CRONACHE DALL’EPIGASTRIO

CRONACHE DALL’EPIGASTRIO

(memorie dalla pancia)

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Per il titolo avevo pensato a “Memorie dal sottosuolo”, ma pare che qualcuno l’abbia già usato. Ho ripiegato su “Cronache dall’epigastrio”, anche perché non era mia intenzione discutere di inconscio, pensiero o anima. Il mio sottosuolo si trova nella pancia e il libro racconta appunto le sue cronache. Non amo i totalitarsmi dell’Io e le sue aberrazioni metafisiche. Esiste qualcosa fuori di me e questa cosa la chiamo reale. Mi hanno insegnato che questo altro da me sia la realtà, e mi piace. Mi piace perché mi colloca, mi definisce, mi dimensiona nella cosa. E mi fa sentire vivo. Se esiste qualcosa, la sua esistenza si conferma non in una relazione col mio percepirla, ma indipendentemente da quello che sono. Non ho un Io tautologico, non mi va di delirare in termini idealistici e penso che la verità non necessiti della mia presenza. Sono certo che possa fare a meno della mia ontologia. Non sono un metafisico e la veritas (come) est adaequatio rei et intellectus (la verità come l’adeguatezza o corrispondenza della cosa e dell’intelletto) mi pare una forma di delirio. E così guardo alle cose e per lo più mi piacciono, le spoglio e le scopro ogni giorno. E ogni giorno mi sembrano meravigliose.
CRONACHE DALL’EPIGASTRIO, al link

HAI SCRITTO IL MANUALE DELLA PROSTITUTA?

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PERCHE’ BIANCANEVE MANGIA LA MELA?

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La scena è questa: Biancaneve sente bussare alla porta, compare una vecchia megera con una mela bellissima ma avvelenata, la fanciulla la mangia e muore. Poiché la ragazza è tutt’altro che sprovveduta, viene da chiedersi come abbia potuto fidarsi di una sconosciuta. La questione è importante; in primo luogo perché mi ha tolto il sonno da piccolo (e non mi pare una cosa secondaria) e poi perché ci raccontano favole abituandoci a ricevere informazioni, che per quanto improponibili vengono così assorbite senza problemi. Chomsky ha spiegato i meccanismi linguistici su cui costruiscono le favole, ma sembra averne dimenticato uno fondamentale, la sorpresa e il sogno. I punti 5 (rivolgersi alla gente come bambini) e 6 (concentrarsi sull’aspetto emozionale) delle dieci regole per il controllo sociale non spiegano un elemento importante, l’assenso e la complicità della vittima. I pubblicitari in questo sono molto avanti. Quando vuoi vendere un prodotto lo devi presentare come un sogno e non deve mancare il fattore sorpresa. Chomsky dimentica che veniamo abituati alle favole; viviamo nell’attesa del principe azzurro, dell’albero che produce monete d’oro, del paraclito o di qualcuno che si porti via nostra moglie. Attendiamo, sogniamo, e siamo disposti a pagare per una sorpresa. Siamo complici prima che vittime. Avrò letto il libro dei fratelli Grimm decine di volte e il cartone animato l’avrò visto altrettante, e sempre la mia coscienza di bambino mi faceva battere i pugni dalla rabbia. Qualche volta credo di avere anche gridato nel mezzo della proiezione, ma quant’è cretina. Oggi ne vado orgoglioso, avevo una coscienza di classe e non lo sapevo. Andiamo con ordine: arriva una strega brutta come la fame, roba che pure il cane si nasconde sotto al tavolo e Biancaneve la fa entrare. Ecco un altro meccanismo che nasce dalla favola e viene sfruttato nella vita quotidiana, il travestimento. La vecchia è la matrigna cattiva (quella di “Specchio delle mie brame chi è la più bella del reame?”) travestita da mendicante. Il cattivo delle favole si traveste sempre; l’integrità e la coerenza sono cose da buoni. Si traveste perché la cattiveria è intenzionale, finalizzata e il resto davvero non conta. Altro elemento di distrazione è il linguaggio; la matrigna porge la mela alla fanciulla dicendo: “Roba bella, roba bella, voglio regalartene una”. Non dimentichiamolo, le favole nascono dalla lingua e si consumano nella stessa. Abbiamo la ripetizione roba bella/roba bella (com fa quell’altro cacciaballe che da vent’anni ci dice che la promozione è solo per oggi e tutte le volte gli crediamo) e la parola regalo. Ripetendo abituiamo l’acquirente al prodotto, lo portiamo nella favola; il regalo macina nelle emozioni scavalcando i processi adulti della riflessione. Le emozioni toccano il desiderio e non c’è ragione che riesca a fronteggiarlo. Il regalo distrae (primo elemento della distrazione sociale in Chomsky), distoglie da altro, serve a: “Sviare l’attenzione dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali”. La parola regalo viene da rex: re, regio, regale, e attraverso lo spagnolo regalo = dono al re, regalare = rendere omaggio al re. Ci sentiamo principi questo è il problema e vogliamo sorprese. Dal latino superprehendere; prendere da sopra, alle spalle. Poi non lamentiamoci se ce lo mettono nel culo.
(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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LA PRINCIPESSA SUL PISELLO

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LA PRINCIPESSA SUL PISELLO
C’era una volta un principe che voleva sposare una principessa, ma ne voleva una vera, di sangue blu. Comincia così la favola di Andersen; non mi pare che l’autore intendesse suscitare niente di morboso con l’immagine del pisello, eppure la storia ha acquisito una buona popolarità grazie al titolo, ed è oramai un luogo comune quello che dice: “sei come la principessa sulla leguminosa”. Per un certo riguardo che si porta alle fanciulle, che sempre ecomunque vivono in una fiaba, al limite esercitano una pressione sul baccello; sono i principi a stare sul cazzo. Ma va bene così. La regina per verificare che la ragazza sia davvero di sangue blu, che fa? La fa dormire su venti materassi in fondo ai quali ha sistemato il legume; e si sa che le la fanciulle di nobili natali, abituate come sono a mille comodità, giammai dormirebbero con un fastidio simile. Al mattino la ragazza si alza dolorante e assonnata, lamentando di non avere chiuso occhio. Il principe è quindi sicuro del blasone e tutti vissero felici e contenti. Tirando le somme: i principi cercano sempre delle principesse, ma non mi pare di vedere in giro tutti questi blasonati. Ma funziona così, ed è per questo che le favole piacciono tanto: uno sciagurato può assimilarsi all’erede delle fiabe e parimenti le ragazze del popolo desiderano almeno un giorno da favola. La vita è però un’altra cosa; il principe rivela le origini popolari e presto la principessa sul pisello comincia a stargli sul cazzo.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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DE RERUM CONTRONATURA

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ER COSO DE LI COSI

ER COSO DE LI COSI

Er coso è quell’attrezzo che poi pure non avello e ce poi vivere lo stesso. E forse a ben guardà ce vivi pure mejo. Fa perde la ragione all’ommini e le donne ce lassano er decoro. Quanno cominciano i problemi e quannn’è che te se comprica la vita, quanno er coso vole uscì pe’ cercà l’errica. E allora capisci ch’è finita, che nun hai pace pure se te piace, pecché non è una bona amica, er coso te fa vivere a fatica. Alla fine te rassegni, ce pensi, ce ripensi e poi te dici che va bene, che la vita in fonno c’ha le sue pene. E je voj quasi bene, specie se nun s’arza a fa’ l’inchino. Si chiama vecchiezza quanno ‘na mano lo pija e l’accarezza e quello nun si move e nun l’apprezza. Ma pure er coso c’ha i pensieri sui. Poi sempre circondarti dell’amici, che te fanno armeno sentire meno solo, a vorte raffinati artre villanzoni, ma lui per compagnia che c’ha, du’ cojoni?

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DIVENTARE GAY IN DIECI LEZIONI (de rerum contronatura)

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DIVENTARE GAY IN DIECI LEZIONI copertina

NOTA PER IL LETTORE

Tempo fa uno sconosciuto mi chiese di fare l’amore. Non usò propriamente l’espressione “fare l’amore”, si servì anzi di una nota metafora domestica. La sua proposta era comunque chiara. Compresi allora che le mie possibilità di acchiappare erano di colpo raddoppiate. Non solo avrei continuato a correre (per lo più inutilmente) dietro alle gonnelle, ma quelle gonnelle avrei potuto metterle io stesso facendomi a mia volta rincorrere da nerboruti e irsuti individui di sesso maschile. Lì per lì sintetizzai le mie motivazioni con un deciso e virile “no!”. Non dissi altro e gli voltai (per modo di dire) le spalle … 

Assume allora un senso insolitamente etico questo corso accelerato per aspiranti gay, e un contenuto morale la sua esposizione in forma scolastica: fornire al neofita che ha deciso di convertirsi gli strumenti più adeguati e aggiornati per iniziarsi ad una normale vita pederasta. O, se si vuole, i fondamentali consigli di adattamento da applicarsi nella dura lotta selettiva per la sopravvivenza … 

Combattuto tra i dubbi della coscienza e la perplessità della scelta di fronte ad una proposta tanto viziosa dell’esistenza, orgogliosamente genitale, e non di meno provocatoria nei confronti di un secolarizzato indottrinamento ideologico che ha fatto dell’infelicità una virtù, anche il lettore più disponibile sarà forse tentato di assestarsi su una posizione conservatrice sentenziando che è “contronatura”, e … magari anche di prendere moglie. Niente di male. Vorrei però ricordargli che la discriminante ecologica non è mai sostanziale, e che il concetto di “natura” è molto spesso un comodo e ozioso alibi, peraltro infondato. Perché, al di là del facile stereotipo, i gay la natura la amano eccome, come e più di altri; la amano anzi così tanto da volerla amare talvolta anche contro natura.

A dissuaderlo dall’intento malsano di convolare a nozze dovrebbe poi bastare una considerazione di tipo logico (deducibile nientemeno da santo Anselmo), semplicemente meditando sul fatto che se la moglie fosse una cosa buona, dio probabilmente ne avrebbe una.

(Dalla prefazione)

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IL MANUALE DELLA PROSTITUTA

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summa prostitutiones

AL REVERENDISSIMO LETTORE ET ALLE

DIGNITOSISSIME LETTRICI

Essendo l’uomo composto corporalmente di un’immoterata carnis petulantia et essendo io medesimo nondimeno da sempre vinto nelle mie azioni dal dulce venenum della lussuria, oggi –24 del mese di luglio dell’anno 2001- mi accingo in confessio fidei e testamentum a lasciare le mie memorie et i miei consigli di libertino ai lettori e alle lettrici che, come me inclini al vitio a alla concupiscentia, vogliano prendere dilectatione di una donna o di un uomo. Fuori dell’ordine morale de lo mondo et esecrato da le genti in gratia di dio, fin già dall’adolescentia ho preso a saziare la fame de lo ventre. La regula di vertute a cui affidai lo corpo animale et lo destino de l’anima sua è stata e anche ora rimane lo peccaminoso piacere. Summo Bono, abominio massimo che costò meco il benevolere celeste e quello de li uomini timorati: tanto deprecato nello pubblico quanto però sommamente venerato nel secreto dei postriboli. Non l’amore: ingegnosa argomentationes per exorcizzare le sante voluttà. Errore platonico, falsitate paolina, astutia agostiniana. Immune allo delirio di onnipotenza non ho difatti mai, io medesimo meco, avuto pretenzione alcuna di essere amato e mai ho in vanitate creduto di avere lo cuore et l’anima di nessuno; in virtute et umiliate christiana mi sono piuttosto contentato di quello che a loro sta vituperato attorno. Della gioia mercenaria che le foemine immonde et abominevoli sanno tuttavia dare. Giunto oramai alla vetusta etate in cui lo vitio si fa morale (e l’azione ahimè ragione), et avendo io –puttaniere indomito e licentioso- trascorso adolescentio, gioventute, senettute e senio de la mia vita mortale ne lo piacere de lo corpo che solo acqueta la sete de l’anima, consegno aldunque alle giovini de lo mondo i secreti nobilissimi de lo amore.

In ultimo, e senza tediare oltre lo reverendissimo lettore et la dignitosissima lettrice, vorrei lasciare in memoria loro che lo scopo et il fine di questo ricettario erotico rimangono essenzialmente le litterae. Dimodoché amendue non abbiano a farsi una convintione immonda de lo sottoscritto; ricordando alle brave genti che lo manuale si rivolge unicamente alle madonne di natura vogliosissima, navigate nelle cose de lo mondo et di già esperte ne lo mestiere de lo sesso, che vogliano però accrescere in sapienza et cognitione le alchimie de l’arte amatoria. Et al moralissimo censore togato la doctrina eccellente di Santo Tommaso specificamente alla distinzione tra ens logico e reale, invitandolo a discernere nominalisticamente le cose eccitanti ma false de lo pensiero e de la parola da quelle mille fiate più noiose della vita.

Mi sia infine concessa una dedica: rivolgo lo mio pensiero a madonna Beatrice, signora di Milano, di nobili natali nonché proprietaria di beni mobili et immobili che sempre mantiene bellimbusti fascinosi ma villani e rozzi, lamentandosi poi meco de l’interesse loro. Ricordandola alla mia lectrice come esecrabile esempio di un puttanismo ignobile et inconcludente, scioccamente dispendioso, fatto più di lussuria che cupidigia.

Arrivando allo termine de la mia disamina, seppure a malincuore rispettosamente mi congedo:

Giancarlo Buonofiglio, signore di niente, figlio de lo popolo et proprietario unicamente di uno cervello.

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