Cagasotto figli di mammà

Ieri il governo annuncia misure restrittive con l’ampliamento della zona rossa e gli italiani (alcuni, ma per la situazione troppi) fuggono in massa verso le stazioni, con la coda tra le gambe a nascondersi sotto la gonna di mammà. Qualcuno diretto alla seconda casa, molti (studenti universitari) al paesello in meridione, che giusto di una pandemia locale ha bisogno.

Questi uomini e donne sono il prodotto del peggior capitalismo, cresciuto con le televisioni dell’erotomane e devastato dai social, viziato e individualista, senza coscienza. Quello che conto solo io e in culo al prossimo. Scappano e da che cosa? Da una temporanea, igienica e dovuta restrizione degli spostamenti. Solo questo. Intanto ai confini con la Grecia la gente, bambini compresi, viene massacrata. Ma scappa da una guerra. Uno solo dei ragazzi che affronta il mare su un gommone vale dieci di questi italiani cagasotto e senza spina dorsale. I vostri nonni difendevano la patria sul Piave, voi siete il disonore del Paese: il Sud non ha le risorse e la sanità per affrontare un’emergenza come quella lombarda. La Calabria (per dire) ha in tutto 107 posti letto in terapia intensiva e in strutture ospedialiere nelle quali è meglio non entrare neanche per una frattura, dove cazzo li portate i vostri cari (o voi stessi, così capite meglio) se si ammalano?

 

VENTI BUONI MOTIVI PER STARE A CASA QUALCHE GIORNO, MICA DOVETE FARCI LA MUFFA:

1) non dovete scambiare sorrisi e parole con chi vi sta sulle scatole
2) avete la scusa per non portare a calcio il pargolo, a picchiare i genitori dei bimbi dell’altra squadra penserete in un’altra occasione
3) i trans anche tra due settimane saranno comunque in tangenziale, tranquilli. E magari vi faranno lo sconto
4) in alternativa potete scopare vostra moglie, è difficile e immorale lo so, ma ogni tanto vi tocca. Esaurita la dose contrattata per l’anno in corso nei mesi che seguono non ci penserete più
5) l’astinenza da centro commerciale passa dopo due giorni, la lontananza disintossica
6) gli aerei cadono e i treni deragliano. Il culo delle hostess non peggiorerà in pochi giorni
7) Salvini anche tra due settimane i comizi in piazza li farà comunque, nel frattempo è in diretta video, non scompare
8) due apertivi al giorno in una città turistica vi costano 40 euro, al termine della quarantena avrete un gruzzolo da investire con il punto 3
9) avete a disposizione tutta la teconologia possibile per tenervi informati e crescere culturalmente: Facebook, Twitter, Instagram
10) la figa in surrogato la trovate anche su Youporn ed è di prima scelta, tanto quanto quella della segretaria che vi costringe a lunghe assenze solitarie al bagno durante l’orario di lavoro
11) niente code in macchina, tutte in prima e con le mutande che vi fustigano i maroni
12) drogarsi a casa propria non è reato, A meno che non la vendiate
13) lo scambio di opinioni sul Grande Fratello potete farlo anche con WhatsApp
14) c’è la Maratona Mentana
15) la lontananza accresce il desiderio, tra due settimane la vostra amante sarà predisposta ad effusioni che non immaginate
16) avete l’occasione per nevrotizzare i figli, rompere i coglioni alla prole è profilattico per le malattie nervose e mantiene stabile la famiglia
17) nel frattempo magari vostra suocera muore e non la rivedrete neanche per l’ultimo saluto
18) parenti e affini lontani
19) non dovrete impazzire per il parcheggio, la macchina resterà dove l’avrete lasciata, a meno che non ve la freghino
20) avete passato di tutto a vostra moglie, dalla gonorrea all’herpes, evitatele almeno il virus della Conad, il Conadvirus, insomma quello là. Perché se si ammala poi i bimbi e la casa dovete gestirli voi

Continuerei, ma che mi dilungo a fare.

 

NON BASTA? VE LO DO IO UN BUON MOTIVO PER STARE A CASA

Occhio che se vi muoiono i vecchi poi come campate? Bello fare l’apericena con la pensione di nonna, no? Tra quindici giorni potrete tornare a fare i coglioni in piazza. Non vedo l’ora di ascoltare le news sul Grande Fratello Vip mentre bevete quella merda a 20 euro sui Navigli che chiamate aperitivo.

Per quanto mi riguarda procrastinerò la mia quarantena, che dura dagli anni ’80 e non mi mancate.

“Se citofonando io potessi…”

Sono stato via per un po’. Leggo argute esegesi sulla politica attuale, italiana ovviamente, perché oltre i confini non c’è nulla e la Terra è comunque piatta. Ho scoperto che c’è un partito che fa l’elettroshock ai minori. Di notte Zingaretti e Orfini si svegliano, abbandonano il talamo e entrano nelle camerette dei bambini armati di elettrodi, per convicerli che mamma e papà sono cattivi. Spinti da Soros il palindromo, ovviamente. Tutto può succedere nelle favole 2.0, basta saperle raccontare. Fare l‘elemosina è reato e un crimine è anche salvare un uomo che annega in mare. Dipende però dall’età oltre che dalla nazionalità: se hai compiuto i diciotto anni puoi morire, oppure resti a casa tua. Che poi a Sharm el-Sheikh siamo andati tutti, altro che capanne e fame. Cacciari è sempre arrabbiato, con il Pd perché non fa l’allenza con il partito di una S.R.L. e con il Pd perché va al governo con lo stesso partito. La normale dialettica parlamentare è diventata un maneggio da Palazzo, in una Repubblica Parlamentare i governi li fa il Parlamento, nella politica 2.0 i sondaggi, Twitter e Libero, il quotidiano che ce l’ha con gli omosessuali, i neri, i rom, i sinistri. Tutti finocchi per Feltri. Nilde Iotti no, per Senaldi e il compare Nosferatu, da buon romagnola, era esuberante, che vuol dire pompini. Mi devo informare sui libri di storia, chissà. Lo slogan prima gli italiani si è trasformato in una richiesta di rubli: facciamo pagare il gas agli italiani 100 e 4 li trattiene il partito dei sovranisti. Anzi no, tale Savoini, che nessuno sa come (neanche il Kgb) si trovi ai tavoli con Putin e la delegazione italiana. Parlare di inteligence sembra inopportuno. O meglio di poetica incoerenza per un partito in odore di malaffare che per sentenza ha rubato cinquanta milioni ai connazionali. Nella sinistra estrema militano Grasso, Dalema, Bersani, pericolosi eversivi. Giovani e inesperti facinorosi. La Boldrini li fa entrare ma non li porta a casa sua. Il soggetto non c’è: perché quelli che bussano alle porte non devono avere un volto e un nome, il colore della pelle basta. Altrimenti poi le vedi come persone. Calenda lascia il Pd. E ‘sti cazzi. Mentana è sempre là con le sue maratone, quello di Rignano con il codazzo di yes man minaccia di far cadere il governo, Di Maio parla di coronavairus. Vabbè, ci prova con l’inglese. Il Papa, persino lui, si è rotto il cazzo e schiaffeggia una fan accalorata, Travaglio sventola le manette per gli evasori, Salvini citofona a caccia di spacciatori. L’idea non è male, in uno stato di diritto c’è la presunzione di innocenza, la polizia telefona: “scusi, lei è uno spacciatore?” Se la risposta è affermativa interviene, altrimenti no. Semplice e garantista. Prima gli italiani è il motto dei nazionalisti ruspanti: ci pensa la natura — per fortuna — a selezionare la specie, con la crescita demografica a zero nello Stivale. Il Festival della canzone nazionalpopolare è sempre là. Achille Lauro si è dimenticato il pisello a casa, Benigni ha fatto il suo solito monologo plumbeo, questa volta sul Cantico dei Cantici, il cantico più bello del mondo. Al prossimo referendum dirà che anzichenò, la Sūra 22 è meglio. Rula Jebreal è incredibilmente bella, ma non diteglielo che si offende. La Meloni cresce nei sondaggi ed è naturale: è Giorgia, è una mamma, è cristiana. Ed è fascista. Cos’altro vuoi dalla politica? Le Sardine riempiono le città. I leader sono belli e simpatici. Non mollano le piazze al troglodita, chi si allontana lascia un cartello: tonno subito. Giorgetti si candida alla guida del partito per rassicurare i moderati. Moderati e leghisti, ossimori della politica 2.0. La De Filippi è sempre un bell’uomo, i Cinquestelle arrancano con i voti, strano. Eppure rappresentano milioni di razzisti perbene, malamente raccontati dalla narrazione xenofoba del partito senza la licenza elementare. L’Inghilterra lascia l’Europa, non ci si può fidare di un popolo che guida dalla parte sbagliata, sempre detto. In Cina costruiscono un ospedale in dieci giorni, c’è da augurarsi che i condoni edilizi diventino finalmente leggi dello Stato per accelerare la burocrazia. Intanto il mondo corre, viaggia, impara, studia. Gli italiani no, il 47% soffre di analfabetismo funzionale. Lo dice l’Ocse. Cazzate, non soffrono affatto, anzi. Uno vale uno in democrazia. Il popolo ha sempre ragione, soprattutto quando ha torto. E così la Terra è piatta, il cavernicolo che bacia le caciotte cresce nei sondaggi, i vaccini rendono i bambini stupidi, la Madonna di Međugorje parla a un capo di partito, l’informazione passa per Twitter e Del Debbio, che confermano: la Madonna ha parlato veramente al politico nazionalpopolare che ab uno disce omnis rappresenta pienamente lo spirito del suo popolo. Il 47% appunto. Bel numero funesto.   

ELOGIO DEL PORCO

zampone

A Natale mangiamo lo zampone e non ho mai capito perché. Il maiale è un animale nobile, selvaggio per mancata opportunità alla vita domestica, avveduto in quel che conta e mansueto. Insomma:  vorrei fare l’elogio del porco. Lo chiamo così, non amo le formule semantiche elaborate. Il porco vanta quasi un litro di liquido seminale a eiaculazione e ha orgasmi che durano tre quarti d’ora. E non si direbbe con quel candore nel muso e la pelle rosa e morbida. Puzza, è vero, ma non più dell’impiegato che affolla la metropolitana; il verso che emette è simile a una gutturale, grugnisce ma con meno livore rispetto ai rantoli del salariato. Mangia schifezze, ma solo perché è quello che gli diamo; docile e aggressivo, fragile perché nonostante i miliardi di spermatozoi non appartiene a una specie robusta e la mortalità è alta. Ha organi compatibili col corpo umano, il trapianto di fegato dal suino a quattro zampe a quello a due attecchisce senza problemi, il ceppo sembra essere lo stesso. E’ buono, in tutti i sensi; lo mangio (pochissimo) ma con qualche senso di colpa. Perché anche il porco ha una famiglia e gli orfani non hanno distinzione di genere. Macinato, maciullato, insaccato non è una fine decorosa per un essere vivente che bontà sua ha orgasmi che si perpetuano per decine di minuti. Provate a pensarci: l’animale nel più alto grado della scala evolutiva non arriva a cinque di secondi; tanta evoluzione sprecata mi pare. Non ha un’estetica dell’orgasmo, ma forse è proprio questo a renderlo amabile, va diritto al sodo. Anche gli umani a volte non hanno filtri e giustappunto la femmina li chiama porci. Sei un porco, leva le mani porco, quello è un porco (riferito al padrone grassatore); e così pure le ingiurie non si contano: porco Giuda, porco mondo, porca puttana. L’ultima viene sottolineata col superlativo assoluto nei confronti della femmina della specie, col malcelato risentimento verso il simile che produce miliardi di spermatozoi. Ci sono infine i porci in politica ed è un luogo comune; faccio fatica a credere che Brunetta abbia orgasmi di tre quarti d’ora. Di solito chi ha un’esperienza così intensa rimane stremato al suolo col sorriso sulla bocca, non conserva rancore. Il porco non è rancoroso e bontà sua non trasforma l’acredine in un partito.

              Dar-e-c-o-l-l-i-e-r-5-1

FACEBOOK censura le idee e spilla soldi con la pubblicità

“Io rivendico la mia libertà di scelta, oltre che di espressione. Io rivendico come utente della Rete la libertà che Internet ha nel suo DNA.” RedBavon

01_FB_Giacarlo (1)
L’articolo censurato (foto di RedBavon)

Di Giancarlo Buonofiglio

FACEBOOK, la cloaca del pensiero che latita, dell’insulto con rutto libero, della morale delle mutande madide di polluzioni, il coacervo del razzismo e del fascismo de noartri, il social che oscura i seni ma non rimuove post omofobi e minacce di morte l’ha fatto ancora. Questa volta ha censurato l’articolo scritto con RedBavon e Cuoreruotante sulla Commedia Sexy perché “contiene evidenti contenuti pornografici”. Avevo pubblicato il documento su Morelli e anche quello è stato cancellato per le medesime inemendabili ragioni. Ora tutto si può imputare allo psichiatra, ma non che abbia la faccia da culo. Quel social è un’accozzaglia di rigurgiti intestinali, tollerati fino a quando non esprimono un’idea; le fotografie sono la sottana dietro alla quale si nasconde una censura che non ha il coraggio per dichiararsi tale. Perché di quello si tratta. E per quanto riguarda il nudo: non ho mai capito il criterio col quale la comunità dei neuroassenti discrimini le immagini. L’esposizione della carne non manca, pur ritagliata in alcune parti. Il seno è tollerato, il capezzolo no. Il fondoschiena si può esporre; a quanto pare non ha una definizione oscena e non disturba il comune sentire. E’ interessante questa attenzione al ritaglio da macelleria; per metonimia la parte prende a significare il tutto e il corpo sezionato si presenta come il simulacro di significati che non ha. A vederla così sembra che l’interesse pornografico vesta il corpo piuttosto che spogliarlo con un abito di contenuti che ha la consistenza e la realtà dei fantasmi che affollano una mente malata.

Non c’è che un modo per ricostruire un minimo di diritto e se non li tocchi nel portafoglio questi non capiscono: EVITARE DI PAGARE LE INSERZIONI A FACEBOOK. (Che oltrettutto servono quanto una scatola di preservativi in un ospizio di centenari*.) L’azienda americana non è un social, ma un contenitore di avventori a cui il ZuckerMastrota della comunicazione propone tra i ciaone e le foto dell’amatriciana pentole e coperchi. Se gli articoli vengono generosamente ricondivisi, Facebook al di là dei contenuti li cancella perché a quel punto bisogna pagare (ti condividono? Dacce e sordi, che si capisce meglio); se i post (li chiama così con un neologismo di dubbio gusto) sono al di là della media intellettuale bovina blocca l’account. Di calcio puoi parlare, un’idea non la devi proporre (altrimenti è appunto pòrne.) Non ho mai postato un nudo e mi contestano infatti la pornografia. Questa volta è toccata a me, ma è una cosa che riguarda tutti; e se oggi censurano il mio pensiero domani toccherà al vostro.

[*A breve il mio articolo sull’inutilità delle inserzioni a pagamento su Facebook]

Seguono i commenti di Redbavon e Cuoreruotante.

Santissimo Zuckerberg! Scusa la volgarità!

“Scusa la volgarità? E perché? “
“Quello ogni cosa è peccato! È capace, vede il punto esclamativo … cos’è ‘sta cosa; l’uomo con il puntino sotto, è peccato, noi ci mettiamo con le spalle al sicuro. Scusa le volgarità…”
(cit. dalla lettera a Savonarola di Benigni e Troisi in “Non ci resta che piangere”)

di RedBavon

La censura di Facebook si è abbattuta sulla bacheca di Giancarlo e ha eliminato il post che indirizzava all’insano contenuto pubblicato in terra di WordPress, frutto della spremitura di tastiere di Cuoreruotante, Giancarlo e me. Motivazione: “contenuto pornografico”.

La motivazione fa ridere per almeno tre ragioni:

  1. Non è un articolo ma un link al post su WordPress e le righe di presentazione scritte da Giancarlo sono tutto fuorché “pornografiche”. Abbiamo le prove: l’immagine del post di Giancarlo è sopravvissuta nella mia bacheca. (NdA: Giancà due sono le cose: hai una “reputation” sotto lo sporco delle suole delle scarpe oppure, come direbbe il Marchese del Grillo, io non sono “un cazzo”.).
  2. La commedia sexy all’italiana è classificata come sotto-genere della commedia all’italiana e non nel genere “hardcore” o “XXX. Solo per adulti”.
  3. Non è necessario nemmeno scomodare il gotha della critica cinematografica, ma è sufficiente avere visto qualche film per capire che qualche tetta e culo al vento non fanno “pornografia”: basta fare una passeggiata sulla battigia d’estate, assistere in TV a un qualsiasi show di varietà o passare davanti a un cartellone pubblicitario.

Dall’autorevole Treccani la definizione di “pornografia”: trattazione o rappresentazione (attraverso scritti, disegni, fotografie, film, spettacoli, video ecc.) di soggetti o immagini ritenuti osceni, fatta con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore.

Se ne desume che lo scultorio posteriore della Cassini o il giunonico seno della Fenech siano ritenuti dai moderatori di Facebook come “osceni” e che lo scopo del nostro articolo fosse di “stimolare eroticamente il lettore.”.

Chiunque abbia letto anche solo le righe di Cuoreruotante, che apre il trittico di contributi, può comprendere che il moderatore, fan di Tomas de Torquemada, è fuori come una fioriera sul balcone  del decimo piano oppure ha molti più problemi di noi tre con la lingua di Dante.

Gli altri due contributi sono scritti da due autori maschi e, dato il tema, il moderatore potrebbe attendersi, come minimo sindacale, almeno della “pruderie”: a parte un lessico più libertino e qualche fotogramma che esalta le decantate doti delle attrici, si tratta di un tributo a un genere che ha fatto storia nel nostro cinema e, stilisticamente, è un divertissement (il mio) e un piccolo saggio (quello di Giancarlo).

Con i suoi due miliardi di utenti (fonte Ansa.it 28 giugno 2017), è chiaro che Facebook  è di fronte a una sfida senza precedenti e, comunque, di portata titanica. La società di Mark Zuckerberg, quasi senza accorgersene e nonostante una folta schiera di detrattori e concorrenti, è diventata tra i messa media l’organizzazione più grande e a più ampia diffusione nel mondo.

Due miliardi di individui compresi nell’ampio spettro di varia umanità anche avariata con le loro capacità di intrattenere, informare, emozionare, meravigliare, rattristare, disgustare, annoiare, terrorizzare.

Si stima che il Community Operations Team, la squadra di moderatori di Facebook, forte di 4.500 operatori, per lo più sotto pagati (leggi Underpaid and overburdened: the life of a Facebook moderator – The Guardian, 25 maggio 2017), deve prendere visione di oltre 100 milioni di contenuti ogni mese; ciò significa che ogni moderatore ha mediamente un carico giornaliero di 741 post e, calcolando 8 ore lavorative, ha meno di un minuto per singolo contenuto. In questo minuto scarso deve farsi un’idea e sentenziare sulla conformità ai “Community Standards”, ovvero le regole auto-definite dalla società.

Mark Zuckerberg ha dichiarato che intende rafforzare il Community Operations Team con altre 3.000 risorse; applicando lo stesso calcolo a un numero di contenuti costante (in realtà sono in aumento vista la tendenza alla crescita di nuovi iscritti), il moderatore avrebbe finalmente poco più di minuto per esaminare un singolo contenuto. A leggere certe esternazioni di politici italiani in un minuto io ho problemi a capirli nel loro italiano, che quando va bene è in “politichese”. Di sicuro non ho le caratteristiche adatte per candidarmi a uno dei tremila nuovi posti di lavoro per il Community Operations Team.

La prima reazione quando Giancarlo mi ha comunicato della censura del nostro post non è stata esattamente compita, mi sono lasciato andare a strali dall‘educato “bacchettoni” al – Parental advisory. Explicit Content – “cazzoni“. Interloquire con chi ha deciso di censurare è impossibile perché la piattaforma è “social” fino a un certo punto; diventa “asociale” se vuoi rivolgerti alla società che la amministra. Mi sovviene nuovamente la famosa frase del Marchese del Grillo: “Ah… mi dispiace. Ma io so’ io… e voi non siete un cazzo!“.

Facebook non ha politiche trasparenti, sopratutto nell’applicazione. La prova è nei numerosi e grossolani errori in sono incorsi.

Gli abbagli clamorosi nell’applicazione della censura per i soli contenuti “sessualmente espliciti” si sprecano.

Lo scorso marzo Facebook blocca una pubblicità. Se il moderatore avesse avuto un po‘ più di tempo si sarebbe accorto che la pubblicità era una collezione di opere d’arte e che l’immagine ritenuta offensiva fosse il dipinto “Women Lovers” di Charles Blackman. Giudicate voi l‘”oscenità”:

02_Women Lovers by Charles Blackman (1)
Women Lovers

A settembre dell’anno scorso la toppa più clamorosa:

una delle foto più iconiche mai scattate, nota come “Napalm girl”, che valse il premio Pulitzer al fotografo, Nick Ut, cade sotto la sciagurata mannaia della censura Facebook. Kim Phuk, la bimba all’epoca ritratta nella foto, fece sapere che era rattristata da tale notizia. La foto viene ripristinata dopo la prevedibile e legittima gogna mediatica. Una figura barbina per Facebook tanto che Zuckerberg cita tale macroscopico errore nel suo discorso-manifesto “Building Global Community” pubblicato a febbraio, ne trae spunto per dedicare un capitolo intero e circa un migliaio di parole sul tema “Inclusive Community”.

Zuckerberg è ancora lì sul suo dorato piedistallo, il post citato nel momento in cui scrivo “piace” a 100.597 utenti, ha 14.940 condivisioni e conta 7.000 commenti.

Ho i miei dubbi che il moderatore che ha censurato “Napalm girl” lavori ancora per Facebook.

03_Napalm girl-nickut (1)
Napalm girl

Secondo Zuckerberg, Facebook sarà un social network con sempre maggiore enfasi sui rapporti umani, promuovendone le interconnessioni. Tale dichiarazione è stridente, se non contraddittoria, con quanto invece succede ogni giorno sulla piattaforma: linguaggio violento, discriminatorio, cyber-bullismo, un campionario male assortito di crudeltà, frustrazione e miseria (dis)umana.

Al di là del linguaggio violento (il pistolotto sull’ “Online Disinhibition Effect” ve lo tiro un’altra volta), la vera questione è se gli utenti siano in sintonia con l’”ambiente” in cui interagiscono, se si sentano a proprio agio nel perimetro fissato dalle regole auto-definite dalla società, dichiarate in modo generico e applicate, come da esempi riportati decisamente più famosi del nostro, con una buona dose di arbitrarietà.

I sacrosanti e tanto cari principi di libertà di pensiero ed espressione su cui Internet è fondata vengono lanciati fuori dalla finestra quando non coincidono con gli interessi del “business”.

La censura è già un’espressione di controllo su una società che è reputata non in grado di auto-selezionare i contenuti adatti e pertanto ha bisogno di un organo di controllo super partes. E sappiamo quanto “super partes” sia vuoto di significato quando vi sono altissimi interessi economici e politici in gioco. Ogni riferimento all'”idolatria del denaro”(cit. Papa Francesco) del capitalismo selvaggio nonché alla censura fascista, nazista, comunista e di qualsiasi regime totalitario odierno è puramente voluto.

Nella fattispecie, i rischi di una censura applicata da un controllo privato ad opera di una società multinazionale sono già sotto gli occhi del cittadino, anche non utente social network: si pensi a quanto è stato riportato sull’influenza delle “fake news” durante la recente campagna elettorale statunitense e delle cosiddette “filter bubble”, cioè il tracciamento del comportamento online dell’utente con lo scopo di offrire contenuti coerenti con le sue preferenze.

Nessuno conosce gli algoritmi e le esatte politiche di Facebook (ma neanche di Google): non temo il rischio d’imbattermi in un contenuto non adatto se non addirittura “osceno”, perché così – fattane esperienza – la prossima volta saprò evitarlo. Ciò che temo è che non saprò mai ciò che è stato cancellato arbitrariamente da Facebook o da Google e considerato “non adatto” per me.

Io rivendico la mia libertà di scelta, oltre che di espressione. Io rivendico come utente della Rete la libertà che Internet ha nel suo DNA.

Se i moderatori di Facebook continuano in questa applicazione arbitraria di regole auto-definite dalla multinazionale di cui sono dipendenti, il rischio è che diventino dei moderni inquisitori.

È inutile negarlo: “Facebook is the king of the social media” (cit. Forbes, 23 marzo 2017). Facebook deve perciò ammettere che gioca un ruolo importantissimo per come decine di milioni di persone vedono il mondo intorno, per come comunicano. Pertanto, è responsabilità di Facebook attuare politiche sempre più trasparenti, con l’obiettivo di specificare il “perché” e il “come” prendono le decisioni se un contenuto è da cancellare e non deve essere visto da altre persone.

L’attuazione di linee guida dettagliate e trasparenti è anche un modo per l’utente per capire il proprio “perimetro” e dove ha sbagliato se il suo contenuto è stato eliminato. Nel nostro piccolo caso, l’evidenza è che la commedia sexy all’italiana e ciò che abbiamo scritto non è un contenuto né “sessualmente offensivo” né tantomeno “osceno”. Perché allora è stato eliminato?

È anche vero che se l’utente conoscesse nel dettaglio le “regole del gioco” potrebbe decidere di non essere più parte di quella “comunità” perché non le condivide e non si sente a proprio agio. Ciò chiaramente stride contro la carta-obiettivo che Zuckerberg ha estratto dal mazzo: “Conquista le due Americhe, Africa, Asia, Europa e un quinto continente a tua scelta”

Firmato:

Tre persone, tre personcine, noi siamo tre personcine per bene che non farebbero male nemmeno a una mosca…

Caro Facebook …

Di Cuoreruotante

Sono Cuoreruotante. L’articolo che avete ingiustamente censurato porta anche la mia firma. Mi metto per un attimo nei panni di una persona ignorante, leggasi “colei che ignora”, e, cerco, sforzandomi, anche da ignorante, di estrapolare qualcosa di pornografico nell’articolo che abbiamo scritto. Non ci riesco. Abbasso l’asticella delle mie pretese, ancora nulla di vagamente pornografico. Mi ricordo di essere ignorante, allora vado a cercare il significato della parola “pornografia”. Da Wikipedia: La pornografia (dal greco πόρνη, porne, “prostituta” e γραφή, graphè, “disegno” e “scritto, documento” e quindi letteralmente “scrivere riguardo” o “disegnare” prostitute) è la raffigurazione esplicita di soggetti erotici e sessuali in genere ritenuti osceni ed effettuata in diverse forme: letteraria, pittorica, cinematografica e fotografica. Bene, ho capito e rileggo. Niente, non abbiamo scritto di prostitute o prostituzione, di atti osceni o indecenti.
Abbiamo dato risalto, con parole semplici e forbite, ad un genere di film prettamente comico, ma ad alto contenuto culturale. Non ci sono termini volgari, immorali o, vagamente, riconducibili ad essi.
Esistono gruppi su Facebook che inneggiano realmente alla prostituzione, che offendono (eufemismo) donne, bambini e chi non la pensa come loro. Trovo ingiustificato il vostro comportamento con la censura dell’articolo e il blocco dell’account di Giancarlo Buonofiglio. Vi invito a spiegarmelo, vi ricordo che io sono ignorante. Grazie

cens.png

 

PSICHIATRIA E FELLATIO

Raffaele_Morelli_1

Se rinasco voglio essere lui. Voglio indossare il dolcevita sotto la giacca, fare le pose come un divo degli anni ’50, andare da Costanzo a profondere sapienza. Solo a Raffaele Morelli è permesso di dichiarare che in ogni donna ci sia una prostituta senza subire il linciaggio dell’ideologia femminista (nevroticamente per il Jungdenoartri) intollerante a certe anapodittiche verità. La tesi dello pissichiatra non è nuova, Mussolini ne aveva una simile: in tutte le donne (tutte: anche mamma e sorella, i tambù sono cose da popolino zotico e ignorante) c’è una prostituta e l’uomo di potere è un dominatore fisiologicamente predisposto all’esercizio della potestà. Quest’uomo è credibile, sta in televisione, scrive cose nobili e profondissime (“Sono frequenti i casi in cui l’impotenza si risolve nell’attimo magico dell’incontro con una nuova partner; infatti è spesso un episodio trasgressivo, è il magnetismo a cui non ci si può sottrarre, che trascinano un uomo e una donna in un letto senza sapere perché e senza preoccuparsi del dopo”, minchia, roba da Uccelli di Rovo). Anche chiudendo un occhio (anzi due) e assumendo una bella dose di Malox su una storia millenaria del diritto che ha dato ai ruoli sociali prima che sessuali una connotazione più equilibrata, la parola prostituire è radicale e inadeguata se contestualizzata ad minchiam in uno scenario nel quale il numero dei dominatori (o maiali) cresce a detrimento dei diritti del lavoro e della dignità delle donne. Non c’è un concorso di colpa quando è presente una tale disparità di forza, per quanto inconscia o inconsapevole: si chiama abuso, di potere appunto. Almeno nel nostro Ordinamento, ma l’etimo non è cosa da pissichiatri rizosomatici. Nella realizzazione del Sé c’è insomma anche questo per Morelli. Risultato: Marì, si ‘na zoccol. E chi lo dice? Chiddu, u prufissuri. Dice che u pumpino mu po fari; tra trent’anni ti riconcili con il tuo Sé e diventi più forte, una donna realizzata. In sostanza: se suchi ti realizzi, tesi affascinante.

IN BOCCA AL LUPO 

lupo

L’antifrasi “in bocca al lupo” si perde nel tempo, ed è praticamente assente nella favola. Difficile che uno scrittore, per quanto moralmente scoordinato, potesse far pronunciare alla mamma di Cappuccetto Rosso quelle parole, che a tutto richiamano meno che al buon auspicio. Ai bambini è meglio parlare chiaro e con gli adulti è meglio a volte non parlare. La lingua fornisce l’immagine del mondo e le parole delle cose, crea abitudini, relazioni, luoghi comuni. Nei luoghi comuni c’è qualcosa di simile alla verità, ma non la verità; qualcuno però crede a quel che sente e vede e allora cominciano i problemi. Un amico (una carogna, a dire il vero) mi diceva: Sei simpatico come un dito nel culo, ma conosceva la mia propensione al disincanto e un certo gusto per le sfumature semantiche. Ma il rischio c’è e dunque evitiamo. L’assenza d’ironia caratterizza fortemente la favola; la tragedia è sempre presente per quanto edulcorata come “e vissero felici e contenti”. Già i Greci distinguevano l’ironia dall’antifrasi in quanto mancante di una particolare intonazione (choris hypokriseos) che delinea appunto l’intenzione. Ai bambini si insegna a rispondere in un certo modo a una certo stimolo, gli adulti l’hanno già imparato praticando la verosimiglianza più della verità. Non c’è motivo di dire a un bimbo: in culo alla balena ed è pericoloso spingervi un adulto. Il vedere, che eccita la fantasia e produce le immagini appartiene alle categorie grammaticali, lo sanno bene i costruttori di favole. Un politico cacciaballe amava dire che bisogna parlare all’elettorato come a un bambino di cinque anni; credo alludesse al fatto che le storie (le sue e di quelli che l’avevano preceduto) irrigidiscono la lingua tanto da alimentare la credulità popolare. Non per niente i politici (a cui tutto si può contestare tranne la lungimiranza nel profondere una rudimentale grezza visione del mondo) sono generi a parte, generi elementari. Wittgenstein appuntava qualcosa di simile: E’ possibile che esistano uomini privi della facoltà di vedere qualcosa come qualcosa, [questa cosa la] chiamiamo cecità per aspetto; R.F. parte II, pag.280. Secondo un luogo comune se ti tocchi diventi cieco (e chissà se è vero), ma pure le favole hanno contribuito alla presbiopia.


(Da Per me Biancaneve… Tutto quello che non vi dicono sulle favole)

IL PAESE DEI TRONISTI

tronisti.jpg

La modernità tecnologica ha reso possibile qualcosa che le vecchie generazioni non conoscevano, la popolarità. Se un uomo ordinario acquisiva notorietà normalmente era per un fatto grave di cronaca; la celebrità rimaneva una prerogativa aristocratica e al di là di una discendenza fortunata coincideva con qualche virtù. Essere riconosciuti voleva dire emergere per qualità, impegno, sagacia, attitudine; comportava una dote che altri non avevano. La comunicazione di massa ha appiattito le differenze, omologato i linguaggi, livellato al basso le abilità. Anche l’istruzione di Stato ha contribuito alla spersonalizzazione sulla base di un astratto principio di uguaglianza che ha finito per mortificare la qualità. La popolarità ha dato l’opportunità all’ultimo disperato di affiorare all’interno di una massa di individui senza nome. I linguaggi della comunicazione, conformati quel tanto che basta a raggiungere il maggior numero di persone, tendono a una lingua media e mediocre che deve indurre a consumare prima che a conoscere o raccontare. In economia si dice che la richiesta muove l’offerta e un popolo educato dalla televisione di Stato, dall’istruzione di Stato, dalla lingua dello Stato (di questo Stato) non è in grado di discriminare tra un prodotto che ha valore e l’altro. Emergono i mediocri, i miserabili, i nullafacenti e i nullaesistenti; non meraviglia che politici e imprenditori di dubbio gusto abbiano l’approvazione e un seguito popolare. Personalmente non li distinguo dai tronisti della De Filippi, ma è un problema mio. Se la richiesta è quella, l’offerta non può che compiacerla. La mediocrità dell’informazione e delle derrate culturali, l’inefficienza di chi ha un incarico pubblico dipendono dalla contrazione del livello di coscienza, di erudizione, di lungimiranza di un popolo che ha perso le radici della civiltà inseguendo il sogno della celebrità. Un sogno appunto in cui anche il più inetto tra gli individui possa identificarsi, annullare le alterità e ottenere il successo fino a credersi stocazzo; costringendo a un’emigrazione che l’Italia non conosceva, quella che porta all’espatrio uomini e donne che parlano di cultura, di scienza, di diritto in paesi nei quali essere famosi è magari bello, ma conoscere, elaborare idee, innovazioni, scoperte è comunque meglio. Ci siamo adagiati nella banalità della lingua e siamo contenti così, con quattro soldi tra mani e il desiderio di spenderli nei luoghi del piacere, che sono poi il cimitero della nostra coscienza.