IL LUPO CATTIVO (da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

Biancaneve

IL LUPO CATTIVO
Il cattivo nelle favole ha dei caratteri consueti. Fauci, corpo peloso, gigantesco, vorace. Qualcuno direbbe addirittura archetipici, essendo qualcosa non solo di comune, ma che precede la formazione dell’immaginario. La favola produce la fantasia, l’alimenta, la sostiene, la usa persino. Tanto che quando l’incappucciata trova il canide al posto della nonna, non si stupisce che abbia la bocca grande e le mani pelose. Nelle favole come nel sogno non c’è posto per lo stupore; è una consuetudine che diventa abitudine. La vita si svolge in questo altrove, nel bosco e i boschi (si sa) sono popolati dai lupi. La favola non funziona senza; il lupo muove i personaggi, dà un volto alla paura, tiene in tensione la storia e dà una regola alla struttura, alimenta il risentimento del lettore, più che dell’anonima scarlatta. Il bosco è nell’immaginario di chi legge, che fa appunto una legge e sancisce la morte del quadrupede. Perché le favole sono cose da bambini e i bambini, col senso della giustizia che hanno, diventano crudeli. C’è una relazione tra giustizia e crudeltà. E infatti i buoni non si accontentano di ammazzare il lupo, gli devono squartare la pancia (finanche per tirare fuori la nonna); i buoni nelle favole non porgono l’altra pancia e appunto rendono pan per focaccia.
(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO

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Comincio oggi a pubblicare i Frammenti di un monologo amoroso. Non me ne voglia R. Barthes, ma per quanto la relazione sia strutturata come un discorso, il percorso della parola rimane comunque tautologico. Un monologo in cui l’altro piccolo è un’immagine dell’Altro grande, presente come privazione o mancanza. L’innamoramento scaturisce dalla presenza di questa assenza; è un vuoto nella domanda. Non è mia intenzione destrutturarla, quanto piuttosto di parlarci. Senza alcuna pretesa conoscitiva e senza aspettarmi una risposta.

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SEDUTTORE

Il seduttore è necessario a chi è mancante del sogno, gli dà forma e sostanza. Lambisce il vuoto lasciato da un desiderio inespresso. Risponde in sostanza alla domanda posta all’Altro. Ma è un venditore di niente, gradevole a volte, deleterio e nocivo altre. Non ama, desidera piuttosto essere amato, la sua natura erotica si completa in un monologo in fondo con se stesso.

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E’ OTTUSO, MA MI PIACE TANTO

Nelle dinamiche amorose, la parola si carica di significati forti e radicali e il discorso si svuota di un ordine. Sono fenomeni complessi. Non solo per il sovvertimento delle regole semantiche, che diventano un ginepraio di assurdità, ma per l’irragionevolezza, la contraddittorietà, l’incomprensibilità di certi contenuti e talvolta esilaranti boutades. Cose improponibili nel linguaggio quotidiano, ma che sembrano essere la norma nei fatti amorosi. Una di queste ripete: “è brutto ma mi piace”, oppure “è uno stronzo, ma sono pazza di lui”. Che sei pazza e hai un cattivo gusto è “ovvio”, ma è interessante questa tua ostinazione, e ancora più merita un approfondimento tanta “ottusità”: se ti provoca disagio e un certo disgusto, perché ti piace così tanto?
Barthes individua ne “Il terzo senso. Note di ricerca su alcuni fotogrammi di Ejzenstejn” (1970) due piani del senso: quello informativo (proprio della comunicazione) e quello simbolico (della significazione). Esaminando la pellicola “Ivan il terribile” rinviene però anche un altro senso, la “significanza” che è di difficile integrazione nell’ordine della lingua. Rivolge le sue indagini esclusivamente al simbolico e alla significanza e scrive che il senso del simbolico è intenzionale, evidente, senza ombre (“senso ovvio”, da “obvius”, ciò che viene incontro); quello della significanza è ostinato, inafferrabile, impronunciabile (“senso ottuso”, da “obtusus”, che significa smussato, arrotondato, liscio e perciò complicato da afferrare). Con questo elemento Barthes intende rivalutare le facoltà delle immagini di rimandare a un senso avulso agli altri sensi esprimibili con il linguaggio. L’ottuso non è intenzionale, non ha un significato, non appartiene alla lingua o alle parole (“Il senso ottuso è un significante senza significato”); non è solo l’oggetto dell’ottusità, ma è l’Io stesso a diventare ottuso. Il suo modo di raccontare e raffigurare è quello della significanza che non ha l’impudenza della significazione, nulla della sua oscenità. L’ottuso è riservato e discreto, percettibile appena. Esorta a uscire dalla scena, piuttosto che a disturbarla; si comporta come il sublime dell’Analitica che afferra uno sguardo e invita a seguirlo altrove. Come certi uomini tenebrosi, teneri ma incostanti, crudeli e delicati che appunto “fanno impazzire” rendendo tossico, ma in una continua tensione, lo scenario amoroso. Le sens obtus è ostinato e sfuggente, calmo ma irritabile; è tenace, seduce, infiamma, rapisce. Per figurazione l’ottuso rimanda all’arrotondamento, all’addolcimento della significanza rispetto alla significazione. E’ lo smussamento di ciò che è spigoloso, fastidioso tanto è attuale; l’addolcimento di un senso troppo chiaro e troppo presente. Ma è anche ciò che sfugge alla presa, che sorprende e ridefinisce. Mette fuori posto, colloca altrove. “Mi fa soffrire ma lo amo”, fa dire l’ostinazione dell’innamorata. L’arrotondamento comporta la difficoltà di afferrare, come ciò che non si lascia com-prendere; l’angolo ottuso, a differenza di quello retto che richiama alla simmetria e all’identità, può variare, si muove, è instabile, deforme, grottesco. Non ha bisogno di un altro speculare. Sul piano della relazione comporta che esso esprima quello che non fa parte della lineareità del rapporto, ma la sua discontinuità e la sua frattura. Il senso ottuso è proprio della significanza che scaturisce dall’identità, dall’integrità della significazione. E’ una specie di sporgenza più che un altro senso, un contenuto che eccede al senso dell’ovvio. L’ovvio della significazione e l’ordine del discorso vengono frammentati da questa inclinazione al diverso della significanza. Il senso dell’ottuso è improduttivo; come un significante svuotato di significato, rimane sterile. Non rappresenta e non comunica niente. L’ottuso irrompe come qualcosa di innaturale, aberrante, che non ha una finalità: “Sembra spiegarsi al di fuori della cultura, del sapere, dell’informazione … appartiene alla razza dei giochi di parole, delle buffonerie, delle spese inutili; indifferente alle categorie morali o estetiche (il triviale, il futile, il posticcio e il pasticcio), sta dalla parte del carnevale” (Barthes, 1982). Questo Altro privo di volto sopraggiunge sulla scena senza nessuna strategia, alterità o intenzionalità. Si presenta nella forma di un grottesco che manca di rimandi, come ciò che ha un senso in sé, che butta l’occhio, rispetto al quale l’Io si pone in una relazione di non-indifferenza. Sta in un angolo, guarda la donna, la turba, le prende la mano e se la porta via. Freud vedeva un fenomeno analogo all’ottuso nel disgusto e lo metteva in relazione con l’isteria. Il disgusto è la risposta isterica di fronte al corpo concentrato nel solo piacere, riconoscendo in esso i caratteri che sono propri del fuori scena; una reazione al disordine che nel corpo diventa nausea o vomito bulimico (in quanto eccedenza della significazione). La presenza di un piacere rimosso che non si può soggettivare e che comporta la riduzione del corpo a oggetto. E quando il corpo è ridotto alla sola carne compare il dégout, un malessere che esprime il disagio del soggetto nell’assumersi la responsabilità del piacere nel proprio corpo. Il disgusto è il racconto della mancata specularizzazione dell’Io nel corpo, la sua malformazione e la sua malinconia. Si tratta di un fenomeno ambiguo perché racconta il piacere in modo negativo. L’altra parte del disgusto è che esso indica la concentrazione del corpo-amoroso nel corpo-carne. Il disagio di fronte a questo osceno eversivo che giunge sulla scena stravolgendola non è il bisogno di sottrarsi allo scambio sessuale. Sopraggiunge -è vero- la negazione anoressica, ma nel disgusto prevale prima che il disagio per il piacere dell’altro, una reale re-pulsione (una pulsione respinta) che scompagina le regole dell’Io e l’ordine del corpo. Cosa che ostacola ogni possibile equilibrio. La reazione al piacere come opposizione alla domanda, serve a preservare l’identità che si identifica in una riproposizione di quello che è l’ovvio nella lingua. Il rifiuto del cibo può prendere nell’anoressia le forme del disgusto, del vomito fino alle forme strutturate delle fobie alimentari. Non per niente la fame d’amore, o la sua eccedenza bulimica, quando si trasforma in rabbia e disgusto fa dire all’innamorata: “mi fai vomitare”. E succede di pronunciare le parole come l’epilogo naturale di una storia segnata dall’ottusità dell’altro, quando appunto si innamora di un “brutto e stronzo”. L’ottuso esce di scena e lascia la donna a cercarlo ovunque. In questa fenomenologia dell’amore, il corpo racconta la sua alterità rispetto all’ordine delle cose e del discorso. È il corpo innamorato, segnato da qualcos’altro a far implodere l’equilibrio su cui si sostiene. I limiti del corpo sono i limiti del lingua. L’ottusità fa perdere al corpo l’ordine e alla lingua la struttura. Fa “perdere la testa”, al punto da impazzire per uno che è “brutto” e “stronzo”, ma che sopraggiunge portando via. Ed è per questo che “ti piace” e pure tanto.

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DIVENTARE GAY IN DIECI LEZIONI (de rerum contronatura)

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DIVENTARE GAY IN DIECI LEZIONI copertina

NOTA PER IL LETTORE

Tempo fa uno sconosciuto mi chiese di fare l’amore. Non usò propriamente l’espressione “fare l’amore”, si servì anzi di una nota metafora domestica. La sua proposta era comunque chiara. Compresi allora che le mie possibilità di acchiappare erano di colpo raddoppiate. Non solo avrei continuato a correre (per lo più inutilmente) dietro alle gonnelle, ma quelle gonnelle avrei potuto metterle io stesso facendomi a mia volta rincorrere da nerboruti e irsuti individui di sesso maschile. Lì per lì sintetizzai le mie motivazioni con un deciso e virile “no!”. Non dissi altro e gli voltai (per modo di dire) le spalle … 

Assume allora un senso insolitamente etico questo corso accelerato per aspiranti gay, e un contenuto morale la sua esposizione in forma scolastica: fornire al neofita che ha deciso di convertirsi gli strumenti più adeguati e aggiornati per iniziarsi ad una normale vita pederasta. O, se si vuole, i fondamentali consigli di adattamento da applicarsi nella dura lotta selettiva per la sopravvivenza … 

Combattuto tra i dubbi della coscienza e la perplessità della scelta di fronte ad una proposta tanto viziosa dell’esistenza, orgogliosamente genitale, e non di meno provocatoria nei confronti di un secolarizzato indottrinamento ideologico che ha fatto dell’infelicità una virtù, anche il lettore più disponibile sarà forse tentato di assestarsi su una posizione conservatrice sentenziando che è “contronatura”, e … magari anche di prendere moglie. Niente di male. Vorrei però ricordargli che la discriminante ecologica non è mai sostanziale, e che il concetto di “natura” è molto spesso un comodo e ozioso alibi, peraltro infondato. Perché, al di là del facile stereotipo, i gay la natura la amano eccome, come e più di altri; la amano anzi così tanto da volerla amare talvolta anche contro natura.

A dissuaderlo dall’intento malsano di convolare a nozze dovrebbe poi bastare una considerazione di tipo logico (deducibile nientemeno da santo Anselmo), semplicemente meditando sul fatto che se la moglie fosse una cosa buona, dio probabilmente ne avrebbe una.

(Dalla prefazione)

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IL MANUALE DELLA PROSTITUTA

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summa prostitutiones

AL REVERENDISSIMO LETTORE ET ALLE

DIGNITOSISSIME LETTRICI

Essendo l’uomo composto corporalmente di un’immoterata carnis petulantia et essendo io medesimo nondimeno da sempre vinto nelle mie azioni dal dulce venenum della lussuria, oggi –24 del mese di luglio dell’anno 2001- mi accingo in confessio fidei e testamentum a lasciare le mie memorie et i miei consigli di libertino ai lettori e alle lettrici che, come me inclini al vitio a alla concupiscentia, vogliano prendere dilectatione di una donna o di un uomo. Fuori dell’ordine morale de lo mondo et esecrato da le genti in gratia di dio, fin già dall’adolescentia ho preso a saziare la fame de lo ventre. La regula di vertute a cui affidai lo corpo animale et lo destino de l’anima sua è stata e anche ora rimane lo peccaminoso piacere. Summo Bono, abominio massimo che costò meco il benevolere celeste e quello de li uomini timorati: tanto deprecato nello pubblico quanto però sommamente venerato nel secreto dei postriboli. Non l’amore: ingegnosa argomentationes per exorcizzare le sante voluttà. Errore platonico, falsitate paolina, astutia agostiniana. Immune allo delirio di onnipotenza non ho difatti mai, io medesimo meco, avuto pretenzione alcuna di essere amato e mai ho in vanitate creduto di avere lo cuore et l’anima di nessuno; in virtute et umiliate christiana mi sono piuttosto contentato di quello che a loro sta vituperato attorno. Della gioia mercenaria che le foemine immonde et abominevoli sanno tuttavia dare. Giunto oramai alla vetusta etate in cui lo vitio si fa morale (e l’azione ahimè ragione), et avendo io –puttaniere indomito e licentioso- trascorso adolescentio, gioventute, senettute e senio de la mia vita mortale ne lo piacere de lo corpo che solo acqueta la sete de l’anima, consegno aldunque alle giovini de lo mondo i secreti nobilissimi de lo amore.

In ultimo, e senza tediare oltre lo reverendissimo lettore et la dignitosissima lettrice, vorrei lasciare in memoria loro che lo scopo et il fine di questo ricettario erotico rimangono essenzialmente le litterae. Dimodoché amendue non abbiano a farsi una convintione immonda de lo sottoscritto; ricordando alle brave genti che lo manuale si rivolge unicamente alle madonne di natura vogliosissima, navigate nelle cose de lo mondo et di già esperte ne lo mestiere de lo sesso, che vogliano però accrescere in sapienza et cognitione le alchimie de l’arte amatoria. Et al moralissimo censore togato la doctrina eccellente di Santo Tommaso specificamente alla distinzione tra ens logico e reale, invitandolo a discernere nominalisticamente le cose eccitanti ma false de lo pensiero e de la parola da quelle mille fiate più noiose della vita.

Mi sia infine concessa una dedica: rivolgo lo mio pensiero a madonna Beatrice, signora di Milano, di nobili natali nonché proprietaria di beni mobili et immobili che sempre mantiene bellimbusti fascinosi ma villani e rozzi, lamentandosi poi meco de l’interesse loro. Ricordandola alla mia lectrice come esecrabile esempio di un puttanismo ignobile et inconcludente, scioccamente dispendioso, fatto più di lussuria che cupidigia.

Arrivando allo termine de la mia disamina, seppure a malincuore rispettosamente mi congedo:

Giancarlo Buonofiglio, signore di niente, figlio de lo popolo et proprietario unicamente di uno cervello.

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