LA STATUA DELL’IGNORANZA

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Il dito di Cattelan davanti a Piazza Affari a Milano è un esempio di come funzioni questo Paese. L’incompetenza vestita da una furba provocazione che si spaccia per cultura, i messaggi dei guru dell’arte (che a quanto pare non hanno assorbito la lezione di Truffaut: “Se devo mandare un messaggio, a quel punto invio un telegramma”) che esprimono il risentimento verso la finanza con raffinate argomentazioni. Quella scultura (non una delle più brutte) fa male a Milano, fa male all’arte e fa male pure a Cattelan. La finanza, il luogo della perdizione, del malaffare, non è diversa però dalle cene con intellettuali e assessori che da decenni sponsorizzano un signore privo di talento e qualità. Le provocazioni dada erano davvero un’altra cosa e avevano il decoro dell’onestà intellettuale; qua siamo al dadaumpa da osteria. Gretto intellettualmente, populista, retorico, tecnicamente incapace. Ma in questo Paese funziona così, vieni insignito di premi prestigiosi e riconoscimenti accademici. Deprecata un tempo, l’ignoranza è oggi un valore e si mette in mostra, tanto da farne un monumento. Ognuno fa quel che crede e si esprime come può. Il livello è quello del dito medio, deciso alle cene illustrissime con  illustrissimi uomini e nobilissimi assessorati che hanno a che fare proprio con quella cattiva finanza. Coubert a suo tempo rifiutò la Légion d’honneur, ma era un altro genere di uomo e aveva un talento vero. Le sue erano profonde riflessioni e non messaggi banali e mediocri, legittimate dalla cultura, da una reale competenza e da un indiscusso  spessore.

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NO GRAZIE, IL CAFFE’ MI RENDE NERVOSA

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NO GRAZIE, IL CAFFE’ MI RENDE NERVOSA
La favola si struttura intorno a una mancanza. Quando l’assenza diventa assoluta matura una tautologia nel discorso che non fa confluire più il soggetto nel predicato. Subentra l’onanismo affettivo, più feroce e rigido di quello sessuale. Si tratta di un silenzio nella domanda, una voce che ha smesso di chiedere all’altro qualcosa di sé. Nella sua solitudine l’Io muove a un nuovo ordine, in cui a determinare i confini della relazione è la chiusura del piacere in un corpo non più accessibile all’Altro. Si comincia a dormire di spalle, le labbra non si cercano nella notte e i piedi gelano ai fianchi come qualcosa di estraneo e fastidioso. I miracoli mattutini diventano rari e la canadese fatta col lenzuolo si trasforma di in un igloo. Il sonno prende sempre più il sopravvento e quando la principessa dice: “Amore, posso fare qualcosa per te?” Il principe risponde: “Il caffè!” Funziona così. Ti accorgi che la favola è finita dalle tazzine di caffè che bevi al mattino.
(Da Per me Bincaneve gliela dava ai sette nani)

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MISS ITALIA: SE IL PAESE VA A PUTTANE…

SE IL PAESE VA A PUTTANE E SONO TUTTE A CASA TUA, FATTELA UNA DOMANDA…

Tante, troppe polemiche su una ragazza uscita vincente da un concorso di bellezza, di per sé vecchio e inutile. Gli intellettuali sbandierano il gonfalone dell’intelligenza e della cultura, le donne politicamente impegnate sono indignate, le femministe di ritorno scioccate. Guardiamola bene l’intelligentia italiana. Ricordo Lucio Colletti, studioso di tutto rispetto e marxista abbracciare il nuovo che avanzava (e il nuovo era Berlusconi), giornalisti lacchè deflorati per deontologia, Rutelli che appendeva il cappio in Parlamento nel nome della laicità dello Stato e che pro beneficio è diventato un integralista alla Torquemada, Dalema che passa per essere l’uomo più intelligente della politica nostrana, le cui profezie sono rimaste proverbiali (ad ogni elezione dal 1994 in poi se ne usciva con la frase: “l’Italia finalmente si è liberata del Giullare”, puntualmente smentito dai fatti, tanto che ad ogni vaticinio mi toccavo). La laicità dello Stato, argomento fondamentale, nessuno ne parla, pochi la vogliono. Si discute invece di una bella ragazza che incespica nell’italiano, non di migliaia di persone che ogni giorno sono mutilate nel diritto e nella dignità. Di mignotte in questo Paese ce ne sono eccome, ma non stanno sul podio di Miss Italia. Raccontano favole e lo sappiamo, ci vuole però la faccia tosta per trasformare Cappuccetto Rosso nel Lupo Cattivo. In Italia si va a puttane, è lo sport nazionale, ma di notte quando la moglie dorme e il prete è in sacrestia. Tanta troppa morale da parte di un Paese che ha il tasso più alto di evasione e che in Europa (per questo e non certo a causa di una bella figliola) è rimasto ai margini del diritto e della civiltà.

(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

MA SE TI BACIO, DAVVERO DIVENTI UN PRINCIPE?

Le favole sono strutturate secondo dicotomia, bene male, povertà ricchezza, con una banale assimilazione della bontà alla bellezza. Si rivolgono a chi ha bisogno e il bisogno crea il desiderio. Desideriamo ciò che non è, quello che non siamo. Anche Cenerentola nella sua apparente indolenza desidera quello che non ha. La mancanza non solo completa la narrazione, ma ordina la scena e dà un senso e un contenuto alla storia. Lo stesso accade al Principe, che difatti di norma è alla ricerca di una bella e buona popolana. Genuinità che evidentemente manca a corte. Più cresce la consapevolezza di tale assenza, che è un vuoto nel nostro essere, più l’eccitazione dilata l’Io. Il desiderio è consapevolezza di una mancanza e non può esserci erezione senza questo stato nella coscienza. Per metonimia un bacio non è solo un bacio, è una malia, un incantesimo, una magia. Una metafora sessuale (che brutta parola). La parola desiderio – dal latino de-, e sidus, stella, significa “smettere di guardare alle stelle in modo augurale per trarne auspici”. Richiama più alla distanza tra il soggetto e l’oggetto del desiderio, che alla natura dell’oggetto. Il rospo deve diventare un principe, con tanto di calzamaglia, pantofole e immondizia da portare la cassonetto. Confinato nel contesto del piacere e del dolore, ognuno tende  a costruirsi quell’universo di significati che chiamiamo favola. La favola assorbe il desiderio e lo confina in un bacio, assorbendolo e detonandolo in una storia. Come appunto diceva quella nobildonna “Una donna ci mette vent’anni a fare di suo figlio un uomo, a un’altra bastano cinque minuti per farne un cretino”. Non mi soffermo sulla capacità erettiva del blasonato, ma avrei molto da dire.

(Da Per me Biancaneve…)

MANIFESTO DEL MOVIMENTO DISARMONICO

MANIFESTO DEL MOVIMENTO DISARMONICO

Noi, uomini e donne che aderiamo al manifesto siamo per il disordine, la cattiva sintassi, i paradossi concettuali, gli ossimori lessicali, le aritmie estetiche. Siamo per i linguaggi non convenzionali (e non convenzionati) nell’arte, nella scrittura, nella vita. Noi, uomini e donne del Movimento Disarmonico, rifiutiamo il logos e la teleologia semantica, la logica lineare, l’universo nei significati codificati unidirezionati e ci impegniamo per un’estetica nell’arte come nella vita di tipo circolare, chiaroscurale, gastrointestinale. Aderiamo a una ricerca superficiale, ottica, destoricizzata e decontestualizzata. Siamo per la cattiva digestione culturale, ascoltiamo le peristalsi dell’occhio, sosteniamo l’iperacidità e anzi la promuoviamo come un fatto di coscienza. Difendiamo il brutto, l’osceno, il satiro in tutte le sue forme. Non siamo DADA né DADAUMPA. Diffidiamo della parola “cultura” poiché siamo per una coltivazione manuale e contadina del sapere, diffidiamo della morale e delle sue storture epocali, diffidiamo delle aberrazioni concettuali e delle distorsioni metafisiche. Noi esseri disarmonici ci dichiariamo cultori dell’insuccesso, del fallimento, di un politeismo antropologico libero dai confini geografici, ideologici e temporali. Difendiamo il corpo e la carne in tutte le manifestazioni, anche patologiche, la mente nelle devianze, il pensiero paralogico. Aborriamo la lingua nella sua attuale codifica, la bellezza nelle transustanzazioni dell’Io, il diritto consustanziale all’economia. Crediamo nell’etica di Topolino più che in quella di Croce o di Marx, crediamo che i Puffi (pur essendo alti due mele o poco più) siano giganti della cultura, crediamo che Paperina sia più sexy di Belen, preferiamo Paperone che cerca pepite nel Klondike alla new economy che scava nel torbido. Pensiamo e ci battiamo per questo come cavalieri che brandiscono il pennello e la penna, di realizzare un mondo non più di ombre sbiadite, uomini demoralizzati e deumanizzati, ma di cartoni in/animati che fluttuano attraversando il tempo per dare vita a una città di carta svincolata da idee, miraggi e false credenze.

PUNTI PROGRAMMATCI
– Alla logica deduttiva preferiamo quella seduttiva
– Siamo per l’errore in tutte le sue forme, aborriamo la verità e il suo concetto
– Crediamo, come quel saggio che si perse nel deserto alla ricerca di sé, che cercarsi è un bene ma essere cercati è comunque meglio
– La morale è l’altare su cui sacrifichiamo la nostra felicità
– L’anima è ciò che rimane del corpo quando lo abbiamo privato di tutto quello che dà piacere
– Ripudiamo la guerra e mettiamo i liquori nei loro cannoni
– De/psicologizziamo e disinfestiamo l’occhio e la lingua dai vecchi retaggi freudiani
– Siamo per tutto ciò che è instabile, incerto, insicuro, a cominciare dalle categorie di spazio e tempo
– Non crediamo a un’etica senza un’educazione estetica
– La bioetica è un tribunale d’inquisizione, chiediamo lo scioglimento di congregazioni che perpetuano        delitti contro la civiltà
– Amiamo e rispettiamo la natura, tanto da amarla anche contronatura
– Lo spazio è una contrazione/dilatazione del tempo
– La luce è l’artefice di questa contrazione
– La contrazione dello spazio comporta il suo annullamento
– L’annullamento porta a una necessaria revisione dei confini geografici e conseguentemente giuridici
– Il tempo è mero flatus vocis ed è frutto della vecchia logica lineare secondo il prima e il poi
– Noi siamo per il durante, siamo esseri in transizione
– Lo spazio prima che un campo fisico è un campo poetico
– Non c’è verità senza giustizia, salute, bellezza. Tutto ciò che non porta a questi tre universali è contrario    alla vita e alla civiltà
– Libertà di parola, di pensiero, di sesso. Il grado di civiltà di un popolo si misura con questi tre parametri.  I treni forse arrivavano in orario, ma tutto quel silenzio è contrario alla nostra estetica di uomini e    donne disarmonici
– Optiamo quindi per il rumore, in tutte le sue forme
– 2+2 fa 4… ma ci riserviamo il dubbio
– Causa-effetto: ci dichiariamo contro le relazioni logiche, alle certezze aristoteliche di potenza-atto    preferiamo l’instabilità di Popper
– A Popper preferiamo comunque le poppe
– Ci dichiariamo contro le relazioni in genere, relazionarsi è creare uno spazio e una prigione di luoghi comuni. Siamo contro i luoghi comuni
– Rifiutiamo il principio di identità e la carta di identità. Noi esseri disarmonici andiamo al di là di noi stessi, siamo quello che non siamo, che sfugge, che non si capisce. Siamo ossimori di transizione
– Il nostro motto è ambarabàcicìcocò
– Recitiamo Apelle figlio di Apollo… e ci commuoviamo per la palla fatta da Apelle
– La vita è sempre e comunque meglio

ETICA DISARMONICA

Noi Uomini e donne del Movimento Disarmonico rifiutiamo i concetti di bene a e male. Non siamo superiori né al di là, semplicemente stiamo al di qua. La nozione di al di là non appartiene alla nostra visione del mondo. Non siamo contro lo stato, anzi lo difendiamo. Pensiamo però che che lo stato debba avere un nome (attualmente chi può delinque e nessuno sa chi sia appunto… stato). Proponiamo di chiamarlo Paperopoli. Difendiamo il diritto del potente di opprimere, di depauperare, di schiavizzare, mallevando Paperone da ogni responsabilità giuridica, etica e morale. Difendiamo coi denti la Grazia da cui discende questo sacrosanto diritto e facciamo di tutto per entrarci anche noi nella “Grazia”. Siamo contro il diritto al lavoro, allo studio, al salario, alla dignità omosessuale e della donna. SGRUNT! Siamo contro la massificazione, noi non massifichiamo, al limite ma/sì/ficchiamo. Siamo contro ogni forma di parità: noi uomini e donne disarmoniche siamo esseri dispari. Riteniamo la libertà una chimera della ragione, e il senso della giustizia una malattia dello spirito. Alla teleologia di nonna Papera preferiamo l’epicureismo di Ciccio. Ci dichiariamo liberi tanto da non incatenarci a un concetto sorpassato dalla storia, annullato dalla lingua, schiacciato dalla tecnica. Più che liberi siamo libertini. Crediamo alla felicità e difendiamo con tutte le nostre forze il bicchiere di vino con un panino. L’eudaimonia è stata confinata nel daimonion e sotterrata agli inferi. Noi pertanto siamo esseri inferiori, più che intellettuali gastrointestinali. Amiamo l’eugenetica di Walth Disney e l’apostasia di Gastone, manipoliamo l’anima. Aborriamo la verità e la morale su cui si è ritagliata la nostra vita, aborriamo la mistica che è fame nella pancia, aborriamo la legge quando è intesa settorialmente e geograficamente. Votiamo esclusivamente quando consumiamo. Siamo per l’uno parmenideo: per noi esseri disarmonici non esistono popoli, culture, religioni e civiltà. C’è un solo spazio e un solo tempo, tutto il resto è noia. I confini giuridici sono sorpassati dall’omologazione indotta dalla velocità. Siamo però per la donnalogazione. In/sistiamo quindi nel dubbio paperoghiano e ripetiamo “perché l’ente e non piuttosto il nulla?”. Non solo non abbiamo la risposta, ma titubiamo anche nella domanda SQUARAQUACK! Siamo esseri senza spessore e forma, passeggeri senza senso, frattali in/animati privi di storia e di futuro; godiamo il presente e lo consideriamo un regalo. Non per niente si chiama “presente”. Viviamo e non viviamo, presenti/assenti anche a noi stessi. Noi esseri disarmonici siamo e non siamo…

ESTETICA DISARMONICA

Ogni cosa è luce spazio e tempo, il resto è un’allucinazione ottica e una psicotropia del pensiero. Fedeli all’uno eleatico siamo per l’annullamento dello spazio e la contrazione del tempo. Il corpo non è immune a questo processo di de/composizione artistica. Indeterminati nello spazio e nel tempo i nostri corpi si presentano deculturalizzati, depsicologizzati, clarabellizzati. Anatomie disarmoniche decontestualizzate, de/organizzate, avulse dal contesto estetico e dalle abitudini della lingua. Luci, parole, musiche vibrano come cacofonie distoniche, sono vita priva di organi che si muove nello spazio alla ricerca di un non/senso. Noi uomini e donne disarmoniche siamo e realizziamo cartoni in/animati senza finalità, quantizzati, privi di anima e senza dio. Produciamo corpi di cellulosa che non si possono redimere né salvare, ospedalizzare o patologizzare. Rizomi nella società. Di/segni che si muovono nello spazio e nel tempo; in/animazioni destrutturate, libere, premitologiche… Noi esseri disarmonici manipoliamo la vita nella sua profonda insondabile superficialità.

INVITO DISARMONICO

Uomini e donne vi chiediamo di aderire al Movimento Disarmonico. Non abbiamo casacche né idee da vendere. L’ideologia è stata sotterrata e svenduta al supermercato col 3×2. Non abbiamo altro da proporvi fuori dalla nostra dignità di esseri liberi. Aderite alla nostra estetica di carta, non chiediamo che di indeterminarvi. Come nel principio di Paperoga σχ σρ ≥ h/4π . Cerchiamo l’instabilità piuttosto che l’equilibrio, la probabilità prima della certezza. Vogliamo proseliti non prosseneti… SGRUNT!

CHE GENDER…

CHE GENDER…
C’è un’oscura ideologia che non ha confini geografici e politici, attraversa la società italiana da destra e sinistra. La chiamano gender, anti-gender o controgender. Sti cazzi: non è un’ideologia razzista (o omofoba), mica usa la parola ricchione. Vorrei ricordare che dietro quella maschera di perbenismo c’è comunque e sempre la vita vera.
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ER COSO DE LI COSI

ER COSO DE LI COSI

Er coso è quell’attrezzo che poi pure non avello e ce poi vivere lo stesso. E forse a ben guardà ce vivi pure mejo. Fa perde la ragione all’ommini e le donne ce lassano er decoro. Quanno cominciano i problemi e quannn’è che te se comprica la vita, quanno er coso vole uscì pe’ cercà l’errica. E allora capisci ch’è finita, che nun hai pace pure se te piace, pecché non è una bona amica, er coso te fa vivere a fatica. Alla fine te rassegni, ce pensi, ce ripensi e poi te dici che va bene, che la vita in fonno c’ha le sue pene. E je voj quasi bene, specie se nun s’arza a fa’ l’inchino. Si chiama vecchiezza quanno ‘na mano lo pija e l’accarezza e quello nun si move e nun l’apprezza. Ma pure er coso c’ha i pensieri sui. Poi sempre circondarti dell’amici, che te fanno armeno sentire meno solo, a vorte raffinati artre villanzoni, ma lui per compagnia che c’ha, du’ cojoni?

Dai RIGURGITI ROMANESCHI (e ‘sti cazzi non ce lo metti?)