L’OMO ‘NNAMORATO

l'OMMO NNAMORATU

dai RIGURGITI ROMANESCHI

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E FATTELA UNA RISATA !

E FATTELA UNA RISATA !

Cene
C’è una mancanza nelle favole, la risata. Le principesse non ridono mai, i principi hanno un tono grave e serioso, così che quando leggiamo “e vissero felici e contenti”, viene da dire “ma va là”. Ed è strano, perché dove non c’è un sorriso non c’è amore. Nella tecnica narrativa gli innamorati si avvicinano con la parola e il discorso non è mai vuoto in quanto nella parola scorre il desiderio; c’è però un altro fenomeno sempre presente nella narrazione amorosa, la risata, ed è proprio quello che manca nella fiaba. Lacan ha affrontato marginalmente la questione (rileggendo Marx, in relazione all’umorismo del capitalista, collocava il riso tra plusvalore e plusgodere definendolo con il neologismo Marxlust) perché le sue intenzioni sono dirette ad ordinare uno scenario che confermi la presenza come fondo sostanziale. Ma quello che conta, nella vita come nelle favole, è altrove, nell’assenza, in quello che non c’è. Il sogno, l’attesa, il principe. Il riso non è solo il motto di spirito di Freud e non serve unicamente per la scarica pulsionale; nasce e si risolve nella manque-à-être, rimane nelle fenditure risolvendo l’ordine nella mancanza. Che questa assenza nel discorso sia significativa si vede dal piacere che muove a soddisfare un bisogno primario. Il riso porta oltre il campo della narrazione, in quanto trabocca dal discorso e richiama a un’assenza nella parola. Come una traccia che segna in profondità il linguaggio. Bataille ha inquadrato il problema sul piano antropologico. Descrive la risata come una forma embrionale di sacrificio, qualcosa di sacro in cui le forze distruttrici della dépense sono in azione. Ridendo di qualcuno lo dissacriamo, lo strappiamo all’ordine abituale, lo svuotiamo di senso. Lo prendiamo in giro, girandogli appunto intorno senza centrare la verità. Nella favola la narrazione amorosa non è un luogo nel quale trovare la verità; non si tratta di ordinare i termini nella presenza (o nell’identità), pur spostata nel simbolico o nell’immaginario, ma nel vuoto dell’essere e nella privazione di un’identità. L’amore disturba, disorganizza, scioglie e non lega l’Io e l’altro col linguaggio dell’Altro; si presenta piuttosto nel sopraggiungere di un elemento perturbante e disorientante. La risata appunto, che sacrifica desacralizzandolo l’altro. Non sempre “dove si parla si gode” (Lacan, Sem.XX). Il piacere amplia e dilata la scena amorosa, la prolunga per conservarla nel tempo. Per Lacan il campo della parola è il campo di ogni relazione, del simbolico e dipende da ciò che accade nel linguaggio. Il campo del godimento è quello della pulsione, oltresimbolico, diverso da quello della parola, pulsionale. Il problema della psicoanalisi consiste nel verificare in che modo la funzione simbolica della parola possa modificare l’economia della pulsione. Con una certa autocritica Lacan dice che là dove prima pensava si comunicasse, in realtà si trova il godimento. Il linguaggio è invaso dal godimento: “quando si parla qualcosa gode”. Lacan imbastardisce il rapporto tra la parola e la pulsione come se la pulsione interferisse con la funzione della parola. Non solo parliamo per essere ascoltati; la parola necessita di essere riconosciuta e a un tempo fa anche da veicolo a quello strano godimento che è il godimento della parola stessa, il piacere del parlare. E tuttavia la lingua langue, mentre costruisce un flusso di fonemi rimanda a un venir meno, si indebolisce nell’incedere delle parole; non è solo un pieno di voce ma è composta anche da silenzi, pause, assenze. Quando langue non si verifica una stasi nel desiderio che continua comunque a defluire. Tra gli innamorati in particolare, prima si distorce, poi si carica di nonsense, i neologismi si contraggono in monosillabi incomprensibili, infine interviene la risata e in essa il sacrificio di un ordine nella lingua. Non è un fenomeno marginale, il riso che subentra alla lingua serve a riempire connotandolo di un senso il vuoto delle parole. E così quella che era la dépense, ciò che non serve a nulla, si presenta come la “parte maledetta per eccellenza” (potlach), qualcosa di sostanziale che serve a dare continuità al discorso. Non si tratta di un superamento, ma di una trasformazione. La “parte maledetta” consegna l’altro ad una natura sconosciuta all’indagine razionale, il piacere è subordinato e consegue. Il riso, se è di difficile integrazione nella teoria psicoanalitica, lo è ancora di più nell’indagine filosofica. Pone di fronte all’estrema corruzione del linguaggio e del pensiero, va al di là. Apre uno spazio sconosciuto in cui si respira qualcosa di nuovo, il desiderio non dell’Altro, ma di un Oltre. La risata è il momento in cui la conoscenza si arresta di fronte all’esperienza di ciò che è essenziale e che Nietzsche ha raccontato come il grido angosciato di una soggettività felice. Bataille ha maturato la consapevolezza di un’incapacità nel dire l’impossibile, l’estremo, connotando positivamente lo svuotamento dell’Io. La “parte maledetta” rivela che nella natura sia presente un eccesso di energia. Sempre secondo Bataille l’uomo è dotato di un’energia eccedente; questa “parte maledetta” deve defluire attraverso la nutrizione, la riproduzione, la morte. La risata consente un primo sacrificio dell’eccedenza, non come appagamento della libido ma in quanto usura e straniamento dall’Io. A un tempo si rivela però anche come una specie di riassorbimento, qualcosa che nasce da quanto c’è di indigesto nel linguaggio. L’amore -ed è questo il punto- irrompe come una dolce morte che traccia ridendo qualcosa di infinito. Le principesse muoiono, ma c’è subito un principe innamorato pronto a salvarle. Morale della favola: il principe sta sul cazzo alla principessa, ma la poveretta che deve fare? E’ imprigionata in una storia che la vuole in attesa di un aristocratico, non può evadere dai limiti della narrazione. Arriva quindi a palazzo dove appunto “quando si parla qualcosa gode”; e c’è da supporre, che tra una chiacchera e l’altra qualche risata col giullare (da ciullare, che è quello che tromba) finisce per farsela.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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I TRE PORCELLINI

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I TRE PORCELLINI

E’ una delle favole a contenuto morale. Non tutte hanno questa finalità, le più belle rimangono le storie senza senso. Truffaut diceva che i film non servono a mandare messaggi, e aveva ragione; se ho un messaggio invio un telegramma. La struttura della favola dei maialini è banale, e la banalità penalizza il racconto. Tre fratelli, di cui due sfaticati e un lupo. Il lupo non manca mai, nella sintassi morale è necessario a dare corposità alla narrazione. La cosa ricorda Kant, che non credeva in dio, ma doveva pur supporlo per darsi una ragione dei fenomeni morali. Era un paralogismo, ma quanto ci piacciono i paralogismi e appunto le favole. I due perditempo alla fine si ravvedono; viene premiato l’impegno del maialino laborioso, che ha saputo costruire la casa coi mattoni piuttosto che con la paglia. Vorrei vedere la faccia di Jimmy quando riceverà la notifica di Equitalia. Perché la morale notifica sempre qualcosa ai porcellini laboriosi, gli altri non ne hanno bisogno. E’ una storia che manca di stupore (io per esempio mi ci sono sempre annoiato), per quanto nel fondo abbia in comune con le altre storie l’abreazione del piccolo lettore, che impara a controllare l’angoscia facendo bruciare il culo al canide. E non è bello e mi pare immorale.
(DA Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

RIGURGITI ROMANESCHI (e sti cazzi non ce lo metti?)

ER PRINCIPE DER FORO

Me chiamano così le malelingue nun perché c’ho la parlantina sciorta come n’avvocato, che io non so dottore in legge e m’occupo di cose materiali, ma perché me piacciono l’ommini e ce lo sanno nel rione, tanto che i più me danno del ricchione. Quarcuno addirittura nella via me grida pijanculo, e nun è bello quanno lo sente mammamia. Altri so più furbi e scartri, c’è chi me fa l’occhietto, chi me dà er braccio ridenno: “permette signorina”, o quell’artri ancora che fanno l’amiconi, che poi quando me giro se grattano i cojoni. Er monno è cattivo e lo sapemo, e all’omini je piace puntà er dito, ma noartri che corpa avemo, d’essere nati con ‘sto prurito?

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PERCHE’ BIANCANEVE MANGIA LA MELA?

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La scena è questa: Biancaneve sente bussare alla porta, compare una vecchia megera con una mela bellissima ma avvelenata, la fanciulla la mangia e muore. Poiché la ragazza è tutt’altro che sprovveduta, viene da chiedersi come abbia potuto fidarsi di una sconosciuta. La questione è importante; in primo luogo perché mi ha tolto il sonno da piccolo (e non mi pare una cosa secondaria) e poi perché ci raccontano favole abituandoci a ricevere informazioni, che per quanto improponibili vengono così assorbite senza problemi. Chomsky ha spiegato i meccanismi linguistici su cui costruiscono le favole, ma sembra averne dimenticato uno fondamentale, la sorpresa e il sogno. I punti 5 (rivolgersi alla gente come bambini) e 6 (concentrarsi sull’aspetto emozionale) delle dieci regole per il controllo sociale non spiegano un elemento importante, l’assenso e la complicità della vittima. I pubblicitari in questo sono molto avanti. Quando vuoi vendere un prodotto lo devi presentare come un sogno e non deve mancare il fattore sorpresa. Chomsky dimentica che veniamo abituati alle favole; viviamo nell’attesa del principe azzurro, dell’albero che produce monete d’oro, del paraclito o di qualcuno che si porti via nostra moglie. Attendiamo, sogniamo, e siamo disposti a pagare per una sorpresa. Siamo complici prima che vittime. Avrò letto il libro dei fratelli Grimm decine di volte e il cartone animato l’avrò visto altrettante, e sempre la mia coscienza di bambino mi faceva battere i pugni dalla rabbia. Qualche volta credo di avere anche gridato nel mezzo della proiezione, ma quant’è cretina. Oggi ne vado orgoglioso, avevo una coscienza di classe e non lo sapevo. Andiamo con ordine: arriva una strega brutta come la fame, roba che pure il cane si nasconde sotto al tavolo e Biancaneve la fa entrare. Ecco un altro meccanismo che nasce dalla favola e viene sfruttato nella vita quotidiana, il travestimento. La vecchia è la matrigna cattiva (quella di “Specchio delle mie brame chi è la più bella del reame?”) travestita da mendicante. Il cattivo delle favole si traveste sempre; l’integrità e la coerenza sono cose da buoni. Si traveste perché la cattiveria è intenzionale, finalizzata e il resto davvero non conta. Altro elemento di distrazione è il linguaggio; la matrigna porge la mela alla fanciulla dicendo: “Roba bella, roba bella, voglio regalartene una”. Non dimentichiamolo, le favole nascono dalla lingua e si consumano nella stessa. Abbiamo la ripetizione roba bella/roba bella (com fa quell’altro cacciaballe che da vent’anni ci dice che la promozione è solo per oggi e tutte le volte gli crediamo) e la parola regalo. Ripetendo abituiamo l’acquirente al prodotto, lo portiamo nella favola; il regalo macina nelle emozioni scavalcando i processi adulti della riflessione. Le emozioni toccano il desiderio e non c’è ragione che riesca a fronteggiarlo. Il regalo distrae (primo elemento della distrazione sociale in Chomsky), distoglie da altro, serve a: “Sviare l’attenzione dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali”. La parola regalo viene da rex: re, regio, regale, e attraverso lo spagnolo regalo = dono al re, regalare = rendere omaggio al re. Ci sentiamo principi questo è il problema e vogliamo sorprese. Dal latino superprehendere; prendere da sopra, alle spalle. Poi non lamentiamoci se ce lo mettono nel culo.
(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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LA PRINCIPESSA SUL PISELLO

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LA PRINCIPESSA SUL PISELLO
C’era una volta un principe che voleva sposare una principessa, ma ne voleva una vera, di sangue blu. Comincia così la favola di Andersen; non mi pare che l’autore intendesse suscitare niente di morboso con l’immagine del pisello, eppure la storia ha acquisito una buona popolarità grazie al titolo, ed è oramai un luogo comune quello che dice: “sei come la principessa sulla leguminosa”. Per un certo riguardo che si porta alle fanciulle, che sempre ecomunque vivono in una fiaba, al limite esercitano una pressione sul baccello; sono i principi a stare sul cazzo. Ma va bene così. La regina per verificare che la ragazza sia davvero di sangue blu, che fa? La fa dormire su venti materassi in fondo ai quali ha sistemato il legume; e si sa che le la fanciulle di nobili natali, abituate come sono a mille comodità, giammai dormirebbero con un fastidio simile. Al mattino la ragazza si alza dolorante e assonnata, lamentando di non avere chiuso occhio. Il principe è quindi sicuro del blasone e tutti vissero felici e contenti. Tirando le somme: i principi cercano sempre delle principesse, ma non mi pare di vedere in giro tutti questi blasonati. Ma funziona così, ed è per questo che le favole piacciono tanto: uno sciagurato può assimilarsi all’erede delle fiabe e parimenti le ragazze del popolo desiderano almeno un giorno da favola. La vita è però un’altra cosa; il principe rivela le origini popolari e presto la principessa sul pisello comincia a stargli sul cazzo.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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VADO A FARMI UN PISOLO (come diceva Biancaneve)

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“VADO A FARMI UN PISOLO” (Biancaneve)
Moravia sosteneva che la sessualità si nasconda ovunque, specie nella letteratura. Era convinto che anche Topolino, il fumetto, contenesse qualcosa di scabroso. Sarei pure d’accordo, ma davvero Minnie e Clarabella fanno passare la voglia anche a un ergastolano. E infatti pare che Gamba di Legno non abbia mai avuto questo genere di attenzioni per le due fanciulle. Il problema è che il peccato sta nell’occhio di chi guarda e i bambini -si sa- sono perversi e polimorfi. A me Biancaneve piaceva, lo ammetto. Ma io non faccio testo Per me le fatine delle favole e peggio ancora le matrigne hanno caratteri fortemente erotizzati; più volte guardando la strega di Biancaneve m’è capitato di pensare: “Io me la farei”. Tornando alla principessa e ai sette nani, l’idea dei fratelli Grimm (ma non solo, perché la narrazione di Schneewittchen si perde nel tempo) era quella di sistemare una bella giovinetta tra i sette vizi capitali. Vizi addolciti nei caratteri e nella lingua, ma pur sempre tali. Abbiamo quindi una vergine (o supponiamo tale), la tentazione, la mela, il manicheismo tipico dei racconti popolari, il principe. La parola principe viene dal latino prin-cipem e vuol dire “colui che prende per primo”; che cosa prenda non sta bene dirlo, ma i bambini maliziosi come sono normalmente ci fantasticano. La filologia non è cosa da poco quando parliamo dei Grimm, basta pensare alla compilazione del “Deutsches Wörterbuch”, opera fondamentale per la cultura tedesca. Nella edizione del 1812 Biancaneve non viene svegliata dal principe, ma da un servo, che stanco di trasportare il corpo della ragazza, apre la teca e le dà un pugno. Il temine pugno deriva da pungere e non mi dilungo sulla metafora sessuale (e sulla licenziosità della fanciulla). Piuttosto due parole sulla metonimia, giusto per non fare incazzare Moravia. La favola comincia così: “Si punse un dito con l’ago e tre gocce di sangue rosse come rubini caddero sul bianco manto nevoso. Tanta era la bellezza di quelle tre stille rosso fiamma sul bianco immacolato che la regina…”. Nelle narrazioni fiabesche i protagonisti si pungono, le rose sono innumerevoli, il sangue non manca. Non insisto sul pungiglione, perché avrei da dire qualcosa pure sull’Ape Maya. Ma quella è appunto un’altra storia.
(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)