FILOSOFIA E CARTA IGIENICA

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Tutto comincia da là, cercando il principio di quel rotolo di carta che sembra non trovarsi mai. Capita nei momenti del bisogno, ed è un’esperienza devastante sul piano emotivo, imbarazzante su quello sociale, incomprensibile su quello intellettuale. Perché se tutto ha una fine, ogni cosa deve pure avere un inizio, L’archè (ἀρχή), l’origine e il principio non è solo una metafora dell’universo, è la concentrazione dell’assoluto nel rotolo di cellulosa. Le mani lo afferrano, lo rigirano, imprecano a volte alla ricerca di quel primo strappo che sfugge alle leggi della logica e della fisica. E’ difficile non andare oltre nell’indagine; l’infinito si mostra nella sua essenza come qualcosa di reale: il principio deve esserci per anapodittica certezza. Il concetto di ápeiron (ἄπειρον) come illimitato e indefinito si genera proprio da quella inaccettabile mancanza, dove non c’è inizio non può esserci fine. Nella filosofia pratica le cose funzionano in maniera diversa e il tempo come il passaggio tra il prima e il poi ha ancora un senso; le mani sono poco propense al nulla e non concepiscono il vuoto. L’indeterminato è una bella idea aristocratica che non tiene però conto dei bisogni reali; il primo dei quali è di trovare l’origine delle cose, foss’anche di un rotolo di carta. La filosofia pratica precede quella teoretica, ed è evidente la ragione; le mani comprendono quello che utile e il resto sono solo parole. Anassimandro da quel luogo intimo del pensiero è andato anche oltre, ipotizzando che nell’ápeiron le cose fossero tutte quante unite in armonia, senza appunto contrari, principio e fine. Ed è questo il problema: il rotolo si mostra privo di un limite nonostante la sua fisicità. Ma è un approccio intellettuale il suo; i bisogni del corpo chiedono invece altro, una fondazione, un punto fermo da cui cominciare. Strappo dopo strappo, misurando il tempo e lo spazio fino all’ultimo rimando. Perché la carta igienica è come la vita, può anche essere a due veli, morbida o ruvida ma prima o poi finisce e lo sappiamo. Quel che rimane lo chiamano anima, per altri è solo il cilindro che non permette alla carta di deformarsi. Un uomo può anche fantasticare sulla bellezza di quel vuoto che dà consistenza al rotolo, ma la sostanza continua ad essere la carta. E quella è una verità che si capisce appunto nel momento del bisogno.

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I POLIMERI DELLA SANTANCHE’

Lo abbiamo visto in questi giorni, le violenze sessuali si sono ripetute; una ha avuto come vittima un’ottantenne, un’altra ha visto coinvolti le divise, un’altra ancora a Rimini ad opera di quattro balordi. Questo è quello che sappiamo dai giornali, ma c’è un sottobosco del quale non siamo informati, silenzioso, nascosto nelle case e nei posti di lavoro, nei ministeri anche (ma quella è un’altra storia). L’orgasmo, sempre e solo quello, cercato in tutti i modi e al di là delle regole minime della civiltà. In politica non è troppo diverso, il Paese è stato lungamente governato da un satiro che ha legittimato comportamenti riprovevoli sul piano umano e inaccettabili su quello giuridico. A Milano c’era il quartiere delle Orgettine (con la R, che si capisce meglio), la Ministra e la fellatio, la minorenne, le transessuali mantenute dalla politica. Ma il potere è anarchico e fa ciò che vuole e lo sappiamo; alla lunga però anche il popolo più mansueto finisce per desiderare l’indesiderabile, convalidando le proprie azioni su quel che è autorizzato dalla diffusione mediatica e adegua i comportamenti facendo della propria vita una pantomima di quella del padrone. Il termine (padrone) non è desueto, chi comanda ha violentato la purezza della carne di un’intera classe sociale, contaminando l’innocenza della sessualità, violentando e deformando i corpi; è così che penetra e si mantiene il potere: rendendo osceno e pornografico l’amore. Qua forse più che altrove.

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C’è un profondo legame tra il godimento e la politica e il sesso e il potere. Il problema è la natura di quel legame; la parola rapporto mi pare compromettente e richiama a una familiarità impropria nel piacere, che è libero e svincolato dai tegumenti e mette in imbarazzo chi è al comando. E’ vero, la politica è l’arte del compromesso (così almeno dicono e tuttavia rimane un pessimo modo per amministrare la cosa pubblica) ma è difficile pensare che un ministro ambisca a compromettersi, la regola è quella di non dare scandalo. Il termine dialettica, pur vero, è aulico e anacronistico e il popolo non legge e non è istruito, inutile rispolverarlo dagli armadi hegeliani e marxisti. Relazione mi piace, rimanda al passaggio tra la causa e l’effetto, o meglio tra la causa e l’affetto. Perché il politico si innamora del potere al punto da stuprare le leggi per possederlo e conservarlo. E arrivo al punto: quel che il plutocrate fa tra le lenzuola non è che il passaggio verso le perversioni che andrà a compiere all’interno delle istituzioni. Ed è noto: ciò che il Re non fa alla moglie prima a poi lo fa al popolo. Ci sono ricerche autorevoli che confermano le particolarità sessuali degli uomini di governo; vale anche per un ominide asessuato come Andreotti, perché è difficile pensare che quel corpo intorpidito dal potere fosse portato a una naturale espressione delle pulsioni. Naturale vuol dire un godimento non compromesso dalla legge, ma che comunque non la infrange in quel che la rende autorevole, il diritto nella sua imprescindibile consistenza ontologica. Con Berlusconi, è oramai storia, il piacere nella sovrastruttura autoritaria è diventato sfacciatamente pubblico; è accaduto perché c’è stata una forte concentrazione al comando nelle sue mani, che si sono sentite libere di violentare il diritto naturale e le leggi che la comunità si è data. E lo ha fatto come il potere solo può, in maniera anarchica prima che dispotica. Di Renzi è inutile dire, ha un’oralità esasperata e il suo è un appagamento unilaterale; perché le parole non bastano e con quelle siamo tutti bravi, ma a letto bisogna saperci fare. C’è una cosa che non entra in testa al politico italiano, il godimento è una relazione con l’altro, altrimenti non va al di là dell’onanismo o dello stupro. Si chiama democrazia questa cosa, ma è più semplice masturbarsi che affrontare l’impegno di un rapporto sessuale. Infine c’è il sesso del disgraziato, vorrei dire del popolo, ma poi mi accusano di veteromarxismo e allora censuro la parola. Diciamo il disadattato, quello che sfoga il piacere tra le mura domestiche; sano una volta, pur in un patriarcato che ius vitae necisque feriva la donna nell’identità politica, ma praticato con il pudore di rispettare la carne, che in sostanza voleva dire non abusare del corpo femminile già sfiancato dal lavoro e dalle maternità. Nessuna nostalgia per una sessualità familiare che andava profondamente cambiata e inserita sine manu nel contesto delle leggi che tutelano il privato; e tuttavia si trattava di un godimento privo di esasperazione, contornato ma non finalizzato all’esercizio del potere. Perché c’è un piacere sublimato, confuso con il piacere del comando. Da qualche anno, complice la televisione e il rumore della stampa che ha reso legittimo quello che non lo è, la politica ha cominciato a compiacersi apertamente di certe pratiche avulse alle masse popolari (io posso e tu no, anzi: io so’ io e voi non siete un cazzo, come diceva il Marchese del Grillo), prima facendo maturare il voyeurismo nella classe lavoratrice (altro termine obsoleto) e poi il bisogno di assimilarsi al padrone nel suo lato peggiore, quello antistorico e antidialettico, dando il nome di anarchia a quello è nella sostanza un imbruttimento del piacere nella sua radicale espressione culturale.

I corpi manipolati dal potere portano i segni dell’ideologia, sono idee prima che carne, estetica piuttosto che natura, cultura invece che lavoro, pornografia e non intimità. Volti artefatti come quelli della Santanchè, che sanno di plastica e materie sintetiche, che fanno sentire il denaro (e dunque il potere) delle costose manutenzioni di restauro, non sono che l’adeguamento del corpo e della sessualità a un’estetica dell’erotismo elitaria e impopolare. “Io so’ io e voi non siete un cazzo”, in cui il popolo che non legge ma ha erezioni per Balotelli ha finito placidamente per deformarsi: con casalinghe che acquistano il Botox in internet e disperati che si prendono l’orgasmo dove possono e senza il consenso della vittima. Perché è così che fa il padrone; e se lo fa lui perché io no?