“Se citofonando io potessi…”

Sono stato via per un po’. Leggo argute esegesi sulla politica attuale, italiana ovviamente, perché oltre i confini non c’è nulla e la Terra è comunque piatta. Ho scoperto che c’è un partito che fa l’elettroshock ai minori. Di notte Zingaretti e Orfini si svegliano, abbandonano il talamo e entrano nelle camerette dei bambini armati di elettrodi, per convicerli che mamma e papà sono cattivi. Spinti da Soros il palindromo, ovviamente. Tutto può succedere nelle favole 2.0, basta saperle raccontare. Fare l‘elemosina è reato e un crimine è anche salvare un uomo che annega in mare. Dipende però dall’età oltre che dalla nazionalità: se hai compiuto i diciotto anni puoi morire, oppure resti a casa tua. Che poi a Sharm el-Sheikh siamo andati tutti, altro che capanne e fame. Cacciari è sempre arrabbiato, con il Pd perché non fa l’allenza con il partito di una S.R.L. e con il Pd perché va al governo con lo stesso partito. La normale dialettica parlamentare è diventata un maneggio da Palazzo, in una Repubblica Parlamentare i governi li fa il Parlamento, nella politica 2.0 i sondaggi, Twitter e Libero, il quotidiano che ce l’ha con gli omosessuali, i neri, i rom, i sinistri. Tutti finocchi per Feltri. Nilde Iotti no, per Senaldi e il compare Nosferatu, da buon romagnola, era esuberante, che vuol dire pompini. Mi devo informare sui libri di storia, chissà. Lo slogan prima gli italiani si è trasformato in una richiesta di rubli: facciamo pagare il gas agli italiani 100 e 4 li trattiene il partito dei sovranisti. Anzi no, tale Savoini, che nessuno sa come (neanche il Kgb) si trovi ai tavoli con Putin e la delegazione italiana. Parlare di inteligence sembra inopportuno. O meglio di poetica incoerenza per un partito in odore di malaffare che per sentenza ha rubato cinquanta milioni ai connazionali. Nella sinistra estrema militano Grasso, Dalema, Bersani, pericolosi eversivi. Giovani e inesperti facinorosi. La Boldrini li fa entrare ma non li porta a casa sua. Il soggetto non c’è: perché quelli che bussano alle porte non devono avere un volto e un nome, il colore della pelle basta. Altrimenti poi le vedi come persone. Calenda lascia il Pd. E ‘sti cazzi. Mentana è sempre là con le sue maratone, quello di Rignano con il codazzo di yes man minaccia di far cadere il governo, Di Maio parla di coronavairus. Vabbè, ci prova con l’inglese. Il Papa, persino lui, si è rotto il cazzo e schiaffeggia una fan accalorata, Travaglio sventola le manette per gli evasori, Salvini citofona a caccia di spacciatori. L’idea non è male, in uno stato di diritto c’è la presunzione di innocenza, la polizia telefona: “scusi, lei è uno spacciatore?” Se la risposta è affermativa interviene, altrimenti no. Semplice e garantista. Prima gli italiani è il motto dei nazionalisti ruspanti: ci pensa la natura — per fortuna — a selezionare la specie, con la crescita demografica a zero nello Stivale. Il Festival della canzone nazionalpopolare è sempre là. Achille Lauro si è dimenticato il pisello a casa, Benigni ha fatto il suo solito monologo plumbeo, questa volta sul Cantico dei Cantici, il cantico più bello del mondo. Al prossimo referendum dirà che anzichenò, la Sūra 22 è meglio. Rula Jebreal è incredibilmente bella, ma non diteglielo che si offende. La Meloni cresce nei sondaggi ed è naturale: è Giorgia, è una mamma, è cristiana. Ed è fascista. Cos’altro vuoi dalla politica? Le Sardine riempiono le città. I leader sono belli e simpatici. Non mollano le piazze al troglodita, chi si allontana lascia un cartello: tonno subito. Giorgetti si candida alla guida del partito per rassicurare i moderati. Moderati e leghisti, ossimori della politica 2.0. La De Filippi è sempre un bell’uomo, i Cinquestelle arrancano con i voti, strano. Eppure rappresentano milioni di razzisti perbene, malamente raccontati dalla narrazione xenofoba del partito senza la licenza elementare. L’Inghilterra lascia l’Europa, non ci si può fidare di un popolo che guida dalla parte sbagliata, sempre detto. In Cina costruiscono un ospedale in dieci giorni, c’è da augurarsi che i condoni edilizi diventino finalmente leggi dello Stato per accelerare la burocrazia. Intanto il mondo corre, viaggia, impara, studia. Gli italiani no, il 47% soffre di analfabetismo funzionale. Lo dice l’Ocse. Cazzate, non soffrono affatto, anzi. Uno vale uno in democrazia. Il popolo ha sempre ragione, soprattutto quando ha torto. E così la Terra è piatta, il cavernicolo che bacia le caciotte cresce nei sondaggi, i vaccini rendono i bambini stupidi, la Madonna di Međugorje parla a un capo di partito, l’informazione passa per Twitter e Del Debbio, che confermano: la Madonna ha parlato veramente al politico nazionalpopolare che ab uno disce omnis rappresenta pienamente lo spirito del suo popolo. Il 47% appunto. Bel numero funesto.   

TORNATE A LEGGERE, CHÉ I SOCIAL VI FANNO MALE

Se parli male ragioni male e ti comporti peggio. La grammatica non è qualcosa di marginale, è l’ordine che diamo al pensiero. I commenti che si leggono in rete su Valentina V. * rilevano un dato statistico interessante: le costruzioni sintattiche più volente hanno una semantica prescolastica, tradiscono la sindrome da deficit fonologico e disprassia verbale ad andamento paranoide e un vocabolario che non va al di là delle cinquanta parole. Niente a che vedere con le grammatiche del quotidiano dei contadini e degli operai del dopoguerra. Quella italiana è una lingua viva, evocativa, sensibile alle flessioni territoriali; gli uomini delle campagne la modulavano con competenza e profondo rispetto per le parole. Nella lingua ordinavano il quotidiano e si davano delle regole. Mi pare invece che questa analfabetizzazione di ritorno, sgrammatica e decomposta, gutturale prima che compiuta nelle forme adulte della comunicazione, fortemente contaminata dal t9 e e da un uso disinvolto di una tecnologia che non si padroneggia sia qualcosa di profondamente diverso. Certo c’è anche chi si cimenta in sottili questioni teologiche: “Dio? Dove era in quel momento?” A cui segue la sentenza implacabile: “Dio non esiste”. Teologia negativa dunque, onore al merito. Articolare vuol dire ragionare, vedere le cose da diversi punti di vista, attingere da un dizionario disomogeneo e variegato. Qua siamo invece alla rigidità del pensiero e della lingua. Se conosci cinquanta parole vedi solo cinquanta cose e il mondo diventa infinitamente piccolo. Sempre in termini teologici c’è anche la “buonista” (la chiamano così i cattivisti): “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”. L’argomentazione è forte e meriterebbe due righe in risposta; e infatti arrivano: “Sei qualche parente x caso . La devono ammazzare a sta troia”. Argomento inconfutabile e allora si procede oltre. “Lurida troia”, “bastarda”, “In galera le faranno festa .. !!! Trasferitela a Palermo noi sappiamo cosa farne”. Qua abbiamo proprio uno spostamento verso la filosofia pratica, perché le parole non bastano più e perlamiseria la preda va data in pasto al branco: “Non ha avuto pietà per il bimbo perché dobbiamo averne noi per lei?”. Il noi fa ovviamente riferimento a un’identica percezione delle cose, allo stesso linguaggio: noi, i buoni, siamo nel giusto e perciò giustiziamo. È una questione logica: se sono nel giusto, giustizio e ‘ntuculo alla legge, la legge siamo noi. E allora il gruppo si ricompone: “io butterei ii dal balcone questa e la pena che devi pagare brutta stronza😬😬😬😬😬“, “Ma che dici … Nn capirebbe niente … deve essere bruciata viva”. La regola della comunicazione (in questa come in altre discussioni) sembra insomma consolidata: uno parte con l’aggressione e la minaccia e presto arriva un simile a dare il contributo. I simili, come i coglioni, vanno sempre in coppia e fanno gruppo. Dove c’è un gruppo ci sono tanti “simili” e nella pagina di questa signora (come anche altrove) i “simili” davvero non si contano.

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* Il fatto è noto: una giovane donna getta dal balcone il figlio e il bimbo muore. Il web si scatena, l’italiano di norma belante col padrone si mostra feroce coi disgraziati. Perché sempre disgraziati comunque sono. I commenti su Facebook nella pagina della donna sono migliaia, ho provato ad analizzarne alcuni. La regola è il punto esclamativo e qua si sprecano: come dire tiè o ‘ntuculu e più ne metti più ‘ntuculo lo prendi. L’italiano, inteso come lingua, latita (nel carattere fa invece sentire la fulgida presenza) e all’assenza del congiuntivo siamo però abituati. Il ke scritto con la k viene inteso come un rafforzativo e la x in luogo di per serve a demarcare la differenza antropologica: la lingua italiana è roba da checche intellettuali (e dunque di sinistra), noi siamo altro, nonrompetecilaminchia. I più imbestialiti invitano alla violenza (bruciamola, se ero io ti ficcavo… vabbè ci siamo capiti), altri, gli apocalittici invocano la giustizia di Dio. Io non sono pratico della materia, ma mi pare di ricordare che Dio fosse agape e misericordia. L’aggettivo puttana è la regola e vuol dire: sei un corpo sessualizzato e dedito al piacere piuttosto che all’amore. Sembra che il piacere svilisca l’amore, bah. Troia, cagna etcc. I commenti più garbati sottolineano il disagio mentale della signora e l’opinionista italiano rivela una insolita preparazione psicoanalitica. Le sentenze più violente (e questa cosa mi ha stupito) vengono dal mondo femminile (70 a 30 direi), bassa scolarizzazione, qualche nostalgico fascista. Alcuni commenti li ho trascritti fedelmente qua sotto; buona lettura.

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C’è quella che dà consigli: Troia puttana 😤 xke ucciderlo xke portarlo in grembo x 9 mesi x poi ucciderlo xkeeeee bestia bastarda devi crepare… Nessuno deve avere pietà di te merdaccia umana potevi portarlo in ospedale e rimanere anonima bastarda

Quella che era meglio se chiudevi le gambe: Solo un essere spregevole ed ignobile arriva a qst….sta piezz e puttana bucchina prima gli è piaciuto aprire le gambe…x nove mesi ha nascosto la gravidanza a tutti dicendo che nn sapeva di essere incinta….ha avuto la freddezza e la lucidità di buttarlo giù…ma che psicopatica di 💩💩💩💩 rinchiudetela in un manicomio e buttate le chiavi….

Quella che è stata in carcere: Brutta puttana di merda spero che alle vallette ti mettono subito una corda al collo dopo averti torturata bastarda che sei non meriti neanche la galera tu… meriti torture e morte… non sei una donna e neanche una mamma perche loro non fanno del male hai propi figli tu invece hai avuto il coraggio di uccidere un anima innocente 😈😈😈 crepa all inferno troia maledetta

Il mistico che invoca il giudizio divino: BRUTTA SCHIFOSA, SEI UNA VERGOGNA, MERITI DI MORIRE DOPO TANTO TANTO DOLORE!!!
DEVI SOFFRIRE….NON HO PAROLE BRUTTA TROIA!!!! GENTE COME TE NON DOVREBBE ESISTERE DIO TI DOVEVA FULMINARE PRIMA!!!

Quella di prima che è stata in carcere e ce l’ha anche con tale Mario R.: Mario R. sei un indegno e infame come XXX che di conseguenza spero che quando la mettono nel femminile delle vallette la appendono con una corda alle sbarre della cella sta puttana infame… e tu se sei il marito sotto falso profilo se…Altro…

Una signora interviene a moderare i commenti: siete solo dei meridionali.

Quello che le donne sono tutte: troia di merda….che tu possa marcire all’inferno insieme a chi ti ha aiutato.

L’esperto del sistema giudiziario: Magari la farà franca uscirà presto farà una comunità di recupero e poi libera….
Ma la gente che incontrerà povera lei meglio che si cambia i connotati

– al rogo

– bruciamola viva
(Due promani)

C’è anche chi prospetta l’eugenetica: Una persona malata di mente non dovrebbe mettere al mondo i figli

– Io penso che la colpa più grande ce l’abbia il marito

– Cosa cavolo c’entra il marito?

– il marito oltre a mettere il cazzo in culo non ha fatto nulla.
(Sillogismo perfetto)

Quella coi punti esclamativi: Sei la peggiore delle speci (e già: se specie è al singolare, il plurale dovrà essere speci)… Non so come definirti,ma sicuramente non sei una madre… Sperò tu marcisca in galera e che ti torturano fino alla fine dei tuoi giorniiiiiiiii !!!!!!!!!!!!

Quello che sei mignotta tu, tua madre e tua zia: Brutta puttana devi morire sia tu che quel figlio di puttana di tuo marito!!! Fate schifo bastardi di merda!!!! Meritate di morire torturati lentamente brutte merde indegne!!!

Grande troiaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa se ti terrei nelle mie mani ti farei fare una brutta fine.

Che Dio ti fulmini

Un ardito posta la foto del duce; la didascalia dice: ecco chi ci vorrebbe per salvare questo schifo di paese.(se non ricordo male nell’ultima guerra i morti sono stati 50 milioni, ma non si può pretendere di più)

Quella che la tortura non basta: SE TI AVREI TRA LE MIE MANI TI INFLIGGEREI TALMENTE DI QUELLE COLTELLATE CHE NON HAI IDEA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! MA SENZA FARTI MORIRE!!!!!!!! TI FAREI SOFFRIRE TANTO FINO AGLI ULTIMI TUOI 10 RESPIRI….. POI TI DAREI FUOCO LENTAMENTE!!!!!!! UNA MORTE LENTA ED AGONIZZANTE!!!!!!! E POI TI SQUAGLIEREI NELL’ACIDO!!!!!!!!!!! PER ELIMINARE DALLA TERRA OGNI TUO RESIDUO INUTILE SUPERFLUO! CHE TU PUOI MARCIRE NELLE FIAMME DELL’INFERNO!!!!….. E TUTTO IL TEMPO CHE PURTROPPO RESTERAI SULLA TERRA, DIO TI PUNIRÀ!!!!!…. STANNE CERTA!!!!!! MI AUGURO SOLO CHE TU POSSA FARE UNA LENTA E BRUTTA FINE DATO CHE NON TE LA POSSO FAR FARE IO!!!!!!!!!!

– Purtroppo la giustizia Italiana fà questo , non ce da meravigliarsi se tra un mese o domani anche è agli arresti domiciliari ..

Mario R. (quello con cui ce l’ha la signora che è stata in carcere):
Se ci fosse giustizia in italia le teste di cazzo che stanno qua a commentare non avrebbero diritto di voto

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Ma il commento più bello a mio parere è l’ultimo e lo condivido:

“Io spero che mettano tutti voi in manicomio”.

 

. Gli ossimori di Salvini

«Donazione di sangue obbligatoria a scuola»

Adoro quest’uomo, come tutti quelli che si trovano nel posto giusto a dire la cosa sbagliata. Mi piace il suo qualunquismo, la demagogia, persino la sua inconsapevolezza ha qualcosa di poetico. Tre idee in testa, sgrammaticate, sostenute però con la caparbietà di chi non padroneggia i contenuti del pensiero e della lingua. Con la pertinacia di difendere l’indifendibile e tuttavia col candore di chi davvero non capisce. Sguardo spento, non tradisce alcuna articolazione, come coloro che si portano dentro un dolore profondo e non traspare che quello. Un’idea fissa, la rigidità di un pensiero che latita; è come prigioniero della propria identità. Vorrei dire della sua storia, ne avrà pure una al di là quella passata nei palazzi del potere. Limitato il tanto che basta per far carriera, riluttante, violento nel modo corretto per fomentare il rancore nel suo elettorato. Razzista, ma pare essere una virtù. Mi piace perché ha la faccia tosta di presentarsi come il nuovo; mi piace quel continuo monito alla legalità urlato dai banchi di un partito che qualche problema con la giustizia pure l’ha avuto. Mi piace per il tono aggressivo che hanno quelli del popolo e mi piace quella rabbia mai sommersa in un uomo che vive delle istituzioni, con quel che ne consegue sul piano dei privilegi. C’è una strana incoerenza in quest’uomo e mi piace. Mi piace il suo linguaggio elementare, minimo, disartrico per inadeguatezza a una lingua più complessa; quello delle case popolari, della provincia, delle borgate. E dei manicomi.

L’IMPIEGATO ARISTOTELICO

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I funzionari statali sono aristotelici e forse vanno pure oltre. Non si limitano al principio di non contraddizione e di identità, la relazione che dispongono tra il prima e il dopo è più simile al principio di individuazione che a qualcosa interno alla persona o a un corpo che è in continuo divenire e mai interamente definibile, neanche nel nome. Ma col nome ci rendono individui e individuabili, ed è questo che interessa allo Stato. Chiamano generalità la nostra essenza (οὐσία) o carattere anagrafico e noi dobbiamo fornirle quando sono richieste; ma è una qualità vuota di senso perché non ci definisce sostanzialmente e non costituisce quello che siamo, se non di lato; e tuttavia paternità, luogo di nascita e residenza servono a collocarci in uno spazio e nel tempo e tanto basta. Lo Stato idealista (ogni Stato lo è) non riconosce la categoria del singolo e del diverso, la dissolve in un’universalità che precede dando consistenza giuridica al particolare. Che in sostanza vuol dire doveri prima ancora che diritti. La specie o il genere vengono prima dell’individuo e si sostituiscono ai suoi bisogni, anche sui documenti dove quello che realmente siamo caratterizzandoci è alla voce segni particolari. Particolari, come qualcosa di accidentale e marginale, utili però a distinguere nello specifico una persona dall’altra e dunque comunque sostanziali. Giustificano con l’universalità del diritto le infinite articolazioni dei doveri. Lo dico perché ero all’anagrafe comunale e l’impiegato pretendeva le mie generalità; nome, cognome e luogo di nascita per intenderci. Come se in quelle parole ci fosse l’identità o il senso della mia vita. Io ho provato a spiegare che non sono identico, che sono e non sono, che entriamo e non entriamo due volte nello stesso ufficio comunale. Confondeva il nome con l’essenza (τί ᾖν εἶναι), che nel linguaggio aristotelico significa “ciò per cui una certa cosa è quello che è e non un’altra”. La parola essenza indica ciò che determina l’oggetto o l’individuo e corrisponde alla visione ideale della realtà determinata dalle categorie mentali; che a quanto pare non sono particolarmente articolate nei funzionari dello stato. L’impiegato chiedeva di identificarmi col particolare e dunque con quel che c’è di accidentale e contingente in me, ma che contrassegnava come qualcosa di determinante, immutabile, di significativo per distinguermi all’interno della specie o nel gruppo. E meno male che il manipolatore di paradossi sono io, più contraddittorio di così non poteva essere. Voleva l’essenza e cercavo di fargli capire che sono assenza; e questa cosa non l’ho veramente capita, pur non essendo digiuno di filosofia e teologia. Poi mi è venuto in mente Duns Scoto e ho recepito che il burocrate mi stava sostanziando teologicamente, prima che giuricamente o con categorie antropologiche. Il ragionamento sottostante doveva essere più o meno questo: le cose sono uniche e particolari nelle loro caratteristiche individuali e tuttavia hanno una natura condivisa. Piero e Luigi hanno qualcosa in comune che li distingue da tutti gli altri del gruppo, da un cane o una scarpa; ciò che li apparenta è la natura umana. Ma allora perché Piero e Luigi sono diversi se la loro essenza è la medesima e se condividono la stessa forma? Non è per la forma che si distinguono e neppure per la materia, che non è (sempre secondo la definizione aristotelica) “privazione” e “passività”, ma essa stessa è attività e si delinea secondo una specifica individualità. L’ecceità (o haecceitas) propriamente, che è la concreta individuale differenza che permette di distinguere una cosa dall’altra e per la quale ogni essere individuale è unico e originale: “La causa, non della singolarità in genere, ma di questa singolarità nella sua particolare determinazione, cioè in quanto è proprio questa (haec determinate)”; (D.Scoto, Opus oxoniense, II, distinctio 3, Questioni 2-4).

L’ufficiale allo sportello voleva dotarmi di una carta di identità e con la parola identità intendeva qualcosa che non cambia, di continuativo secondo appunto il prima e il poi, di sostanziale e che non muta nel tempo. Ho provato a contestare, l’identità mi sta stretta; ci ho messo tanto a perderla e che fa, me la ritrova un miope funzionario comunale? Gli ho chiesto piuttosto di appuntare sul documento che sono un essere in transizione, assente più che essente; in divenire se preferiva, incerto, instabile cercando una parola appropriata che fosse assimilabile dal suo stomaco peripatetico. Ma niente, non ha voluto sentire ragioni; non mi aspettavo che avesse letto Eraclito, quello non aveva neanche visto il film “L’attimo fuggente”. Funziona così in questo Paese, invece di leggere il libro i miei connazionali aspettano che esca il film. Ho rinunciato a discutere e alla sua domanda perentoria: “Lei chi è?” non ho potuto che rispondere con nome e cognome e mi sono appunto identificato (nella sostanza vuol dire che mi sono reso identico a me stesso e con quel che si aspettava lo stato per bocca dell’impiegato). Mi ha dato del polemico, ed era inutile spiegargli che la parola polemos richiama a un’armonia profonda, a una radicale e incomprensibile per lui unità dei contrari. Mi sono limitato a farfugliare il Frammento 53 di Eraclito: “Πόλεμος πάντων μὲν πατήρ ἐστι …” (“Polemos è padre di tutte le cose…”). Voleva il mio nome, solo quello e nient’altro; come il Diavolo quando chiede l’anima, il resto non gli interessava. Perché l’anima è quella, presente, non diviene e non cambia. E’ la misura del tempo secondo memoria, intelligenza e volontà, come diceva Agostino. Facoltà che rimandano appunto a qualcosa di immobile e che rimane inalterato. Tre vite ma una vita sola, un solo spirito, una sola essenza. La memoria soprattutto in cui risiederebbe (per il funzionario agostiniano) la sostanza di quel che sono e che mi specifica come questo e non un’altra persona; ciò che nella mia memoria non ricordo, non può far parte di me o della mia identità: “Quando queste tre cose si contengono reciprocamente, e tutte in ciascuna e tutte interamente, ciascuna nella sua totalità è uguale a ciascuna delle altre nella sua totalità e ciascuna di esse nella sua totalità è uguale a tutte considerate insieme e nella loro totalità: tutte e tre costituiscono una sola cosa, una sola vita, un solo spirito, una sola essenza” (La Trinità, XI, 11-17). Avevo insomma davanti un raffinato teologo e non ci capivamo, la filosofia è un’altra cosa. Io ero Skoteinòs, oscuro per la sua logica lineare che non gli faceva concepire il panta rei (lo dico a chi non ha visto il film, “tutto scorre” secondo la formula lessicale di Simplicio in Phys., 1313, 11, rileggendo il frammento 91 di Eraclito) e quello non seguiva il mio ragionare, che alla fine era meno paradossale del suo. Avete mai parlato con un hegeliano? Spiegateglielo se ci riuscite che il divenire non è una progressiva presa di coscienza dell’assoluto, racchiuso nei limiti antitetici, quanto piuttosto risiede nella modulazione di un’identica sostanza (“Tutte le cose sono Uno e l’Uno tutte le cose”).

Nella domanda “ma lei chi è?” non c’era solo l’ordine di un pubblico ufficiale che chiedeva di identificarmi, di rendermi identico a me stessso; c’era piuttosto la richiesta di adeguarmi all’idea universale, di riconoscermi nel genere di uomo che lo stato e il dipendente comunale avevano in mente. La carta di identità altro non fa che annullare la categoria del diverso, dissolve le alterità nell’identità. Inutile spiegargli che le cose vengono prima, mentre le parole e le idee sono mero flatus vocis; se non aveva visto il film con Robin Williams di certo non aveva letto Roscellino o Abelardo. La mia identità, il mio nome doveva essere in re o ante rem; ma io ho non ho mai assorbito quella forma di egocentrismo e non prevarico le cose; potevo parlargli di post rem, che è forse là che si trova quello che conta. Ma ho desistito, alle sue orecchie che sapevano di incenso e logica aristotelica poteva anche sembrare una cosa sconcia. In pratica, dietro quel “chi è” c’era la volontà di sostanziarmi e il discorso era profondamente teologico. Il termine essere si predica univocamente, nello stesso significato, sia delle cose create e finite, sia dell’essere increato e infinito, cioè in sostanza Dio nelle sue funzioni. Così ragionano i teologi. Ciò non significa che l’essere sia il genere più ampio che al suo interno contiene tanto Dio quanto le cose: si tratta piuttosto della determinazione comune a tutto ciò che esiste. L’essere è il primo oggetto dell’intelletto e tramite la sua azione è possibile conoscere il resto. E’ una bella idea l’ontologia, ma la vita è un’altra cosa. Rimango fermo sulle mie posizioni, gli universali sono cose da aristocratici, la realtà è fatta da enti individuali, da assenza più che da presenza, dal nulla prima che dall’essere.

RICETTARIO FILOS

Nel nome è presente il principio di individuazione, come ciò che permette ad un’individualità di presentarsi come tale; ovvero e in termini aristotelici, come sostanza singola o prima. Rimuove la tensione originaria verso il non essere che pure è sempre presente; svolge un ruolo di rilievo nel rapporto che sussiste tra forma, materia e categoria. Come ho detto si può far risalire tale principio (che con mille buone ragioni Schopenhauer identifica con quello di ragione) ad Aristotele. Il peripatetico affermava infatti che la sostanza dotata di esistenza (dunque individuabile) è solo ed esclusivamente quella singola, o sostanza prima, ossia l’individuo composto dall’unione di forma (categoria universale) e materia (che conferisce le caratteristiche individuali). Duns Scoto e Guglielmo d’Ockham sono andati però oltre. Il primo avendo una concezione realista degli universali proponeva una mediazione tra materia e forma che consentisse il sussistere della sostanza singola; la quale consisteva di una proprietà (ecceità) che doveva sommarsi alla quidditas e alla materia. Ockham sostenne più direttamente l’inutilità del principio di individuazione in quanto, da convinto nominalista, considerava l’universale come pura determinazione concettuale, mentre le uniche realtà esistenti sarebbero quelle individuali. Ma allo stato e ai suoi dipendenti a quanto pare piacciono più le parole di Tommaso, che distingueva la persona dalla natura umana: la persona è il soggetto che agisce concretamente, mentre la natura è ciò che permette alla persona di agire; ciò che caratterizza la personalità o la sostanza della persona sarebbe insomma tale sussistenza, mentre l’attività intellettuale e della volontà appartiene alla natura o essenza spirituale. Sempre secondo l’Aquinate la persona è il sussistere di una individualità umana nella sua concretezza, mentre la natura è ciò per cui una persona è un essere umano; la natura individuale si delinea come ciò per cui una persona possiede proprietà e accidenti in modo unico e irripetibile. L’identità della persona è radicata nella natura e per attuarsi deve essere sussistente e spirituale; per essere un esistente concreto, e non rimanere a livello di definizione astratta, la natura umana deve perpetuarsi in una sostanza, diventando sostanza prima. Dal momento che il soggetto sussistente è il supposito, la persona umana può essere definita anche “supposito di natura razionale”. Essendo pura forma, l’anima non è l’essere come Dio, ma ha l’essere. Non è puro essere, ma è un essere-questo, limitato e causato; eppure possiede l’essere in modo tanto immediato e diretto da trasmetterlo al corpo. Per questo Tommaso definisce l’anima spirituale “la forma sostanziale del corpo” (Summa, I, 76, 1). Come si vede sempre di idealismo parliamo, accade ogni volta che vogliamo dare un ordine logico al mondo; la pulsione al paralogismo pare incontenibile. Non diverso è il concetto di Aufhebung, che per quanto introduca un elemento vivo all’interno della rigidità dialettica, implica la tensione dei contrari, da superare però al culmine del processo la contraddizione conservandola migliorata. Tale trazione nel discorso filosofico si adatta alle intenzioni di Hegel: nel processo di sublimazione un termine o concetto è al tempo stesso conservato e modificato attraverso l’interazione con un altro termine o concetto. La sublimazione si presenta come il motore della dialettica stessa. I concetti “essere” e “nulla” sono entrambi preservati e modificati attraverso la sublimazione per dare luogo al concetto del “divenire”. Parimenti la “determinatezza”, o “qualità” e il “numero” o “quantità”, sono preservate e sublimate nel concetto di “misura”.

Il principio di individuazione non è insomma distante da quello di ragione. Se è possibile individuarsi, non è a causa della collocazione del tempo secondo il prima e il poi, ma per una particolare tensione ebbra di attualità. Ciò che è immediato è senz’altro vero, perché è conosciuto senza la mediazione intellettuale; in questo senso Nietzsche parla di conoscenza tragica contrapponendola alla conoscenza ideale, che con la logica ha legittimato la menzogna. Il principio di individuazione, in quanto artefatto, non può costituirsi come verità proprio perché non coincide con la realtà, ma con l’immagine di un sogno. L’impiegato chiedeva in sostanza di adeguarmi al suo sogno e alla mistificazione operata dallo Stato, pallido surrogato di quel che è vero. Ma io sono un ente reale, non onirico, assente e non essente, attuale ma non presente, al di là di quella cosa che chiamano identità e che è solo la scoria di ciò che l’impiegato appunta nel documento secondo una successione del tempo. Qualcuno la chiama coscienza, altri con un eccesso di romanticismo coscienza infelice; ma allo stato e ai suoi funzionari non interessa la prima e chiudono gli occhi davanti all’ultima. Tutto scorre e l’Io diviene, ma non la rigidità filosofica dello stato e dei suoi funzionari.

LA POLITICA DELLE MANCE

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E’ passato un anno dal Referendum Costituzionale, gli assetti politici sono cambiati, il vento della destra xenofoba e filonazista soffia in Europa, ma in Italia sembra che nulla sia accaduto; le strategie sono quelle, le facce le stesse e le promesse anche. Non andiamo al di là degli 80 euro, elemosinati al popolo dopo l’esproprio dello Stato Sociale. La politica delle mance, quella di meglio una pizza in più che niente, non è realismo politico. E’ l’ultimo affronto a un Paese depresso, umiliato, ferito nella dignità. Lo dico agli amici del PD, basta davvero con la politica del pezzo di pane, del voto di scambio, degli impegni  e delle parole non mantenute. Scendete nelle piazze, ascoltate, parlate; evitate i proclami, i tweet, le coferenze stampa. La stampa amica e amica non tanto, perché non vi ha aiutato a capire, a sentire, a ragionare. Basta con una politica ripiegata nel quotidiano, la vita è molto di più e voi non siete amministratori di condominio, non siete pagati per quello, ma per proporre una filosofia dell’esistenza. Una cosa è evidente dal voto referendario, i che avete preso sono composti al 60% da pensionati. Capite? I giovani, il futuro che oggi state svendendo non li avete convinti. E non bastano i post, l’invasione dei social, i gruppi su Facebook a fare loro cambiare idea; sono meglio di quanto crediate. Basta con la politica del pannolone, che giusto quella ancora vi crede, i ragazzi si aspettano qualcosa di più e quel qualcosa in questi anni gliel’avete tolta, a cominciare da come avete trattato il lavoro; vogliono sognare e sognare non vuol dire promettere; ve lo ricordate cos’è un sogno amici del PD? L’avete soffocato nel doppiopetto, l’abito di regime, sotto le barbette incolte, i sorrisi furbi, le strette di mano nei circoli milardari, piuttosto che nelle piazze. Non credo capiate, non potete e non volete; dopo la scoppola referendaria ancora parlate di legge di bilancio, di stabilità, di establiment come se nulla fosse accaduto, anche là nel palazzo. Se vi fa piacere dateci pure dell’accozzaglia o dei gufi, come facevano i signori con i giullari di corte. L’ennesima meschinità di un potere al declino. Era praticamente impossibile fare peggio di Berlusconi, ma siete riusciti anche in quello. Parole inutili, il Paese lo guidate così, non sapete fare altrimenti. Intanto l’80% dei giovani vi ha voltato le spalle e vi rimane l’elettorato del catetere. Il rammarico è tanto e la rabbia pure; e seppure è vero che qualcuno abbia remato contro, resta il fatto che una giovane classe dirigente (Serracchiani, Orfini, Renzi stesso) che qualche attesa l’aveva suscitata, ha portato il partito di Berlinguer dalla politica delle idee a quella delle fritture di pesce, promettendo spiccioli in cambio di voti.

LE FIGURINE DI RENZI

La fake news è una notizia falsa che ha tuttavia la credibilità di una cosa vera. La credibilità più che nel racconto consiste nella capacità di eccitare la fantasia e l’immaginazione, dicendo al pubblico quel che vuol sentire. L’immaginazione produce le immagini, la fantasia partecipa alla formazione dei simulacri ma limitata nell’ambito di un discorso letterario. E’ la letteratura, ovvero la traccia culturale a fornire l’iconografia digeribile al carattere liturgico della mente. La differenza con le allucinazioni è sfumata; nella malattia c’è un coinvolgimento emotivo e un turbamento dei sensi che manca nell’immaginazione. La convinzione che quelle immagini esistano nella realtà. C’è poi un’immaginazione sottile, i cui idola sono certificati dalla dall’abitudine; si tratta di credenze suffragate dai bisogni, dalle carenze intellettuali, dai limiti della ragione. Immaginazione, letteratura, allucinazioni e bisogni portano alla produzione di rappresentazioni che dalla realtà sconfinano nella verosimiglianza assumendo la consistenza della sacralità; e allora diventano un pericolo reale.

Il bisogno è come una fame primitiva, fornisce un corpo alle icone, assorbendo una richiesta intellettuale intollerante alle domande. Le risposte prodotte da tali rappresentazioni ricordano i giochi dell’infanzia che facevamo con le figurine dei calciatori. I quali appunto e proprio in ragione di quella tangibilità del sacro che mettevano in tasca, diventavano idoli. E noi idolatravamo come divinità dei normali seppur bravi giocatori di pallone. Era tutto sommato un’infanzia sana in una devozione che non sconfinava nell’allucinazione; sapevamo con certezza che si trattava di un gioco e soprattutto, pur con qualche reliquia in mano, che la vita è un’altra cosa. Eravamo fenomenologi in sostanza; l’ontologia che fa di quelle immagini qualcosa di vero, non comprometteva il nostro disincanto.

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Le fake news. C’è una tecnica banale nella comunicazione, si tratta di ripetere un messaggio per farlo sembrare vero. Si parla appunto di pubblica opinione, di doxa e non di scienza. Sono decenni che chi sta al governo si serve di questa ordinaria funzione del linguaggio e tuttavia i risultati si vedono, onore al merito. C’è però un limite a tutto, anche all’arroganza. E vengo al cazzaro; l’aggettivo non è mio, se l’è guadagnato sul campo; provate a scrivere la parola cazzaro su google e viene fuori il suo nome. Succede quando usiamo le parole per convincere e persuadere e non per dire la verità. Renzi aveva promesso di cambiare il Paese e molti in buonafede gli hanno creduto. L’azione del suo governo si è così tradotta: Jobs act, voucher, articolo 18 cancellato, banca Etruria, Mps, buona scuola, 203 prestazioni sanitarie sono diventate a pagamento, anticoncezionali in fascia C, esproprio della casa dopo 7 rate, disoccupazione 11,4%, disoccupazione giovanile 37,9%, Inps +5%, Rai lottizzata e giornalisti epurati, legge bavaglio sulle interecettazioni, sconti e condoni milardari alle macchinette del gioco d’azzardo, F35, trivelle, il ponte. E troppe ancora ce n’è. La richiesta era di una maggiore serenità sul lavoro, che per come è stato concepito negli ultimi venti anni ha massacrato le famiglie. Ebbene il governo Renzi ha cancellato le ultime tutele rimaste (dalla prima corrosione di Treu) e diritti, il Job act si è rivelato una truffa. Nelle cooperative, nelle imprese e nelle multinazionali, i lavoratori vengono licenziati e riassunti aggirando l’articolo 18. Per i lavoratori a tempo indeterminato, finiti gli sgravi fiscali alle aziende (22 miliardi di euro alle imprese) i contratti a tutele crescenti si sono trasformati in precarietà e in voucher; in sostanza lavoro nero e capolarato legalizzato. Di fatto l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori è morto. Le imprese hanno libertà di licenziare; la produzione viene esternalizzata, mentre le aziende ricevono soldi pubblici e ammortizzatori sociali che usano per ridurre diritti e salari. La riforma non ha creato occupazione, ed è irritante che il virgulto con la h aspirata insista con la bugia; ha piuttosto amplificato la precarietà a sistema. Inutile dire che ha calcato la mano del fisco anche sui risparmi, detassando il gioco d’azzardo (sulla cui proprietà qualche perplesità è legittima). Renzi è a capo di una coalizione (non solo di un partito, già delineata col Rosatellum) di prestigiatori; va in televisione a raccontare illusioni sulla crescita, mentre la disoccupazione sale e le famiglie soffocano nella precarietà. Non credo sappia cosa significhi vivere con l’ansia di perdere il poco; la vede solo lui la crescita, l’Istat e i giornali compiacenti che spacciano le fake news della politica per verità.

TI REGALERO’ UNA ROSA, ANZI UN ROSATELLUM

Rosa Tellum e Lele Ttore

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L’orgia: cinque voti, tutti con la fiducia e il Pd (con Alternativa-Popolare, Forza Italia, Lega Nord, ALA-Scelta Civica, Verdini) si è fatto la sua Legge, il Rosatellum. Il perché lo sappiamo, c’è beppelasgualdrina che fa incetta di elettori. Col sistema delle alleanze (o orge di circoscrizione) un partito col 15% dei voti potrà avere più seggi di uno che ne ha il 30%. Il Parlamento dei nominati ha approvato il profluvio elettorale; la rappresentanza non conta e Il Pd farebbe prima a trasferire la Camera da letto a Rignano. Napolitano orgasma: voto sì per salvaguardare la stabilità. E se lo dice lui, ex fascista che ha mantenuto il Paese nel torbido, dobbiamo credergli. Altrove li avrebbero linciati, ma fortuna loro l’Italia è un Paese pacifico, che gioca a calcio, è di Casa a Pound e pensa alla figa.

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Un grillino per la testa: facciamo una simulazione, perché coi numeri si capisce meglio e arrotondiamo a 600 i seggi. Voti: M5s 28%, Pd 26%, Fi 17%, Lega 15%, Fdi 4% …
-300 seggi uninominali vengono così suddivisi: M5s 50, Pd (e alleati) 180 , Fi (e alleati) 30, Lega-Fdi 32 …
-300 seggi proporzionali: M5s 98, Pd 91 , Fi 59, Lega 52 …
-Seggi totali: M5s 148, Pd 271, Fi 89, Lega-Fdi 82 …

Il Pd (giusto per fare un esempio) con il 26% dei voti prenderà il 45% dei seggi. Ma possono anche verificarsi risultati sconcertanti; non è da escludere che un partito con il 29% o anche meno (ad esempio il Pd) si assicuri il 54% degli scanni. La chiamano Democrazia questa e per celebrarla hanno infatti la D cucita nel décolleté.

Rosa Tellum ha tradito Lele Tttore: la x sulla scheda non va al candidato scelto e il partito di maggioranza benedetto dalle urne avrà una manciata di parlamentari, gli onorevoli continuerà a sceglierli la Casta. Casta fino a un certo punto, Sfacciata piuttosto. L’ammucchiata è fatta da questi qua e il partito di governo (il Pd ad esempio) Marcia in prima linea su Roma.

Cielo, mio marito! Dal Pc al pc: i rivoluzionari ai tempi dei social, col maglioncino in cashmere e l’azienda o la banca di papà, quelli con la h aspirata, gli occhi blu e il make-up alla moda, che demoliscono lo stato sociale, scrivendo però tweet insanguinati da un fervore sedizioso che li porta a fare le barricate anche con tre punti esclamativi. Ai tempi dei social la rivoluzione si fa così, avendo cura di non sgualcire l’abito di Gaultier. Il popolo reazionario assiste desolato alla strategia eversiva della pasionaria Serracchiani e del compagno Orfini, pronti a scendere sul web con post appassionati e declamatori. Disposti a sacrificare anche la Vuitton per preservare la libertà del popolo. Quella che segue è una lista dei diritti per i quali i giacobini del Pd si sono battuti per tutti noi: Jobs act, voucher, articolo 18 cancellato, Banca Etruria, Mps, Buona Scuola, 203 prestazioni sanitarie diventate a pagamento, anticoncezionali in fascia C, esproprio della casa dopo 7 rate, disoccupazione 11,4%, disoccupazione giovanile 37,9%, inps +5%, Rai lottizzata e giornalisti epurati, legge bavaglio sulle interecettazioni, sconti e condoni milardari al gioco d’azzardo, F35, trivelle, il Ponte. Un po’ di massoneria, Benigni, quello che misonosbagliatoladivinacommedianonèlapiùbelladelmondo, la Salerno-Reggio Calabria (e un uomo in grado di dire che l’ha terminata è davvero capace di tutto). E troppe ancora ce n’è. Ma qua mi fermo per decoro, per sopraggiunta acidità di stomaco, perché la legge elettorale (voluta ad esempio dall’attuale classe dirigente del Pd) è una sgualdrina mariola e senza scrupoli ed è inutile aggiungere altro.