#iodenuncioilmiosindacopersequestrodipersona

Oltre al decreto Conte che vi ha messo ai domiciliari, presidenti di regione, sindaci e autorità pubbliche interpretano il decreto del governo alla cazzo di cane: c’è chi impone il coprifuoco nel proprio comune (non si può uscire dopo le 18) e ragazzetti in divisa che impediscono di andare in edicola o passeggiare in solitaria malinconia a tremilamila metri lontano dagli altri.

E non si può fare.

E poi ci siete voi, piccoli questurini col fez, nostalgici dell’ordine e la disciplina, che spiate dai balconi pronti a segnalare all’autorità gli assembramenti di anarchici idealisti (papà e figlia, pericolosi eversivi e untori) che sfidano le regole portando il cane a pisciare.

Questi sono gli eroi veri, i nostri partigiani, la nostra resistenza.

Denunciate i sindaci per sequestro di persona. Se vi è rimasta un poco di dignità.

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SCUSI, MA LEI E’ ETERESESSUALE?

Il corpo tra godimento e amore

Qualche tempo fa, a proposito della Donna Barbuta, si è sviluppata una discussione su erotismo e identità di genere; il problema si è poi dilatato dalla sfera sessuale a quella affettiva. E’ stato citato Lacan in modo però discutibile e artificioso. Al di là delle colte disquisizioni, il contenuto non cambia. Si è parlato infatti del tramonto del Nome del Padre in termini negativi, distruttivi e moralistici, facendo riferimento a un nostalgico ordine patriarcale dell’Io, del sesso e della società. Riproponendo nella triangolazione edipica la spaccatura tra piacere/godimento e amore. Per Lacan l’amante desidera nell’amato l’amalgama della sua mancanza. “Amare è dare quello che non si ha. Desiderare di avere un posto nel desiderio dell’altro”. E il riferimento all’assenza, al vuoto, alla domanda che completi l’ordine della catena amorosa risulta effettivamente determinante. Massimo Recalcati, ad esempio (non nuovo all’oggettivazione del pregiudizio e alle diagnosi di massa, com’è accaduto per il recente referendum, diagnosticando un disturbo nevrotico ai sostenitori del “no”), sulle orme del maestro francese pare abbia portato l’argomento su un terreno spinoso: “Uomini e donne vivono l’amore in modo diverso ma, secondo Lacan, tutti i modi di amare si muovono su uno sfondo comune, ovvero nell’impossibilità di generare un rapporto sessuale. Il corpo gode dell’uno. Non vi è rapporto tra due godimenti. La pulsione sessuale ci mette in rapporto soltanto col nostro desiderio”. Stimolando il dibattito e reazioni: “L’amore è la possibilità di supplire all’inesistenza del rapporto sessuale, di sopportare la propria solitudine”. Sempre rimarcando che la scomparsa del Padre, del significante fondamentale, l’assenza, porti a uno scollamento tra piacere e amore e in esso alla perdita dell’identità sessuale, dell’Io fino allo sfaldamento della civiltà; e che il soggetto appagato da un piacere immediato e quindi privato del desiderio diventi schiavo, senza volontà e di un godimento reale (rinvenendo nella tensione mancata verso l’Altro l’Es senza inconscio, senza legge, senza confine, senza movimento). Lo spunto polemico è stato come si è detto la transizione dall’identità di genere offerto dalla Donna Barbuta. Poco condivisibile, e di una certa grettezza, risulta la tesi secondo la quale questi corpi plurisessuati siano una compensazione alla dispersione e alla liquefazione dell’individuo nel caos di un godimento narcisistico (e quindi completo e assoluto nella ricomposizione androgina) immediato, considerando tali fenomeni incompatibili con il buon ordine sociale. Il ragionamento è ineccepibile sul piano formale e ben contestualizzato: l’esigenza di accelerazione di produzione e consumo imposta tende a selezionare un soggetto che si adatti e collabori allo sviluppo e all’incremento della società, un soggetto appiattito e recettivo, privo di volontà e senza desiderio o godimento. Questo è, appunto l’Es senza inconscio, senza legge. Ma non si può non storcere il naso quando si vede nella liberazione sessuale senza amore una degenerazione (parola reazionaria) in una schiavitù compulsiva priva di soddisfazione (“La sola liberazione sessuale degna di questo nome sarebbe quella di unire il corpo sessuale all’amore, rispettando la diversità dell’altro”); sottolineando peraltro che il volto barbuto di una drag queen non possa rappresentare l’emblema del rispetto della diversità dell’altro.

Perché non può?

Lacan, pur con tanti meriti, è un pensatore inadeguato alla comprensione di fenomeni (per quanto antichi) che corrono con la velocità del vento. Il suo è un mondo ancorato alla presenza, benché mutuata nell’assenza e nell’immaginario (l’immaginario, il simbolico rimangono presenti come domanda, desiderio, bisogno). E’ inadeguato perché dalla dissoluzione del significante primo non segue necessariamente quella dell’identità e dell’identità sessuale. La domanda, il desiderio rimane ma sciogliendosi senza corposità, organi, ideologia in contesti dinamici che non hanno più confini geografici o culturali. Il corpo del terzo millennio si svuota come si svuotano i contenuti appunto dell’Io, della mente, dell’inconscio. Non è una perdita dell’Io ma semmai un arricchimento. E’ un’opportunità sul piano sociale, giuridico, estetico e antropologico. Oggi non ha senso neanche il documento di identità; ma vai a spiegarlo a un funzionario statale che non siamo più quelli di ieri e che scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, che siamo e non siamo. La violenza è operata piuttosto dal funzionario; è lui a perturbare con l’imposizione di un ordine inesistente il disordine che si muove nell’essere delle cose, nell’imporre una presenza a quello che diviene, muta, si trasforma. La modernità nasce dall’assenza, dalla precarietà dell’essere, da uno svuotamento dell’Io e del corpo. Da una privazione ontologica. Dallo sfaldamento della storia, della cultura, dalla mancanza di Dio. Deleuze in questo è molto più avanti di Lacan. La rete in particolare ci ha disorganizzati, privati dei confini antropologici, giuridici, estetici e sessuali. La velocità aveva già cominciato il percorso destrutturante che in internet è diventato esponenziale. Il corpo è fluido, senza organi, la sessualità pure. Le idee corrono e nel percorso si modificano modificando l’ambiente, l’anatomia, la legge, il mondo, la lingua. Non mi pare che la società ottocentesca raccolta attorno alla triangolazione edipica del focolare domestico fosse migliore di quella attuale, e neanche più ordinata. Mi pare solo infinitamente più noiosa. E’ un momento di incontrollabile trasformazione del mondo, dell’Io, dell’identità anche sessuale, delle relazioni. Del pensiero e della teologia. Il presente è comprensibile solo a partire da una filosofia dell’avvenire; Deleuze aveva cominciato a sganciarsi dalle gerarchie ontologiche, postulando l’univocità dell’essere ma come una pluralità di enti, cogliendola senza universalizzarla in concetti. L’univocità dell’essere permette infatti all’arroganza dell’uno di fare in modo che gli “enti siano molteplici e differenti, sempre prodotti da una sintesi disgiuntiva, essi stessi disgiunti e divergenti, membra disjuncta” e a un tempo che “il senso sia, per tutti gli enti distinti, ontologicamente identico” (Badiou, Deleuze, Il clamore dell’essere). In questo senso la natura è vista come “produzione del diverso”, “somma che non totalizza i propri elementi”, non collettiva ma distributiva, non attributiva ma congiuntiva. “La Natura è precisamente la potenza, ma potenza in nome della quale le cose esistono una ad una, senza possibilità di radunarsi tutte nello stesso tempo, né di unificarsi in una combinazione che sarebbe adeguata ad essa o che l’esprimerebbe interamente in una volta sola”. Nel presentare il desiderio come il fluido che corre per neuroni e ram avrebbe abbracciato le annichilazioni prodotte dalla rete, consentendo al corpo desiderante di dilatarsi nel tempo e nello spazio. E’ stato insomma necessario un altro parricidio, da Lacan a Deleuze. L’essere è polivoco, differente, l’Io e la sessualità pure. Ma vai a spiegarlo al funzionario statale quando deve segnare sul documento d’identità il mio sesso, che già Aristotele non avrebbe saputo cosa scrivere nella casella.

Cos’è il desiderio? Il desiderio è il fluire di pulsioni, mirate per lo più al piacere, non caotiche ma contestualizzate all’interno di un ordine. “Desiderare è costruire un concatenamento, un insieme” dice Deleuze; poiché non si desidera mai veramente qualcuno o qualcosa, si desidera un insieme, un paesaggio nel quale è compreso anche l’oggetto del desiderio, la particolarità desiderata. Il desiderio implica una specie di costruzione e non è mai astratto, ma si sviluppa nel concreto del proprio contesto, insieme di paesaggio e di persone (“Si desidera in un insieme”). Il bere, ad esempio, non è mai desiderato per se stesso, al contrario si desidera anche il paesaggio del bere, il paesaggio in cui bere (in compagnia, dopo una delusione, quando si è tristi). Persino l’alcoolizzato crea relazioni nell’esclusività del suo desiderio, e questo perché il bere rimanda a un problema di quantità: quando si beve si vuole arrivare all’ultimo bicchiere, e “l’alcoolizzato è colui che non smette di smettere di bere”, di essere all’ultimo bicchiere. Il primo bicchiere ripete l’ultimo. Il desiderio fluisce di continuo nell’amore (come tra un bicchiere e l’altro) perché comincia da là; non si desidera quello che non si ama, come non posso volere quello che non conosco. E’ la parte eccessiva dell’amore, l’eccedenza che è però essenza, un’ubriacatura, un delirio che scompone ma anche ricompone: “Crediamo che l’inconscio non sia un teatro, un luogo dove Edipo e Amleto recitano perennemente la loro parte. Non è un teatro, bensì una fabbrica; è una produzione. L’inconscio produce. Funziona come una fabbrica ed è il contrario della visione psicoanalitica dell’inconscio come teatro dove si recita all’infinito il ruolo di Amleto o Edipo. Il secondo tema è il delirio, strettamente legato al desiderio, poiché desiderare è, in un certo modo, delirare. Se si prende un qualsiasi delirio, lo si guarda, lo si ascolta, ci si accorge che non ha niente a che vedere con ciò che pensa la psicoanalisi; non si delira sul padre o la madre, ma su tutt’altro. Il delirio – è il suo segreto – concerne il mondo intero” (Deleuze).

Il desiderio si muove spostando la relazione affettivo/erotica in un altro luogo, svincola dal contesto culturale dell’Io, come avviene ad esempio nella rete. Oltre a trasformarsi può anche mutarsi nel suo contrario; la pulsione così spostata nell’immaginario di una relazione virtuale è libera di diluirsi oltre il proprio corpo, oltre l’Io; meccanismo/schizo che modifica il corpo ridefinendolo nella modernità tecnologica, mettendolo in uno stato di transizione anche biologica. Il fenomeno può manifestarsi coi fatti, e più spesso con le parole nella catena dei significanti. Nel qual caso non è corretto parlare di sublimazione della pulsione, spostamento dell’eros nell’altra scena, in un non luogo appunto dove delimitare la coscienza e nascondere il peccato. La catena e l’ordine dei significanti scorre lungo la rete con una velocità che deorganizza, disturba, non dà il tempo a una contestualizzazione morale, priva della colpa. Il processo è automatico e inconscio e permette un’adeguata scarica di quelle pulsioni sessuali e aggressive altrimenti minacciose e distruttive. Incastrata la pulsione nel principio di realtà in un non luogo, con non-persone, di non-relazioni, la richiesta del piacere può finalmente soddisfarsi senza intaccare il principio di realtà (ragione per cui molto spesso le persone che usano la sessualità in internet non si incontrano nella vita reale; il sogno non deve diventare un bisogno, e l’altro deve continuare ad essere confinato nell’immaginario irreale). E’ piuttosto diffuso come fenomeno; si fa sesso in rete sfogando la libido nell’immaginario di uno schermo, con persone che si amplificano dilatandosi oltre i confini egoici e sessuali. La morale è protetta da questo tipo di incontro, appunto dal non incontro genitale, l’Io dal non avere dato un corpo e una faccia all’altro, con la semplicità di un gioco e senza “rimorso”; mentre la perversione (vista da un’ottica morale) assume la forma di una letteratura, di un’anacronistica pedante prevaricazione ideologica.

Internet, dove la relazione affettiva viene spostata in un’altra scena, ha consentito al principio di morte di irrompere nell’Io senza rimozione e senza il sacrificio pulsionale. Reich (e poi Marcuse) obietta che il discorso di Freud è viziato da un concetto destoricizzato della civiltà, configurando il principio di realtà come una mistificazione. Si convince infatti che una nevrosi sorga dalla rinuncia alla soddisfazione, da un inappagamento sessuale. Da un frammentazione senza ricomposizione del desiderio. Tale origine viene trovata nell’”impotenza orgastica”, ovvero nell’incapacità di una completa scarica dell’eccitazione. L’energia vitale non liberata provoca un ingorgo nell’organismo (“stasi sessuale”) responsabile di fornire ai sintomi nevrotici una diffusione. Come in un teatro, dove in scena sale finalmente il desiderio, questo tipo di relazione destoricizzata e decolpevolizzata consente all’Io la soddisfazione della pulsione e una buona aderenza alla realtà. La realtà è oggi dinamica e in movimento, rizomatica, il corpo il perenne transizione, frammentato nella lingua al punto da concentrare la femminilità in una figura equivoca come la Donna Barbuta, l’Io in una continua tensione. La vita non è più quella domestica, ripetitiva, consumata nella relazione madre-figlio-padre, tanatologica che sapeva di incenso, ma anche nascostamente di zolfo. L’aderenza a un principio di realtà così fragile e inafferrabile, veloce, contaminato comunque sempre dalla pulsione di morte, è però non di meno precaria, a un passo alla dissoluzione. Il disagio persiste. Il collasso è sempre in agguato.

FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO - Giancarlo Buonofiglio

librerie online

gli itaGliani (tombeur de femmes)

“Strani questi italiani: sono così pignoli che in ogni problema cercano il pelo nell’uovo. E quando l’hanno trovato, gettano l’uovo e si mangiano il pelo.” Benedetto Croce

GRATIS oggi e domani, il libro (completo) lo potete scaricare alla pagina https://www.amazon.it/dp/B01LJYLB58

copertina

Gli ITAGLIANI

gentiluomini e mascalzoni

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tombeur de femmes

La seconda parte del libro ha un nome sedizioso, Tombeur de femmes. Sono massime e sentenze, uno sfottò per un popolo vittima di luoghi comuni, che tuttavia vive di furbizie e si prende troppo sul serio, difendendo senza vergogna le vicende anche più imbarazzanti della sua storia recente. Da un’altra latitudine le cose si vedono meglio; come i cugini francesi che con qualche ragione ricordano al sussiego degli italiani che les cimetières sont remplis de gens qui se croyaient indispensables. (Dalla prefazione)

Siamo il popolo del “non sono stato io”. Lo diciamo per giustificarci e svincolare dalle responsabilità; da piccoli è la regola e un buon sistema per sottrarsi al battipanni. Da grandi un po’ meno, per quel decoro che sopraggiunge a ricordare che siamo pur sempre adulti e che l’utensile di mamma non fa più paura. Ma sempre lo pensiamo, sdoppiandoci come in un riflesso in cui la colpa non è mia, ma di un altro. Quello là, che non mi piace, che non soddisfa gli intimi desideri di perfezione. I bambini sono diretti, si limitato alla negazione, l’altro non completa la relazione e comunque non sottrae alla punizione. Una mamma in guerra non si lascia deviare dai fantasmi inesistenti, riconosce il nemico e lo va a cercare in trincea. Gli adulti imparano la proiezione, sottile e non sempre riconosciuta. Lo spostamento anche, ma è pure quello una forma di proiezione. In sostanza: siamo codardi per un innato istinto alla sopravvivenza, impariamo ad esserlo da piccoli, ma con meno coraggio di un bambino che davanti al plotone si limita a dire “non sono stato Io”. Troppo comodo dare la colpa a un altro e una mamma in assetto bellico non si lascia ingannare. Gli adulti, nella dilatazione del loro Io in un contesto culturale più ampio danno luogo a quella struttura della società che chiamano stato. Non per niente così l’hanno nominato; quando fanno una marachella nessuno sa chi sia realmente e per l’appunto stato. Eccetto le vittime della proiezione. Sempre loro, le donne, i negri (con la “g” che rende meglio); qualche politico di comodo. Gargamella e Amelia si accodano alla lista a ricordare che il bambino è pur sempre sopravvissuto al battipanni di mamma.

STAI COMPOSTO!

A scuola insegnavano a stare composti. L’educazione cominciava nel disporre il corpo in uno spazio abitato da altri corpi. La postura limita l’Io e lo predispone ad occupare un campo affettivo e relazionale. C’era però qualcosa in più in quei richiami delle maestre, si imparava non solo a non invadere uno spazio comune, ma ad interagire nel vuoto tra un corpo e l’altro. Stare composti voleva dire disporsi con ordine, con misura, avvicinare con leggerezza l’altro riconoscendolo presente. Oggi entri in aula e vedi piedi sui banchi; non stupisce che quegli stessi allievi rispondano male all’insegnante. L’io e le sue funzioni intellettuali si esercitano nel corpo. Un corpo che ha imparato a relazionarsi con lo spazio abitato da altri corpi è ben disposto. Quando una persona ha un carattere ruvido si dice che è indisposta e l’indisposizione rimanda a una rigidità di senso priva di morbidezza. Quella morbidezza è ciò che chiamiamo etica; l’amore dipende da quella prima esperienza che ordina l’Io e le sue passioni.

Gli italiani non sono un popolo rivoluzionario. Non per convinzione, piuttosto per innata indolenza e scarsa propensione al movimento. Vogliono una ricetta che curi i malanni, un farmaco indolore. Niente a che vedere coi cugini francesi, gli italiani sono per la Presa della Pastiglia. La rivoluzione di cui sono capaci è tutta qua.

Tdf/21

La storia italiana non ha mai avuto così tanti rivoluzionari da quando c’è Facebook. Ho visto gente inferocita giustiziare despoti, autocrati e miserabili anche con tre punti esclamativi. Tdf/33

Ciò che mi piace di questo paese è che quando i milionari divorziano vengono spennati dalle mogli. E con quelle non c’è paradiso fiscale che tenga.

Tdf/59

La sindrome dell’arto fantasma procura dolore alla gamba anche quando è stata amputata. Quello che non c’è fa comunque sentire la sua presenza; non si tratta dell’ostinazione a non riconoscere la mutilazione, il fastidio si sente ed è un fatto reale. Ma l’arto non c’è e anche questo è innegabile; dobbiamo allora supporre una memoria che rimane nel corpo al di là di ogni ragionevolezza. E vengo al punto: lo stesso fenomeno si verifica su più piani; Dio è morto da qualche anno ma sembra stia meglio di prima. Almeno in Italia e con quel che comporta sul piano legislativo. Con la politica siamo arrivati a forme paradossali: chiamiamo democrazia e libertà il nostro vivere civile, quando non sono che la memoria storica di un arto fantasma. Un po’ per abitudine e più spesso per indolenza ci siamo accomodati su quelle stampelle. Come nell’apologo di Jung, nel quale un bimbo col sacchetto di ciliegie si incammina dicendo: ne mangio una e conservo le altre a mio papà, ne mangio un’altra e lascio il resto per il papà. Il bambino arriva a casa col sacchetto vuoto, ma con la certezza di avere portato le ciliegie al padre. La democrazia non è un fantasma e il corpo senza la gamba fa comunque fatica a reggersi in piedi; è interesse però di qualcuno continuare a far percepire la presenza di quello che non c’è. Si tratta di un’informazione corrotta; giornalisti lacchè che raccontano al popolo che non manca di nulla. Quel tanto che basta per convincerlo a sentire l’arto anche quando gliel’hanno tagliato.

Funziona così in Italia: “ogni mattina un cretino e un furbo si svegliano. Se si incontrano, l’affare è fatto”.

Tdf/223

Su Amazon alla pagina https://www.amazon.it/dp/B01LJYLB58

NON DESIDERARE LA DONNA D’ALTRI (E CHI DOVREI DESIDERARE, LA MIA? MA L’HAI VISTA BENE?)

Questo libro non ti darà tregua, asciugherà le
lacrime della tua coscienza e inebrierà i suoi rimorsi

Caro lettore è inutile pentirsi, gli inferi comunque ti

attendono. Questione di tempo e presto verrai anche tu
a trovarmi tra i rovi: ti aspetto con voluttuosa
impazienza. Non desideri infatti la felicità? Sappi allora
che la parola felicità è da sempre una bestemmia e chi la
pronuncia più di un peccatore; non importa che poi tali
individui siano i migliori, rimangono comunque dannati.
Eternamente perduti. Andarci all’Inferno non è tanto
complicato, basta amarla la vita. E magari godersela un
poco. Potrai anche essere una brava persona, ma una
volta sottratto al dovere della croce, finisci lo stesso
per chiaccherare con qualche simpatico diavoletto.
Fattene dunque una ragione, i viziosi come te ancora non
mancano di suscitare lo sdegno e gli anatemi dei
predicatori. Di tutti gli ammorbatori dell’esistenza
(altrui). Non hai scampo, sono inutili le lacrime ed è
superflua la confessione. Ma tu fregatene e impara
invece ad assaporarlo l’odore dello zolfo, abituati a
godere del peccato; gli altri sono già morti, solo che non
lo sanno. Solo che non lo vogliono sapere. Non la senti la
puzza dell’incenso, i vapori maleolenti della morale? Non
ti tormenta la nausea di una simile inquisizione? Ora che
sei ad un passo dalla perdizione non provarci nemmeno a
redimerti. Questo libro non ti darà tregua, asciugherà le
lacrime della tua coscienza e inebrierà i suoi rimorsi; di
tentazione in tentazione ti trascinerà tra i demoni
dell’inconscio più blasfemo, dove si aprono le
temute porte del male. Sarai però in buona compagnia, a
occhio e croce di tutti quelli che hanno fatto qualche
cosa di buono. Di quelli che avranno avuto il coraggio
della felicità. E nel suo piccolo anche del sottoscritto, la
cui anima è irrimediabilmente perduta. Eternamente
dannata.
Dandoti appuntamento laddove gli apostati bruciano da
millenni, la speranza è che questo piccolo vangelo possa
aiutarti, caro lettore, nella definitiva discesa. Nella tua
ultima conversione.
A damnatio memoriae gb

SITO WEB DEL LIBRO  http://nondesiderareladonnadaltri.weebly.com/

GRATIS – IL DEMONIACO NELLA NEVROSI OSSESSIVA

DEMONIACO    DEMONIACO 1

IL 4 OTTOBRE SI PUO’ SCARICARE GRATIS CLICCANDO ALLA PAGINA

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A PALAZZO, IL REALE

princ

IL REALE A PALAZZO
C’era e una volta. In principio della favola c’è il verbo, l’azione precede e costruisce la storia. Soggetto e predicato seguono come fossero una cosa sola. Il principe fluisce nella principessa e la sintesi si completa a palazzo. L’aufheben supera e mantiene la negazione della negazione. Il positivo si riafferma nel racconto come qualcosa non più di astratto o intellettuale, ma concreto e razionale; la ragione ordina gli opposti sintetizzandoli, mentre l’intelletto viene isolato dal processo negando l’opposizione. In sostanza: non è dato sapere in che modo il blasonato si unisca alla fanciulla, ma c’è da supporre che la sintesi avvenga in maniera ortodossa. La popolana supera e sublima le origini, il principe ritorna a palazzo, appunto reale. E vissero felici e contenti.
(da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

NEL NOME DELLA MADRE

DA IL DEMONIACO NELLA NEVROSI OSSESSIVA

La figura di Cristo è, come dice Hegel, un punto cruciale della storia, la “terza navigazione” di un principio di Ragione che, dopo aver purificato il desiderio nella metafisica è riuscito nella piena rimozione delle pulsioni; il trionfo del Logos sull’Eros, del bene sul male. In questo senso si può allora affermare non solo che religione ed etica si equivalgono nella misura in cui edificano un totem a cui sacrificarsi (una forma ternaria-trinitaria, che è poi il simbolo nel suo epocale assestamento triangolare) e di cui non rappresentano che una dilatazione concettuale, ma addirittura che l’una e l’altra sono le premesse storiche di un unico sillogismo gioachimista che è destinato onto-logicamente a concludersi nella figura della croce (nella parabola logica della croce). L’elemento pato-logico non risiede nell’esistenza delle rappresentazioni metafisiche, ma nella dissociazione della coscienza che soccombe frammentandosi nell’incapacità (si dissocia edificando un totem nella nevrosi e soccombe distruggendolo nella psicosi) di dominare semanticamente l’immaginario, lo spazio precosciente del non-ego-logico. Aprendosi al senso del trascendente oltre l’ordine codificato il simbolo, la sua polifonia semantica ritorna nella forma delirante dell’allucinazione. Nel disordine ermeneutico (anarchico e distruttivo) della psicosi. Se il problema è il totem significante (il Nome-del-Padre) si capisce insomma perché il materiale di una nevrosi sia sempre interpretabile, mentre non lo è quello psicotico. Quello che il nevrotico è ancora in grado di controllare, non è più infatti possibile allo psicotico invaso e dominato dal materiale collettivo (a cui è precluso l’accesso all’ordine del simbolico), divenuto oramai simbolo, archetipo e funzione esso stesso. Corpo senza organi, puro spirito: sintesi di pensiero ed essere, funzione trascendentale che si autocrea a sua volta creando tutte le de-terminazioni del reale. Lo psicotico è perciò nell’identità col simbolo, un dio senza più né bene né male, privo della misura morale (è de-moralizzato = depresso), di una coscienza religiosa; sviluppa come si detto una struttura anarchica/atea non sensibile ad alcuna con-versione (l’impossibilità di un transfert emotivo), per lo meno nella misura in cui ateo e non-convertibile può e deve esserlo un dio: svincolato dai valori e dagli altari del sacrificio, eternamente perduto nelle terre simboliche del Sinai, dove è ancora possibile rompere le tavole della legge. L’esorcismo morale (la confessione del prete o dello psicoanalista) riesce solo se l’individuo da esorcizzare si riconosce mala-to, portatore del male. Lo psicotico diventa concetto assoluto e totalità significante (dio che ha dato origine al mondo ad opera di quel significante demiurgico che è la Parola; e nella psicosi l’invasamento è effettivamente un invasamento di parole), idea. Privilegio concesso a chi vive nel non-senso del precosciente, sul monte del sacro non ancora contaminato dal principio di Ragione: dove il significato non ha motivo d’essere e l’uomo cosciente è costretto, faccia a terra e in religioso silenzio, a togliersi i sandali (in ebraico ki ha-makòm ashèrw attà ‘omèd ‘alàw admàth-kòdesh hu) dell’impurità morale. All’ascolto che lo porta ancora una volta domandarsi: “perché l’ente e non piuttosto il nulla?”
Come il dio testamentario, artefice non solo del mondo ma della fine dei tempi e del giorno del giudizio, lo psicotico (sigillo palingenetico dell’ultima epoca dello spirito) si realizza in una dialettica circolare che non ha alcun riferimento antitetico (nessuna antinomia: non l’uomo, non l’altro, non dio), la possibilità di una quadratura della coscienza (Figlio-Madre-Padre-Figlio); concentrato nella continuità predialettica dell’essere in cui non solo l’essere è anche il dover essere, e il reale ad un tempo il razionale, ma esso stesso tesi (Figlio) e antitesi (Padre) autoponentesi e autosuperantesi, il trionfo bacchico del superamento speculativo dell’imperativo edipico, il principio e la fine di una storia che si consuma tutta quanta nell’ebbrezza della follia. Autosuperamento di soggetto e predicato in una sintesi panlogica priva del necessario rapporto speculare con il totem; appunto l’Aufheben, il mistico di un’identità dinamica delle parti che annulla la differenza tra l’uomo e il dio, tra il bene e il male.
Questa dialettica psicologica che consustanzia, trasfigurandolo nel Getzemani della coscienza, il Figlio nel Padre (riflesso di quella ontologica dell’idealismo che opponeva la libertà di un Io puro autoponentesi e autogenerantesi ad un non-Io) è espressa con particolare efficacia proprio (non a caso) nei libri dell’Antico Testamento, che richiamano all’idea di una struttura funzionalmente “religiosa” (simbolica) sottostante alla coscienza (non è un fatto di analogia: effettivamente ogni coscienza presenta i caratteri morali di una impalcatura religiosa che ruota teocentricamente attorno alle orbite dell’imperativo; ed è solo in un secondo tempo che il totemismo morale, a cui dispone il rimorso, si dilata nei riti e nelle istituzioni di un popolo. Concetto che espresso con efficacia dalle parole di Jung: “Un dogma è sempre il risultato di molte menti e di molti secoli. E’ puro di ogni singolarità, di ogni manchevolezza e di ogni crisi dell’esperienza individuale”; Psicologia e religione) e in essa alle istituzioni sociali. E per dirla nei termini dello schema proposto (nel testo), se la regola si esprime con un carattere meta-psichico: lo psicotico in qualche maniera incarna, e non solo a causa del delirio apocalittico che lo porta talvolta ad emulare le gesta del dio, una specie di paraclito, epifania del biblico YAHWEH; il nevrotico, per converso e simmetria concettuale, quella mortificante del povero e sciagurato Giobbe, emblema di una perversione morale che da sempre immola l’umanità all’estetica ebraico-cristiana (inchiodando la tensione dell’imperativo in una risposta che più non lascia motivo di discussione: “perché l’ente è bene!”) del martirio. Dal suo altare di narcisismo è perciò il primo a camminare sulle acque limpide dell’innocenza, costringendo l’ultimo, perennemente instabile e alle prese con una lacerante mortificazione di Sé, a battersi il petto su una terra contaminata dal peccato per espiare colpe che non ha ma che tutto sommato potrebbe chissà come avere. A soffrire dal suo deserto di privazioni nientemeno che per la salvezza dell’intero genere umano.

DA IL DEMONIACO NELLA NEVROSI OSSESSIVA

In vendita su AMAZON alla pagina ebook e cartaceo

DEMONIACO DEMONIACO 1

NB per una discutibilissima scelta stilistica scrivo la parola “Dio” in minuscolo