IL LUPO CATTIVO (da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

Biancaneve

IL LUPO CATTIVO
Il cattivo nelle favole ha dei caratteri consueti. Fauci, corpo peloso, gigantesco, vorace. Qualcuno direbbe addirittura archetipici, essendo qualcosa non solo di comune, ma che precede la formazione dell’immaginario. La favola produce la fantasia, l’alimenta, la sostiene, la usa persino. Tanto che quando l’incappucciata trova il canide al posto della nonna, non si stupisce che abbia la bocca grande e le mani pelose. Nelle favole come nel sogno non c’è posto per lo stupore; è una consuetudine che diventa abitudine. La vita si svolge in questo altrove, nel bosco e i boschi (si sa) sono popolati dai lupi. La favola non funziona senza; il lupo muove i personaggi, dà un volto alla paura, tiene in tensione la storia e dà una regola alla struttura, alimenta il risentimento del lettore, più che dell’anonima scarlatta. Il bosco è nell’immaginario di chi legge, che fa appunto una legge e sancisce la morte del quadrupede. Perché le favole sono cose da bambini e i bambini, col senso della giustizia che hanno, diventano crudeli. C’è una relazione tra giustizia e crudeltà. E infatti i buoni non si accontentano di ammazzare il lupo, gli devono squartare la pancia (finanche per tirare fuori la nonna); i buoni nelle favole non porgono l’altra pancia e appunto rendono pan per focaccia.
(Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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PER ME BIANCANEVE GLIELA DAVA AI SETTE NANI

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PER ME BIANCANEVE GLIELA DAVA AI SETTE NANI
La favola rimanda alla parola e al parlare. Le favole sono qualcosa di diverso dai miti, che richiamano invece al silenzio (mito-muto-mimo; Mimmo, che è un mio caro amico afono). Con le parole ci raccontano favole e noi abbiamo bisogno di favole e parole perché il silenzio svuota. Il blasonato in lapislazzuli arriva coi cloppete cloppete di una metonimia; riempie i vuoti, dà un senso all’attesa, salva Cenerentola dall’isolamento in cui l’hanno costretta le sorellastre (che sono tali, appunto in quanto non le rivolgono la parola). La scarpetta è di vetro; e vuol dire che al di là delle negligenze, la fanciulla ha un piede degno della corte, e che il principe vedendolo (vid-trum) le fa appunto la corte. La favola si completa con un bacio e vissero felici e contenti. Non diversa è la storia di quell’altro principe che giunge al capezzale di una sventurata. La poveretta è mezza morta (nelle favole le principesse sono sempre mezze morte) dopo avere convissuto coi sette vizi capitali e meriterebbe un minuto di silenzio. Invece la bacia. Ed è strano perché baciare vuol dire mormorare e parlare: dicono che quell’incontro di labbra sia un apostrofo rosa; niente di più sbagliato, è un vero e proprio discorso. Il blasonato è venuto a raccontare una favola, non serve ad altro. La favola prende infatti il sopravvento al punto che il principe non si chiede che genere di rapporti abbia intrattenuto la fanciulla con gli acondroplasici, perché per me Biancaneve gliela dava ai sette nani.
(Da “Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani”)