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Ho sempre cercato di dimenticare. Non so perché. Il mio passato non è degno di una biografia. Più di tutto mi ostinavo a non ricordare il mio nome, lo vivevo come un marchio d’infamia. Ho sempre avuto l’immagine di una scolaresca all’appello ogni volta che mi sentivo chiamare, e sempre mi veniva di rispondere “assente!”. Non ero smemorato, mi ero assentato. La violenza comincia quando al nostro Io viene dato un nome. Col nome diventiamo una persona e nello specifico quella e non un’altra persona. Come individui ci rendono appunto individuabili. Ho provato a spiegarlo al funzionario che era venuto a censirmi, che sono e non sono, di incasellarmi come un essere in transizione, incerto, instabile se preferiva. Ma pare che lo stato non riconosca la categoria. L’impiegato ragionava col principio di identità. E io un’identità proprio non l’avevo. Anche ora mentre appunto il mio necrologio, non mi lascia la sensazione di vuoto, di inconsistenza. E così scrivo e dipingo e mi pare di esistere in qualche modo. Perché è duro guardarsi dentro e non trovare nulla.

Giancarlo Buonofiglio (almeno credo)

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