BIANCANEVE E LA MELA DI CHOMSKY

La scena è questa: Biancaneve sente bussare alla porta, compare una vecchia megera con una mela bellissima ma avvelenata, la fanciulla la mangia e muore. Poiché la ragazza è tutt’altro che sprovveduta, viene da chiedersi come abbia potuto fidarsi di una sconosciuta. La questione è importante; in primo luogo perché mi ha tolto il sonno da piccolo (e non mi pare una cosa secondaria) e poi perché ci raccontano favole abituandoci a ricevere informazioni, che per quanto improponibili vengono così assorbite senza problemi. Chomsky ha spiegato i meccanismi linguistici su cui costruiscono le favole, ma sembra averne dimenticato uno fondamentale, la sorpresa e il sogno. I punti 5 (rivolgersi alla gente come bambini) e 6 (concentrarsi sull’aspetto emozionale) delle dieci regole per il controllo sociale non spiegano un elemento importante, l’assenso e la complicità della vittima. I pubblicitari in questo sono molto avanti. Quando vuoi vendere un prodotto lo devi presentare come un sogno e non deve mancare il fattore sorpresa. Chomsky dimentica che veniamo abituati alle favole; viviamo nell’attesa del principe azzurro, dell’albero che produce monete d’oro, del paraclito o di qualcuno che si porti via nostra moglie. Attendiamo, sogniamo, e siamo disposti a pagare per una sorpresa. Siamo complici prima che vittime. Avrò letto il libro dei fratelli Grimm decine di volte e il cartone animato l’avrò visto altrettante, e sempre la mia coscienza di bambino mi faceva battere i pugni dalla rabbia. Qualche volta credo di avere anche gridato nel mezzo della proiezione, ma quant’è cretina. Oggi ne vado orgoglioso, avevo una coscienza e non lo sapevo. Andiamo con ordine: arriva una strega brutta come la fame, roba che pure il cane si nasconde sotto al tavolo e Biancaneve la fa entrare. Ecco un altro meccanismo che nasce dalla favola e viene sfruttato nella vita quotidiana, il travestimento. La vecchia è la matrigna cattiva (quella di “Specchio delle mie brame chi è la più bella del reame?”) travestita da mendicante. Il cattivo delle favole si traveste sempre; l’integrità e la coerenza sono cose da buoni. Si traveste perché la cattiveria è intenzionale, finalizzata e il resto davvero non conta. Altro elemento di distrazione è il linguaggio; la matrigna porge la mela alla fanciulla dicendo: “Roba bella, roba bella, voglio regalartene una”. Non dimentichiamolo, le favole nascono dalla lingua e si consumano nella stessa. Abbiamo la ripetizione roba bella/roba bella (come fa quell’altro cacciaballe che da vent’anni ci dice che la promozione è solo per oggi e tutte le volte gli crediamo) e la parola regalo. Ripetendo abituiamo il possibile acquirente al prodotto, lo portiamo nella favola; il regalo macina nelle emozioni scavalcando i processi adulti della riflessione. Le emozioni toccano il desiderio e non c’è ragione che riesca a fronteggiarlo. Il regalo distrae (primo elemento della distrazione sociale in Chomsky), distoglie da altro, serve a: “Sviare l’attenzione dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali”. La parola regalo viene da rex: re, regio, regale, e attraverso lo spagnolo regalo = dono al re, regalare = rendere omaggio al re. Ci sentiamo principi questo è il problema e vogliamo sorprese. Dal latino superprehendere; prendere da sopra, alle spalle. Poi non lamentiamoci se ce lo mettono nel culo.

bianca

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Baciami stupido. Perché? Lo dicevo che eri stupido.

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NON RACCONTIAMO LE FAVOLE (agli adulti)

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Ho sempre avuto più erezioni che stati di coscienza, non ne vado fiero, per carità. Per quanto lusingato, una maggiore comprensione delle cose mi sarebbe stata forse d’aiuto. Il problema è che ho lavorato con le idee per troppo tempo e nessuna è stata capace di darmi quello stato di completezza che ho rivenuto patteggiando con un appetito più antico rispetto a quello della ragione. Non ho mai trovato nulla di sostanziale nel pensiero; mi piace essere un corpo e (per cultura e convinzione) diffido di quelli che parlano di anima o spirito. Nel mio piccolo mondo l’anima è quel che rimane di un uomo quando l’hai privato di ciò che dà piacere e lo spirito non lo prendo in considerazione sotto i 15 gradi alcolici. Sono fatto male, è evidente. Poi però penso ai danni che hanno fatto e fanno coloro che diffondono quella malattia dello spirito che è la metafisica, e in qualche modo mi conforto. Alla fine sono onesto con me stesso e con gli altri. Non racconto favole e quando le sento non posso fare a meno di pensare che in qualche modo mi stiano fregando.
(Dalle confessioni postume di Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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