“Sei cose impossibili” Tag

Il mio amico Red, stimolato da Cuoreruotante (la curiosità, lo sappiamo, è femmina) che così ha proposto: ho pensato di creare un Tag con l’augurio che, come diceva la Regina ad Alice, allenandoci giornalmente a pensare a sei cose impossibili, possiamo avere quello stimolo in più che ci aiuti a credere che le giornate, a volte, possano anche stupirci ed essere migliori delle nostre aspettative, andando al di là di ogni nostro scetticismo, mi ha invitato ad aderire a una catena di S. Antonio. Appuntare nel blog sei cose impossibili, nominando a mia volta altri sciagurati. Ognuno dei quali ha l’obbligo (altrimenti che catena è?) di inserire nell’articolo il logo di Alice’s in Wonderland, di proporre sei cose inattuabili, di nominare altri sventurati. Con l’invito ci vado a nozze (si dice così, mi pare), nei luoghi nei quali scrivo sotto al mio nome c’è anche quel che faccio: manipolo paradossi; potevo insomma non partecipare?

logo Alice1

TESI:  le cose impossibili devono essere irragionevoli, inedite e appunto paradossali. La logica si occupa della verità e a noi è invece richiesta l’incoerenza della verosimiglianza. La differenza tra ciò che è vero e quel che è verosimile è tutta qua: la cosa impossibile non è e non può essere ma quanto ci piacerebbe che fosse così come la vogliamo (svincolata dall’abitudine e dalla coerenza logica).

ANTITESI: le cose impossibili sono incoerenti. La coerenza è l’incrostazione della lingua a parlare delle cose sempre nello stesso modo. Hume e Husserl erano incoerenti, tra la parola e la cosa esiste un legame culturale e mai veramente aderente alla realtà. Ciò che reale è anche irrazionale, il buon Hegel se ne faccia una ragione.

SINTESI: impossibili, incoerenti ma verosimili insomma, come le copertine di questi libri, editi o meno da qualche improbabile editore. Ma è poi importante che qualcuno li abbia davvero pubblicati?

 

BRUNETTA (1)

 

GESU (1)

 

MALGIOGLIO (1)

 

TOMTOM (1)

 

riina (1)

 

ARMANI

Veniamo alle nomination. Lo scrivo con un tono notarile, perché non può che essere così per una catena che ha il nome di un santo. E dunque: Per l’autorità conferitami e con i poteri che mi sono stati dati, nomino e senza possibilità di appello (ma la lista presto si allungherà, perché troppi ne ho in mente)

Andrea Taglio

Ero sveglia: poi ho capito Freud

Marzia, alchimie

Alemarcotti

GengisJokerKhan

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RECENSIONE di Francesco Sansone a DIVENTARE GAY IN DIECI LEZIONI

Ringraziando Francesco Sansone per la bella recensione

del mio DIVENTARE GAY IN DIECI LEZIONI – il testo al link che segue (domani l’intervista)

Francesco Sansone, ilmondoespansodeiromanzigay

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LA STATUA DELL’IGNORANZA

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Il dito di Cattelan davanti a Piazza Affari a Milano è un esempio di come funzioni questo Paese. L’incompetenza vestita da una furba provocazione che si spaccia per cultura, i messaggi dei guru dell’arte (che a quanto pare non hanno assorbito la lezione di Truffaut: “Se devo mandare un messaggio, a quel punto invio un telegramma”) che esprimono il risentimento verso la finanza con raffinate argomentazioni. Quella scultura (non una delle più brutte) fa male a Milano, fa male all’arte e fa male pure a Cattelan. La finanza, il luogo della perdizione, del malaffare, non è diversa però dalle cene con intellettuali e assessori che da decenni sponsorizzano un signore privo di talento e qualità. Le provocazioni dada erano davvero un’altra cosa e avevano il decoro dell’onestà intellettuale; qua siamo al dadaumpa da osteria. Gretto intellettualmente, populista, retorico, tecnicamente incapace. Ma in questo Paese funziona così, vieni insignito di premi prestigiosi e riconoscimenti accademici. Deprecata un tempo, l’ignoranza è oggi un valore e si mette in mostra, tanto da farne un monumento. Ognuno fa quel che crede e si esprime come può. Il livello è quello del dito medio, deciso alle cene illustrissime con  illustrissimi uomini e nobilissimi assessorati che hanno a che fare proprio con quella cattiva finanza. Coubert a suo tempo rifiutò la Légion d’honneur, ma era un altro genere di uomo e aveva un talento vero. Le sue erano profonde riflessioni e non messaggi banali e mediocri, legittimate dalla cultura, da una reale competenza e da un indiscusso  spessore.

MEMORIE DI UNO SMEMORATO

MEMORIE DI UNO SMEMORATO
(Dai Frammenti di un monologo amoroso)

Poi un giorno cominciai a ricordare e mi dimisero. La libertà i medici la chiamano dimissione. Questioni semantiche, ma detta così fa meno paura. Insomma mi misero in libertà proprio quando riuscirono a sistemare le briglie. Ricostruendo l’Io, mi avevano finalmente dotato di uno di quei cosi elettronici che controlla i detenuti fuori dalla galera, unica libertà concessa dallo stato. Dicevano che ero guarito perché avevo un passato, ma il mio disgusto cresceva. Si erano presi cura di ciò che a loro faceva paura, non della malattia.
(Memorie di uno smemorato)

Mi chiusero in una cella con un altro smemorato. Vi farete compagnia, dicevano. Come compagno di disavventura mi avevano dato uno affetto da TGA, quindi un altro vuoto, anche più grande del mio. Smarriva il presente con la frequenza di un battito di ciglia. La cosa divertente era che si presentava ogni dieci minuti. Lo invidiavo per quel suo nascere e morire ad ogni istante.

Certe malattie sono un problema più per il medico che per il malato. Così per non deluderlo fingevo una sofferenza che non provavo.

Lei soffre di amnesia, diceva il medico. Veramente io non soffro, è a voi che rode il culo. Non la voglio la vostra memoria. Ho rotto la catena dei significanti, perché si accanisce a tenermi nella caverna?

Più di tutto mi ostinavo a non ricordare il mio nome, lo vivevo come un marchio d’infamia. Ho sempre avuto l’immagine di una scolaresca all’appello ogni volta che mi sentivo chiamare, e sempre mi veniva di rispondere “assente!”. Non ero smemorato, mi ero assentato.

Avevo dimenticato tutto. Non solo dio, che non avevo mai incontrato. Ero come uno straniero in una terra sconosciuta. Guardavo la mia gente, quella che mi avevano fatto credere fosse a me simile per abitudini e cultura arraffare anche nelle piccole cose, per poi smoccolare veleno contro chi la amministrava. Strano Paese, pensavo, tutti furbi. Non era amnesia, era disgusto per questi esseri difformi. Scordavo le mie radici e la nausea che mi procuravano.

L’uni-verso è una strada piena di divieti di accesso, con quei cartelli blu e freccia bianca che obbligano a viaggiare in una sola direzione. Io avevo preso la vita contromano. La chiamavano amnesia e invece soffrivo di una banale apostasia.

La violenza comincia quando al nostro Io viene dato un nome. Col nome diventiamo una persona e nello specifico quella e non un’altra persona. Come individui ci rendono appunto individuabili. Ho provato a spiegarlo al funzionario che era venuto a censirmi, che sono e non sono, di incasellarmi come un essere in transizione, incerto, instabile se preferiva. Ma pare che lo stato non riconosca la categoria. L’impiegato ragionava col principio di identità. E io un’identità proprio non l’avevo.

Quante piccole improbabili identità. L’identità presuppone un Io sempre uguale a se stesso. Ma io non sono sempre uguale, io divengo.

Ho un’intolleranza all’Io, mi provoca aerofagia. La causa della mia amnesia si trova nella pancia, non riesco proprio ad assimilare un’identità.

Desideravo un rapporto tautologico con me che non fosse onanismo.

Facevo indigestione dell’Io. E stavo male. Di troppa identità si muore.

Ogni volta che mi radevo affondavo il rasoio e mi procuravo piccoli tagli. Cercavo nelle gocce di sangue qualcosa che mi facesse sentire vivo e nel dolore di ricordare quella parte di me che non riuscivo a vedere. E più premevo la lama, più il bruciore esasperava una memoria nella carne. Credo fosse un modo per sottrarmi a un presente che era fatto di niente.

Mi guardavo lungamente allo specchio, specie al mattino. E non mi riconoscevo, non vedevo niente alle spalle di quell’uomo, c’era solo un incomprensibile presente. Cercavo la storia, la vita in quel volto incupito come da un dolore appena sfiorato. Sembrava sgombro di tutto, anche da se stesso. Mi piaceva, per carità ma avrei dato non so cosa per un ricordo. Non avevo memoria di nessuno spasmo; avevo davanti il nulla e, questo sì, che mi spaventava.

E alla fine del viaggio mi accorsi che non era neanche cominciato.

E’ duro guardarsi dentro e non trovare nulla.

Mi sono perso non so quante volte. Mi perdevo perché non avevo nulla da cui tornare, non trovavo nemmeno la strada di casa. Una casa è fatta di ricordi prima che da muri. E la mia era vuota, non l’avevo riempita d’amore. Mi allontanavo da me stesso e mi cercavo altrove. Non avevo dimenticato, la realtà è che non avevo proprio vissuto. E forse avevo anche cessato di esistere. Il dottore mi guardò appena, ma non negli occhi, e scrisse su un foglio amnesia dissociativa generalizzata.

Non avevo niente, solo silenzio. Il vuoto nella memoria acuiva il mio sentirmi altrove. Ero come su un’isola, ed ero solo. Non mi lagnavo, ondeggiavo anzi su una zattera piuttosto comoda. Il vociare della gente, quello sì che mi infastidiva, pareva un inutile bla bla. Ci ridevo pure delle facce che vedevo, con quelle cupe espressioni di finta allegria. Come quando in un film sfasi le immagini dalle parole, una cosa comica appunto. Sentivo di bambini che esaurivano mamme già esaurite, uomini alle prese con disturbi ordinari, che sono fastidiosi proprio a causa della lunga abitudine e dell’immancabile ripresentarsi a ogni maledetto giorno. Cosicché manco la notte li lasciavano riposare, pensavo, in attesa di vivere la stessa giornata, sempre e solo quella. Ecco il vantaggio di essere rimasto senza memoria, ogni giorno per me era nuovo. La chiamavo vita questa cosa e per loro era invece una malattia.

Non ricordavo niente. Prima dimenticavo e basta. Le chiavi di casa, la macchina, il volto del vicino che mi ostacolava il passaggio sulle scale, con quell’alito acre e violento che rendeva sgradevole il buon giorno, chiedendomi chi davvero fosse. Poi ci ho preso gusto e la cosa ha cominciato a piacermi. Entravo in una stanza, in un locale e non riconoscevo le pareti, le facce, le voci, gli odori. Era come ricominciare ogni giorno, libero dai tegumenti familiari. La sensazione di vuoto però la ricordo, e cercavo di tornare sui miei passi, interrogandomi su quante volte ero passato per quella via. Ma anche la pace che quell’assenza mi dava. Mi sentivo bene, alla fine. Senza vincoli, amici, colleghi, costrizioni parentali. E vivevo, per la prima volta, con una leggerezza che non conoscevo. Avevo lasciato il mio Io da qualche parte e non lo cercavo e non volevo trovarlo. Ero felice, il resto non m’importava.

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Alla pagina AMAZON Giancarlo Buonofiglio Frammenti di un monologo amoroso

QUELLO CHE E’ REGALE E’ ANCHE RAZIONALE

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QUELLO CHE E’ REGALE E’ ANCHE RAZIONALE

Nelle favole i significanti abitano la narrazione, s’impadroniscono e modificano il racconto, identificano e contestualizzano i personaggi, prevalicano la scena. Il principe non ha un nome e la principessa è solo temporaneamente imprigionata nel corpo di una fanciulla popolare. L’atto precede la potenza e Cenerentola era di sangue blu, anche se non lo sapeva. Difficile trovare la regalità in ambienti degradati, ma nelle favole tutto è possibile. Il tutto prevale sulla parte, svilendo però i protagonisti in una metonimia che annulla le identità. L’identità si vanifica nei processi di identificazione superiori fino ad annullarsi. Svuotata la relazione di una reale affettività e privando l’altro di una realtà ontologica, predomina il significante regale che passa da un corpo all’altro, al di là delle differenze. Non c’è alterità, la domanda si restringe in una solitudine priva di desiderio e la richiesta d’amore è mediata da un eccesso che ordina la scena. In un tale campo privo di un (reale appunto) scambio affettivo non è più il piacere, ma il potere, l’idea, il blasone a passare da un corpo all’altro. Quello che è regale è anche razionale: cenere siamo ma Cenerentola diventiamo.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

SULLA STUPIDA VOLUTTA’ DI CREDERSI A IMMAGINE E SOMIGLIANZA

SULLA STUPIDA VOLUTTA’ DI CREDERSI A IMMAGINE E SOMIGLIANZA

DISCUSSIONE DEL PROBLEMA CITATO
Da H. Arendt: “Il punto essenziale nell’idea di colpa heideggeriana è che l’esistenza umana è colpevole nella misura stessa in cui di fatto esiste”.
(Capitolo VIII del testo La vita della mente, pag. 510).

Gli disse Pilato: “Che cos’è la Verità?”
Giovanni 18, 38

I temi trattati nel testo della Arendt non si risolvono unicamente in una dimensione antropologica. Volontà, libero arbitrio, Io (inteso come coscienza, persona, tonalità emotiva, appercezione trascendentale) desiderio, motivazione, dovere e azione aprono inevitabilmente il discorso a problemi che sono di pertinenza metafisica. Se questo è evidente nei pensatori medievali (meno, per ovvie ragioni teologiche, nei filosofi precristiani) come un dato certo e dunque non sempre teorizzato con la dovuta profondità, assume da Kant in poi una precisa, e giustificata sul piano logico-ontologico, formulazione concettuale. Cominciando proprio dall’imperativo categorico.
Il mondo, le categorie trascendentali che aprono in-formandolo un mondo, viene inquadrato prospetticamente secondo le leggi e le regole della pre-visione dell’intelletto, attraverso concetti puri che appartengono ad una soggettività sostantivante. Spazio e tempo sono le condizioni della sensibilità (condizione a priori della conoscibilità degli oggetti) del giudizio sintetico, e la sintesi, in quanto attività unificatrice e schematica, formale (formalmente morale: la coscienza dell’imperativo comanda di volere secondo la forma della legge, e siccome tale legge vale in virtù della sua forma e dunque della razionalità, l’imperativo comanda la libertà; il dovere che incombe sul mio essere come progettualità mi dice che sono libero, qualificandomi come l’ente capace di trascendersi in una metafisica, di un futuro, di ek-sistere nell’aperto della Provvidenza dove il pentimento e la redenzione sono possibili e accade la Parola salvifica; sostanzialmente e strutturalmente diverso da tutti gli altri enti che sono invece condannati ad un eterno Verfallenheit, scadimento cosale-fattivo), rende possibile l’accesso (senza tuttavia farglielo cogliere conoscitivamente: l’essere è e ha da essere come problema, pulsione fisiologica e prefilosofica al trascendente; una domanda che è destinata a rimanere senza risposta, come invocazione e attesa di qualcosa che è da venire e a cui ci si può solo predisporre as-sentendo alla chiamata) alla dimensione noumenica. Di modo che il mondo della cosa in sé (il noumeno presente come enigma e problema: angoscia) che sfuggiva all’intelletto (pensabile ma non conoscibile) può finalmente aprirsi per via pratica. E’ in quanto si e-spone moralmente (= progettualmente) al suo destino prospettico, nella luce della verità (pre-parandosi ad accoglierne l’ambivalenza ontologica, oltre e al di là della sua rigidità semantica, l’oscurità dell’Erranza -che Lacan chiama “altra scena” e Popper “falsificabilità”- la dimensione del possibile che incombe nel già codificato), che l’uomo ek-siste, esiste veramente (e per Lacan, volendo citare un pensatore che fa da cesura tra Kant e Heidegger e che si è specificamente cimentato coi problemi dell’Io, solo nella misura in cui s’inserisce nell’ordine simbolico, nell’aperto che apre oltre i significati già dis-velati, per esserne casa e custode, abitato e abituato dal richiamo di quei significanti che, benché parlino un linguaggio intelligibile chiedono una pre-disposizione all’ascolto, l’assenso e la preparazione all’avvento della nuova epoca della Parola), e il sottrarsi a un tale imperativo (che è poi il richiamo dell’essere che la tradizione ha identificato nella voce del dio) e-statico comporta lo scadimento in una in-sistenza deietta che, se non smette di presentarsi come destino e chiamata (coscienza morale che impone il superamento dell’originaria condanna nello scadimento del peccato), nell’uomo comune, assume i toni della tragedia (un passato che si ripropone ossessivo come ostacolo alla realizzazione del futuro, della trascendenza simbolica da avvenire) nella patologia. Ovviamente se teniamo per buono il presupposto dell’esistenza come progettualità, del tempo come costruzione lineare dell’Io da realizzarsi nella proprietà e nel possesso (e dunque del passaggio inevitabile dalla volontà dell’Io alla volontà di potenza. Non sono naturalmente mancati i critici, e non solo di ispirazione marxista, alla generale antropologia capitalistica; si veda ad esempio la diatriba tra Freud e Jung rinvenuta nel conflitto Io-Sé). Questo per dire che lo stesso Kant, vittima dell’allucinazione morale, non meno dei suoi predecessori è rimasto fermo ad una definizione dell’uomo che si può così tradurre: “un limitato periodo di tempo collocato in uno spazio progettuale che è concepito come il luogo in cui operare per la propria salvezza”. Movimento e azione che sono, come si è detto, ridotti dalla razionalizzazione moderna fatta sul tempo a mera produttività finalizzata all’accumulo patrimoniale (incanalamento del desiderio nel consumo: motivazione di natura calvinista che induce a cercare il segno della grazia, la certitudo salutis, nell’idolatria del capitale; disperazione insanabile che ha portato ad annullare l’individuo nella proprietà, a dissolvere l’etica in un’alienante economia di mercato). Quanto detto a proposito di una prepotente priorità pratica, e dunque dell’uomo come l’ente che progetta la propria salvezza (un progetto che è però dal principio destinato al fallimento, una volontà che è rinchiusa nel movimento improduttivo di un pre- che ricade costantemente nella gettualità, e a cui è solo consentito di collocarsi alla giusta maniera nel circolo del tempo), si chiarisce al meglio nell’analitica esistenziale di Heidegger.

Anche per Heidegger, la visione non è assoluta (non è assolutamente disinteressata, ma piuttosto inserita in una dimensione vissuta e tonale, ed ha la sua ragione in una prassi che articolandosi in un sistema di enti -pragmata: come Zuhandenheit o Vorhandenheit- organizza il molteplice frammentato e originariamente disinteressato nell’ottica di un’opportunità pratica) ma si orienta secondo una precisa finalità, in un senso che si configura come un sistema interpretativo capace di inserire i simboli noumenici in un preciso ordine grammaticale finalmente comprensibile (agendo e lasciandosi agire da essi). Questa finalità, principio e fine del circolo ermeneutico, storico prima che ideale, è una finalità di tipo morale. Acquista cioè una forma e una struttura unificante, ossessivamente circolare (cosa che accade anche in Kant in una disarmante circolarità della Ragione: dall’uomo -le idee- al dio per poi ritornare nell’uomo -i paralogismi- per postularvi i principi metafisici. Una grandiosa illusione trascendentale del dovere -se devo, devo volere qualche cosa e questo qualche cosa è già implicito nel dovere stesso non potendo la volontà volere ciò che non esiste- che è però divenuta fatale in epoca cristiana). Nel senso che il problema non è tanto quello di uscire fuori dall’inferno del circolo ermeneutico-morale, quanto piuttosto starci dentro alla maniera giusta: orientati, e-sposti pro-gettualmente, liberamente collocati (è in questo senso che Heidegger identifica l’essenza della verità nella libertà concepita come lasciar essere) nell’aperto di un non-senso, o di un pre-senso, che chiama all’evocazione e all’ascolto di una Parola che precede anticipandola, per poi finalmente chiuderla, la storia dell’uomo; un mandala della Ragione (una specie di cerchio magico: e infatti dio, l’anima e la libertà prima che una realtà extramentale sono idee, tonalità del pensiero funzionali all’economia emotiva) che preserva l’Io dal pericolo dispersivo dell’entropia (frantumazione dell’Io, il corpo senza organi di Lacan), e in esso dalla tentazione apostatica del nulla.

La morale è uno strumento di salvezza per sottrarsi a quell’incidente prospettico che è il peccato (ogni coscienza è coscienza morale e la morale nello sdoppiamento ottico, nel giudizio di Sé, presuppone una cattiva coscienza): la mondanità è costituita da un tessuto di rimandi, da una rete di enti che hanno il carattere dei Zeuge (di mezzi o oggetti ad uso-per, di un’utilizzabilità globale finalizzata per scopi che trascendono il mezzo e l’oggetto stesso), da una maglia di oggetti culturizzati (il martello è un oggetto che si usa-per inchiodare, la sedia un oggetto che si usa-per sedersi e non per altro) che cospirano alla realizzazione di uno stesso fine pragmatico (ad una totalità di opportunità, Bewandtnis, intesa come principio organico e funzionale del molteplice esperito); il mondo-circostante (Um-welt) è non di meno un tessuto storico-culturale che ruota significante-significandosi attorno (deformandosi antropocentricamente nella dialettica dell’in-grazia-di e dell’in-vista-di) ad un Chi, ad una soggettività (un a-che-fare-primario) che è la Ragione (sufficiente) ultima significante, condizione di possibilità ontologica e fondamento (l’uomo latore di una metafisica dei costumi, attraverso la quale offre un sistema compiuto dei doveri quali regole generali per l’agire) dell’insieme concettuale dinamico (come significatività, Bedeutsamkeit) che si va realizzando orientando la prassi verso una totalità pratica. Gli enti, qualunque essi siano (anche e soprattutto i segni, che si presentano come enti allamano estrapolati però dal contesto meramente pratico), non sono degli oggetti privi di significato, una semplice-presenza aliena da una progettualità, ma richiami ed esortazioni (processo metalogico che, simile a quello kantiano, chiede la libera adesione: adeguazione della volontà alla forma della legge -devi perché devi!- nella sua capacità di determinare i concetti di bene e male) ad organizzare l’insieme dei rimandi secondo proiezioni e prospettive pragmatiche, per la realizzazione teleologica di uno scopo (come Cura, Sorge; presente anche nelle parole kantiane: “Agisci in modo che il libero uso del tuo arbitrio possa coesistere con la libertà di ognuno secondo una legge universale”) che va oltre la singola individualità, verso un’etereogeneità (simbolica: come risposta ad un appello) di fini. La totalità di opportunità (Bewandtnisganzheit) non è quindi nulla di intellettuale, non può essere conosciuta noumenicamente da nessuno, ma si rivela piuttosto all’unilateralità dell’intelletto nel fenomeno della significatività (l’opportunità vista e pensata si chiama significatività). La priorità spetta perciò alla dimensione pragmatica (metafisica dei costumi come scienza pura della condotta umana; finalità morale intesa come progetto d’utilizzabilità, principio e fine del processo conoscitivo, come avanti-a-sé-essere-già-in-un-mondo) da cui unicamente può nascere quella teoretica. Come dire: delle cose noi, in quanto da sempre già-presenti interessati nel mondo, immersi nel trovarsi tonalizzato (Stimmung) di un’atmosfera familiare pre-teoretica, in un linguaggio che precede e struttura il materiale simbolico che informa le capacità intellettive di ognuno, abbiamo una precisa percezione della significatività globale prima ancora di comprendere i singoli significati, mentre i singoli significati è solo collocandosi nella dimensione pre-intellettuale di un ente capace (come condizione di possibilità: l’esserci è infatti l’ente che ha la priorità della decisione, di programmare e-sponendosi il suo futuro, l’ente che ha-da-essere in un’esistenza non priva di pericoli e difficoltà, quello che per realizzare il proprio essere ne-va-di, mette in gioco la sua stessa vita) significarli interpretandoli, che possono a loro volta assumere una dignità ontologica, un senso. La dinamica è quindi duplice: non solo l’esserci è Woraufhin, ciò in-vista-di-cui viene dischiuso un mondo, l’orizzonte di senso in cui si mantiene la comprensibilità di qualche cosa, ma la stessa apertura (Offenheit) in cui un mondo può per-venire ad una totalità simbolica che richiama evocandolo (come avviene nelle ritualità di massa che sono una specie di preghiera collettiva; da intendersi come la trascendenza di un linguaggio che si pre-dispone all’ascolto della Parola, una forma di estasi e dunque il principale modo di ek-sistere proiettivamente-moralmente operando per la propria redenzione: dove la Parola è sottratta all’immobilità della morte e la Verità recupera la sua ombra, l’Errore, in un mondo che si presenta come il luogo di libertà in cui accade l’avvento della salvezza) il progetto di una collettività che ha il nome profilattico (= strumentale, antientropico e unificante. E Dio è infatti propriamente una funzione logica in quanto consente il passaggio dialettico del Figlio nel suo individuarsi nel Nome-del-Padre, e una funzione ontologica in quanto immette l’immaginario dei significati già dispiegati nel
simbolico dei significanti ancora da avvenire, nell’epoca propria dello Spirito) del divino. Siccome però si è stabilito che la situazione fondamentale di questo ente particolare che si pone la domanda sull’essere è il trovarsi immerso in una dimensione che trascende la sua storia individuale (la libertà morale -la volontà- come pura e spontanea attività intellettuale, segno di quella metafisica alla quale l’uomo appartiene), in un senso che è il luogo della sua dimora abissale (da ricercarsi piuttosto però in una specie di sprofondamento nel linguaggio inteso come il luogo della memoria del Sé, nei simboli e miti che precedono ontologicamente la sua determinazione storica), il problema della comprensione (che precede il volere, dovendo essere la cosa voluta in qualche modo già conosciuta) viene a risolversi tutto in una pre-comprensione (un pre-volere) che è appunto un trovarsi a comprendere (a volere), in un comprendere che è situato-gettato da sempre in una Stimmung; ovvero in un’atmosfera generale di simboli che, per quanto inafferrabili intellettualmente, dominano e orientano dall’interno la mente e le sue funzioni. Nel senso che la visione, la quale sola può dar luogo ad una comprensione, è sempre strutturalmente condizionata e predeterminata (processo a cui per Heidegger va soggetta la stessa volontà) dalla familiarità con una pre-comprensione che la precede orientandola (“Edipo tiranno moderno!”, dirà Deleuze ammonendo di diffidare della vecchia mitologia che stava riproponendo in chiave laica e scientista -Lacan- il concetto di peccato), facendole venire incontro quegli enti che sono propri dello specifico di un interesse, di un’ottica angolare per quanto dilatata e ampia (e quindi la coscienza strutturante del peccato mette ad esempio in luce, oscurandone altri, quegli enti e quell’organizzazione semantica che è funzionale al suo orizzonte prospettico -dittatura semantica-; mentre ogni decisione assume non di meno il carattere della con-versione e quest’ultima a sua volta di un rovescio epocale nella storia dell’esserci). La visione vede solo degli aspetti ed ordina il veduto secondo una pro-spettiva (un oggetto è assunto come uso-per, per un uso particolare, è riconosciuto in-quanto rimanda a qualcos’altro che lo trascende significandolo; si colloca perciò in uno spazio di senso e in un ordine significante che com-prende l’uomo come il mondo e il mondo come dio. Ne consegue che per il penitente -l’ente morale- l’oggetto, su cui incombe con la sua intenzionalità, viene a significarsi come un artificio con cui progettare la propria redenzione, e il mondo uno strumento escatologico per la sua soteriologia morale) che si articola nella struttura fondamentale della Spectio che è la storia stessa non scritta dalla specie umana, ciò che la storia pro-gettante chiede e consente di vedere nella costruzione teoretica di un mondo. E’ dalla Spectio (Sicht) che deriva il fenomeno specifico della conoscenza, e la conoscenza a sua volta non è che un restringimento ontologico di quella che Heidegger chiama Umsicht del Besorgen, della circospezione del procurare che corrisponde all’a priori pratica di un mondo, ad uno sguardo totalizzante e finalistico (morale) dell’intreccio relazionale dei rimandi e dell’opportunità che li ordina interpretandoli. Questo per dire che la prassi visiva non vede in nessun modo il tutto (l’in-quanto -l’Edipo, il male, il peccato, la colpa-: la pluralità delle cose viene raccolta in un uni-verso, secondo un angolo prospettico), ma ha una vocazione al ritaglio semantico; guarda vedendo però solo degli aspetti (come il giudizio predicativo delle scienze). Noi, in quanto enti che avvertono il peso dell’essere come possibilità di un problema da progettare (priorità ontologica dell’imperativo categorico nel rigorismo etico del dovere) da convertire storicamente in un’epoché linguistica, siamo già da sempre pre-determinati, costituzionalmente assegnati e anticipati da un’ottica pragmatica (i cui aspetti principali si delineano come Vorhabe, Vorsicht, Vorgriff, ossia come pre-possesso, pro-spezione, e pre-concetto) che dirige deformando la dimensione della possibilità secondo quella struttura del comprendere che è la Spectio, e che corrisponde alla pratica del mondo, al pro-curare pragmatico che seleziona (lasciandoli venire incontro, Begegnen lassen) dalla radura (Lichtung, chiarìta) dell’essere quegli enti che sono necessari alla realizzazione di una contestualità assolutizzante. Di una finalità. L’esserci è una polarità ambigua, un pro-getto deietto: progetta ma progettando in avanti ricade inesorabilmente indietro, in un pre- (Vor) che chiede e consente di vedere (vede ma non vede imbrigliato com’è nella luminosità chiaroscurata -Lichtenden Bergens- della sua circolarità scaduta; condizione passiva e sofferta che ricorda il travaglio di una fede che non riesce ad evadere dalla dimensione ombrosa del peccato, dalla coscienza morale), di costruire un futuro che è già da sempre pre-determinato da un passato che ritorna ossessivo, e che si serve dell’esserci per realizzare in-formandoli principi storico-epocali scritti nel libro generale dell’essere, o se si vuole della natura.
La visione è un vedere quello che si è già visto, e il già visto (l’orizzonte mitologico dell’Io, conservato come una specie di traccia culturale che si va a collocare nell’istinto produttivo di una specie con-dizionandola dal principio) può configurarsi come tale, apparire, solo se è presente un fondamento ottico (dio, la legge), un cannocchiale (l’in-quanto della visione che è da intendersi come l’in-quanto del linguaggio nel suo passaggio alla comprensione) capace cioè di ricondurre aprendoli alla visione (e dunque alla comprensione teoretica e creativa) i fenomeni vissuti dall’esperienza emotiva. Se manca il noumeno aprente-significante (dio come rimando finale -àgape-, e dunque ragione ultima delle cose intese come strumento escatologico morale) viene meno anche il fondamento ermeneutico artefice della svelabilità di un mondo; e il mondo (che un esistenziale, una struttura dell’esserci), privo di un’intenzionalità pro-gettuale e prospettica, non può che vanificarsi nell’abisso di un vuoto più grande, sprofondando in un orizzonte sfumato e privo di un confine; senza più un Chi, un Io sintetico-utilizzante a cui fare riferimento (e senza un dio fondante, causa ultima che da sempre lo precede, il mondo può davvero reggersi sul nulla, o non sprofonderà piuttosto in un’eterna caduta, in un eterno ritorno? Morto dio muore anche la legge, anche questo è deducibile dall’autonomia della legge kantiana che non a caso fatica a rimanere in se stessa). Inabissandosi il non senso dell’uno nel non senso dell’altro, senza appunto entelechia morale (ma già Kant aveva individuato le conseguenze di questo pensiero: la priorità ontologica spetta all’imperativo categorico, che si presenta come fondamento della legge proprio in quanto privo di fondamenti; è l’ultima delle cause, autonoma e dunque incausata e ingiustificata, un atto di fede). La Ragione, possiamo dire con Kant, non è in nessun modo primariamente pura, in grado cioè di varcare assolutizzandosi i limiti dell’esperienza fenomenica, ma è soprattutto pratica, autonoma e sufficiente da sola a muovere, nell’imperativo categorico, la volontà (volontà pura che trascende informandolo il fenomeno) e l’azione morale. Processo meta-logico che libera l’uomo dal determinismo meccanicistico (indipendenza della volontà dalla legge naturale dei fenomeni; ma anche indipendenza dai contenuti della morale stessa, che sola fa essere il bene come bene morale e il male come male morale) facendone causa e sintesi noumenica. Il problema strutturale è perciò chiaro: la legge morale (o Nome-del-Padre, come la chiama Lacan) non dipende dal contenuto perché è già contenuto esso stesso (non ha cioè bisogno di essere pensata o giustificata, è un dato di fatto che ha la sua motivazione nella libertà, nel senso che se non supponiamo l’a priori della libertà non possiamo in alcun modo giustificare la presenza del dovere), fondamento ultimo che vale proprio in virtù del non avere altra ragione oltre la forma della legge, dalla sua razionalità (l’imperativo comanda di volere secondo forma la libertà ed essa si delinea quindi, pur rimanendo sconosciuta nella sua essenza, come la dimensione metafenomenica -giudizio sintetico a priori- che dà un senso a tutto ciò che riguarda la sfera della morale). E’ forma, razionalità pura, funzione logico-ontologica che determina a priori i concetti di bene e di male de-finendoli come tali. Apertura semantica e senso significante del materiale fenomenico esperito. Come dire: l’imperativo precede la teoria e la stessa visione teoretica orientandola nella dimensione morale, e senza questa determinante funzione deuteronomica non è possibile solo un’ermeneutica e una visibilità delle cose, ma la stessa ontologia (il mondo intelligibile che sfugge alla ragion pura, e che si presenta alle idee della ragione solamente come un’esigenza trascendentale, è invece accessibile per via pratica. Dio, l’anima, la libertà devono essere ipotizzati per dare un significato ad una legge morale che ha la sua causa ultima nella libertà). Oltre il fondamento morale non si apre che lo s-fondamento del nulla, il disorientamnto di un vuoto (grund) che più non consente una comprensione del mondo né tanto meno la sua operabilità, e chi prova nel salto verso la dimensione angosciosa del non-senso (o del pre-senso: al di là del bene e del male) finisce inevitabilmente tra le braccia (è propriamente dis-orientato) di Dioniso: con-segnandosi come Nietzsche nei roghi del nulla, dove non ha voce che il vuoto dell’assenza e la domanda (“perché l’ente e non piuttosto il nulla?”) è destinata a rimanere senza risposta (in un fondamento che è ad un tempo l’assenza del fondamento; questa è la notevole intuizione kantiana: dio, immortalità dell’anima, libertà non hanno altra Ragione che nella Ragione stessa. Esigenze strutturali che solo per Errore diventano dialettiche e che è necessario postulare affinché ogni cosa abbia un senso: l’ipotesi di un dio che adegui il grado della felicità a quello della virtù, la necessità della volontà pura come causa libera, l’anima quale attuazione infinita del rigorismo morale). Nel non-senso dell’angoscia che si configura come il pre-discorso di una Parola che non e-spone in un’apertura già dischiusa (fenomeno che Schopenhauer chiamerebbe “rappresentazione” e Nietzsche “apollineo”), ma che apre all’apertura stessa (che il filosofo di Danzica definirebbe “volontà” e quello tedesco “dionisiaco”), s-coprendo una Verità da sempre dis-velata sul Sinai non ancora contaminato dalla morale; l’estasi del silenzio quale trascendenza ultima di un linguaggio che è più simile alla risposta di un appello che ad altro, alla dimora originaria degli dèi verso cui da sempre siamo in cammino. Nel suo percorso che tende a conciliare soggetto e predicato, e ad annullare la differenza ontologica tra l’uomo e il dio (Hegel) la libertà si pone come uno dei momenti più alti, storicamente determinabile (in Hegel con l’epoca illuministica, in Heidegger con la Kehre, con l’avvento di un radicale rovescio temporale). Da Kant addirittura concepita come la più alta delle idee della Ragione, di cui conosciamo a priori la possibilità e dunque la condizione di una legge che rivendica nel formalismo etico la conformità alla norma. Non l’uomo però la possiede (questa è forse la più significativa delle intuizioni heideggeriane, derivata dall’epoca della tragedia) come cosa tra le cose, ma è piuttosto l’uomo stesso ad esserne una proprietà, a collocarsi (nel breve spazio di una vita che può al limite illudersi di giocare un ruolo determinante, appropriandosi-espropriandosi di una Verità che si serve della Parola parlata per annunciare principi che appartengono alla natura dell’essere) nel suo orizzonte semantico che (in Kant) fa da cerniera tra la vita e pensiero, sensibile e metasensibile, il piano logico e quello ontologico. Fenomeno che si può chiamare in molti modi, ma che comunque si consuma nel prospetto del sacro. Nella radura della libertà è possibile esistere coscientemente, pre-disposti all’ascolto dei significanti e dunque in cammino per accogliere e custodire quello che vine detto e annunciato; o rigidamente (per dovere), assolutizzando i principi che la Ragione (spinta da un interesse e da un’ottica essenzialmente produttiva: totalizzando quegli aspetti della contestualizzazione globale che sono funzionali ad un interesse specifico e divenuti perciò epocali, de-terminanti e uni-versali; da cui il rapporto stretto rinvenibile tra la coscienza morale e il bisogno calvinista dell’accumulo e del possesso, tra l’angoscia e il consumo, l’ossessione e la proprietà) ha trovato per uniformare l’ambivalenza e la polifonicità primordiali alle esigenze codificate dal principio di identità (la rigidità dell’Io in conflitto con la plasticità del Sé). Per sottrarsi a quest’ultima dispotica eventualità (che da sempre risponde con inaccettabile arroganza “perché l’ente è un bene!”), si può cominciare a sfidare il destino per tornare alla casa del linguaggio, alla ricerca di quella terra che da sempre custodisce il senso del mondo e che rappresenta la nostra storica e materialistica aurora.

Per concludere: i temi proposti sono dichiaratamente mirati a dimostrare l’assoluta priorità dell’uomo sulla natura e sulle cose (come condizione di possibilità). Questa priorità, benché non assolutamente teorizzabile, è celebrata oltre misura in Kant. Nell’uomo rispetto alle cose della natura c’è un incontenibile pulsione a trascendersi (la prova è data proprio dai concetti di volontà, libero arbitrio, dovere che sembrano trasumanare l’individuo in una metafisica della Ragione) nella visione teleologica di un mondo che si presenta alla comprensione come strumento per una soteriologia morale, da plasmare (con l’obbligazione del dovere: il sacrificio paolino nella fatica e della pena; la contemplazione di Sé nella penitenza quotidiana della misura e del limite = castrazione e ossessione) demiurgicamente per la propria salvezza. L’uomo è qualcosa di diverso e nobile, però chiaroscurato (pro-getta) nel suo delirio di onnipotenza, dall’ombra di una coscienza che lo pone a metà strada tra il bene e il male, il divino e la bestia; ben visibile nell’idea di finalità implicita a priori nel soggetto nel suo sostantivare (sostantivazione di emulazione biblica che tradisce una pericolosa volontà di potenza che ha fatto del risentimento e del dolore una virtù: capace di porre l’uomo in un universo antropocentrico che non smette di ruotargli attorno alla ricerca di un senso; non solo causa tra le cause ma Ragione ultima fondante delle cose) l’oggetto (attribuendogli uno scopo e un fine) in una dimensione appunto lineare-temporale (il giudizio riflettente: estetico e teleologico). La “rivoluzione copernicana” ha certamente rivoltato il mondo, dandogli una prima decisiva umiliazione, ma ha ad un tempo contribuito ad alimentare la follia di un ente morale, l’esserci, che ha creduto dall’alto della sua cattiva coscienza di poter salire sul trono, se non della creazione, comunque del fondamento. A immagine e somiglianza: un dio minore legislatore ma anche ridicola entelechia delle cose terrene, che come nell’universo aristotelico-tolemaico non smettono di ruotargli attorno significandosi e assumendo un senso. Dato il presupposto divenuto epocale di una morale che ha detto “no” alla vita e di una volontà non meno distruttiva e vendicativa nella dinamica del “vorrei-ma-non-posso” (la volontà dell’uomo di fede: posto a metà tra l’animale e dio e alle prese con la coscienza della morte, nel suo interminabile Golgota di sofferenza che lo porta a sacrificare quei beni della vita che sono i piaceri, e che gli antichi chiamavano felicità), il passaggio dalla volontà alla volontà di potenza sembra quasi obbligato nella concezione lineare del tempo, e raggiunge uno dei momenti più alti nella Tecnica (= volontà di volontà, volontà di sottomettere il mondo al proprio potere -il capitale come strumento di dominio-, la cui fine può delinearsi solo nella distruzione totale). A immagine e somiglianza, appunto; custode della Parola (che, nel delirio escatologico, da sempre dice “non desiderare!”). Un dispotismo concettuale su cui può storicamente fondarsi il pericolo reale di una tirannia (le cui premesse sono nell’obbligo morale della redenzione da compiersi sacrificandosi nel mondo, inteso come il luogo in-vista-di-cui operare espiando per la propria salvezza: e-sposizione morale-progettuale in una specie di calvario della Ragione che interviene con prepotenza nella dialettica servo/padrone), a cui non si sottrae il mondo cristiano (che ha saputo con arroganza inaccettabile appropriarsi della Verità) inteso come il termine ultimo di un grandioso sillogismo in cui si giunge a superare la differenza ontologica tra soggetto e predicato, l’uomo e dio (Hegel); e dunque a rovesciare i principi teoretici precedentemente elogiati (la liberà) nel loro opposto. Non così in una visione circolare della storia in cui il volere vuole il futuro ricadendo però insistentemente in un passato che non smette di riportare l’uomo nella sua situazione naturale, che è poi in ultima analisi l’inevitabile condanna nella morte. Dal cielo alla terra: nella disperazione insanabile in cui il volere, l’agire, il fare nulla possono sui piani della Provvidenza (eccetto ricercare i segni che sono il simbolo della destinazione al cielo: calvinismo e capitalismo; dove la proprietà è una specie di ipostasi dell’Io, un cerchio magico che mentre da una parte alimenta il suo delirio di onnipotenza, dall’altra magicamente lo protegge esorcizzando la cattiva coscienza), che non smette di riproporre il passato della gettualità colpevole dell’essere con-dannato come cosa tra le cose.

La chiusa è allora obbligata: così come la legge morale per quanto autonoma e indipendente presuppone un dio nomoteta che la giustifichi, non solo come causa ultima ma come principio architettonico (ed è a questa interiore esigenza della Ragione che le chiese devono la loro fortuna), non di meno la legislazione divina presuppone una perversione dell’essere, una colpa radicale. Ad ognuno è superficialmente consentita la possibilità della scelta, una scelta che è però in qualche modo obbligata e precondizionata dalle circostanze e dagli eventi. La volontà ha una sua precisa dignità “psicologica”, nella possibilità della redenzione (problema psicologico prima che teologico) a cui rimanda, ma è altresì costretta a muoversi in quell’orizzonte del possibile che rimane una costante riproposizione del già-stato (scrive la Arendt citando Nietzsche. “La volontà non riesce a volere a ritroso, non può arrestare la ruota del tempo… Io-voglio e non-posso, da tale impotenza il filosofo fa derivare ogni umana malvagità: il risentimento, la sete di vendetta, la sete di potere dominare gli altri”). E’ pertanto un concetto positivo e rivolto indissolubilmente ad un interesse pratico, nella ricerca necessitante di un Bene di cui si deve partecipare ogni singola individualità. La Arendt, impegnata nella rivalutazione delle categorie politiche con l’intenzione di sanare il dissidio agostiniano tra le due città, la filosofia e l’essere-nel-mondo (una proposta filosofica in grado di conciliare il pensiero con le altre facoltà spirituali -il volere e il giudicare- e con l’azione), e dunque lodevolmente interessata a ricondurre ognuno difronte alle responsabilità oggettive sulle scelte operate in campo etico (la coscienza ad esempio davanti al dramma antisemita o l’assenso dato ai regimi totalitari fascista-nazista), sembra avere in parte accantonato le aporie teoriche e strutturali non secondarie (ineliminabili; vedi Schopenhauer Sulla libertà del volere) che nascono dalla riconduzione del fenomeno della volontà (resta infatti un concetto di natura nascostamente giuridica e penale, funzionale all’ordine sociale, ma di difficile collocazione in ambito ontologico. Non così ovviamente ragiona il “potere”, che si serve di un’argomentazione brutalmente paralogica: se infatti non foste individui liberi non si potrebbe giudicarvi, e poiché sempre venite giudicati per quello che fate allora dovete essere necessariamente liberi. Logico. E’ un sillogismo elementare, come si fa a non capirlo?) ad una noumenica libera possibilità di scelta. Il dubbio infatti rimane e non sembra facilmente risolvibile: non sarà in qualche maniera obbligato l’assenso di una persona a cui si chieda di scegliere tra una vita che si prospetta felice (se vogliamo, e non è comunque determinante, di una felicità che non inquini e non entri in conflitto con quella degli altri), ricca, sana, bella? Piuttosto che infelice, povera e malaticcia. Non sarà un banale errore della Ragione il suo rifiuto, ignoranza, o più semplicemente follia?

Con queste parole non si pretende certo di chiudere un problema secolarmente aperto nella sua implicita contraddittorietà. Il concetto fondamentale di libertà, senza il quale non si spiegano la volontà e il dovere, ha infatti una storia millenaria ed è di difficile formulazione concettuale: in Socrate è la finalità di un cammino che la presuppone come combustibile da bruciare nell’esercizio maieutico, in Spinoza addirittura paradossalmente inserita come necessità in un ordine di cose che tutto prevede meno che il libero arbitrio, in Heidegger come essenza stessa della Verità (in quanto lasciar essere nell’aperto dell’essere), una specie di non libertà, uno storico fenomenizzarsi di un principio del tutto ateoretico più simile ad un luogo vissuto, emotivo e tonale che ad una vuota e astratta verbosità. In Fichte sarà addirittura l’essenza dell’infinito stesso, la ragione morale del non-Io quale continua e perenne attuazione (un infinito porre il non-Io per superarlo all’infinito), dio come ordine morale del mondo. Ma questa, si sa, è un’altra storia.

NB. Per una scelta stilistica (discutibilissima, per carità) scrivo la parola “Dio” in minuscolo.

In MANUALE STORICO CRITICO DI PSICOANALISI

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