SE NON CI FOSTI, IO TI INVENTAVO

L’amore non ha età

E’ commovente                                             
vederli tra la gente
mano nella mano
a dirsi ti amo
due vecchi alla posta
nella fila scomposta.

E così penso a noi
nel giorno del poi
con le teste canute
e le rughe cresciute.

Uno nell’altro in adorazione?
No, io e te con la pensione

 

Si supera tutto

Si supera tutto
soprattutto il male
quello graffia
e se non graffia non vale.
Si supera tutto
le ferite d’amore
l’ansia, le sciagure, il dolore.
Si supera tutto
il fato, il destino.
Si supera tutto
ma non il Pandino
guidato da un vecchio strano
che viaggia col freno a mano

 

Benedetto sia

Benedetto sia 
il punto, il mese e l’ora
il tramonto e l’aurora
dove t’ho incontrato
e baciato.

Tornare su quei sentieri di parole
mai nuove
sgrammaticate e violate
a lenti passi nella sintassi
a cercare il mio altrove.

Mille volte ancora tornerei.
Poi però mi hai detto “se sarei” …

 

Io, tu e le mensole

Le voci di un mondo a vivere
il rumore dal quale attingere
qualcosa che pare vero
i passi, la luna, il cielo.

E poi ci sei tu, bella come una dea
però col cazzo che ti porto all’Ikea

 

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IL PRINCIPE SENZA REGNO E SENZA VERITA’

IL PRINCIPE SENZA REGNO E SENZA VERITA’
Un funzionario illustrissimo mi ha chiesto cosa avrei fatto da qua a un anno. Lo voleva per iscritto. Voleva una conferma austera e fiscale. L’ho guardato: “Caro signore, non so cosa farò domani. Non posso prendere un impegno per uno che tra un anno sarà un’altra persona”. Il suo bisogno di stabilità mi ha fatto pensare ai mutui e a come la società ci mutualizzi. Dalla cassa mutua alla cassa da morto. Non ho bisogno della prima e non mi piace pensare alla seconda. Ma ci prendono la vita, questo sì, e la rendono immutabile. Non assumono filosofi all’agenzia delle entrate, è evidente. Lo stato nella sua magnanimità ha istituito una mutua della verità. Come per le malattie, ogni corpo è uguale a un altro; è incapace di distinguere, assimila. Cura le alterità e munisce appunto ognuno di una carta di identità. Chiede di identificarti con te stesso, di autocertificarti. La prima ordina nel disordine, il principio di ragione prevale su quello di realtà e l’ultima trasforma un individuo in un essere individuabile. L’individuabilità riconosce la difformità, ma la circoscrive e l’assorbe nell’affinità. Questa cosa il funzionario la chiamava verità. Ma la verità non mi appartiene e peggio ancora non le appartengo. Non ho quel senso della proprietà che è la continuità. Sono un principe che non ha regno, privo di casato e senza blasone. Non cammino per luoghi comuni e per quanto riconosca nobiltà alla giustizia faccio fatica ad assimilarla a qualcosa che si chiama diritto, come se avesse un principio e una fine. Non misuro il tempo secondo il prima e il poi, e non discrimino tra vero e falso. Vivo il presente e mi piace così tanto che ogni volta dico “e poi?”. Quella sintesi di attualità che definiamo vita davvero non mi basta mai. Mi ha rimproverato, il funzionario: “Lei vive nelle favole!”. Caro signore dove vuole che viva un principe, nel suo angusto domicilio (fiscale)?
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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QUELLO CHE E’ REGALE E’ ANCHE RAZIONALE

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QUELLO CHE E’ REGALE E’ ANCHE RAZIONALE

Nelle favole i significanti abitano la narrazione, s’impadroniscono e modificano il racconto, identificano e contestualizzano i personaggi, prevalicano la scena. Il principe non ha un nome e la principessa è solo temporaneamente imprigionata nel corpo di una fanciulla popolare. L’atto precede la potenza e Cenerentola era di sangue blu, anche se non lo sapeva. Difficile trovare la regalità in ambienti degradati, ma nelle favole tutto è possibile. Il tutto prevale sulla parte, svilendo però i protagonisti in una metonimia che annulla le identità. L’identità si vanifica nei processi di identificazione superiori fino ad annullarsi. Svuotata la relazione di una reale affettività e privando l’altro di una realtà ontologica, predomina il significante regale che passa da un corpo all’altro, al di là delle differenze. Non c’è alterità, la domanda si restringe in una solitudine priva di desiderio e la richiesta d’amore è mediata da un eccesso che ordina la scena. In un tale campo privo di un (reale appunto) scambio affettivo non è più il piacere, ma il potere, l’idea, il blasone a passare da un corpo all’altro. Quello che è regale è anche razionale: cenere siamo ma Cenerentola diventiamo.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

CHE GENDER…

CHE GENDER…
C’è un’oscura ideologia che non ha confini geografici e politici, attraversa la società italiana da destra e sinistra. La chiamano gender, anti-gender o controgender. Sti cazzi: non è un’ideologia razzista (o omofoba), mica usa la parola ricchione. Vorrei ricordare che dietro quella maschera di perbenismo c’è comunque e sempre la vita vera.
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ER COSO DE LI COSI

ER COSO DE LI COSI

Er coso è quell’attrezzo che poi pure non avello e ce poi vivere lo stesso. E forse a ben guardà ce vivi pure mejo. Fa perde la ragione all’ommini e le donne ce lassano er decoro. Quanno cominciano i problemi e quannn’è che te se comprica la vita, quanno er coso vole uscì pe’ cercà l’errica. E allora capisci ch’è finita, che nun hai pace pure se te piace, pecché non è una bona amica, er coso te fa vivere a fatica. Alla fine te rassegni, ce pensi, ce ripensi e poi te dici che va bene, che la vita in fonno c’ha le sue pene. E je voj quasi bene, specie se nun s’arza a fa’ l’inchino. Si chiama vecchiezza quanno ‘na mano lo pija e l’accarezza e quello nun si move e nun l’apprezza. Ma pure er coso c’ha i pensieri sui. Poi sempre circondarti dell’amici, che te fanno armeno sentire meno solo, a vorte raffinati artre villanzoni, ma lui per compagnia che c’ha, du’ cojoni?

Dai RIGURGITI ROMANESCHI (e ‘sti cazzi non ce lo metti?)

ER PRINCIPE DER FORO (e ‘sti cazzi non ce lo metti?)

ER PRINCIPE DER FORO
ER
PRINCIPE DER FORO
Me chiamano così le malelingue nun perché c’ho la parlantina sciorta come n’avvocato, che io non so dottore in legge e m’occupo di cose materiali, ma perché me piacciono l’ommini e ce lo sanno nel rione, tanto che i più me danno del ricchione. Quarcuno addirittura nella via me grida pijanculo, e nun è bello quanno lo sente mammamia. Altri so più furbi e scartri, c’è chi me fa l’occhietto, chi me dà er braccio ridenno: “permette signorina”, o quell’artri ancora che fanno l’amiconi, che poi quando me giro se grattano i cojoni. Er monno è cattivo e lo sapemo, e all’ommini je piace puntà er dito, ma noartri che corpa avemo, d’essere nati con ‘sto prurito?
 
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