PER ME BIANCANEVE GLIELA DAVA AI SETTE NANI

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PER ME BIANCANEVE GLIELA DAVA AI SETTE NANI
La favola rimanda alla parola e al parlare. Le favole sono qualcosa di diverso dai miti, che richiamano invece al silenzio (mito-muto-mimo; Mimmo, che è un mio caro amico afono). Con le parole ci raccontano favole e noi abbiamo bisogno di favole e parole perché il silenzio svuota. Il blasonato in lapislazzuli arriva coi cloppete cloppete di una metonimia; riempie i vuoti, dà un senso all’attesa, salva Cenerentola dall’isolamento in cui l’hanno costretta le sorellastre (che sono tali, appunto in quanto non le rivolgono la parola). La scarpetta è di vetro; e vuol dire che al di là delle negligenze, la fanciulla ha un piede degno della corte, e che il principe vedendolo (vid-trum) le fa appunto la corte. La favola si completa con un bacio e vissero felici e contenti. Non diversa è la storia di quell’altro principe che giunge al capezzale di una sventurata. La poveretta è mezza morta (nelle favole le principesse sono sempre mezze morte) dopo avere convissuto coi sette vizi capitali e meriterebbe un minuto di silenzio. Invece la bacia. Ed è strano perché baciare vuol dire mormorare e parlare: dicono che quell’incontro di labbra sia un apostrofo rosa; niente di più sbagliato, è un vero e proprio discorso. Il blasonato è venuto a raccontare una favola, non serve ad altro. La favola prende infatti il sopravvento al punto che il principe non si chiede che genere di rapporti abbia intrattenuto la fanciulla con gli acondroplasici, perché per me Biancaneve gliela dava ai sette nani.
(Da “Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani”)

FRAMMENTI DI UN MONOLOGO AMOROSO

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Comincio oggi a pubblicare i Frammenti di un monologo amoroso. Non me ne voglia R. Barthes, ma per quanto la relazione sia strutturata come un discorso, il percorso della parola rimane comunque tautologico. Un monologo in cui l’altro piccolo è un’immagine dell’Altro grande, presente come privazione o mancanza. L’innamoramento scaturisce dalla presenza di questa assenza; è un vuoto nella domanda. Non è mia intenzione destrutturarla, quanto piuttosto di parlarci. Senza alcuna pretesa conoscitiva e senza aspettarmi una risposta.

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SEDUTTORE

Il seduttore è necessario a chi è mancante del sogno, gli dà forma e sostanza. Lambisce il vuoto lasciato da un desiderio inespresso. Risponde in sostanza alla domanda posta all’Altro. Ma è un venditore di niente, gradevole a volte, deleterio e nocivo altre. Non ama, desidera piuttosto essere amato, la sua natura erotica si completa in un monologo in fondo con se stesso.

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E’ OTTUSO, MA MI PIACE TANTO

Nelle dinamiche amorose, la parola si carica di significati forti e radicali e il discorso si svuota di un ordine. Sono fenomeni complessi. Non solo per il sovvertimento delle regole semantiche, che diventano un ginepraio di assurdità, ma per l’irragionevolezza, la contraddittorietà, l’incomprensibilità di certi contenuti e talvolta esilaranti boutades. Cose improponibili nel linguaggio quotidiano, ma che sembrano essere la norma nei fatti amorosi. Una di queste ripete: “è brutto ma mi piace”, oppure “è uno stronzo, ma sono pazza di lui”. Che sei pazza e hai un cattivo gusto è “ovvio”, ma è interessante questa tua ostinazione, e ancora più merita un approfondimento tanta “ottusità”: se ti provoca disagio e un certo disgusto, perché ti piace così tanto?
Barthes individua ne “Il terzo senso. Note di ricerca su alcuni fotogrammi di Ejzenstejn” (1970) due piani del senso: quello informativo (proprio della comunicazione) e quello simbolico (della significazione). Esaminando la pellicola “Ivan il terribile” rinviene però anche un altro senso, la “significanza” che è di difficile integrazione nell’ordine della lingua. Rivolge le sue indagini esclusivamente al simbolico e alla significanza e scrive che il senso del simbolico è intenzionale, evidente, senza ombre (“senso ovvio”, da “obvius”, ciò che viene incontro); quello della significanza è ostinato, inafferrabile, impronunciabile (“senso ottuso”, da “obtusus”, che significa smussato, arrotondato, liscio e perciò complicato da afferrare). Con questo elemento Barthes intende rivalutare le facoltà delle immagini di rimandare a un senso avulso agli altri sensi esprimibili con il linguaggio. L’ottuso non è intenzionale, non ha un significato, non appartiene alla lingua o alle parole (“Il senso ottuso è un significante senza significato”); non è solo l’oggetto dell’ottusità, ma è l’Io stesso a diventare ottuso. Il suo modo di raccontare e raffigurare è quello della significanza che non ha l’impudenza della significazione, nulla della sua oscenità. L’ottuso è riservato e discreto, percettibile appena. Esorta a uscire dalla scena, piuttosto che a disturbarla; si comporta come il sublime dell’Analitica che afferra uno sguardo e invita a seguirlo altrove. Come certi uomini tenebrosi, teneri ma incostanti, crudeli e delicati che appunto “fanno impazzire” rendendo tossico, ma in una continua tensione, lo scenario amoroso. Le sens obtus è ostinato e sfuggente, calmo ma irritabile; è tenace, seduce, infiamma, rapisce. Per figurazione l’ottuso rimanda all’arrotondamento, all’addolcimento della significanza rispetto alla significazione. E’ lo smussamento di ciò che è spigoloso, fastidioso tanto è attuale; l’addolcimento di un senso troppo chiaro e troppo presente. Ma è anche ciò che sfugge alla presa, che sorprende e ridefinisce. Mette fuori posto, colloca altrove. “Mi fa soffrire ma lo amo”, fa dire l’ostinazione dell’innamorata. L’arrotondamento comporta la difficoltà di afferrare, come ciò che non si lascia com-prendere; l’angolo ottuso, a differenza di quello retto che richiama alla simmetria e all’identità, può variare, si muove, è instabile, deforme, grottesco. Non ha bisogno di un altro speculare. Sul piano della relazione comporta che esso esprima quello che non fa parte della lineareità del rapporto, ma la sua discontinuità e la sua frattura. Il senso ottuso è proprio della significanza che scaturisce dall’identità, dall’integrità della significazione. E’ una specie di sporgenza più che un altro senso, un contenuto che eccede al senso dell’ovvio. L’ovvio della significazione e l’ordine del discorso vengono frammentati da questa inclinazione al diverso della significanza. Il senso dell’ottuso è improduttivo; come un significante svuotato di significato, rimane sterile. Non rappresenta e non comunica niente. L’ottuso irrompe come qualcosa di innaturale, aberrante, che non ha una finalità: “Sembra spiegarsi al di fuori della cultura, del sapere, dell’informazione … appartiene alla razza dei giochi di parole, delle buffonerie, delle spese inutili; indifferente alle categorie morali o estetiche (il triviale, il futile, il posticcio e il pasticcio), sta dalla parte del carnevale” (Barthes, 1982). Questo Altro privo di volto sopraggiunge sulla scena senza nessuna strategia, alterità o intenzionalità. Si presenta nella forma di un grottesco che manca di rimandi, come ciò che ha un senso in sé, che butta l’occhio, rispetto al quale l’Io si pone in una relazione di non-indifferenza. Sta in un angolo, guarda la donna, la turba, le prende la mano e se la porta via. Freud vedeva un fenomeno analogo all’ottuso nel disgusto e lo metteva in relazione con l’isteria. Il disgusto è la risposta isterica di fronte al corpo concentrato nel solo piacere, riconoscendo in esso i caratteri che sono propri del fuori scena; una reazione al disordine che nel corpo diventa nausea o vomito bulimico (in quanto eccedenza della significazione). La presenza di un piacere rimosso che non si può soggettivare e che comporta la riduzione del corpo a oggetto. E quando il corpo è ridotto alla sola carne compare il dégout, un malessere che esprime il disagio del soggetto nell’assumersi la responsabilità del piacere nel proprio corpo. Il disgusto è il racconto della mancata specularizzazione dell’Io nel corpo, la sua malformazione e la sua malinconia. Si tratta di un fenomeno ambiguo perché racconta il piacere in modo negativo. L’altra parte del disgusto è che esso indica la concentrazione del corpo-amoroso nel corpo-carne. Il disagio di fronte a questo osceno eversivo che giunge sulla scena stravolgendola non è il bisogno di sottrarsi allo scambio sessuale. Sopraggiunge -è vero- la negazione anoressica, ma nel disgusto prevale prima che il disagio per il piacere dell’altro, una reale re-pulsione (una pulsione respinta) che scompagina le regole dell’Io e l’ordine del corpo. Cosa che ostacola ogni possibile equilibrio. La reazione al piacere come opposizione alla domanda, serve a preservare l’identità che si identifica in una riproposizione di quello che è l’ovvio nella lingua. Il rifiuto del cibo può prendere nell’anoressia le forme del disgusto, del vomito fino alle forme strutturate delle fobie alimentari. Non per niente la fame d’amore, o la sua eccedenza bulimica, quando si trasforma in rabbia e disgusto fa dire all’innamorata: “mi fai vomitare”. E succede di pronunciare le parole come l’epilogo naturale di una storia segnata dall’ottusità dell’altro, quando appunto si innamora di un “brutto e stronzo”. L’ottuso esce di scena e lascia la donna a cercarlo ovunque. In questa fenomenologia dell’amore, il corpo racconta la sua alterità rispetto all’ordine delle cose e del discorso. È il corpo innamorato, segnato da qualcos’altro a far implodere l’equilibrio su cui si sostiene. I limiti del corpo sono i limiti del lingua. L’ottusità fa perdere al corpo l’ordine e alla lingua la struttura. Fa “perdere la testa”, al punto da impazzire per uno che è “brutto” e “stronzo”, ma che sopraggiunge portando via. Ed è per questo che “ti piace” e pure tanto.

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IL MANUALE DELLA PROSTITUTA

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AL REVERENDISSIMO LETTORE ET ALLE

DIGNITOSISSIME LETTRICI

Essendo l’uomo composto corporalmente di un’immoterata carnis petulantia et essendo io medesimo nondimeno da sempre vinto nelle mie azioni dal dulce venenum della lussuria, oggi –24 del mese di luglio dell’anno 2001- mi accingo in confessio fidei e testamentum a lasciare le mie memorie et i miei consigli di libertino ai lettori e alle lettrici che, come me inclini al vitio a alla concupiscentia, vogliano prendere dilectatione di una donna o di un uomo. Fuori dell’ordine morale de lo mondo et esecrato da le genti in gratia di dio, fin già dall’adolescentia ho preso a saziare la fame de lo ventre. La regula di vertute a cui affidai lo corpo animale et lo destino de l’anima sua è stata e anche ora rimane lo peccaminoso piacere. Summo Bono, abominio massimo che costò meco il benevolere celeste e quello de li uomini timorati: tanto deprecato nello pubblico quanto però sommamente venerato nel secreto dei postriboli. Non l’amore: ingegnosa argomentationes per exorcizzare le sante voluttà. Errore platonico, falsitate paolina, astutia agostiniana. Immune allo delirio di onnipotenza non ho difatti mai, io medesimo meco, avuto pretenzione alcuna di essere amato e mai ho in vanitate creduto di avere lo cuore et l’anima di nessuno; in virtute et umiliate christiana mi sono piuttosto contentato di quello che a loro sta vituperato attorno. Della gioia mercenaria che le foemine immonde et abominevoli sanno tuttavia dare. Giunto oramai alla vetusta etate in cui lo vitio si fa morale (e l’azione ahimè ragione), et avendo io –puttaniere indomito e licentioso- trascorso adolescentio, gioventute, senettute e senio de la mia vita mortale ne lo piacere de lo corpo che solo acqueta la sete de l’anima, consegno aldunque alle giovini de lo mondo i secreti nobilissimi de lo amore.

In ultimo, e senza tediare oltre lo reverendissimo lettore et la dignitosissima lettrice, vorrei lasciare in memoria loro che lo scopo et il fine di questo ricettario erotico rimangono essenzialmente le litterae. Dimodoché amendue non abbiano a farsi una convintione immonda de lo sottoscritto; ricordando alle brave genti che lo manuale si rivolge unicamente alle madonne di natura vogliosissima, navigate nelle cose de lo mondo et di già esperte ne lo mestiere de lo sesso, che vogliano però accrescere in sapienza et cognitione le alchimie de l’arte amatoria. Et al moralissimo censore togato la doctrina eccellente di Santo Tommaso specificamente alla distinzione tra ens logico e reale, invitandolo a discernere nominalisticamente le cose eccitanti ma false de lo pensiero e de la parola da quelle mille fiate più noiose della vita.

Mi sia infine concessa una dedica: rivolgo lo mio pensiero a madonna Beatrice, signora di Milano, di nobili natali nonché proprietaria di beni mobili et immobili che sempre mantiene bellimbusti fascinosi ma villani e rozzi, lamentandosi poi meco de l’interesse loro. Ricordandola alla mia lectrice come esecrabile esempio di un puttanismo ignobile et inconcludente, scioccamente dispendioso, fatto più di lussuria che cupidigia.

Arrivando allo termine de la mia disamina, seppure a malincuore rispettosamente mi congedo:

Giancarlo Buonofiglio, signore di niente, figlio de lo popolo et proprietario unicamente di uno cervello.

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BUGIARDI PATOLOGICI

 

BUGIARDI PATOLOGICI

Esempio di quando la vita si svolga in un’altra scena è il bugiardo patologico. Si tratta di persone disturbate e disturbanti che per poter mettere in atto una recita portano la verità all’interno dell’immaginario e della finzione.
Le persone affette dal disturbo narcisistico della personalità non hanno piena consapevolezza della loro malattia, convinte come sono che mentire sia un atto per salvaguardare l’ego, vissuto con un carattere superficiale, al punto da danneggiare il proprio spazio affettivo con comportamenti manipolatori e sadici.
Nella tassonomia dei disturbi psichiatrici i narcisisti-bugiardi vengono poco prima degli psicopatici, o comunque di quelle personalità che oltre a praticare violenza morale commettono atti di crudeltà fisica.
I bugiardi patologici narcisisti limitano però l’aggressività; ma con l’infantilismo del “senso dell’altro”, segnato da atteggiamenti e comportamenti ingannevoli, possono generare sofferenze e drammi importanti. Con uno strano piacere a volte. Come se la vita fosse da un’altra parte, e niente avesse senso oltre il proprio ego. Si tratta di un disturbo grave della personalità, che resta strisciante per anni e poi esplode conducendo a infelicità sul piano relazionale e a diversi disordini psichici, quando non a forme di scissione.
I narcisisti amano troppo se stessi per riuscire ad amare gli altri (al limite si fermano a una falsa autosvalutazione, non supportata però dai fatti). Per il “narciso”, l’amore è un gioco in cui dominare, anche a costo di mentire, tradire e umiliare.

*L’autostima non è narcisismo. Si concilia benissimo con la capacità di amare, mentre il narcisismo implica lo sfruttamento e l’umiliazione dell’oggetto relazionale. Spesso i narcisisti sono apparentemente sensibili e affettivi, ma alla prova del cuore rivelano gradualmente la loro natura: sono egoisti, manipolatori, prepotenti, ipocriti (il sostantivo “ipocrita” deriva dal greco “attore”)*.

Il manipolatore relazionale è un divoratore psico-affettivo che si nutre dei sentimenti degli altri. E’ un simulatore, anche di se stesso. Critica, giudica, colpevolizza (o si critica, si giudica, si colpevolizza). Per avere ciò che desidera ricorre a raggiri, ragionamenti pseudo-logici che capovolgono le situazioni a proprio vantaggio. Non si cura di ferire. Se ha una meta la persegue con atteggiamenti anche spietati.
La comunicazione con questi soggetti è spesso paradossale, come in un teatro dell’assurdo: messaggi opposti a cui è impossibile rispondere senza contraddirsi; deforma il significato del discorso; non ha presenza né padronanza scenica. Soprattutto a guardare i tempi delle dinamiche di relazione. Si auto-commisera, si deresponsabilizza, non formula richieste esplicite e chiare. Ma non tollera i rifiuti, vuol sempre avere l’ultima parola per trarre le conclusioni. Muta opinioni e decisioni. Mente, insinua sospetti, riferisce malintesi. Simula somatizzazioni, ma dimostra sostanzialmente disinteresse affettivo (mal simulato da un’affezione esagerata) verso gli altri.

Il DSM IV prevede che il disturbo debba manifestarsi in una varietà di contesti con la presenza di almeno cinque dei sintomi che seguono:
-la persona è a disagio in situazioni (soprattutto col partner, in cui è la regola) nelle quali non è al centro dell’attenzione
-l’interazione con gli altri è spesso caratterizzata da comportamento sessualmente seduttivo o provocante
-manifesta un’espressione delle emozioni rapidamente mutevole e superficiale
-utilizza l’aspetto fisico per attirare l’attenzione su di sé
-lo stile dell’eloquio è eccessivamente impressionistico e privo di dettagli
-mostra autodrammatizzazione, teatralità, ed espressione esagerata delle emozioni
-è suggestionabile, facilmente influenzato dagli altri e dalle circostanze
-considera le relazioni più intime di quanto non siano realmente.

La nozione di disturbo narcisistico di personalità è stata formulata da Heinz Kohut nel 1971. Il quadro clinico che descrive è una forma di disturbo del narcisismo. Ciò che distingue questi pazienti è una sorta di “Falso Io” o “Falso Sé”, che conserva alcune delle caratteristiche dell’Io infantile, un’immagine interiore eccessivamente idealizzata ed “onnipotente” che l’individuo percepisce come il vero “Io”. I soggetti affetti sono spesso caratterizzati da un bisogno specifico, quello di essere ammirati, in misura superiore al normale o che appare inappropriato ai contesti. Tuttavia non è un sintomo che compare necessariamente. Anche l’autosvalutazione e l’autocommiserazione (accompagnata da malesseri teatrali) esasperata hanno il carattere di un narcisismo simulato.

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AMORE IMMAGINARIO

AMORE IMMAGINARIO

E’ dal principio che ci formiamo in relazione con l’altro. Nella dinamica Io-altro si apre uno spazio immaginario fatto di assorbimento e partecipazione, fino all’assimilazione. Questo immaginario è composto da emozioni, amore, rabbia a volte. Sentimenti contrastanti in grado però di unire lo spazio che sussiste tra gli individui di una relazione. Rimane comunque un campo di frustrazione e alienazione nell’impossibilità di unirsi. Il passaggio dall’immaginario al simbolico, in un terreno comune, avviene attraverso l’istituzione del linguaggio. Il fatto di parlare genera un’altra dimensione rispetto a quella puramente fantastica e immaginaria che avvicina all’Altro. Altro (con la A), che non coincide con un individuo specifico, ma con una domanda, un bisogno. Altro grande quindi, assoluto perché sfugge, non si conosce (a questo Altro assente sono rivolti i pensieri fondamentali ogni volta che esprimiamo una parola piena; all’altro piccolo parliamo, ma con una parola sospesa, vuota, chiaccherata). Dall’assenza dell’altro piccolo (lontano) e dal silenzio dell’Altro grande si genera uno scompenso emotivo che porta all’aggressività (rivolta all’Io in quanto riflessione dell’altro) fino alle esasperazioni. Se la domanda non ottiene risposta all’interno dello scenario psicologico si crea uno squilibrio tra piacere e dolore, finché diventa dominante la volontà distruttiva. In sintesi: il masochismo, nell’uomo come nella donna, si presenta come una ritorsione generata da una cattiva (appunto) riflessione.

Secondo Deleuze le donne di Masoch incarnano tre modelli femminili ricorrenti:

-A: la donna pagana, la greca, l’etera/Afrodite che è principio di disordine, del godimento sensuale fine a se stesso.
-B: a questa figura solare si oppone la sadica, la donna cattiva e crudele, spesso dominata da un uomo; all’inizio è l’etera e poi, quando già l’equilibrio del rapporto masochista è compromesso, si trasforma in sadica.
-C: tra queste si colloca la donna glaciale, modello di perfezione cercato dal masochista. Si tratta di una donna che emana una sensualità senza tempo; una donna fredda, non contaminata però dalla propria crudeltà. Ordinata e autoritaria, questa donna è principio d’ordine nel caos e concentra i tratti delle due figure femminili precedenti.

Nel nome della madre.
In tutte le tre figure femminili Deleuze legge una metafora della madre vista in tre fasi diverse. “Le tre donne secondo Masoch corrispondono alle immagini fondamentali della madre: la madre primitiva uterina, eterica; la madre edipica, immagine dell’amante che entrerà in rapporto con il padre sadico, vittima e complice dell’uomo; e tra le due la madre orale, la nutrice annunciatrice di morte”. La figura del maschio non è comunque marginale: “L’immagine dissimulata del padre nell’ideale masochista… smaschera la presenza paterna nella donna carnefice”. Non esiste una relazione causale tra punizione e piacere, quanto piuttosto una subordinazione temporale e contrattuale: in questi soggetti viene prima il dolore e poi il piacere. Il masochismo ci presenta un salto nel rito, in una scena immaginaria fatta di corpi e di emozioni, più che da individui specifici. Come se la soddisfazione del piacere richiedesse l’annullamento dell’identità.

Freud ravvisa in tutte le nevrosi il conflitto tra l’Io e le pulsioni. Nello specifico, la pulsione dell’ossessivo non risulta essere né lecita, né realistica. Di qui, il bisogno di trattenerla, censurarla, bloccarla, e quando avviene prevale la difesa. Spesso però la carica energetica della pulsione rimane molto alta, e l’Io si ritrova impotente nei tentativi di arrestare la pulsione nella corsa verso il soddisfacimento. La pulsione si afferma però pur mantenendo i caratteri difensivi. E così la persona si trova in balìa di movimenti contrastanti: ordine e disordine, pulizia e sporcizia, crudeltà e gentilezza, combattuta nel voglio ma non posso. Tenderà quindi a rispondere agli stimoli affettivi con ribellione o sottomissione, e sempre comunque con paura e sensi di colpa. L’aspetto sadico, nel gioco della riflessione dell’Io, è praticamente una costante.

Le conseguenze non mancano. Una volta che l’autorità verrà introiettata nel Super-io, si instaurerà un conflitto tra il Super-io sadico e l’Io masochistico. A questo punto il soggetto si sfiancherà in soluzioni di compromesso che non saranno finalizzate all’accordo, ma in modo rigido, ostinandosi ad affermare ora la ribellione, ora la sottomissione. Amando e negandosi, presente e assente in ogni manifestazione emotiva. Una personalità di questo tipo teme i sentimenti, le sensazioni, gli impulsi. Ha un Super-io ipertrofico e rigido; l’Io è debole e dipende dal Super-io. Ne consegue che l’Io non riesce a soddisfare nemmeno i bisogni primari, e ciò per il fatto che non è l’Io a giudicare la legittimità dei suoi bisogni. Al contrario è il Super-io, sadico appunto, ad esercitare la funzione censoria condannando e somministrando sanzioni all’Io e poi ritorcendosi contro l’oggetto desiderato. Con uno strano e insolito piacere, godendo quasi del dispiacere procurato a sé e all’altro.

L’amore è un’altra cosa, tiene lontane certe pulsioni perché è concentrato nell’altro, che per quanto piccolo risponde alla domanda fatta all’Altro grande. E’ un amore che assorbe, unisce nel tempo e non conosce la parola fine.

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