DAL MANUALE DELL’ANTIPSICHIATRIA

PER UNA CORRETTA DIAGNOSI ANTIPSICHIATRICA
(Parla come mangi)

Mio figlio ha un disturbo della personalità anancastico che gli ha fatto maturare una dipendenza ossessivo compulsiva agli alcaloidi quali surrogato emozionale per il suo io carente e socialmente ipoattivo. E cioè? Si fa le canne con gli amici.

Mi hanno riscontrato una CFS somatiforme indifferenziata da conversione con dismorfismo corporeo algico e astenia depressiva. E cioè? Non ho voglia di fare un cazzo.

Mia moglie soffre di un desiderio sessuale ipoattivo indotto dal morbo di Addison. Cioè? Anche oggi vado a mignotte.

Cara, ho portato tua madre in ospedale, le hanno diagnosticato una permanente e irreversibile cessazione delle attività biologiche con apoptosi e necrosi cellulare. E cioè? E’ morta.

Il dottore dice che ho un’idiosincrasia maturata in un ambiente intollerante e incapace di gratificare il mio ego. Cioè? Mi sono rotto il cazzo.

Mi hanno riscontrato una sindrome compulsiva con sintomatologia eterogenea che porta a stati d’ansia coattivi. Ah, e da quando non stai più su Youporn?

Cara, i problemi sul lavoro mi hanno lasciato in uno stato di prostrazione tale che la mia conflittualità emotiva si ripercuote nella nostra vita di coppia. Ho capito … neanche stasera si tromba.

Mi spiace. Ma le congiunture economiche, la competizione col mercato orientale, il revisionismo storico, i sindacati, la globalizzazione, l’anatocismo, e poi capirà… mia moglie deve farsi la pelliccia nuova. E quindi? Lei è licenziato.

Mia moglie soffre di un disturbo dell’affettività dovuto a una carente struttura dell’io che porta a compensare tale mancanza erotologica in figure maschili capaci di soddisfarla nel suo bisogno amoroso. Ah, da quando ti mette le corna tua moglie?

Lei è affetto da una diffusa sindrome anaffettiva caratterizzata da una significativa dose di aggressività mista a un autoreferenziale feticismo del suo io non sublimato nelle comuni espressioni della socialità. E quindi? Lei è uno stronzo.

Da CRONACHE DELL’EPIGASTRIO alla pagina http://goo.gl/dlRG76

CRONA       CRONA 1

QUELLO CHE E’ REGALE E’ ANCHE RAZIONALE

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QUELLO CHE E’ REGALE E’ ANCHE RAZIONALE

Nelle favole i significanti abitano la narrazione, s’impadroniscono e modificano il racconto, identificano e contestualizzano i personaggi, prevalicano la scena. Il principe non ha un nome e la principessa è solo temporaneamente imprigionata nel corpo di una fanciulla popolare. L’atto precede la potenza e Cenerentola era di sangue blu, anche se non lo sapeva. Difficile trovare la regalità in ambienti degradati, ma nelle favole tutto è possibile. Il tutto prevale sulla parte, svilendo però i protagonisti in una metonimia che annulla le identità. L’identità si vanifica nei processi di identificazione superiori fino ad annullarsi. Svuotata la relazione di una reale affettività e privando l’altro di una realtà ontologica, predomina il significante regale che passa da un corpo all’altro, al di là delle differenze. Non c’è alterità, la domanda si restringe in una solitudine priva di desiderio e la richiesta d’amore è mediata da un eccesso che ordina la scena. In un tale campo privo di un (reale appunto) scambio affettivo non è più il piacere, ma il potere, l’idea, il blasone a passare da un corpo all’altro. Quello che è regale è anche razionale: cenere siamo ma Cenerentola diventiamo.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

LE SUPPOSTE DI CENERENTOLA

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LE SUPPOSTE DI CENERENTOLA
Le favole hanno una fine, terminano con “e vissero felici e contenti”. Dopo il travaglio i sacrifici dei protagonisti vengono premiati, perché se la virtù è premio a se stessa, non basta a soddisfare il contenuto della storia. Il contenuto non appartiene alla narrazione; è il di più, il fuori campo proprio dell’intervento del fruitore. Di norma il lettore vuole il lieto fine, mentre la virtù è una cosa da principi (o da filosofi). Nella teleologia popolare il finale appagante costruisce una metafisica, la scrittura fornisce le immagini e dà un corpo alla narrazione, contestualizza e circoscrive il filo del discorso; è appunto la trama, il tessuto che dà un ordine. La verità immobilizza la scena, preferiamo piuttosto i paralogismi, che tengono in tensione le maglie del racconto. “E vissero felici e contenti” vuol dire che quello che conta è in un altro luogo: il palazzo reale, il blasone, la felicità improponibile a una fanciulla di nascita popolare. Lo straordinario entra nell’ordinario e altera il campo descrittivo. L’alterazione funziona nella favola, ma produce infelicità nella vita reale. Se viviamo di cose supposte, non lamentiamoci quando ce le mettono nel culo.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

MISS ITALIA: SE IL PAESE VA A PUTTANE…

SE IL PAESE VA A PUTTANE E SONO TUTTE A CASA TUA, FATTELA UNA DOMANDA…

Tante, troppe polemiche su una ragazza uscita vincente da un concorso di bellezza, di per sé vecchio e inutile. Gli intellettuali sbandierano il gonfalone dell’intelligenza e della cultura, le donne politicamente impegnate sono indignate, le femministe di ritorno scioccate. Guardiamola bene l’intelligentia italiana. Ricordo Lucio Colletti, studioso di tutto rispetto e marxista abbracciare il nuovo che avanzava (e il nuovo era Berlusconi), giornalisti lacchè deflorati per deontologia, Rutelli che appendeva il cappio in Parlamento nel nome della laicità dello Stato e che pro beneficio è diventato un integralista alla Torquemada, Dalema che passa per essere l’uomo più intelligente della politica nostrana, le cui profezie sono rimaste proverbiali (ad ogni elezione dal 1994 in poi se ne usciva con la frase: “l’Italia finalmente si è liberata del Giullare”, puntualmente smentito dai fatti, tanto che ad ogni vaticinio mi toccavo). La laicità dello Stato, argomento fondamentale, nessuno ne parla, pochi la vogliono. Si discute invece di una bella ragazza che incespica nell’italiano, non di migliaia di persone che ogni giorno sono mutilate nel diritto e nella dignità. Di mignotte in questo Paese ce ne sono eccome, ma non stanno sul podio di Miss Italia. Raccontano favole e lo sappiamo, ci vuole però la faccia tosta per trasformare Cappuccetto Rosso nel Lupo Cattivo. In Italia si va a puttane, è lo sport nazionale, ma di notte quando la moglie dorme e il prete è in sacrestia. Tanta troppa morale da parte di un Paese che ha il tasso più alto di evasione e che in Europa (per questo e non certo a causa di una bella figliola) è rimasto ai margini del diritto e della civiltà.

(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

MA SE TI BACIO, DAVVERO DIVENTI UN PRINCIPE?

Le favole sono strutturate secondo dicotomia, bene male, povertà ricchezza, con una banale assimilazione della bontà alla bellezza. Si rivolgono a chi ha bisogno e il bisogno crea il desiderio. Desideriamo ciò che non è, quello che non siamo. Anche Cenerentola nella sua apparente indolenza desidera quello che non ha. La mancanza non solo completa la narrazione, ma ordina la scena e dà un senso e un contenuto alla storia. Lo stesso accade al Principe, che difatti di norma è alla ricerca di una bella e buona popolana. Genuinità che evidentemente manca a corte. Più cresce la consapevolezza di tale assenza, che è un vuoto nel nostro essere, più l’eccitazione dilata l’Io. Il desiderio è consapevolezza di una mancanza e non può esserci erezione senza questo stato nella coscienza. Per metonimia un bacio non è solo un bacio, è una malia, un incantesimo, una magia. Una metafora sessuale (che brutta parola). La parola desiderio – dal latino de-, e sidus, stella, significa “smettere di guardare alle stelle in modo augurale per trarne auspici”. Richiama più alla distanza tra il soggetto e l’oggetto del desiderio, che alla natura dell’oggetto. Il rospo deve diventare un principe, con tanto di calzamaglia, pantofole e immondizia da portare la cassonetto. Confinato nel contesto del piacere e del dolore, ognuno tende  a costruirsi quell’universo di significati che chiamiamo favola. La favola assorbe il desiderio e lo confina in un bacio, assorbendolo e detonandolo in una storia. Come appunto diceva quella nobildonna “Una donna ci mette vent’anni a fare di suo figlio un uomo, a un’altra bastano cinque minuti per farne un cretino”. Non mi soffermo sulla capacità erettiva del blasonato, ma avrei molto da dire.

(Da Per me Biancaneve…)

IL FASCINO

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IL FASCINO
L’altro reale serve a confermare i bisogni primari, morali e narcisistici, quando il cuore e la testa sono comunque altrove. Ci facciamo un’immagine di questo altro piccolo e diciamo che ha fascino, che è interessante, solletica pruriti nascosti e normali esigenze di evasione. L’attualità di una relazione porta a sentire l’altro come una parte di sé e averne cura. Ma non bastiamo a noi stessi e per lo più non ci piaciamo, quello che conta è altrove. Subentra allora il senso dell’estraneità, quel sentirsi fuori posto dovuto alla collocazione data dal desiderio. Questo altrove dà un significato al di là di quello che siamo e mette in un campo di significanti estranei, ma ai quali restiamo sospesi proprio perché la nostra significazione dipende da un diverso ordine immaginario. L’altro reale non basta a soddisfare il desiderio, necessitiamo di un Altro con fascino che non è il simile in cui riconoscersi (è anzi difforme, blasonato nelle favole), ma un’immagine perturbante che porta a desiderare fino a completarsi nelle azioni più stravaganti, insolite, paradossali. Questo Altro fuori campo completa, libera, riempie il vuoto, dà un senso alla domanda e placa le pulsioni. In sostanza, la principessa non la dà al principe in quanto rimane ideale, ma al più vicino giullare, che sta comunque a corte e appunto le fa la corte.

(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

DAL BLASONE ALLA PANCIERA

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DAL BLASONE ALLA PANCIERA
La favola necessita dell’assenza, racconta del desiderio e non può esserci desiderio nella presenza. La presenza dilata la distanza e amplifica le differenze. Se il principe è attuale e si presenta nelle sue vesti ordinarie acuisce piuttosto che ridurla la lontananza con una ragazza del popolo, per quanto bella e buona (e dunque di natura nobile) come le fanciulle delle favole. Il bisogno scorre nella mancanza animando la narrazione; muove i soggetti, li avvicina completandoli. Nel Seminario VIII, analizzando il Simposio di Platone, Lacan chiede per bocca di Socrate: “In che cosa manca colui che ama?”. Poi il filosofo si blocca. Lacan si sofferma proprio su questa interruzione, sottolineando l’assenza nel discorso non come qualcosa di accidentale, ma di strutturante e fondamentale. Lascia quindi la parola a Diotima, che racconta di Poros e Poenia, presentando l’amore come un dare qualcosa che non si ha a chi non sa. Poenia è povera, non ha nulla e come Cenerentola dà qualcosa che non le appartiene (la bellezza aristocratica) a chi non sa (il principe riconosce la nobiltà della ragazza, che prevale sulla sua vera condizione); perché l’altro, Poros, era ubriaco e inconsapevole dell’amore che stava ricevendo. Ciò significa che nella presenza che annulla la differenza tra soggetto e predicato, tra l’Io e l’altro, non può esserci desiderio e non c’è movimento. L’assenza, il palazzo reale, il blasone crea invece una tensione nella scena; è l’Altro (la favola appunto) che dà un senso e spinge a cercarsi, colloca e compone il racconto. Nella distanza che fa del desiderio una mancanza, Eros irrompe non unendo ma separando. Se l’Amore è un medio (come afferma Diotima) rimane tuttavia un medio infranto, incapace di tradurre le differenze in identità, l’alterità in soggettività. Riempie e in qualche modo svuota. Senza questo vuoto il campo erotico rimane privo di tensione, immobilizzato in una insopportabile tranquillità in cui a parlare non è più la favola, ma una muta presenza priva di rimandi che amplifica piuttosto che colmarle le distanze. E allora una volta che il sogno diventa reale e la fanciulla sposa il principe, il medio rimane, ma è appunto il dito. Quello che la ragazza divenuta principessa alza ad ogni richiesta dell’innamorato, non più in calzamaglia ma in pantofole e panciera.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

WEBSITE GIANCARLO BUONOFIGLIO

ER COSO DE LI COSI

ER COSO DE LI COSI

Er coso è quell’attrezzo che poi pure non avello e ce poi vivere lo stesso. E forse a ben guardà ce vivi pure mejo. Fa perde la ragione all’ommini e le donne ce lassano er decoro. Quanno cominciano i problemi e quannn’è che te se comprica la vita, quanno er coso vole uscì pe’ cercà l’errica. E allora capisci ch’è finita, che nun hai pace pure se te piace, pecché non è una bona amica, er coso te fa vivere a fatica. Alla fine te rassegni, ce pensi, ce ripensi e poi te dici che va bene, che la vita in fonno c’ha le sue pene. E je voj quasi bene, specie se nun s’arza a fa’ l’inchino. Si chiama vecchiezza quanno ‘na mano lo pija e l’accarezza e quello nun si move e nun l’apprezza. Ma pure er coso c’ha i pensieri sui. Poi sempre circondarti dell’amici, che te fanno armeno sentire meno solo, a vorte raffinati artre villanzoni, ma lui per compagnia che c’ha, du’ cojoni?

Dai RIGURGITI ROMANESCHI (e ‘sti cazzi non ce lo metti?)

ER PRINCIPE DER FORO (e ‘sti cazzi non ce lo metti?)

ER PRINCIPE DER FORO
ER
PRINCIPE DER FORO
Me chiamano così le malelingue nun perché c’ho la parlantina sciorta come n’avvocato, che io non so dottore in legge e m’occupo di cose materiali, ma perché me piacciono l’ommini e ce lo sanno nel rione, tanto che i più me danno del ricchione. Quarcuno addirittura nella via me grida pijanculo, e nun è bello quanno lo sente mammamia. Altri so più furbi e scartri, c’è chi me fa l’occhietto, chi me dà er braccio ridenno: “permette signorina”, o quell’artri ancora che fanno l’amiconi, che poi quando me giro se grattano i cojoni. Er monno è cattivo e lo sapemo, e all’ommini je piace puntà er dito, ma noartri che corpa avemo, d’essere nati con ‘sto prurito?
 
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