AMORE SOTTO L’OMBRELLONE

L’estate è la stagione dell’amore, del sorriso, del sogno. D’estate partiamo e lasciamo a casa i pensieri in cerca di un po’ di sollievo. E così sopportiamo le file in autostrada, le valigie, il caldo, il rimorso per la nonna alla casa di riposo. L’odore della crema, i discorsi da ombrellone, io quella me la farei e io il bagnino me lo sono fatto, la cellulite, le smanie erotiche mugugnate a bocca stretta. Un libro, le chiacchere, il pianto del bambino, papà che mette a dura prova il miocardio correndo dietro a una palla. Il sudore, il pesce, l’anguria non più fortunatamente esumata dalla battigia, le finestre aperte. le zanzare. Quelle sono immancabili ad avvertirci del cambio di stagione. Ma l’estate è soprattutto immaginazione, evasione; un sogno e un desiderio non pronunciato. Come un bacio che si dà così, perché è bello rimanere senza fiato.

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L’estate è anche il tempo dell’incoscienza, dei libri giocosi, delle letture corrive, delle fantasie sfrenate. Morbose a volte. Queste pagine sono per voi, una lettura leggera e spero gradevole da fare sotto l’ombrellone. Naturalmente sul sesso e i modi di procurarselo.

LECTIO PRIMA

dell’arte del costume e del portamento

La cura del corpo è una buona regola per quanti decidono di dedicarsi all’amore. Fate tesoro dei consigli esposti in questo capitolo e nessuno potrà accorgersi che in realtà fate schifo.

1) Nettarsi è d’obbligo. La persona che emana vapori insaporiti da giorni di sudata attività risulta antipatica e scortese. Peggio ancora se tali vapori vengono avvertiti con curiosa veggenza, sopravvivendo agli assalti della metropolitana e dei bagni pubblici. In ordine di importanza, la pulizia dell’epidermide andrà così eseguita:

– ascelle: evitare di coprirne i fumi con deodoranti e balsami il cui impiego risulta tra l’altro anche laborioso. Meglio è denudarsi dalla cintola in su (con discrezione se vi trovate in un posto affollato) e ricorrere al sempre ottimo sapone. Pratica igienica che preserva da battute, spesso offerte da simpatici colleghi d’ufficio, del tipo: “ecco il solito troglodita che invece di lavarsi copre il sudore col deodorante”. Ricordatevi che potrebbero anche incriminarvi, magari con la complicità del codice penale;

– capelli: la persona costumata li tiene in ordine. Cercare di far passare l’unto accumulatosi in settimane di negligenza per l’ultimo ritrovato dei gel è dimolto inurbano. Capire se è arrivato il momento per lavarli non è difficile: ci arriverete quando appoggiandovi sulla camicetta del direttore del marketing avrete lasciato le prove inconfutabili del vostro passaggio. Per quanto riguarda invece la forfora il problema probabilmente neanche lo sentite: a quest’ora i vostri capelli saranno infatti completamente bianchi e voi potrete spacciarvi per un accattivante cinquantenne;

– barba e peli superflui. Una precisazione è d’obbligo: si intende con la poco simpatica locuzione “pelo superfluo” tutto quel groviglio di arbusti che prolifera su gambe e volto e che da sempre attenta alla sensualità delle fanciulle in fiore. Se la fanciulla non è in fiore il pelo non è invece più superfluo ma congenito alla triste condizione cui natura matrigna volle imprigionare la stessa. Per quanto riguarda la barba il problema è presto risolto: basta radersi;

– denti: vanno puliti dopo ogni pasto. E’ buona cosa passare, dopo il lavaggio con lo spazzolino, anche il filo interdentale (così detto per non confonderlo con quello da cucito). L’operazione richiede una certa pratica; la cosa fondamentale rimane il destino del suddetto: ricordarsi sempre di gettarlo dopo l’uso e di non riciclarlo per attaccare i bottoni di giacche e pantaloni;

– igiene intima: dicesi igiene intima l’attività di pulizia che si attua nei confronti di quella parte del vostro corpo di cui voi vi vergognate (ed è scorretto perché essa non si vergogna affatto di voi). Va messa in pratica ad evacuazione avvenuta (mai durante) e ogni qual volta l’organo si esprime in tutto il suo rancore per il mondo. Le lavande in commercio sono per lo più buone ed evitano i fastidiosi pruriti a cui sottoponevano i detersivi granulari delle vostre nonne. Quanto all’oggetto uscito dal postero (la cui biodegradabilità non è mai stata veramente provata) andrà a riporsi nel luogo a lui preposto se in appartamento, o abilmente occultato se in luogo aperto, onde evitare all’altrui persona la rivelazione traumatica della vostra intimità. E’ comunque sempre sconsigliato l’uso del pubblico bagno (treno, pizzeria, bar), che dicesi pubblico proprio in quanto partecipa gli utenti della flora batterica che lo caratterizza, suscitando dai tempi antichi la curiosità della scienza e della virologia. Non scordarsi, in ultimo e in luogo della igienica invenzione, mai gli indispensabili clinex che evitano lo spiacevole inconveniente della carta da giornale, la cui incompatibilità con il carattere del tergo è da tutti conosciuta;

– piedi: lavarli è più di una buona educazione, un vero e proprio dovere sociale. Sappiate che finché continueranno ad imporre la loro imbarazzante presenza i vostri rapporti con il prossimo rimarranno seriamente compromessi (se il vostro prossimo non vi è simpatico il problema ovviamente non si pone). 

– unghie: è severamente vietato mangiarle. Soprattutto quelle dei piedi (e non solo per un fatto igienico). Non andranno mai trascurate e si curerà in particolare di rimuovere la patina color seppia che sembra ostinarsi sotto le medesime, intonando l’espressività dei colori coi fumi della Cappella Sistina;

– naso e orecchie: tenete a mente che il materiale che in essi si trova non è affatto commestibile, e che la cui ingestione può anche provocare nel prossimo un più che giustificato ribrezzo. Quanto all’oggetto delle mistiche introspezioni andrà sempre depositato in appositi tovagliolini di carta che saranno a loro volta riutilizzati nel riciclaggio dei rifiuti. Fatto questo potrete finalmente ritenervi soddisfatti: anche voi avrete contribuito alle campagne ecologiche contro l’inquinamento, fornendo preziosa materia prima da convertire in oggetti di largo consumo.

– brufoli e punti neri: ricordarsi di non schiacciarli mai in pubblico, attività deplorevole a cui sembrano affezionati molti giovani. Nonostante la diffusione rimane una pratica inurbana e come tale va evitata. Sempre;

– seguono quindi in successione: volto (guance, collo), gambe (ginocchia, stinchi, polpacci), torace, braccia, schiena, su cui è però inutile dilungarsi.

2) Vestirsi con gusto è sempre imperocché inevitabile. I trasandati, gli stropicciati, i macchiati, i trascurati vengono guardati con ragionevole sospetto e naturale diffidenza. 

– Intimi: dicesi intimi tutti quegli indumenti che coprono le oscenità. Dopo scrupolosa pulizia degli stessi il cambio, sempre quotidiano, andrà così eseguito: mutande (che dal latino furono non a caso dette mutate mutandis in luogo della giornaliera transustanzazione) almeno una volta al giorno (le fanciulle costumate anche due o tre, a seconda del mentale bisogno), ed è comunque disdicevole attendere che acquistino i colori degli umori. Cavernicola è anche la pratica tuttora in uso di odorare le stesse interrogandosi se sia il caso di continuare ad indossarle: le grandi decisioni si prendono di petto e voi dovrete essere forti nel separarvi da un indumento con cui avrete diviso le più intime aspirazioni; per le calze (collant, pedalini, ma anche magliette, body, guêpiere) valgono le succitate regole, fermo restando che una persona a modo non attende che irrigidiscano prima di riporle in lavatrice, e che alle voragini che si aprono innanzi ai pollicioni si dovrà porre rimedio, evitando l’imbarazzante effetto “buco” di scarsa chissà come mai attrattiva sessuale; il reggiseno (che curiosamente portano oggi anche alcuni folcloristici e simpatici uomini) si avrà cura di consegnarlo alla saponetta prima che acquisti quella curiosa tonalità ramarro che più di moda non è;

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– camicia: non dovrà aspettare di assumere ai bordi (colletto e polsini) i colori della vostra sudatissima giornata. Ottima abitudine è quella di stirarla prima di indossarla, durante l’operazione si dimostra invece complicata e non priva di difficoltà;

– pantaloni, gonne, giacche: dovranno essere di un colore prevalentemente scuro (tutti sanno quanto sia faticoso il lavaggio e l’asciugatura dei medesimi) che sia in grado di coprire le negligenze dell’educazione datavi da fanciulli, e che ora non vi permette di gustarvi serenamente una pizza o un piatto di spaghetti al sugo;

– scarpe: due o tre paia almeno sono indispensabili. Nella società dell’immagine cambiarsi è un obbligo, e voi non potete sottrarvi al sacro dovere. Capire quando è ora di sostituirle non è difficile: se camminando sotto la pioggia vi sembrerà di sprofondare in una laguna melmosa allora il momento sarà arrivato. Se no il momento allora non è. 

3) Dato che su quel corpo ripugnante che vi ritrovate proprio non potete contare, fare dei buoni ragionamenti è un dovere al quale non potete sottrarvi. Se proprio volete rinunciare ad istruirvi e intendete comunque fare colpo col vostro encefalo (ammesso che ne abbiate uno) i trucchi che seguono potranno esservi di grande aiuto. Gli altri, come sapete, vi amano per quello che non siete e non sarete mai: se diverrete perciò abili nel mettere in pratica le semplici regole sottostanti, potrete anche farvi passare per un intellettuale malinconico alle prese con i problemi dell’essere, e nessuno si accorgerà mai che siete semplicemente un imbecille.

a) Discorsi da evitare:

– gioco del calcio (se siete uomini e l’oggetto del vostro desiderio è una donna), detersivi e prodotti per la casa (se siete donne e la vostra preda è un uomo). E’ infatti poco piacevole sentirsi abbordare per strada con frasi del tipo: “signorina, lei è più entusiasmante della finale di coppa delle coppe”, “ragazzone mio, tu sì che hai dei muscolacci possenti, non come quel rammollito di Mastro Lindo”;

– lavoro: non parlate mai di lavoro; a meno che naturalmente non facciate gli avvocati o i dentisti, se uomini, e se femmine le infermiere (gli uomini sembrano apprezzare particolarmente siffatte fanciulle, retaggio onirico di infantili polluzioni adolescenziali). Ai commercialisti, ai ragionieri, agli impiegati è comunque assolutamente sempre e in ogni caso vietato. Se poi fate i becchini, è buona regola anche quella di non portarsi mai il lavoro a casa;

– malattie e disgrazie varie: sbaglia chi crede di usare la carta della compassione per indurre l’altro a concedere le grazie. I tempi sono difficili e non c’è più pazienza per ascoltare le sciagure di chicchessia. Oltre al non trascurabile motivo che è sempre cosa saggia non rompere i cosiddetti. In luogo dei deprimenti aggiornamenti gastro-intestinali, circa le abitudini deplorevoli del vostro intestino (di cui non frega a nessuno), è meglio ripiegare sul classico repertorio: “bella giornata, vero? Ma lo sa che ha degli occhi splendidi?”, che evitano approcci catastrofici: “signorina, permette che la erudisca sull’attività peristaltica del mio intestino? (e magari con dimostrazione pratica del vostro singolare meteorismo)”. Piuttosto tacete;

– banalità: non è una regola questa; ma se intendete davvero fare colpo col vostro acume dovete rinunciarvi. Preferite perciò ad elucubrazioni del tipo “che bella luna, brilla come il mio amore”, le più ardite “e pensare che si è dovuti arrivare a Galilei (le date sono facoltative) per comprendere che l’universo tolemaico era una fesseria; io l’ho capito in un attimo guardando (ricordarsi a questo punto di assumere un’espressione teatralmente estatica) i tuoi occhi: tutto sembra ruotare attorno alle tue piccole orbite, amore mio”. Passerete per ruffiani di prima categoria, ma i ruffiani adulatori piacciono, oh se piacciono; e voi in questo diverrete maestri;

– cultura: non esagerate mai. A nessuno piace sentirsi denigrato, e meno che mai attraverso la sicumera dei libri. Adulare facendo avvertire un interesse filosofico per l’altro è una cosa che lusinga, schiacciarlo con il peso di un’autocelebrazione provoca solo un forte senso di rabbia e di competizione. Esercitatevi perciò a lungo prima di intraprendere questa strada (ma forse queste raccomandazioni sono inutili perché esagerare voi non lo potreste giammai);

– televisione: già è deprimente di suo, se poi vi ci mettete anche voi. Ad ogni modo fate sempre attenzione acché la vostra preda non si accorga che siete un teledipendente accessoriato occasionalmente di un encefalo. Bisogna arrendersi all’evidenza: un individuo siffatto che si trastulla in pantofole davanti ad un elettrodomestico non risulta affascinante;

– riunione del condominio: non aggiornate mai l’altro sulle eccitanti novità che si preparano nel vostro abitat, comunque non invitatelo mai ad assistere alle performance con cui di trimestre in trimestre vi battete eroicamente per difendere le vostre idee;

– sesso: alle donne, si sa, il sesso piace farlo ma non parlarne. Gli uomini invece ne fanno poco e ne parlano molto. Evitate comunque dal principio apprezzamenti troppo arditi (“bella maiala vorrei assaggiarti tutta leccandoti come un cono al pistacchio”) e commenti esageratamente espliciti (“ma lo sa, signorina, che il suo magnifico postero non manca di tormentare i miei pensieri?”);

– bollette del telefono: dovete sforzarvi di cambiare la brutta abitudine di angosciare i vostri simili con siffatti ragionamenti. Reprimete pertanto tali bestiali istinti, e rassegnatevi: non frega un cavolo a nessuno della diligenza con cui assolvete agli impegni quotidiani;

b) Discorsi concessi:

– poesia e filosofia: al prossimo piace sentirsi partecipe e oggetto dei buoni ragionamenti. Imparare a farli non è complicato a patto che vi armiate di un poco di pazienza facendo vostre alcune piccole astuzie. Innanzitutto, dato il vostro disinteresse per la materia (non state infatti studiando per diventare dei perfetti maiali?) e dato pure che dell’altrui vi interessa solo quella parte compresa tra l’ombelico e il coccige, non è assolutamente necessario che diventiate un’enciclopedia, basterà che impariate a memoria alcuni semplici passi delle opere maggiormente conosciute, curando di ripeterle con la drammaturgia con cui si legge l’involucro dei cioccolatini (del tipo: “il bacio è un apostrofo rosa posto …”). Più complesso è muoversi alla ricerca degli autori giusti: Platone è sempre apprezzato, Spinoza mai. Evitate gli scrittori medievali (Bonaventura, Anselmo mancano di quella morbosità o è comunque occultata dai buoni ragionamenti che state disperatamente cercando di stimolare), e rivolgetevi invece al sempre attuale Leopardi (“Tornami a mente il dì che”, “Dolcissimo possente dominator”). Petrarca non è mai completamente intelligibile, meglio è ripiegare su Alberoni, Recalcati e compagnia: anzi proprio su quest’ultimo e farete un figurone;

– denaro (solo se ne avete molto): l’argomento denaro ha indubbiamente un suo fascino. Non è però necessario che mostriate al primo incontro il vostro conto in banca (il successo sarebbe assicurato, ma voi siete dei cacciatori ortodossi e non volete essere amati per i vostri soldi), basterà che invitiate la preda ad un romantico fine settimana sul vostro panfilo, facendo delicatamente intendere dove lo tenete ancorato (Portofino), e portando magari il discorso sui dipendenti (diciotto) che lo accudiscono;

– cinema, mostre, teatro: le persone normali amano divertirsi, e voi questo lo sapete. Se i mezzi non vi mancano vedete allora di darvi da fare. Al cinema evitate i films volgarotti (del tipo “Lecca lecca al cioccolato per mia moglie”, “Cappuccetto Grosso”) e sempre comunque quelli che mostrano all’insegna un inequivocabile “vietato ai minori di anni diciotto”, ripiegando piuttosto sulla commedia americo-italiana. Trascinate quindi l’oggetto dei vostri desideri di esposizione in esposizione (dai fiamminghi agli artisti concettuali) facendo intendere di saperla lunga in fatto di arti figurative. A teatro mostratevi appassionati (anche quando avvertite che i vostri cosiddetti scivolano dall’orlo dei pantaloni), e ai concerti sempre entusiasti;

– sentimenti: alle femmine in particolare piace sentirsi apprezzate per le doti spirituali che suppongono di avere. Non deludetele. Anche loro non desiderano che l’amplesso, solo che non amano chi glielo ricorda. E’ infatti molto più pratico rivolgersi a una fanciulla dicendo “amore mio, sei meravigliosa”, piuttosto che apostrofarla con un diretto “bella manza, mi tiri un casino”. E’ insomma importante che rinunciate al vostro rude primitivismo: le donne, mettetevelo bene in testa, a differenza di voi sono esseri delicati e sensibili. Basta però imparare il trucco e sostituire al brutale “scopiamo?”, un meno indigesto “ti amo”. Un po’ di tatto, e che cavolo!;

– galateo e buona educazione: le buone maniere sono sempre un comodo viatico verso l’amore. Semplici regole come cedere il passo o versare il vino in tavola non mancano a tutt’oggi di suscitare apprezzamenti e una sincera ammirazione. Fate attenzione però a non tradire mai la vostra vera natura animale, basterà che una sola volta apostrofiate la signorina che vi vende le rose con tali imprecazioni: “fuori dalle balle prima che ti prenda a calci”, per vanificare gli sforzi compiuti. Sarà chiaro infatti che avrete soltanto recitato e che in fondo non siete altro che un essere schifoso e ripugnante;

– progetti e amenità varie: mentire è una buona condizione dello spirito. Soprattutto se nelle menzogne si è tanto abili da includere l’oggetto del desiderio. Perciò sparatele grosse: matrimonio, figli, mutuo e non fatevi prendere dagli scrupoli. Avete infatti come unico comandamento il vostro piacere e la sua soddisfazione, e voi siete solo dei luridi individui che stanno studiando il modo per peggiorarsi.

4) Istruirsi non è obbligatorio. Sappiate però che il potere (e con esso il fascino) cresce in proporzione a quello della conoscenza. Non c’è bisogno che vi pieghiate sui libri per anni interi, basta un piccolo sforzo. Non solo potrete continuare nelle vostre turpitudini, ma sarete addirittura apprezzati. La vostra ora di studio andrà pertanto così organizzata:

– dieci minuti di storia: accontentatevi degli eventi più importanti dell’umanità. E’ inutile sfoggiare nozioni di epoche noiose e lontane, è meglio concentrarsi sull’ultima guerra e con enfasi sui pericoli imminenti di un nuovo conflitto;

– dieci minuti di filosofia: è sempre di grande effetto citare questo o quel filosofo, questa o quella teoria. Gli autori consigliati sono: Platone (già il nome incute rispetto), Kant e Heidegger (tanto non dovete mica leggerli, basterà che diciate del primo che era un ossessivo abitudinario e dell’ultimo che era un ontologo;

– dieci minuti di letteratura: di Dante bastano i versi “Amor, che a nullo amato amar perdona” e “Amor condusse noi ad una morte”. L’impatto drammaturgico sulla vanità dell’altrui è garantito. Ottimo è anche Lorenzo il Magnifico e il Werter di Goethe (anzi proprio quest’ultimo andrà memorizzato e citato con un tono teatrale). La regola rimane però quella di non strafare;

– dieci minuti di scienza (la matematica non ha importanza, nessuno mai vi chiederà di risolvere un’equazione di ottavo grado): basterà che dimostriate di sapere che esistono gli atomi, e che non confondiate il fegato con l’osso dell’avambraccio;

– dieci minuti di psicologia: le donne soprattutto apprezzano particolarmente chi dà prova di poter leggerle nell’animo. E’ voi leggetele. Piuttosto che di Freud, servitevi però di Jung, Adler e (se lo capite) Lacan: la reazione, vedrete, sarà sconvolgente;

– dieci minuti di teologia: sono indispensabili. E’ l’unico modo per convincere la vostra dubbiosa e religiosa preda che anche a Dio piace il sesso (vedi il Cantico dei Cantici).

5) Prodigarsi per guadagnare molto denaro è un’ottima cosa. Anche coloro che si dicono indifferenti in fondo lo adorano, anzi sono proprio questi i peggiori, quelli che non possono farne a meno. Leciti o illeciti che siano tutti i mezzi sono buoni. Non importa se dovrete rovinare un amico o se vi renderete responsabili di orribili delitti: l’importante è raggiungere lo scopo. Solo questo conta. In fondo voi non desiderate altro che diventare un porco e col denaro potrete finalmente realizzarvi:

– acquistando molti libri e con essi stupire la più tenace nonteladò delle vittime;

– vestendovi con un minimo di decenza. Agghindati con abiti di lusso ben stirati e lavati riuscirete forse a nascondere che in realtà siete repellenti;

– accumulando altro denaro e poi con questo altro ancora, riuscirete sempre più con le vostre squisite doti umane ad affascinare l’ingenuo e disinteressato oggetto dei vostri sogni;

6) imparare come si comportano gli individui civili è oltremodo necessario. Ma voi siete esseri vomitevoli e volete naturalmente continuare a rimanerlo. Non vi sarà richiesto di imparare l’intera arte del galateo, basterà che assumiate nei vostri quadrupedi comportamenti quelle basilari regole di decenza che vi consentiranno di stare al tavolo con le persone normali senza suscitare in esse un viscerale e più che giustificato disprezzo. A questo scopo dovrete in pubblico fare attenzione a:

– non tagliarvi le unghie al cospetto di chicchessia, e giammai quelle dei piedi. Le convenzioni sociali sono spesso esasperanti e questa forse le supera tutte in fatto di formalità. Pazienza, l’amena e gradevolissima pratica potrete comunque sempre esercitarla in privato;

– non cavarvi il cerume dalle orecchie o estrarre dal vostro organo olfattivo le severe considerazioni che elucubrate sul mondo. Quanto all’oggetto della ricerca (se proprio non siete riusciti a contenere il fisiologico bisogno), che altri chiamano chissà perché pallina, non andrà appiccicato sul bavero del prossimo, e meno che mai introdotto nuovamente per il canale nutritivo con il pur umanitario scopo di non disperdere parti tanto importanti del vostro Io;

– non sputare, né ruminare in faccia dell’altrui, scatarrando minacciosamente a destra e a sinistra il materiale purulento che vi ammorba i polmoni, dando così l’errata e preconcetta impressione al vostro prossimo di non essere poi tanto gradito;

– non togliervi in luogo affollato lo scarpone da montagna, ravanando poi nel pedalino per estrarre dai digitali interstizi il bendidio che madre natura ha posto in essi con sudata attività. 

– a tavola con l’altrui, non intestardirsi mai nella propria bocca inserendo con caparbietà la mano fino al polsino (non tanto per la di voi bocca, quanto per l’altrui persona), estraendone curiosi rimasugli di pasto;

– non offrire mai ad alcuno il proprio stuzzicadenti usato, benché nettato e ripulito con scienza certosina;

– non dare mai pubblica prova del singolare meteorismo di cui andate giustamente fieri, e della flatulenza che caratterizza da sempre il vostro simpatico carattere: non tutti sono in grado di comprendere siffatte piacevoli manifestazioni dell’Io;

– evitate di vomitare in pubblico le sette pizze divorate la sera prima e ancora pressoché intatte, raccogliendole magari in un sacchetto così da rigustarle nella solitudine del vostro primitivo abitat. Dovete rendervi conto che vivete nell’era del consumo, e pochi davvero sono in grado di apprezzare il puntiglio di una tale economica attività.

Se avrete messo in pratica le semplici regole di questa prima lezione (i perfezionisti la arricchiscano con la seconda, gli altri passino direttamente alla terza) siete a buon punto per diventare quello che desiderate. Ricordatevi che imparare ad essere ripugnanti è un’arte, e come tutte le arti richiede dedizione e sacrificio: continuate e si apriranno anche a voi le porte degli inferi (o se preferite quelle del paradiso).

Seguono:

LECTIO SECONDA (dell’arte dell’approccio e della sensuale ricercatezza estetica)

LECTIO TERZA (dell’ineguagliabile arte della menzogna)

LECTIO QUARTA (dell’amplesso – l’arte di fare l’amore)

LECTIO QUINTA (dell’arte dell’abbandono)

Tratto da Lezioni di sesso (il sesso in cinque lezioni)

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IN AMORE VINCE CHI FUGGE (E NON ROMPE IL CAZZO)

L’amore è desiderio. Non sempre però è facile sopportare il desiderio, perché si è soli nel desiderare. Quando gli innamorati chiedono “mi ami?” è come se non accettando il desiderio come mancanza, chiedessero di essere trasformati da “amanti” in “oggetti d’amore”, in una presenza. L’amore è la richiesta di una conferma. Desiderare è però un compito sfiancante; chi desidera è più fragile rispetto a chi è desiderato, e tuttavia la rinuncia non è la soluzione, ma il problema. C’è un prezzo da pagare per chi non vuole confrontarsi col desiderio, ed è una frustrazione che si trasforma in dolore. Il desiderio trova il suo completamento nella domanda e non esiste altro modo per soddisfare il bisogno se non completando il discorso con la risposta. La strada per non cedere al desiderio e alle pulsioni, è quella di metaforizzare l’oggetto dando un significato alla mancanza. Quando questa immagine non risponde alla realtà subentra una delusione che diventa depressione. Si prospetta l’ombra dell’abbandono e quella che doveva essere la soluzione all’assenza finisce per rimarcare il senso del vuoto e della solitudine.

FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO - Giancarlo Buonofiglio

Amazon, Mondadori, Hoepli, Feltrinelli

CRONACHE DALL’EPIGASTRIO

DALLA PREFAZIONE

Per il titolo avevo pensato a “Memorie dal sottosuolo”, ma pare che qualcuno l’abbia già usato. Ho ripiegato su “Cronache dall’epigastrio”, anche perché non era mia intenzione discutere di inconscio, pensiero o anima. Il mio sottosuolo si trova nella pancia e il libro racconta appunto le sue cronache. Non amo i totalitarsmi dell’Io e le sue aberrazioni metafisiche. Esiste qualcosa fuori di me e questa cosa la chiamo reale. Mi hanno insegnato che questo altro da me sia la realtà, e mi piace. Mi piace perché mi colloca, mi definisce, mi dimensiona nella cosa. E mi fa sentire vivo. Se esiste qualcosa, la sua esistenza si conferma non in una relazione col mio percepirla, ma indipendentemente da quello che sono. Non ho un Io tautologico, non mi va di delirare in termini idealistici e penso che la verità non necessiti della mia presenza. Sono certo che possa fare a meno della mia ontologia. Non sono un metafisico e la veritas (come) est adaequatio rei et intellectus (la verità come l’adeguatezza o corrispondenza della cosa e dell’intelletto) mi pare una forma di delirio. E così guardo alle cose e per lo più mi piacciono, le spoglio e le scopro ogni giorno. E ogni giorno mi sembrano meravigliose.

 In vetrina da Mondadori  ALLA PAGINA

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Dal  DIARIO DI UN MORTO

Adesso che sono qua ho capito. L’unica verità è che non c’è una verità. Dicono che la morte sia capace di dare una risposta. La verità è che è inutile anche la domanda, quando si muore si muore e basta. Morire senza avere vissuto, questo mi rode: esiste per un uomo una condanna più grande?

L’hanno portata stanotte. E’ incredibilmente bella, non riesco a smettere di guardarla. Ha gli occhi blu, pelle morbida e liscia, bianchissima. Le labbra sono rosse e carnose, abbandonate in un sorriso limpido e quieto. Il volto è disteso, dolce come quello di chi ha vissuto e amato, la morte sembra averlo graffiato appena. Un uomo chissà da qualche parte starà consumandosi nella disperazione. L’hanno vestita di bianco, come una giovane sposa. Non ho potuto fare a meno di lambire la sua bocca. Non era un bacio, molto di più, come quando si intrecciano i rami di una rosa promettendosi qualcosa di eterno. E’ stata sistemata vicino al mio loculo. L’amerò per sempre.

Ho lasciato la mia anima altrove. Devo pur averla un’anima. Credo stia scontando il mio inferno. Lei sta di fianco a me e non posso averla. Non conosco pena più grande, incontrarla proprio adesso che sono morto. Ogni notte mi lacera il desiderio e il giorno è pure peggio. E’ la mia condanna e il mio tormento.

L’ho baciata e ribaciata ancora, sperando che non si svegliasse. Ogni notte mi alzo, lascio il mio loculo e mi inginocchio sulla sua bocca. Appoggio appena la mia, dolcemente sfiorando quelle labbra che sanno di paradiso. La guardo per ore e mi pare di non avere mai visto niente di più bello. Il desiderio di baciarla mi tiene vivo e ogni notte mi sembra una meravigliosa giornata di sole.

Stamattina hanno interrato Giovanna de Angelis, una giovane donna dai tratti delicati, pelle morbida, occhi vivi ma arresi, sfiorita mi pare troppo presto. Sembra sia morta di cirrosi; beveva e come tutti per dimenticare. Chissà cosa poi. L’ho guardata a lungo, portava i segni di una crudeltà vissuta sulla pelle. Tutto quel dolore non era però riuscito a cancellare la nobiltà del volto, aveva anzi conservato serenità e un certo candore. Bella come tutte le donne sanno essere. Aveva sofferto e ho avuto la sensazione che avesse in qualche modo scontato il suo inferno. Pacata più che rassegnata; niente avrebbe più potuto procurarle sofferenza. L”inferno è già qua (pensai alzando le spalle) e rimane una parola vuota quando si è bruciati nel rogo della vita.

Il defunto di fianco mi ha raccontato il paradiso, pare lo abbia visto. Non lo so, ma tutto quel bagliore, quella inamovibile quiete, l’armonia, l’assenza di disperazione e vuoto, tutta quella domestica tranquillità mi ha messo in apprensione. Comincio a temere che il suo paradiso sarà per me un inferno.

Ambrogio De Toma l’hanno appena portato. E’ un ometto minuto, ceruleo, smunto, vinto dalla vita. Ha le mani piccole, doveva fare lavori non manuali, di poco conto. Un impiegato direi, ma di basso livello. Sposato male, porta segni di una radicata infelicità. Se quella con il ghigno è la moglie, la sua dipartita non deve essere stata tanto dolorosa. Sulla sua tomba ha fatto appuntare con una certa rassegnazione: “Qualunque posto, anche questo, è sempre meglio di casa mia”.

Una mattina di maggio non mi svegliai. Il medico non poté che constatare l’insuccesso della sua scienza davanti a un corpo inutilizzabile. Ero oramai una cosa; mi liquidò con un secco “deceduto”. Lo scrisse con disprezzo guardando quello stupido pezzo di carne che sfuggiva alla sua manipolazione. Più di tutto avevo deluso le sue aspettative morendo. Credo abbia anche borbottato “che stronzo” dietro al feretro.

Credo di essere morto appena venuto al mondo, unica cosa degna di nota nella mia biografia. Poi non ho combinato gran che. Il mio necrologio è stato: “Qui riposa, per la seconda volta …”. Appuntato dalla penna di un briccone che mi conosceva bene.

Sono morto il 20 maggio del 1970. Di crepacuore, dicevano. In realtà sono morto d’inedia e di noia. Non mi è dispiaciuto. Morire è stato nulla. Vivere era peggio.

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CRONA 1

L’AMORE E LA PSICOLOGIA

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Ci sono cose che la psicologia non può spiegare. L’amore non è un fatto psicologico, ma linguistico. Per Barthes si trattava di un discorso ed era frammentato; in questo libro partendo da Lacan e dalle destrutturazioni di Barthes sottolineo la solitudine del fenomeno amoroso, la tautologia della parola. L’amore è un monologo in cui l’altro piccolo si presenta come l’assenza dell’Altro grande. Tra il silenzio e l’attesa si muove il soggetto innamorato, in un soliloquio che ricorda davvero il mormorio di una preghiera. 

FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO

Il libro è in vetrina da Mondadori e si può acquistare online nel formato digitale (ebook) al link digitale 3,68 euro

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PRINCIPI E PRINCIPESSE

principe

PRINCIPI E PRINCIPESSE
Le favole cominciano (quasi) sempre con lei. L’uomo, il maschio, l’altolocato compare sulla scena solo dopo che il racconto si è dilungato sulle sventure della fanciulla. Figura essenziale, quella del principe, eppure marginale ai fini della narrazione. Nella favola questo essere etereo, inesistente (non ha un nome, è sempre e solo un blasonato), si definisce per privazione; la sua sostanza è concentrata nella presenza o assenza di un altro essere a lui affine ma difforme (per sesso prima che per ceto). Non è diverso da quel che accade nella vita. La consistenza è femminile, i principi compaiono nella storia ma sono destinati alla scomparsa. Ricordo mia madre, che si stupiva del fatto che tutte le sue le amiche fossero rimaste vedove meno che lei. Non so se ve ne siete accorti: moriamo solo noi. Quello che l’uomo è, e che lo significa dandogli un senso, non gli appartiene. Se ha il blasone è in funzione della protagonista. Come nella teologia negativa, nella quale si dice appunto che dio non c’è, eppure esiste. Con mille buon ragioni, per carità. Però poi non stupiamoci se questo essere inconsistente la sera scende a comprare le sigarette, ma si ferma col paggetto di corte. E proprio come nelle favole il principe diventa sempre più una principessa.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

dal MANUALE DELL’ANTIPSICHIATRIA

DA CRONACHE DALL’EPIGASTRIO

(memorie dalla pancia)

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OGNI VOLTA CHE QUEST’UOMO SCRIVE UN ALBERO MUORE

Tempo di bilanci. E i bilanci (si sa) hanno un peso. 26 “libri” (chiamiamoli così), una media di 150 pag. a tomo. Ognuno dei quali è stato stampato (più o meno) 300 volte. Circa 1170000 pagine. Se una pagina pesa (mettiamo) la metà di un grammo, fa mezza tonnellata di carta. Non solo braccia rubate all’agricoltura, ma ho sfalciato mezza foresta amazonica.

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