E ‘STI CAZZI NON CE LO METTI?

Nun me rompe er ca non è un’espressione vorgare. A uno mica je poi dì: me stai a frantumà er riproduttivo. Je devi fa’ capì che nun te dà sollazzo, ma che appunto te sta rompenno er ca.

NUN ME ROMPE ER CA
Nun me rompe er ca non è un’espressione vorgare. A uno mica je poi dì: me stai a frantumà er riproduttivo. Je devi fa’ capì che nun te dà sollazzo, ma che appunto te sta rompenno er ca. Pe’ fallo ce vole convinzione, la faccia tosta, ‘na certa padronanza pe’ risponnere alla malacreanza. Ma soprattutto lo stile un po’ sottile di quelli che nun s’accontennano de darti der cojone, ma a te e la tua famija pe’ ‘na generazione. Perché quella è ‘na cosa che passa da padre in fijo, come la talassemia: e apperciò rompi er cazzo tu, tua madre e tua zia. Quannno uno fa parte d’una famija, capita che quarche ‘nsurto se lo pija. Nun se tratta d’insurtare, ma de farse rispettare; e nun lo poi fare co’ l’italiano forbito, je devi proprio mostrare er dito.

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RIGURGITI ROMANESCHI (E ‘STI CAZZI, NON CE LO METTI?)

LA MOJE NINFOMANE
M’è toccata ‘na sciagura; nun è che er sesso me piace, è che proprio nun pijo pace. ‘Na vorta me bastava mi marito, poi so’ passata a ‘n amante, poi due, tre e ancora nun me sazio l’appetito. So’ pure andata dar dottore, pe’ vede’ se c’era quarcosa pe’ nun fa’ l’amore. Perché so’ malata e vojo esse’ curata. Quello me guarda abbrunato e me fa, signora mia è ‘na patologia. Ecco, famme er certificato per come so’ ridotta, che mi marito dice che so’ ‘na mignotta.

LA MEJO DONNA
La mia donna c’ha ‘na virtù rara, che quanno te fa un sorriso te porta ‘n paradiso. E poi pure esse depresso e pensare alli mejo mortacci tua, poi l’abbracci e te pare de volà ar cielo. E nun importa se non ci trovi li santi, la madonna o er principale suo, pecché n’ommo ‘nnamorato po pure farne a meno: a che je serve l’onnipotente quanno sta bene e un je manca gniente?

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DAL MANUALE DELL’ANTIPSCHIATRIA

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DA CRONACHE DALL’EPIGASTRIO

(memorie dalla pancia)

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I SECRETI AMOROSI DI ISABELLA CORTESE

consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari

CONSIGLI IGIENICO-SANITARI SOPRA I MODI DI PRENDERE MAGGIORE DILETTO NELLE COSE AMOROSE ET SALVAGUARDARE LA SALUTE DE LO CORPO

I presenti secreti venerei sono tratti dal mirabilissimo prontuario di donna Isabella Cortese (“I secreti della signora I. C.”), maestra impareggiabile
ne la scientia de lo membro, pubblicato a Venezia nel 1584 (A); con l’aggiunta di qualche consiglio medicamentoso preso da “I segreti dell’arte profumatoria” (Venezia 1555), di Giovanni Ventura Roseto (B).
A)
ALLI PORRI SOPRA LA VERGA (cap. XVI)
Piglia orpimento del più bello, e quello si triti sottilmente, e mettilo in una piccola boccetta, tenendola sopra i carboni accesi, e l’orpimento si verrà a liquefare, dove il tenerai tanto, che in tutto non sia desiccato, e che non si abbrucci, e che sia in color di rubino, e condotto a tal modo, ne pigliarai quella quantità che vorrai, per bisogni, e tritalo sottilmente, poi habbi acqua d’alume di rocca e di quella bagnerai i porri, e lavati gli infalarai di questa polvere, e lassagli, così farai due volte al dì, et in tre giorni sarai libero.
ALLE CRESTE E MORICI, SANARLE IN TRE DI’ (cap. XII)
Piglia euforbio, cinabrio, olio de mastici, ana incorpora e suffumiga con le dette cose, e guarirà.
PILLOLE CONTRA IL MAL FRANCIOSO (cap. XVIII)
Piglia elleboro nero, turbiti eletti, ana, gengiovo, bistorta, terebintina, dittamo bianco, diagridio, rubarbaro eletto…
ALLI CALLI DELLE MANI PEL MAL FRANCESE (cap. XXIV)
Malva, viola,caoli, semola, grasso di castrato… Ogni cosa fai bollire con lisivaccio marcio, poi ricevi quel fumo nelle mani, e ciò farai due volte al dì.
A FAR DRIZZAR LO MEMBRO (cap. LXIII)
Testicoli di quaglie, olio benzui, di storace, sambucino ana, formiche maggiori con le ali, muschio, ambra di levante… mistica ogni cosa insieme, et adopra al bisogno.
CONSERVA DA DENTI (cap. XLVIII)
Prendi sangue di drago, alume di rocca bruciato, incenso, mastici, sale, peli delle cimatura di grani ana, e siano tutti ben pesti e setacciati, e mistificati col zuccaro rosato, o col miele.
A FAR STAR LA CARNE SODA (cap. CCXX)
Piglia acqua quanto vuoi et mettila in una inchistara, poi mettici lume di rocca brugiata, et fior di osmarino, et falla star al sole per otto giorni, et sarà fatta.
A MANDAR VIA PORRI E CALLI FRA LE DITA (CCXXI)
Habbi orecchina del muro, cioè sopranina maggiore, e levavi quella prima pellicina sottile di sopra, et metti detta herba sopra i calli fra le dita, et concela in modo che vi stia suso, e questo fa per sei, o diece volte, mattina e sera, et presto anderanno via.
B)
BELLETTO DELLE DONNE
Pigliate litrigerio d’oro di oncie una, boraso in pietra, lume gemini anna oncie meza, canfora dragme tre, oglio di tasso oncie due, ponete ogni cosa insieme, con acqua rosa oncie sei, e poneteli a dissolvere, e solute che saranno mettetevi a distillare, e come vorrete far l’opera pigliate una parte di questa acqua, e una parte di aceto distillato, e mescolate assieme, e ponete detta compositione sopra le palme delle mani, et adoperatela.
A FAR BIANCHE LE MANI
Pigliate trementina oncie due lavata otto fiate con acqua rosa, butiro fiate, biacca oncie una, canfora dragma mezza, pestate et incorporate sottilmente, et ongetevi le mani, e questo fate quando andarete a dormire, e portate li guanti in mano, accioché l’onto s’incorpori nelle mani.
A LEVAR LE CRESPE DAL VISO
Plinio dice che lo latte d’asina ha quella virtù, che a lavarsi la faccia con quella scaccia le crespe, et è provato.
A CACCIAR LE LENTIGGINI DAL VISO
Pigliate fele di becco, e mescolatelo con l’oglio di solfere vivo, espongia arsa, e fatela in forma d’unguento, e mettetela sopra il fuoco che vorrete operare sopra ‘l viso, o petto o spalle, e vedrete.
A FAR LI DENTI BIANCHI
Pigliate salnitrio, e abbrugiatelo, e pigliate quella gomma, e fregate li denti, e veniranno bianchissimi.
A CACCIAR OGNI MACCHIA DALLA FACCIA
Pigliate orina d’asino, e di quella che finisce d’orinare, e laverete la faccia, che sarà opera bella.
A CACCIAR LE RAPPE DALLA FACCIA
Pigliate colla di pesce, e fatela bollire quattro hore in acqua commune, dipoi pestatela, e distemperatela, e rimanetela fino che la torna liquida come melle, e così preparata salvatela in un vaso di vetro novo, e quando la volete usare pigliate quattro dragme e due dragme di schiante over limature d’argento.
Fai come è indicato in queste pagine, dilettissima fanciulla, et se ti riuscirà di trovare gli ingredienti loro cerca almeno di non intossicarti.

DA IL MANUALE DELLA PROSTITUTA

(consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari)

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manuale della prostituta BookCoverPreview (2)

SUMMA PROSTITUTIONES

consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari

CONSIGLI, AMENITA’ E FACEZIE SOPRA L’ESERCIZIO DEL MERETRICIO E DEI LUPANARI

(IL MANUALE DELLA PROSTITUTA)

Un diario d’amore scritto in un italiano antico. Comprensivo di una storia della prostituzione.

AL RENDERENDISSIMO LETTORE ET ALLA

DIGNITOSISSIMA LECTRICE

“Detto questo e senza dilungarmi oltre chiudo lo primo scritto con una raccomandazione. Santo Tommaso (che nel diritto è stato maestro sommo) ha lasciato scritto che la legge umana (lex humana) è moralmente valida solo se non contraddice la provvidenza de la legge naturale (lex naturalis), et che le norme dello jus civile debbono venire infrante quando sono in aperto contrasto con il naturale corso de le cose, come è specificato da la lex aeterna. Questo -e fai bene attenzione alla mie parole che dovrai spesse volte tenere a mente- significa non tanto che lo tuo mestiere non sia un commercio da deprecare, ma che lo suo exercizio ben si inserisce nel contesto delle società civili come uno sfogo utile a contenere la sessualità de lo maschio et in esso lo desiderio (come già avvertiva santo Agostino) mille fiate più odioso di libertà. Ma questa è in fondo la condanna della prostituzione, di essere tanto disprezzata ne lo pubblico quanto però ricercata ne lo privato, sopportata tacitamente pure dalle onestissime madonne per tener seco il coniuge et lo sostentamento suo. Cosa che non accadrebbe in una comunità realmente puritana, capace di rispettare non una ma tutte le foemine de lo mondo”.

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NON RACCONTIAMO LE FAVOLE (agli adulti)

sito internet
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Ho sempre avuto più erezioni che stati di coscienza, non ne vado fiero, per carità. Per quanto lusingato, una maggiore comprensione delle cose mi sarebbe stata forse d’aiuto. Il problema è che ho lavorato con le idee per troppo tempo e nessuna è stata capace di darmi quello stato di completezza che ho rivenuto patteggiando con un appetito più antico rispetto a quello della ragione. Non ho mai trovato nulla di sostanziale nel pensiero; mi piace essere un corpo e (per cultura e convinzione) diffido di quelli che parlano di anima o spirito. Nel mio piccolo mondo l’anima è quel che rimane di un uomo quando l’hai privato di ciò che dà piacere e lo spirito non lo prendo in considerazione sotto i 15 gradi alcolici. Sono fatto male, è evidente. Poi però penso ai danni che hanno fatto e fanno coloro che diffondono quella malattia dello spirito che è la metafisica, e in qualche modo mi conforto. Alla fine sono onesto con me stesso e con gli altri. Non racconto favole e quando le sento non posso fare a meno di pensare che in qualche modo mi stiano fregando.
(Dalle confessioni postume di Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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Biancaneve e le altre storie alla pagina http://goo.gl/5z2du0

Rigurgiti romaneschi

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LA BELLEZZA DE LE DONNE

‘Na donna è bella quanno ride ma pure quanno piagne, è bella quando s’arrabbia, quanno c’ha le cose sue, quanno nun te rivorge la parola o te bacia, in compagnia o da sola, quanno se dà e pure quando se ritrae. E quant’è bella appena arzata, e specie quanno è senza trucco je poi leggere sur viso il bene che te vole. E’ bella ‘na donna quanno te guarda. Te dà emozioni, attenzioni. Quarche vorta preoccupazioni. Ma è bella pure quanno te rompe li cojoni.

ER ROMANESCO

Er romanesco nun è ‘na lingua, è un modo di guardare ar monno. L’italiano è come er vestito de la festa, che lo metti quanno te voj fa’ bello, ma er vernacolo romano è de più; è l’abito sguarcito de quarcuno che lavora, che puzza d’officina e maleodora. Ché non poi dì a quarcuno che te caca er ca, d’annarselo a pijallo in quella lingua là. Lo devi dire con una parolaccia e le parole je devono sputare ‘n faccia. E pure quanno fai l’innamorato, quanno er petto rimane senza fiato, la donna tua nun è ‘na femmina o pulzella, la devi annominà Rosamiabella! E je lo devi gridà forte, come se le parole uscissero dar core, perché è così che si fa all’amore. Co’ quella lingua che nun ha ambizione parlata ar mercato de rione; quanno tra l’odore de pesce e mortadella, la vecchia ar banco de li fiori te mette tra le mani i su’ boccioli, dicenno: “per voi signorì, che siete bella!”.

 

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FORMATO CARTACEO O DIGITALE SU AMAZON E LULU.COM

Il libro è presente nello store Mondadori ed è acquistabile online

 

LA PRINCIPESSA SUL PISELLO

LA PRINCIPESSA SUL PISELLO
C’era una volta un principe che voleva sposare una
principessa, ma ne voleva una vera, di sangue blu.
Comincia così la favola di Andersen; non mi pare che
l’autore intendesse suscitare niente di morboso con
l’immagine del pisello, eppure la storia ha acquisito
una buona popolarità grazie al titolo, ed è oramai un
luogo comune quello che dice: “sei come la
principessa sulla leguminosa”. Per un certo riguardo
che si porta alle fanciulle, che sempre e comunque
vivono in una fiaba, al limite esercitano una pressione
sul baccello; sono i principi a stare sul cazzo. Ma va
bene così. La regina per verificare che la ragazza sia
davvero di sangue blu, che fa? La fa dormire su venti
materassi in fondo ai quali ha sistemato il legume; e
si sa che le la fanciulle di nobili natali, abituate come
sono a mille comodità, giammai dormirebbero con un
fastidio simile. Al mattino la ragazza si alza dolorante
e assonnata, lamentando di non avere chiuso occhio.
Il principe è quindi sicuro del blasone e tutti vissero
felici e contenti. Tirando le somme: i principi cercano
sempre delle principesse, ma non mi pare di vedere in
giro tutti questi blasonati. Ma funziona così, ed è per
questo che le favole piacciono tanto: uno sciagurato
può assimilarsi all’erede delle fiabe e parimenti le
ragazze del popolo desiderano almeno un giorno da
favola. La vita è però un’altra cosa; il principe rivela
le origini popolari e presto la principessa sul pisello
comincia a stargli sul cazzo.

Da PER ME BIANCANEVE GLIELA DAVA AI SETTE NANI

LINK  http://permebiancaneveglieladavaai7nani.jimdo.com/

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IL NASO DI PINOCCHIO

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IL NASO DI PINOCCHIO
La bugia deforma non solo il discorso o le parole, ma il corpo. Non tocca i invece pensieri o la mente (parola che infatti vuol dire menzogna): le bugie nascono nella testa, il corpo non mente mai. La fatina si accorge delle balle di Pinocchio dalle dimensioni del naso; nella favola di Collodi il protagonista è una testa di legno e come tutti i bambini non distingue la verità dalla menzogna. Non si accorge della mostruosità della “nappa”, sono gli altri a percepirla. La sproporzione segna il limite tra ciò che è giusto e quello che è sbagliato: più che una proposizione, la bugia è una sproposizione; e infatti si dice che uno parla a sproposito, che vaneggia ed è fuori dalle regole. La verità ha la sua grammatica e nessuno deve ficcarci il naso. Pinocchio evade invece dalla narrazione (è nota l’attitudine del Burattino alle fughe). Il senso della giustizia è all’interno della favola, la bugia è la fuga; tanto che arrivano i gendarmi a riportare l’ordine nel racconto. I gendarmi sono qualcosa di esterno proprio perché sono già dentro la storia; si sentono in ogni pagina e li vediamo inseguire il fuggitivo, come fanno i bambini che leggendo seguono col dito le parole. La giustizia insegue sempre qualcuno, mette il dito nella fiaba. Qualcuno ha detto che seguire una regola è ubbidire a un comando; non importa che quella sia la regola giusta, che abbia i capelli turchini o la severità del maestro, il suo valore è nella parola ubbidienza, e chi contravviene finisce appunto in udienza (dal giudice). La parola bugia viene dal latino medievale bulgarus, bulgaro. In Bulgaria era diffusa l’eresia patarina, e così il bulgaro fu assimilato all’eretico, all’usuraio e al sodomita. Col significato di ingannare e truffare la parola bugia rimanda a un’immagine sinonimica volgare. E infatti se a qualcuno capitava di farsi truffare, era chiaro che lo avevano buggerato. Perché magari la bugia disturba e qualche volta ti fotte, ma arriva pur sempre la giustizia a mettere le cose a posto. Ed è noto che le verità sono ipotesi e supposizioni e Pinocchio (come tutti i burattini) diffida delle supposte.
(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)