IL NASO DI PINOCCHIO

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IL NASO DI PINOCCHIO
La bugia deforma non solo il discorso o le parole, ma il corpo. Non tocca i invece pensieri o la mente (parola che infatti vuol dire menzogna): le bugie nascono nella testa, il corpo non mente mai. La fatina si accorge delle balle di Pinocchio dalle dimensioni del naso; nella favola di Collodi il protagonista è una testa di legno e come tutti i bambini non distingue la verità dalla menzogna. Non si accorge della mostruosità della “nappa”, sono gli altri a percepirla. La sproporzione segna il limite tra ciò che è giusto e quello che è sbagliato: più che una proposizione, la bugia è una sproposizione; e infatti si dice che uno parla a sproposito, che vaneggia ed è fuori dalle regole. La verità ha la sua grammatica e nessuno deve ficcarci il naso. Pinocchio evade invece dalla narrazione (è nota l’attitudine del Burattino alle fughe). Il senso della giustizia è all’interno della favola, la bugia è la fuga; tanto che arrivano i gendarmi a riportare l’ordine nel racconto. I gendarmi sono qualcosa di esterno proprio perché sono già dentro la storia; si sentono in ogni pagina e li vediamo inseguire il fuggitivo, come fanno i bambini che leggendo seguono col dito le parole. La giustizia insegue sempre qualcuno, mette il dito nella fiaba. Qualcuno ha detto che seguire una regola è ubbidire a un comando; non importa che quella sia la regola giusta, che abbia i capelli turchini o la severità del maestro, il suo valore è nella parola ubbidienza, e chi contravviene finisce appunto in udienza (dal giudice). La parola bugia viene dal latino medievale bulgarus, bulgaro. In Bulgaria era diffusa l’eresia patarina, e così il bulgaro fu assimilato all’eretico, all’usuraio e al sodomita. Col significato di ingannare e truffare la parola bugia rimanda a un’immagine sinonimica volgare. E infatti se a qualcuno capitava di farsi truffare, era chiaro che lo avevano buggerato. Perché magari la bugia disturba e qualche volta ti fotte, ma arriva pur sempre la giustizia a mettere le cose a posto. Ed è noto che le verità sono ipotesi e supposizioni e Pinocchio (come tutti i burattini) diffida delle supposte.
(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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ER COSO DE LI COSI

ER COSO DE LI COSI

Er coso è quell’attrezzo che poi pure non avello e ce poi vivere lo stesso. E forse a ben guardà ce vivi pure mejo. Fa perde la ragione all’ommini e le donne ce lassano er decoro. Quanno cominciano i problemi e quannn’è che te se comprica la vita, quanno er coso vole uscì pe’ cercà l’errica. E allora capisci ch’è finita, che nun hai pace pure se te piace, pecché non è una bona amica, er coso te fa vivere a fatica. Alla fine te rassegni, ce pensi, ce ripensi e poi te dici che va bene, che la vita in fonno c’ha le sue pene. E je voj quasi bene, specie se nun s’arza a fa’ l’inchino. Si chiama vecchiezza quanno ‘na mano lo pija e l’accarezza e quello nun si move e nun l’apprezza. Ma pure er coso c’ha i pensieri sui. Poi sempre circondarti dell’amici, che te fanno armeno sentire meno solo, a vorte raffinati artre villanzoni, ma lui per compagnia che c’ha, du’ cojoni?

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E VISSERO FELICI E CONTENTI

Biancaneve

E VISSERO FELICI E CONTENTI
La struttura delle favole è piuttosto comune; cominciano con una tragedia, arriva l’amore, muore il cattivo, terminano con “e vissero felici e contenti”. Non ci facciamo caso, ma in quel “e” si sente un “nonostante tutto”, il “ma” dubitativo. Così almeno pensavo da piccolo, tutta quella felicità non mi ha mai convinto: i bambini amano le favole, ma non vogliono essere coglionati. Ricordo mamma, terminata la favola chiedevo, “e poi?”; quella fine secca e perentoria non mi bastava, stimolava anzi la mia curiosità (e una certa morbosità). Le favole non ammettono interruzione e non hanno un termine. Come in certi dipinti, se il pittore è capace, l’occhio percepisce quello che non ha disegnato. Nella scrittura (e ancor meglio in quella fiabesca) avviene lo stesso, la storia va oltre la fine della favola e il racconto continua altrove. Per una certa abitudine che hanno i bambini allo stupore, già sanno cosa accadrà nella storia; la parte più interessante, che evade dalla linearità della narrazione, rimane quella non scritta. Le favole si muovono secondo consuetudine e tuttavia stupiscono proprio perché è presente un’interruzione nel racconto. Come per la scatoletta di tonno, quando la apri, vedi che è vuota, ma c’è un biglietto: tonno subito!. Non ti lamenti se è vuota, ti stupisci perché quel che contiene disturba le regole del gioco.
(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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