. Gli ossimori di Salvini

«Donazione di sangue obbligatoria a scuola»

Adoro quest’uomo, come tutti quelli che si trovano nel posto giusto a dire la cosa sbagliata. Mi piace il suo qualunquismo, la demagogia, persino la sua inconsapevolezza ha qualcosa di poetico. Tre idee in testa, sgrammaticate, sostenute però con la caparbietà di chi non padroneggia i contenuti del pensiero e della lingua. Con la pertinacia di difendere l’indifendibile e tuttavia col candore di chi davvero non capisce. Sguardo spento, non tradisce alcuna articolazione, come coloro che si portano dentro un dolore profondo e non traspare che quello. Un’idea fissa, la rigidità di un pensiero che latita; è come prigioniero della propria identità. Vorrei dire della sua storia, ne avrà pure una al di là quella passata nei palazzi del potere. Limitato il tanto che basta per far carriera, riluttante, violento nel modo corretto per fomentare il rancore nel suo elettorato. Razzista, ma pare essere una virtù. Mi piace perché ha la faccia tosta di presentarsi come il nuovo; mi piace quel continuo monito alla legalità urlato dai banchi di un partito che qualche problema con la giustizia pure l’ha avuto. Mi piace per il tono aggressivo che hanno quelli del popolo e mi piace quella rabbia mai sommersa in un uomo che vive delle istituzioni, con quel che ne consegue sul piano dei privilegi. C’è una strana incoerenza in quest’uomo e mi piace. Mi piace il suo linguaggio elementare, minimo, disartrico per inadeguatezza a una lingua più complessa; quello delle case popolari, della provincia, delle borgate. E dei manicomi.

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RUTTO LIBERO

BOSSI DI SEPPIA
“Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non rubiamo.”
Ingenuo Montale

 

Da tempo sfoglio la pagina di un noto politico. Su quel profilo il termine ricorrente è invasione o clandestino, segue extracomunitario, in leggera flessione Roma ladrona. Una ragione c’è, non si sputa dove si mangia. I neologismi si sprecano: sinistrato, cattocomunista (il più delle volte con la k), sinistronzo, sinistrotto, piddino, renzino. Buonista. L’uso del neologismo ha una funzione particolare, tende a circoscrivere l’individuo in un gruppo e il gruppo in un luogo comune con una lingua incomprensibile fuori dal recinto. Lo stesso accade con le degenerazioni neuronali o psicotiche; perché di quello si tratta, le mandrie si recintano intorno al capitano che promette ordine e qualche benevolenza. La parola ordine ha una natura apotropaica e curativa quando l’Io perde le sue funzioni. Le parolacce la fanno da padrone: caxxo (con la x), rottinculo, checca, negrodimerda. La grammatica latita, ma si tratta di gente laboriosa, non di sfaccendati che hanno tempo da perdere con i dettagli. I concetti sono ridotti al minimo: gravitano attorno a poche idee, confuse neanche tanto; la prima attorno alla quale ruotano le altre è l’invasione da parte dell’uomo nero. La medicina che gli accoliti propongono è il rimpatrio, la galera, la frusta a volte per gli indesiderati. La dinamica della discussione è pressoché la stessa: il leader scalda gli animi con una domanda retorica e l’esercito infuriato parte in battaglia. Non c’è posto per la discussione, la regola è che a casa nostra facciamo come ci pare e se non vi sta bene fora di ball. Il condottiero commenta poco e quando irrompe lo fa come bulletto di periferia che fomenta la massa inferocita. Non stempera le animosità, istiga piuttosto con un’ironia che a lui sembra sottile, ma che non va al di là della volgarità e del rutto; la mandria fa muro e tutti insieme si riuniscono a mangiare polenta e osei. I luoghi comuni abbondano; un luogo comune è un pensiero che fa riferimento a un’abitudine maturata nel sentire popolare. La realtà è un’altra cosa, ma quando c’è un limite cognitivo la comprensione viene filtrata da un’idea tanto diffusa da sembrare verosimile. La verosimiglianza è però lontana dalla verità, come la demagogia e la retorica dalla politica. Non si tratta solo di una disfunzione semantica indotta dalla mancata padronanza del vocabolario, ma di una profonda degenerazione neuroantropologica. Si sente nell’assenza del senso delle parole e appunto nel prevalere dei luoghi comuni.

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E vengo al punto: la demenza neurolinguistica è caratterizzata dalla perdita del significato e dal deterioramento cognitivo; è una manifestazione clinica della degradazione lobare frontotemporale, associata all’atrofia del giro temporale inferiore e medio. Le persone affette presentano problemi nella denominazione e nella comprensione di parole, nel riconoscimento dei volti, delle cose, delle situazioni, della realtà; la predominanza del verbale o non verbale (e nel nostro caso delle gutturali che dominano sulle articolazioni mature della lingua) riflette l’accentuazione dell’atrofia cerebrale. Alla distruzione del linguaggio si accompagna quella della personalità e a seguire la dimensione sociale dell’individuo. L’aggressività, la violenza, l’odio razziale e sociale verso un fantasma immaginario e minaccioso è uno dei morfemi dello stato paranoico di un poveretto che ha smesso di desiderare in maniera sana e consapevole e ha cominciato a odiare.
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Da Gli italiani il sesso (la rivoluzione) lo fanno poco e male

 

LE TETTE DI FOUCAULT

The Danish Girl è un film del 2015 diretto da Tom Hooper, adattato al romanzo La danese (The Danish Girl) di David Ebershoff e ispirato alle vite dei pittori Lili Elbe e  Einar (Gerda) Wegener. La storia è questa: Einar accetta di posare in abiti femminili per la moglie e capisce d vivere in un corpo che non è il suo; poco alla volta abbandona i caratteri maschili per diventare Lili Elbe, assorbito nella sua identità di donna. 

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The Danish Girl prima che un racconto dell’omosessualità o travestitismo, è una profonda delicata plastica analisi della sessualità ben contestualizzata nella Copenaghen degli anni venti.  La trama è quella, ma va davvero oltre e racconta dell’identità di genere in termini sorprendentemente attuali. Nel film Einar viene ospedalizzato, il corpo sottoposto a terapie brutali, coartato e violato nell’intimità.

La storia si presta a diverse interpretazioni, voglio però soffermarmi su una in particolare, l’identità. Non ci pensiamo, ma è manipolando il corpo che abusiamo della volontà svuotandola di una consistenza giuridica. Siamo corpo e il corpo ha una collocazione politica, anche nel carattere sessuale. La politica evita accuratamente di rivolgersi a noi in quanto carne, perché la carne è rivoluzionaria, libera, è istintivamente rivolta al godimento, non la controlli con le idee, va nutrita ogni giorno, riscaldata in una casa, se la sfianchi di lavoro deperisce, privata dei bisogni primari muore. Può esserci una sola politica ed è quella che si prende cura del corpo, l’anima esula dalle competenze dello Stato. Il corpo desidera, vuole, spera, è attuale e mai declinabile al futuro; l’attualità è possibilità e divenire, non c’è nulla di più eversivo del qui-ora. Poiché lo squilibrio in una struttura sociale comincia riconoscendo l’instabilità, a uomini e donne in transizione da un genere all’altro viene tolto ogni elementare diritto. Lo Stato impone l’identità (anche quella sessuale) e la certifica con una carta con la quale legittima la contraffazione dell’Io; pretende la sua reificazione chiedendo a ognuno di diventare identico a se stesso. Lo squilibrio a quel punto diventa endemico, a cominciare da quello mentale che si riverbera in quello sessuale. 

Nel film Danish Girl le autorità cercano di riportare Einar nella normalità. Normare è controllare, come nominare è identificare; l’identificazione è già uno degli aspetti della normalizzazione, con la quale si chiede a un individuo di diventare identico a se stesso. L’identità è una tautologia che conferma nel singolo il carattere universale dello Stato. Quel che c’è al di là, l’alterità, è qualcosa di patologico e di deviato, di difforme. Il diverso o la deformità come categoria antropologica non è assorbibile dal conformismo sociale così com’è espresso dalla moderna società tecnologica. Collocare la reazione (o alterità) altrove, nei luoghi della perversione vuol dire mantenere inalterato l’ordine, dare una regola e imporre di rispettarla. Sistemarla in una dialettica di opposizione che separa nettamente giusto e sbagliato, normale e anormale, il bene dal male. Un potere di questa natura non può che invadere ogni aspetto della sessualità, del corpo, dei sentimenti e della società nella quale sono collocati. Foucault è stato molto chiaro denunciando il potere e i suoi travestimenti: le relazioni di potere sono immanenti, non una sovrastruttura che esercita da un tribunale il ruolo della censura. I rapporti di forza, multiformi e instabili, si muovono dal basso per poi diffondersi attraversando tutta quanta l’esperienza sociale senza individuarsi in maniera assoluta. Le articolazioni del potere nelle società moderne sono il punto di partenza da cui procedere alla definizione delle modalità con cui tali intrecci producono i discorsi sul sesso. Al centro del discorso-potere si trova il corpo, in qualità di oggetto di sapere che ha assorbito i rapporti e i conflitti di classe. Quello della sessualità si è formato partendo da un meccanismo già in movimento, l’alleanza, all’interno della quale il potere continua a presentarsi nella forma canonica del diritto. Con la nascita delle tecniche di confessione, ossia con lo sviluppo di nuovi discorsi che avevano come oggetto non più i rapporti legittimi o illegittimi discriminati in base al diritto, ma il corpo nella sua espressione erotica, si sono generati nuovi argomenti che dalla famiglia sono poi fluiti nella pedagogia, nella sessuologia, nella psicoanalisi. Mentre in precedenza nel meccanismo dell’alleanza, la famiglia era il luogo dei rapporti coniugali conformi e conformanti, il dispositivo più recente ne ha fatto il luogo in cui dal principio si esprime la sessualità; quello degli affetti e dei sentimenti e per tale ragione secondo Foucault la famiglia nasce come una struttura incestuosa. Per contenere la degenerazione dell’incesto agisce in essa il discorso-potere, che argina la disinvoltura del più recente meccanismo della comunicazione che stimola invece la sessualità all’interno del gruppo familiare. Le nuove tecnologie allentano la morsa morale all’interno del contesto domestico e per scongiurarne l’effetto con un doppio binario comunicativo la ritraducono nella forma del diritto.  Alle strategie di controllo istituzionale corrispondono altrettante figure antropologiche, divenute oggetto del sapere: la donna isterica, il bambino onanista, la coppia maltusiana, l’uomo perverso a cui si affiancano le specifiche tecnologie di intervento e le relative figure professionali (il sessuologo, lo psicanalista, l’assistente sociale, il pedagogo e altre ancora dall’economista al giurista). Il potere-sapere nasce in un preciso periodo storico e con finalità ben demarcate. L’origine si trova nelle classi borghesi emergenti e in quelle aristocratiche del XVIII secolo, dilatandosi all’esterno della famiglia e intervenendo sulle perversioni e le sessualità eterogenee generate in una società che ne stimolava la proliferazione, per poi controllarle con l’apparato delle alleanze. Fino al XIX secolo le fasce popolari non interessavano al dispositivo di sessualità; la famiglia e l’obbligo morale alla fecondità esercitavano dalle mura domestiche il controllo; il corpo proletario solo successivamente è stato identificato con il sesso, come un nuovo regime di segni che ne ha ridisegnato i contorni cancellando quelli prodotti dalla fatica, dalla cattiva alimentazione, dalla povertà. Nella cura che la borghesia ha avuto del proprio corpo Foucault individua gli stessi metodi di cui la nobiltà si era servita per marcare e conservare la differenza di casta. Mentre per affermare la singolarità del proprio corpo le classi nobiliari avevano inventato il concetto del “sangue blu”, la borghesia ha cominciato a guardare alla discendenza e alla salute dell’organismo. Oggi è più che mai evidente che il sesso abbia sostituito il sangue; la prole vigorosa e il benessere del corpo dipendono da una sessualità ordinata, di cui il meccanismo di potere-sapere si prende cura.

Marcuse si è spinto anche oltre. La repressione (perché di questo si tratta) non è un fatto costitutivo della civiltà umana o un fenomeno storico, ma la conseguenza a una specifica organizzazione sociale. Un particolare aspetto della repressione è quello che chiama “addizionale” e si fonda sul principio di prestazione; tale forma repressiva è diversificata sulla base del lavoro che svolgono i singoli individui. Produrre la repressione addizionale è compito della struttura familiare patriarcale e monogamica, dell’industria culturale di massa e soprattutto della divisione gerarchica del lavoro. In quest’ordine di idee la società è determinata a diventare totalitaria, ossia a rendere impossibile ogni opposizione. L’apparato produttivo ha raggiunto un tale livello di sviluppo, da rendere disponibili le risorse necessarie a soddisfare i bisogni umani, ma la società totalitaria crea sempre nuovi bisogni falsi e artificiosi alimentando il desiderio per impedire l’emancipazione degli individui. In L’uomo a una dimensione sottolinea l’attuale impossibilità della liberazione, perché la società industriale avanzata si conforma in maniera sempre più totalitaria, unidimensionale. La stessa tecnologia si configura come uno strumento per istituire nuove forme di controllo e di coesione sociale, il più delle volte piacevoli e quindi maggiormente efficaci. Questo vuol dire che è proprio l’innalzamento del tenore di vita, dovuto ai progressi tecnici raggiunti, a diventare veicolo di repressione: genera infatti il bisogno ossessivo di produrre e consumare e abbassa la soglia di resistenza al sistema. Marcuse parla di desublimazione e tolleranza repressiva; grazie all’estensione in massa di valori culturali, che vengono appiattiti sull’ordine esistente, si verifica anche una concessione di libertà apparenti che non danneggiano gli interessi dominanti ma garantiscono e rafforzano la continuità della repressione. Nelle democrazie moderne la tolleranza coincide con il permissivismo, perché viene concesso sulla base dell’idea che nessuno sia in possesso della verità e che pertanto il soggetto delle scelte deve essere la collettività, che si suppone composta di individui capaci di scegliere liberamente. In realtà la società produce l’effetto contrario, un generale conformismo. Anche il pensiero corrispondente a questa situazione è una unidimensionale, modellato sulla realtà esistente e incapace di opposizione e critica. Più che alla classe lavoratrice, che appare sempre più integrata nel sistema e da cui tende ad assorbire i valori, Marcuse guarda agli studenti e ai gruppi marginali come i neri, i guerriglieri del terzo mondo, gli emarginati e il sottoproletariato delle periferie, le prostitute, i disadattati come a potenziali soggetti rivoluzionari. La diagnosi della società tecnologica che Marcuse ha delineato è più pessimistica di quella di Foucault ma inappuntabile. Tutti i luoghi alternativi, tutte le forme di opposizione, tutte le dimensioni diverse da quella della tecnologia sono stati conquistati dalla finta democrazia della società industriale: l’uomo, la società e la cultura sono ridotti all’unica dimensione che condiziona nel profondo bisogni e desideri. Nessuno è svincolato da questa non-libertà, tutte le classi, compresa quella operaia, sono ormai assorbite dal sistema; solo fuori del sistema si può ancora trovare qualche potenziale rivoluzionario (“Al di sotto della base popolare conservatrice”), tra gli emarginati, i reietti, gli stranieri, gli sfruttati, i disoccupati. Tra coloro che non sono integrabili in un’identità storica e politica; come Lili Elbe, le transessuali nella più radicale tra le alterità, quella sessuale. 

Da Gli italiani

Sono disponibile…

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Lo stato e la carta di identità

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Ci ho messo tanto a perdere un’identità. E che fa, me la ritrova un triste funzionario comunale?

 

“Al lassismo intellettuale che ci ha raccontato la necessità della liquidazione della teoria, spacciando l’interesse di parte per nichilismo, Adorno ribatte che è invece necessario pensare i limiti che hanno generato una prassi antisociale e autoritaria. L’identità soprattutto, che prende la forma dell’ideologia, coincide con l’adattamento e la tautologia di uno stato che informa la coscienza e impone di rievocarla ripetendola. Chiedendo a ognuno di identificarsi nell’identità che esso stesso dà. La chiamano carta di identità e con quella carta lo stato risolve le particolarità, i caratteri, la diversità in una verosimiglianza che ripete nel predicato quello che è già detto nel soggetto, imponendo al singolo di individuarsi come soggetto privo di oggetto, l’Io come Io. E’ evidente che dietro il concetto di identità si muova quello più antico di anima e di sostanza, un’ideologia e una metafisica, la mistica dell’Io come incondizionato produttore di se stesso. Per questo è necessario ripensare il principio di identità a partire dalla diversità perché ogni determinazione è un’identificazione. Non è solo un problema legato al pensiero; lo vediamo più che mai nell’epoca moderna, nell’ostracismo populista al nero, al diverso, alla diversità di genere, alla difformità come assoluto antropologico negativo su cui la politica ricama consolidando nei razzismi le strutture del potere. La forza che annienta l’identità è quella dell’identità stessa, del pensiero. La conoscenza del non-identico è dialettica; la sintesi come idea suprema viene bandita perché assolutizzando il principio di identità, il pensiero identificante (quello che assorbe la particolarità nell’universalità) oggettivizza tramite l’identità la logica del concetto. Il suo momento positivo non è nella conciliazione ma nella negazione specifica e individuale. In Adorno la dialettica ha un carattere etico produttivo, resistenza dell’altro contro l’identità. L’individualità non è per sé ma in sé il suo altro, dipende dall’altro. Solamente un sapere che abbia presente anche il contorno storico dell’oggetto nel rapporto con altri è in grado di liberare la storia non nell’idea ma nell’oggetto stesso. Conoscere l’oggetto nelle sue articolazioni vuol dire conoscere il processo che l’ha costituito; negarne l’esistenza significa mettersi dalla parte dell’apparenza. Se si liberasse come soggetto, il soggetto uscirebbe dalla sua oggettività, che dipende proprio da questa emancipazione. Adorno afferma la superiorità dell’oggetto, il soggetto rivela la sua inconsistenza quando pretende non di rappresentare ma di dare una forma assoluta al tutto. L’oggetto può essere pensato solo dall’oggetto ma è costitutivo del soggetto, mentre nell’oggetto non vi è soggetto. Il senso della soggettività è di essere anche oggetto mentre l’oggetto è vincolato alla soggettività solo nell’atto della sua determinazione”. (Dall’introduzione a (Gi italiani il sesso lo fanno poco e male)

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Gli italiani il sesso lo fanno poco e male

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“Chi ha potere non teme la libertà, ma il suo bisogno, la sacralità del sentimento. Gli uomini che comandano hanno trasformato i popoli in adoratori di feticci svilendo l’amore in qualcosa di pornografico. Perché l’amore, che è il più rivoluzionario tra i sentimenti, è un fatto privato e bisognava socializzarlo, renderlo pubblico affinché non desse scandalo. Il potere ha paura dello scandalo, ha dovuto trasformare in scandalosi gli atti più comuni e innocenti” (dall’inroduzione).

La pazienza è torpore misto a sordità. E’ una menomazione, un difetto cognitivo (o percettivo); toglie il gusto di scendere in strada con una mazza da baseball.

D.SOC/2

La rassegnazione è l’odore del cadavere, solo a un corpo decomposto si può chiedere di pazientare o di fregarsene.

D.SOC/3

Il mio ottimismo si riduce a questo: non dubito del progresso dell’umanità perché sono certo della sua estinzione.

D.SOC/7

Il progresso è quella cosa che va dalla ruota alla bomba atomica.

D.SOC/8

La compassione come la sopportazione è il sentimento spurio dello schiavo educato nella tolleranza.

D.SOC/9

Il grande rinnovamento del secolo scorso è stato quello di rendere imperturbabile l’animo e anestetizzare il corpo. L’ordine della società nato dopo la rivoluzione industriale, concentrato massicciamente nella produzione più che nella divisione del lavoro, necessitava dell’insensibilità del popolo e della sua indifferenza.

D.SOC/11

Non può esserci che una politica del corpo, è il corpo ad essere collocato in un ordine giuridico e a portare le istanze del diritto nel campo legislativo. L’anima esula dalle competenze dello stato, la teleologia è materia metafisica e quando è presente nelle istituzioni rimanda alla produzione di un potere assoluto e mai democratico.

D.SOC/12

Il solo cretino sopportabile è quello non demografico.

D.SOC/13

Dubito dell’intelligenza di un uomo sinceramente convinto che la carne nasca nel cellophane, così come non mi fido di una società che rimuove l’agonia che viene da un mattatoio.

D.SOC/14

La sopportazione e l’anosmia sono la misura dell’amore per gli uomini. Ci vuole l’Indifferenza di uno stoico ma anche tanto cattivo olfatto.

D.SOC/15

La mansuetudine in vecchiaia è empietà temperata dall’incontinenza.

D.SOC/16

Allo stato attuale la sola virtù che riesce a piacermi degli uomini, quando c’è, è loro la sterilità.

D.SOC/17

Il sapone ci ha reso tollerabili più di secoli di cultura della tolleranza.

D.SOC/18

L’acume è una forma di diffidenza e ha gli effetti di una cattiva digestione; il cretino ha uno stomaco imperturbabile e non dubita praticamente mai.

D.SOC/19

E’ dentro ai macelli che gli uomini rivelano quello che sono: indifferenti, sordi e quando possono con le mani sporche di sangue.

D.SOC/20

La scimmia è l’animale più indisciplinato, assai simile all’uomo. Prima che dalla scimmia l’uomo discende dalla sua indisciplina, la civiltà di cui va fiero è solo un passo indietro nella catena evolutiva.

D.SOC/26

Da domani il libro è disponibile anche nella versione cartacea. L’ebook alla pagina https://www.amazon.it/dp/B01N4SLX2A

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IL MOVIMENTO DEFORME

E’ un partito senza voti e consenso. Manca di una sede ed è privo di una collocazione; non rappresenta nessuno, perché non siamo delle rappresentazioni; non dà voce a un’ideologia, perché siamo persone e non idee…

E’ un partito senza voti e consenso. Non ha un colore politico; manca di una sede ed è privo di una collocazione, uno statuto, una storia; non rappresenta nessuno, perché non siamo delle rappresentazioni; non dà voce a un’ideologia, perché siamo persone e non idee; non si radica nel territorio, svella piuttosto dalle radici. Non appartiene e non dà appartenenza, perché la proprietà non è un furto ma comunque fortuita. Non porta valori ma disvalori, deforma e non informa: il movimento aborre tutto ciò che è conforme. E’ un partito senza regole, prìncipi e principi, che non ha un capo e una coda. Quello DEFORME è un movimento che non si accoda.

movimento

SITO WEB DEL MOVIMENTO

Noi, uomini e donne che aderiamo al movimento siamo per il disordine, la cattiva sintassi, i paradossi concettuali, gli ossimori lessicali, le aritmie estetiche. Siamo per i linguaggi non convenzionali (e non convenzionati) nell’arte, nella scrittura, nella vita. Noi, uomini e donne del Movimento Della Deformità, rifiutiamo il logos e la teleologia semantica, la logica lineare, l’universo nei significati codificati unidirezionati e ci impegnamo per un’estetica nell’arte come nella vita di tipo circolare, chiaroscurale, gastrointestinale. Aderiamo a una ricerca superficiale, ottica, destoricizzata e decontestualizzata. Siamo per la cattiva digestione culturale, ascoltiamo le peristalsi dell’occhio, sosteniamo l’iperacidità e anzi la promuoviamo come un fatto di coscienza. Difendiamo il brutto, l’osceno, il satiro in tutte le sue forme. Non siamo DADA né DADAUMPA. Diffidiamo della parola “cultura” poiché siamo per una coltivazione manuale e contadina del sapere, diffidiamo della morale e delle sue storture epocali, diffidiamo delle aberrazioni concettuali e delle distorsioni metafisiche. Noi esseri deformi ci dichiariamo cultori dell’insuccesso, del fallimento, di un politeismo antropologico libero dai confini geografici, ideologici e temporali. Difendiamo il corpo e la carne in tutte le manifestazioni, anche patologiche, la mente nelle devianze, il pensiero paralogico. Aborriamo la lingua nella sua attuale codifica, la bellezza nelle transustanzazioni dell’Io, il diritto consustanziale all’economia. Crediamo nell’etica di Topolino più che in quella di Croce o di Marx, crediamo che i Puffi (pur essendo alti due mele o poco più) siano giganti della cultura, crediamo che Paperina sia più sexy di Belen, preferiamo Paperone che cerca pepite nel Klondike alla new economy che scava nel torbido. Pensiamo e ci battiamo per questo come cavalieri che brandiscono il pennello e la penna, di realizzare un mondo non più di ombre sbiadite, uomini demoralizzati e deumanizzati, ma di cartoni in/animati che fluttuano attraversando il tempo per dare vita a una città di carta svincolata da idee, miraggi e false credenze.

PUNTI PROGRAMMATCI
– Alla logica deduttiva preferiamo quella seduttiva
– Siamo per l’errore in tutte le sue forme, aborriamo la verità e il suo concetto
– Crediamo, come quel saggio che si perse nel deserto alla ricerca di sé, che cercarsi è un bene ma essere cercati è comunque meglio
– La morale è l’altare su cui sacrifichiamo la nostra felicità
– L’anima è ciò che rimane del corpo quando lo abbiamo privato di tutto quello che dà piacere
– Ripudiamo la guerra e mettiamo i liquori nei loro cannoni
– De/psicologizziamo e difinfestiamo l’occhio e la lingua dai vecchi retaggi freudiani
– Siamo per tutto ciò che è instabile, incerto, insicuro, a cominciare dalle categorie di spazio e tempo
– Non crediamo a un’etica senza un’educazione estetica
– La bioetica è un tribunale d’inquisizione, chiediamo lo scioglimento di congregazioni che perpetuano delitti contro la civiltà
– Amiamo e rispettiamo la natura, tanto da amarla anche contronatura
– Lo spazio è una contrazione/dilatazione del tempo
– La luce è l’arteficie di questa contrazione
– La contrazione dello spazio comporta il suo annullamento
– L’annullamento porta a una necessaria revisione dei confini geografici e conseguentemente giuridici
– Il tempo è mero flatus vocis ed è frutto della vecchia logica lineare secondo il prima e il poi
– Noi siamo per il durante, siamo esseri in transizione
– Lo spazio prima che un campo fisico è un campo poetico
– Non c’è verità senza giustizia, salute, bellezza. Tutto ciò che non porta a questi tre universali è contrario alla vita e alla civiltà
– Libertà di parola, di pensiero, di sesso. Il grado di civiltà di un popolo si misura con questi tre parametri. I treni forse arrivavano in orario, ma tutto quel silenzio è contrario alla nostra estetica di uomini e donne disarmonici
– Optiamo quindi per il rumore, in tutte le sue forme
– 2+2 fa 4… ma ci riserviamo il dubbio
– Causa-effetto: ci dichiariamo contro le relazioni logiche, alle certezze aristoteliche di potenza-atto preferiamo l’instabilità di Popper
– A Popper preferiamo comunque le poppe
– Ci dichiariamo contro le relazioni in genere, relazionarsi è creare uno spazio e una prigione di luoghi comuni. Siamo contro i luohi comuni
– Rifiutiamo il principio di identità e la carta di identità. Noi esseri disarmonici andiamo al di là di noi stessi, siamo quello che non siamo, che sfugge, che non si capisce. Siamo ossimori di transizione
– Il nostro motto è ambarabàcicìcocò
– Recitiamo Apelle figlio di Apollo… e ci commuoviamo per la palla fatta da Apelle
– Inorridiamo per la figlia del dottore che faceva l’amore con tre civette sul comò
– Riteniamo che la vita sia comunque meglio

ETICA DELLA DEFORMITA’

Noi Uomini e donne del Movimento rifiutiamo i concetti di bene a e male. Non siamo superiori né al di là, semplicemente stiamo al di qua. La nozione di al di là non appartiene alla nostra visione del mondo. Non siamo contro lo stato, anzi lo difendiamo. Pensiamo però che che lo stato debba avere un nome (attualmente chi può delinque e nessuno sa chi sia appunto… stato). Proponiamo di chiamarlo Paperopoli. Difendiamo il diritto del potente di opprimere, di depauperare, di schiavizzare, mallevando Paperone da ogni responsabilità giuridica, etica e morale. Difendiamo coi denti la Grazia da cui discende questo sacrosanto diritto e facciamo di tutto per entrarci anche noi nella “Grazia”. Siamo contro il diritto al lavoro, allo studio, al salario, alla dignità omosessuale e della donna. SGRUNT! Siamo contro la massificazione, noi non massifichiamo, al limite ma sì, ficchiamo. Siamo contro ogni forma di parità: noi uomini e donne disarmoniche siamo esseri dispari. Riteniamo la libertà una chimera della ragione, e il senso della giustizia una malattia dello spirito. Alla teleologia di nonna Papera preferiamo l’epicureismo di Ciccio. Ci dichiariamo liberi tanto da non incatenarci a un concetto sorpassato dalla storia, annullato dalla lingua, schiacciato dalla tecnica. Più che liberi siamo libertini. Crediamo alla felicità e difendiamo con tutte le nostre forze il bicchiere di vino con un panino. L’eudaimonia è stata confinata nel daimonion e sotterrata agli inferi. Noi pertanto siamo esseri inferiori, più che intellettuali gastrointestinali. Amiamo l’eugenetica di Walth Disney e l’apostasia di Gastone, manipoliamo l’anima. Aborriamo la verità e la morale su cui si è ritagliata la nostra vita, aborriamo la mistica che è fame nella pancia, aborriamo la legge quando è intesa settorialmente e geograficamente. Votiamo esclusivamente quando consumiamo. Siamo per l’uno parmenideo: per noi esseri disarminici non esistono popoli, culture, religioni e civiltà. C’è un solo spazio e un solo tempo, tutto il resto è noia. I confini giuridici sono sorpassati dall’omologazione indotta dalla velocità. Siamo però per la donnalogazione. In/sistiamo quindi nel dubbio paperoghiano e ripetiamo “perché l’ente e non piuttosto il nulla?”. Non solo non abbiamo la risposta, ma titubiamo anche nella domanda SQUARAQUACK! Siamo esseri senza spessore e forma, passeggeri senza senso, frattali privi di storia e di futuro; godiamo il presente e lo consideriamo un regalo. Non per niente si chiama “presente”. Viviamo e non viviamo, presenti/assenti anche a noi stessi. Noi esseri difformi siamo e non siamo.

POLITICA DELLA DEFORMITA’

– Abolizione dell’istruzione di stato; non chiediamo la soppressione degli individui già devastati, ma una ghettizzazione, privandoli degli strumenti della comunicazione e della procreazione, fino all’estinzione degli stessi
– Abolizione del titolo di studio; il cretino con la laurea ha rovinato ed è il nemico di questo paese
. Abolizione degli ordini professionali e delle professioni
– Abolizione della tv di stato e di tutte le televisioni presenti nel territorio
– Chiusura delle scuole e abolizione delle leggi
– Abolizione del lavoro. Si lavorerà per piacere, ciascuno secondo capacità, bisogno e creatività
– Abolizione dei sessi, delle razze, dei luoghi comuni
– Abolizione della figa; per legge istituiamo un declassamento dei contenuti culturali e di senso che prevalgono sulla dignità della femmina
– Abolizione dei patrimoni e dei matrimoni
– Abolizione dell’educazione di stato e delle altre coercizioni culturali
– Abolizione dei confini geografici e culturali, di razza, di colore, di sesso, di specie
– Abolizione delle mestruazioni
– Abolizione delle identità, del nome, dell’Io, della volontà
– Scioglimento della famiglia e dei gradi di parentela
– Obbligo alla lettura
– Coloro che non leggono almeno 300 libri all’anno decadono dai diritti politici e civili
– Obbligo all’ozio, chi verrà scoperto anche solo ad appendere un quadro sarà punito severamente
– Ogni cittadino ha diritto alla felicità
– Ogni cittadino ha diritto al piacere
– Ogni cittadino che incontra un altro cittadino è obbligato a sorridergli; i trasgressori verranno inderogabilmente sanzionati
– Ogni cittadino ha il diritto all’orgasmo, anche sul posto di lavoro; il numero verrà stabilito di volta in volta e nel rispetto dei bisogni individuali
– Ogni cittadino ha diritto a vivere senza Salvini
– Ogni cittadino ha diritto a vivere senza ambizione
– Ogni cittadino ha diritto alla follia, lo stato abolisce a aborrisce la normalità
– Ogni cittadino ha diritto a vivere senza idee, fede, valori.

Lo stato si impegna a far rispettare i punti sopra citati; garantisce altresì:
– Il diritto alla disinformazione; coloro i quali avranno esercitato la professione del giornalista saranno privati dei diritti civili e politici, allontanati dalla città e espropriati dei beni
– Il diritto alla deformità; lo stato incentiva e sostiene ciò che è informe in genere
– Diritti e pari dignità per tutte le specie viventi
– Lo stato difende e sollecita il piacere in tutte le sue forme
– Soppressione degli esercizi intellettuali non finalizzati all’edonismo e alla soddisfazione del corpo.

Lo stato protegge i suoi cittadini dalla cultura, dalle fedi, dall’informazione; difende e tutela il cittadino anche da se stesso.

ESTETICA DIELLA DEFORMITA’

Ogni cosa è luce spazio e tempo. Fedeli all’uno eleatico siamo per l’annullamento dello spazio e la contrazione del tempo. Il corpo non è immune a questo processo di de/composizione. Indeterminati nello spazio e nel tempo i nostri corpi si presentano deculturalizzati, depsiclogizzati, clarabellizzati. Anatomie deformate decontestualizzate, de/organizzate, avulse dal contesto estetico e dalle abitudini della lingua. Luci, parole, musiche vibrano come cacofonie distoniche, sono vita priva di organi che si muove nello spazio alla ricerca di un non senso. Noi uomini e donne deformi siamo e realizziamo cartoni in/animati senza finalità, privi di anima e senza Dio. Produciamo corpi di cellulosa che non si possono redimere né salvare, ospedalizzare o patologizzare.  Noi esseri deformi manipoliamo la vita nella sua profonda insondabile superficialità.

INVITO ALLA DEFORMITA’

Uomini e donne vi chiediamo di aderire al Movimento Della Deformità. Non abbiamo casacche né idee da vendere. L’ideologia è stata sotterrata e svenduta al supermercato col 3×2. Non abbiamo altro da proporvi fuori dalla nostra dignità di esseri liberi. Aderite alla nostra estetica di carta, non chiediamo che indeterminarvi. Come nel principio di Paperoga σχ σρ ≥ h/4π .Cerchiamo l’instabilità piuttosto che l’equilibrio, la probabilità prima della certezza. Vogliamo proseliti non prosseneti… SGRUNT!