionali aspettano che esca il film. Ho rinunciato a discutere e alla sua domanda perentoria: “Lei chi è?” non ho potuto che rispondere con nome e cognome e mi sono appunto identificato (nella sostanza vuol dire che mi sono reso identico a me stesso e con quel che si aspettava lo stato per bocca dell’impiegato). Mi ha dato del polemico, ed era inutile spiegargli che la parola polemos richiama a un’armonia profonda, a una radicale e incomprensibile per lui unità dei contrari. Mi sono limitato a farfugliare il Frammento 53 di Eraclito: “Πόλεμος πάντων μὲν πατήρ ἐστι …” (“Polemos è padre di tutte le cose…”).

Voleva il mio nome, solo quello e nient’altro; come il Diavolo quando chiede l’anima, il resto non gli interessava. Perché l’anima è quella, presente, non diviene e non cambia. E’ la misura del tempo secondo memoria, intelligenza e volontà, come diceva Agostino. Facoltà che rimandano appunto a qualcosa di immobile e che rimane inalterato. Tre vite ma una vita sola, un solo spirito, una sola essenza. La memoria soprattutto in cui risiederebbe (per il funzionario agostiniano) la sostanza di quel che sono e che mi specifica come questo e non un’altra persona; ciò che nella mia memoria non ricordo, non può far parte di me o della mia identità: “Quando queste tre cose si contengono reciprocamente, e tutte in ciascuna e tutte interamente, ciascuna nella sua totalità è uguale a ciascuna delle altre nella sua totalità e ciascuna di esse nella sua totalità è uguale a tutte considerate insieme e nella loro totalità: tutte e tre costituiscono una sola cosa, una sola vita, un solo spirito, una sola essenza” (La Trinità, XI, 11-17). Avevo insomma davanti un raffinato teologo e non ci capivamo, la filosofia è un’altra cosa. Io ero Skoteinòs, oscuro per la sua logica lineare che non gli faceva concepire il panta rei (lo dico a chi non ha visto il film, “tutto scorre” secondo la formula lessicale di Simplicio in Phys., 1313, 11, rileggendo il frammento 91 di Eraclito) e quello non seguiva il mio ragionare, che alla fine era meno paradossale del suo. Avete mai parlato con un hegeliano? Spiegateglielo se ci riuscite che il divenire non è una progressiva presa di coscienza dell’assoluto, racchiuso nei limiti antitetici, quanto piuttosto risiede nella modulazione di un’identica sostanza (“Tutte le cose sono Uno e l’Uno tutte le cose”).

Nella domanda “ma lei chi è?” non c’era solo l’ordine di un pubblico ufficiale che chiedeva di indentificarmi, di rendermi identico a me stessso; c’era piuttosto la richiesta di adeguarmi all’idea universale, di riconoscermi nel genere di uomo che lo stato e il dipendente comunale avevano in mente. La carta di identità altro non fa che annullare la categoria del diverso, dissolve le alterità nell’identità. Inutile spiegargli che le cose vengono prima, mentre le parole e le idee sono mero flatus vocis; se non aveva visto il film con Robin Williams di certo non aveva letto Roscellino o Abelardo. La mia identità, il mio nome doveva essere in re o ante rem; ma io ho non ho mai assorbito quella forma di egocentrismo e non prevarico le cose; potevo parlargli di post rem, che è forse là che si trova quello che conta. Ma ho desistito, alle sue orecchie che sapevano di incenso e logica aristotelica poteva anche sembrare una cosa sconcia. In pratica, dietro quel “chi è” c’era la volontà di sostanziarmi e il discorso era profondamente teologico. Il termine essere si predica univocamente, nello stesso significato, sia delle cose create e finite, sia dell’essere increato e infinito, cioè in sostanza Dio nelle sue funzioni. Così ragionano i teologi. Ciò non significa che l’essere sia il genere più ampio che al suo interno contiene tanto Dio quanto le cose: si tratta piuttosto della determinazione comune a tutto ciò che esiste. L’essere è il primo oggetto dell’intelletto e tramite la sua azione è possibile conoscere il resto. E’ una bella idea l’ontologia, ma la vita è un’altra cosa. Rimango fermo sulle mie posizioni, gli universali sono cose da aristocratici, la realtà è fatta da enti individuali, da assenza più che da presenza, dal nulla prima che dall’essere.

Nel nome è presente il principio di individuazione, come ciò che permette ad un’individualità di presentarsi come tale; ovvero e in termini aristotelici, come sostanza singola o prima. Rimuove la tensione originaria verso il non essere che pure è sempre presente; svolge un ruolo di rilievo nel rapporto che sussiste tra forma, materia e categoria. Come ho detto si può far risalire tale principio (che con mille buone ragioni Schopenhauer identifica con quello di ragione) ad Aristotele. Il peripatetico affermava infatti che la sostanza dotata di esistenza (dunque individuabile) è solo ed esclusivamente quella singola, o sostanza prima, ossia l’individuo composto dall’unione di forma (categoria universale) e materia (che conferisce le caratteristiche individuali). Duns Scoto e Guglielmo d’Ockham sono andati però oltre. Il primo avendo una concezione realista degli universali proponeva una mediazione tra materia e forma che consentisse il sussistere della sostanza singola; la quale consisteva di una proprietà (ecceità) che doveva sommarsi alla quidditas e alla materia. Ockham sostenne più direttamente l’inutilità del principio di individuazione in quanto, da convinto nominalista, considerava l’universale come pura determinazione concettuale, mentre le uniche realtà esistenti sarebbero quelle individuali. Ma allo stato e ai suoi dipendenti a quanto pare piacciono più le parole di Tommaso, che distingueva la persona dalla natura umana: la persona è il soggetto che agisce concretamente, mentre la natura è ciò che permette alla persona di agire; ciò che caratterizza la personalità o la sostanza della persona sarebbe insomma tale sussistenza, mentre l’attività intellettuale e della volontà appartiene alla natura o essenza spirituale. Sempre secondo l’Aquinate la persona è il sussistere di una individualità umana nella sua concretezza, mentre la natura è ciò per cui una persona è un essere umano; la natura individuale si delinea come ciò per cui una persona possiede proprietà e accidenti in modo unico e irripetibile. L’identità della persona è radicata nella natura e per attuarsi deve essere sussistente e spirituale; per essere un esistente concreto, e non rimanere a livello di definizione astratta, la natura umana deve perpetuarsi in una sostanza, diventando sostanza prima. Dal momento che il soggetto sussistente è il supposito, la persona umana può essere definita anche “supposito di natura razionale”. Essendo pura forma, l’anima non è l’essere come Dio, ma ha l’essere. Non è puro essere, ma è un essere-questo, limitato e causato; eppure possiede l’essere in modo tanto immediato e diretto da trasmetterlo al corpo. Per questo Tommaso definisce l’anima spirituale “la forma sostanziale del corpo” (Summa, I, 76, 1). Come si vede sempre di idealismo parliamo, accade ogni volta che vogliamo dare un ordine logico al mondo; la pulsione al paralogismo pare incontenibile. Non diverso è il concetto di Aufhebung, che per quanto introduca un elemento vivo all’interno della rigidità dialettica, implica la tensione dei contrari, da superare però al culmine del processo la contraddizione conservandola migliorata. Tale trazione nel discorso filosofico si adatta alle intenzioni di Hegel: nel processo di sublimazione un termine o concetto è al tempo stesso conservato e modificato attraverso l’interazione con un altro termine o concetto. La sublimazione si presenta come il motore della dialettica stessa. I concetti “essere” e “nulla” sono entrambi preservati e modificati attraverso la sublimazione per dare luogo al concetto del “divenire”. Parimenti la “determinatezza”, o “qualità” e il “numero” o “quantità”, sono preservate e sublimate nel concetto di “misura”.

Il principio di individuazione non è insomma distante da quello di ragione. Se è possibile individuarsi, non è a causa della collocazione del tempo secondo il prima e il poi, ma per una particolare tensione ebbra di attualità. Ciò che è immediato è senz’altro vero, perché è conosciuto senza la mediazione intellettuale; in questo senso Nietzsche parla di conoscenza tragica contrapponendola alla conoscenza ideale, che con la logica ha legittimato la menzogna. Il principio di individuazione, in quanto artefatto, non può costituirsi come verità proprio perché non coincide con la realtà, ma con l’immagine di un sogno. L’impiegato chiedeva in sostanza di adeguarmi al suo sogno e alla mistificazione operata dallo stato, pallido surrogato di quel che è vero. Ma io sono un ente reale, non onirico, assente e non essente, attuale ma non presente, al di là di quella cosa che chiamano identità e che è solo la scoria di ciò che l’impiegato appunta nel documento secondo una successione del tempo. Qualcuno la chiama coscienza, altri con un eccesso di romanticismo coscienza infelice; ma allo stato e ai suoi funzionari non interessa la prima e chiudono gli occhi davanti all’ultima. Tutto scorre e l’Io diviene, ma non la rigidità filosofica dello stato e dei suoi funzionari.

Da La vita è una camicia stropicciata (ricettario filosofico); di prossima pubblicazione