Aveva la coscienza pulita: mai usata…

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La parola perversione viene dal latino perversum e richiama a uno stravolgimento non tanto delle regole ma del senso comune o del comune sentire. La società si dà le norme, anche nel campo sessuale e l’individuo si adegua. L’adeguamento è immediato prima ancora che mediato dalla legge, che pure vigila con gli apparati medici piuttosto che con quelli giuridici. E tuttavia come si dice fatta la legge trovato l’inganno, perché il piacere è anarchico e dove ci sono le regole il desiderio esplode o implode a seconda dell’educazione che il singolo ha ricevuto. Quando implode abbiamo tecnicamente una perversione; se il fenomeno diventa sociale il rischio concreto è la rivoluzione. L’apparato medico dello Stato si mette all’opera e diagnostica una perversione di massa. Come ha fatto Massimo Recalcati rinvenendo una nevrosi tra coloro che hanno votato “no” a una consultazione popolare (19 milioni di degenerati). La politica perversa diagnostica la perversione nel dissenso e tutto finisce a tarallucci e vino. Le cose però cambiano, i costumi pure, l’omosessualità non è più una deviazione neanche per il DSM e quelli che erano atti fuorvianti dalle regole vengono assorbiti dalle regole stesse. L’industria del sesso non da oggi ha dato una risposta a tali bisogni e l’intimo, quella che una volta era l’intimità ha finito per riempire gli scaffali dei supermercati. E non solo… (Da Consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari.)

BREVE DISAMINA SOPRA LA DEPLOREVOLE ABITUDINE A CENSURARE LE COSE DE LO SESSO

Desidero chiudere questo terzo scriptum (Dello mio Manuale) con una lamentela sopra l’abitudine a mettere sotto censura ciò che concerne lo piacere corporale. De lo popolo, perché lo padrone continua a puttaneggiare senza regole né morale:

“Augusto Imperatore, il legislatore moralista et fustigatore degli adulteri, sposò in prime nozze Claudia, in seconde Scribonia, per poi congiungersi con Livia che gli procurava giovani prostitute come cura dell’impotenza. Da Scribonia ebbe una figlia, Giulia, che a quindici anni era già andata a nozze due volte, maritandola una terza con un figlio avuto da Livia in un precedente matrimonio. Tiberio era omosessuale. Cesare, come pure Marco Antonio, bisessuale, tanto che veniva chiamato “la donna di tutti gli uomini e l’uomo di tutte le donne”. Caligola copulava con la sorella Agrippina. Da parte sua Agrippina sposa Claudio e lo avvelena. Claudio, prima di sposare Agrippina, aveva avuto in moglie Messalina, che si dilettava nel puttanesimo (sposò anche in segreto Caio Silvio, assassinato poi da Claudio). Dopo avere avvelenato Claudio, Agrippina fece regnare il figlio Nerone. Quest’ultimo, consigliato da Poppea (maritata dopo aver divorziato da Ottavia et fatta uccidere in esilio; morirà poi per un calcio datole dal marito quando era gravida), ammazza la madre. Vitellio si abbandonava al travestitismo; il lodevole Adriano all’omosessualità”.

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Consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari

Et così mentre i signori se la spassano dandosi alle intemperanze sexuali (Guglielmo II si era fatto costruire una specie di monastero del vitio a suo uso et consumo; Carlo VI et Giovanna, regina di Napoli, avevano aperto una propria casa di tolleranza, come pure fecero papa Giulio II, Leone X et Clemente VII; parimenti memorabile è rimasto un pranzo alla corte di Enrico III, servito da cortigiane vestite da uomo o mezze nude; o anche quella nottata dell’ottobre del 1501, quando Alessandro Borgia et figli “danzarono” con cinquanta fallofore fino all’alba), ai disgratiati non rimane che lo piacere de le iustae nuptiae, o lo godimento clandestino, perseguito però dalla legge et condannato da lo clero.

TABULA SINOTTICA

Benché lo tempo nostro sembra affezionatissimo alla censura, essa era in uso già nell’antica Roma (pare infatti che Ovidio fu bandito da Augusto anche a causa de la sua Ars amatoria), dove la parola indicava il magistrato (censor) incaricato di fare lo censimento (il census, la conta) dei cittadini. Fu però  dalla metà dello secolo XVI che si istituì l’index librorum prohibitorum; gratie alla congregazione romana dell’”Indice”, l’organo de lo clero incaricato di selezionare i libri proibiti, et di mettere (appunto) all’indice le opere la cui lectura avrebbe comportato la scomunica papale. Ma l’interferenza de l’autorità ne la divulgazione delle idee non è ovviamente un problema solo nazionale; la Cina ad exempio ha avuto la sua censura, a cominciare con l’imperatore Shih Huang-ti che nel 213 a.C. ordinò la distruzione degli scritti di Confucio. La Francia nondimeno ha sfoggiato i suoi censori di corte, et solo la Rivoluzione soppresse quella sui libri, poi tornata in vigore con la Restaurazione (dal 1819, quando si istituì il reato di oltraggio al buon costume; il 25 gennaio 1940 si organizzò invece una commissione per la famiglia col compito di segnalare alla magistratura le opere licentiose, et una legge del 1949 riconobbe alle poste la facoltà di rifiutare la distribuzione di riviste oscene). Svizzera e Belgio per decenni hanno avuto una giurisprudenza simile a quella francese. In Inghilterra lo primo controllo sui libri fu stabilito sotto Enrico VIII; da allora spetta ai tribunali decidere del carattere criminale degli scritti. Gli Stati Uniti (et lo Giappone) rasentano poi la patologia; eredi del morigeratissimo diritto britannico elaborarono già dal 1873 un Comstock Act, ad opera del segretario della società newyorkese per la soppressione de lo vitio. Grazie al bacchettonismo imperante, solo dopo un lungo processo, una campagna diffamatoria (oltreoceano accanto alla censura di stato existe infatti anche quella privata delle varie associazioni familiari, del Centro Cattolico del Cinema, le varie leghe di condominio), et l’ostracismo da parte de l’autorità che privò l’Istitute for sex research dei fondi necessari alla ricerca, Kinsey vinse la sua battaglia contro l’idiozia. Gli U.S.A. sono uno dei pochi paesi al mondo ad avere istituito un codice morale per i films (ad opera della Motion picture Association of America). Tale codice vieta di mettere in ridicolo matrimonio e famiglia; di presentare l’adulterio come una cosa normale; proscrive altresì i baci a labbra aperte, gli amplessi brutali, la parola aborto, le perversioni sexuali, la nudità totale, l’esibizione della parte interna della coscia et della parte inferiore de lo ventre (vedi Lo Duca, Histoire du cinéma, presses universitaires de France; pag. 43; L’érotisme au cinéma, II, pag. 21, Pauvert ed., Paris 1961).

USI ET COSTUMI NE LO MONDO “CIVILE”

La sodomia è vietata nel Texas, Kansas, Oklahoma; chi la pratica viene arrestato, umiliato et condannato sulla base di una normativa medioevale. Nel New Messico lo sesso in auto è consentito unicamente durante la pausa pranzo et solo se i finestrini sono muniti de le tendine. A Skullbone, Tennessee, le foemine che infastidiscono l’uomo mentre guida vengono punite con 30 giorni di galera. A Tremonton sono vietati i rapporti erotici in ambulanza; la pena prevede oltretutto che lo nome della donna venga pubblicato sullo giornale del posto. Di recente Bush jr. ha sostenuto la divisione per sessi ne le scuole americane, et i legislatori dell’Oklahoma hanno reintrodotto le pene corporali per stupratori e pedofili, passibili di castrazione chimica. L’asportazione dei testicoli, già in vigore in California, Florida, Montana, è prevista anche in Danimarca. L’omosexualità è punita in Armenia et in Romania, mentre è ancora in vigore in Inghilterra un’antica norma che prescrive l’arresto per due uomini che si bacino all’aperto o che facciano sesso in una camera d’albergo. In Francia è stata approvata una legge che condanna a due mesi di carcere chi si rende colpevole di adescamento attivo o passivo (tanto che può bastare anche una scollatura per incriminare una fanciulla). In Italia la Corte di Cassazione, con una sentenza del 2000, ha stabilito che lo sesso in auto è reato quando c’è la luna piena. La stessa ha equiparato la “mano morta” alla violenza sexuale, ma solo se lo sfregamento è rivolto a cosce et seni (ma non la pacca dietro, che non è prevista dallo codice penale; sentenza n° 623 del 2001). Dal giugno del corrente anno la Consulta ha aggiunto curiosamente i polsi tra le zone erogene, confermando la condanna a 14 mesi per un uomo che li aveva sfiorati ad una nobildonna.

CONCLUSIONE

 Alla fine de lo terzo scripto, desidero chiudere la mia disamina con una metafora presa da la scientia, portando lo principio di indeterminatione sul piano de la sexualità. Et con ciò voglio dire che per quanto lo potere si affanni a controllare et reprimere lo godimento corporale, lo piacere trova sempre uno sfogo imprevedibile et inconrollabile. Perché, ma questo l’autorità non può contrastarlo né capirlo, come tutto ciò che riguarda la vita in profondità, lo sesso è prima di ogni altra cosa libertà, fremito, gusto per l’existenza.

 

 

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CONSIGLI, AMENITA’ E FACEZIE SOPRA L’ESERCIZIO DEL MERETRICIO E DEI LUPANARI

Non esistono le prostitute; ci sono uomini che pagano il prezzo della propria solitudine. La prostituzione non è una categoria antropologica, ma il passaggio di denaro da una miseria all’altra.

Ci sono elementi di disturbo all’interno di un ordine; turbano il contesto ma lo mantengono stabile. Sono qualcosa di straordinario all’interno dell’ordinario; li troviamo nella fisica, nella lingua e in quegli aggregati umani che chiamiamo comunità. Non sempre manifestano una genialità nei contenuti, quelli non sono numericamente determinanti in quanto fuori dal comune e da ogni statistica, sono irrilevanti se collocati in uno spazio e un tempo ordinario, pur modificandone la struttura. I contesti sociali li producono per darsi una solidità. Gli emarginati, i solitari, gli esclusi servono a contornare i limiti delle norme, a dare un nome a quello che è giusto, accettabile, moralmente appropriato. Agostino nel De Ordine II, appuntava: “Togli le prostitute dalla società e ogni cosa verrà sconvolta dalla libidine” (“Aufer meretrices de rebus humanis, turbaveris omnia libidinus”; c. 4, 12). Riconosceva la funzione stabilizzante degli elementi esterni all’ordine morale di un contesto sociale. Il discorso è ampio perché tocca il piacere nella sua profondità; e sulla sessualità e dei modi di esercitarla non mancano ricerche minuziose. La prostituzione in particolare ha assorbito nel tempo questo tipo di connotazione; limita il piacere e lo colloca ordinandolo all’interno di un perimetro marginale, tollerato però dall’autorità; la cui funzione si delinea da sempre nel controllare l’espressione del piacere. E come sempre accade quando si tratta di ciò che procura alle emozioni l’intensità di un orgasmo, la sovrapposizione morale e il giudizio intervengono a riordinare l’eccesso. Le leggi fanno poi la loro parte, dimenticando che dietro a quel piacere rubato si nascondono le vite di donne trattate come fossero cose, attaccandolo ai loro corpi spogliati di un’identità il cartellino del prezzo.

Non esistono le prostitute; ci sono uomini che pagano il prezzo della propria solitudine. La prostituzione non è una categoria antropologica, ma il passaggio di denaro da una miseria all’altra.

Hoepli, Feltrinelli, Mondadori, Ibs

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AD IRRIGENDUM VIRGAM

Caterina da Forlì, che fu maestra impareggiabile nella scientia che irrigidisce lo membro, raccolse negli Experimenti “I segreti accorgimenti [volti] ad magnificandum virgam

ERBE, BALSAMI ET SPEZIE AFRODISIACHE

Poiché davvero pochi prendono la malattia di quel tale duca di Ferrara, Borso d’Este, che pare avesse lo “male del puledro” (diagnosticato per la prima volta da R. Burton nel 1621, in Anatomy of melancholy), la maggior parte delli uomini lamenta una forma più o meno importante d’impotentia. Appercioché lo consiglio mio è di diventare abilissima nell’uso della farmacopea popolare, i cui rimedi artigianali per quanto ingenui et pericolosi superano per ingegno et fantasia quelli della medicina tradizionale.

 

Di riconosciuta capacità terapeutica, l’antropofagia è stata utilizzata nell’antichità per dare forza et vigore ai membri fiacchi et passivi; stando infatti alle parole di M. Hieronimo de’ Manfredi: “Non c’è cosa né cibo che più sia conforme al nutrimento dell’uomo quanto la carne umana” (Venezia 1588).

I contadini nei secoli hanno invece fatto largo uso dei semi di lino; in proposito Alessandro Petronio (1592) ha lasciato memoria che le frittelle “Fatte nella farina come le mele e le pere, muovono gli appetiti venerei”, et sono utili alla “Resurrezione della carne, di quella carne senz’osso che penetra le donne”. Parimenti afrodisiaca sembra essere l’ingestione di testicoli di cani o di volpi, che “Moltiplicano lo sperma, lo desiderio di coire et fanno erigere la verga”.

Da parte sua così consigliava Giuseppe Donzelli nello suo prontuario farmacologico (Teatro farmaceutico, Venezia, 1737): “Piglia una libra di secacul bianco e mondo, bollito nel secondo brodo di ceci, testicoli di volpe oncie otto, radice di rafano oncie tre, radice di dragontea oncie due”.

Lo celeberrimo P. A. Mattioli nei Discorsi, pubblicati a Venezia da N. Pezzana nel 1744, a proposito del coito sosteneva invece: “[Essere] veramente mirabile per eccitare gli appetiti venerei … un’erba che aveva portato un indiano; imperocché non solamente mangiata, ma toccata tanto incitava gli uomini al coito, ch’essa li faceva potenti ad esercitarlo quante volte lor fosse piaciuto. Di modo che, dicevano, coloro che l’avevano usata l’avevano fatto più di dodici volte”.

Nell’antichità era anche convinzione (ad exempio Machiavelli, che ha reso note le virtù de la mandragora) che gli alimenti “ventosi” fossero eccellenti corroborativi venerei; tra questi le fave (forse per la forma loro che ricorda quella dei testicoli), le castagne et la mela insana. Michele Savonarola nel Trattato utilissimo di molte regole per conservare la sanità, prescriveva altresì i piccioni et le passere che “Scaldano le rene et così incitano al coito”. Ai vecchi che avessero giovani e belle mogli indicava altresì le tartufole, le quali “Aumentano lo sperma e l’appetito del coito”.

Ancora utili possono tornare talune ricette rinascimentali di Caterina Sforza, esposte nello suo ricettario secreto, in cui si trovano moltissimi unguenti “Per fare le mammelle dure alle donne”, et artifici medicamentosi per ripristinare gli organi largati dall’uso, nonché i “Segreti per restaurare la natura della donna corrupta, et fare in modo che [essa] se lo voglia demostrarà naturalissima vergine”.

Caterina da Forlì, che fu maestra impareggiabile nella scientia che irrigidisce lo membro, raccolse negli Experimenti “I segreti accorgimenti [volti] ad magnificandum virgam; [ossia] a perfezionare l’artificio di dilatarne innaturalmente le dimensioni”. Modus procedendi ut addatur in longitudine et gossitudine virge ultra misuram naturalem; come amava sentenziare la mirabilissima creatura. Consigliava anche “Un’oncia di polvere di stinco marino in bono vino mesticato… et sempre starà duro et potrai fare quanto vorrai et la donna potrà fare lo fatto suo”. Tra i cibi naturali l’elezione era rivolta ad asparagi, carciofi, tartufi, nonché un bagno caldo nello sperma di qualche animale. Non meno importanti riteneva essere lo miele, gli stinchi marini, le pannocchie, la cannella, i semi di canapa misticati in un’unica pozione. Di modo che bevuto l’elisir balsamico lo maschio “Va a letto con la donna … et starà duro et potrà fare quanto gli piace et stare in festa”. Sempre Caterina era fervente sostenitrice de la pratica contro natura per accendere lo desiderio. Ma la sodomia ha avuto naturalmente l’opposizione dello clero, che attraverso litanie, giaculatorie, preci, anatemi, minacce et roghi da sempre si erge a custode de la castità (ma puoi erudirti con quello che scrive Francesco Rappi nel 1515 nel Nuovo thesauro delle tre castità), senza però riuscire mai a comportarsi secondo pudicitia et continenza. Pur con tutto l’impegno da parte delli uomini timorati, la crociata contro l’uso improprio dello corpo è stata infatti una battaglia persa dal principio, tanto che nemmeno le monache si tenevano caste in quella tale parte, et anzi largo uso ne facevano. Come testimonia l’autorevole Ferrante Pallavicino nello Corriere svaligiato (Villafranca, 1671): “[Le monache] Date in preda alle più licenziose dissolutezze, o con alcuna intrinseca amica, o da loro stesse solazzano nelle proprie stanze; e dopo assaporito il palato dalle dolcezze gustate, si conducono a loro amanti, con simulati vezzi facendo inghiottir loro bocconi, de’ quali smaltiscono la durezza … con arti studiate nelle loro celle, ingannano talmente che si rende più difficile lo sfuggire le loro insidie … in quella loro ritiratezza, come somministrano materia alla propria disonestà con artifici di vetro e con le lingue de’ cani”. Et poi è cosa nota che lo monastero è stato (et ancora molto spesso è) una fucina di vitio e di tortura, et che dietro le prescrizioni de le badesse (quali ad exempio un rigido regime alimentare, bagni freddi, l’uso di flebotomia, l’unzione dei reni con unguenti a base di papavero, la fumigazione delle celle con l’agno casto, pillole di canfora, oltreché l’astensione dalla menta, dai pinoli, le fave, le castagne, i cavoli, il finocchio, la cipolla, i fichi secchi et lo vino) si celassero vere et proprie turpitudini che sconfinavano nelle devianze più schifose.

Gli elettuari del passato, tra cui i manoscritti di Guglielmo da Piacenza et di Pietro Veneto, erano nondimeno ricchi di ricette “Ad errigendum”, et abbondavano di unguenti efficacissimi “Per fare sentire d’amore la donna” o “Ad avere dilectatione con [essa]”; insegnando ad ungere la verga con efficacia et ad offrire rimedi a chi non potesse usare con la foemina.

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Il mercante Francesco Carletti nei Ragionamenti del mio viaggio intorno al mondo (1594-1506), per la fiacchezza dello membro raccomandava oltre ai testicoli di gallo, una bevanda presa in Portogallo a base di “Polpe di cappone [pestate] con mandorle, zucchero, ambra, musco, perle macinate, acquarosa e tuorli d’uovo”.

Boldo, nel Libro della natura et virtù delle cose che nutriscono, distingueva tra priapismus che si ha “Quando si distende lo membro senza alcuno appetito carnale” et satirismus “Quando si sta con desiderio”. In quest’ultimo caso la dieta antilussuria doveva essere a base di cibi che rendono lo corpo umido et freddo, come zucche, meloni, aranci et altri alimenti acetosi. Per fare rinascere lo desiderio prescriveva cibi “Cibi che fanno sangue, rendono lo spirito grasso et moltiplicano lo sperma”, come pane, farina di formento bianchissimo con grani di sesamo, carne di uccelli, galline, galli giovani, anatre, passere, lingua delle oche. Ma soprattutto latte d’asina et di pecora, testicoli di gallo secchi in polvere bevuti con vino. Nondimeno attribuiva qualità medicamentose a “Lo membro genitale del toro in amore; perciocché secco et polverizzato et sparso sopra alcun ovo da bere, opera meravigliosamente”.

Rimedio efficace per l’impotentia era considerata l’ambra rettificata (composta di ambra grigia, muschio, zucchero, distillato di rose), lo cui uso è documentato persino nella corte d’Inghilterra ai tempi de la regina Vergine.

Antonio de Sgobbis da Montagnana, un farmacista al servizio di papa Urbano VIII, nello suo tractato L’elisir nobilissimo per la Venere, sperimentò un intruglio a base di zenzero, pepe longo, cinnamono, noce moscata, seme d’ortica, vino selvatico, zucchero, ambra et altro ancora che “Rinforza le parti genitali, provoca gagliardamente la Venere, aumenta il seme et lo rende prolifico, accresce la robustezza virile … et è un rimedio stimatissimo per l’impotenza de’ vecchi e degli maleficiati”.

Nello Teatro farmaceutico del reverendissimo Donzelli, si consigliava invece l’acqua sabina: “Se ne bevono due o tre oncie quando si va a letto, mangiando prima un poco di tabelle fatte di castoreo, testicoli di volpe et zucchero aromatizzato con olio di cannella distillato. Si trova esperimentata per confortare il coito in modo tale che etiam mortua genitalia, revocare dicitur”.

Per secoli è stata anche usata con un certo successo un’erba nordafricana oggi sconosciuta (come testimonia tale Giovanni Leone l’Africano), capace di far deflorare le vergini che involontariamente vi si fossero sedute sopra o che sbadatamente l’avessero aspersa con la loro urina.

Da Consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari (Il manuale della prostituta)

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Edizione riveduta e corretta. La prostituzione, l’amore, il sesso e tutto quello che gravita attorno al piacere in questa Summa Prostitutiones scritta in un italiano antico. Nello store della Mondadori e ordinabile online.

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STORIA DE LA PROSTITUTIONE

Storia breve de la prostitutione et delle case di tolleranza, con un’aggiunta sopra la giurisprudenza.

Poiché quello de lo sesso è il lavoro più antico del mondo (Palem, sine delectu, pecunia accepta), non è facile risalire alla nascita sua e si perde nella notte dei tempi. Deprecato ma nascostamente tollerato dall’autorità che se ne serve per lasciare uno sfogo alle voluttà

Bandisci le prostitute dalla società, e ridurrai la società nel caos, per la lussuria insoddisfatta (Agostino, De ordine, I.II., cap. IV)

Mi sono rallegrato con te, perché riservando i tuoi istinti alle professioniste preservi la castità delle nostre spose (Catone)

Nel vedere che molti giovani della nostra città subivano impulsi della natura e si smarrivano su cattive strade, egli [Solone] assoldò alcune donne e le insediò in diversi quartieri per essere pronte e disponibili con tutti (Filemone)

de lo maschio (secondo la formula: “le prostitute le teniamo per il piacere, le concubine per le cure di tutti i giorni, le spose per la discendenza et la custodia del focolare”), così prevenendo non solo i costumi licentiosi ma lo stesso delitto (come dice il criminologo Lombroso) che sempre ha una natura sexuale

Sapientis legislatoris est minores trasgressiones permittere, ut maiores caveantur… In regno humano illi qui praesunt recte aliqua mala tolerant ne aliqua bona impediantur, vel etiam mala maiora incurrantur (Tommaso d’Aquino).

I primi exempi di postriboli sono stati rinvenuti nella Caldea (tra Babilonia, l’Iraq et il golfo Persico dove una giovane dedita al mercimonio era detta “harimtu” o “shamatu”, et veniva venerata tanto che nella torre di Babele ricostruita v’era, come racconta Erodoto, un letto su cui le vergini si univano al re o con un sacerdote), a Gerusalemme (sotto il regno di Giosia existeva nei santuari ebraici un commercio de lo sesso legato al culto) et in Egitto (dove erano chiamati “optet”). Presso alcuni popoli della Mesopotamia si venerava un simulacro del meretricio (Ishtar); mentre le donne degli Amoriti erano obbligate a fornicare per sette giorni consecutivi prima di sposarsi, et a Eliopoli (in Siria) le vergini subivano la deflorazione prematrimoniale da parte di uno straniero. Fu però in GRECIA che si organizzò il primo vero casino di stato (VI sec. a.C.), ad opera di uno dei sette savi nonché fondatore de la democrazia ateniese, Solone, che fu da modello per le epoche seguenti.

In ATENE quasi tutte le case di tolleranza erano posizionate nel quartiere “Ceramico”, nella zona del porto et delle vie del Pireo. Istituite per legge l’igiene et la salute pubblica, furono apperciò acquistate giovani schiave con la funzione di offrire all’impeto della popolazione maschile un diversivo per salvaguardare l’onore de le donne libere. Al di là dell’ordine dato alla vendita dello piacere, la cosa interessante è che con i suoi profitti Solone fece tra le altre cose costruire un tempio sacro dedicato ad Afrodite Pandemia (= pubblica, protettrice dello amore a pagamento; la dea responsabile della passione di Elena e Paride et de la voluttà esasperata di Pasifae, Fedra, Medea). Ma ciò non deve stupire più di tanto, se pensiamo che al tempo le prostitute erano tenute in grandissima consideratione, assumendo a volte dei ruoli quasi religiosi. Come le ierodule, legate al culto del tempio et le auleridi (experte nel saper vivere e nel dare agli uomini la serenità), istruite et dunque presentabili nella società. In generale le foemine dedite alla copula venivano chiamate “pornè” (che significa “in vendita”), prostitute di bassa categoria; mentre gli amministratori delle case avevano il nome di “pornotropi”. Le cortigiane colte e raffinate, et apperciò libere, si fregiavano dell’appellativo “etère” (da “hetàira”, che vuol dire “compagna”), et erano certamente più ricercate delle semplici passeggiatrici, le peripatetiche (da “peripato”, il luogo del cammino), capaci più nelle cose erotiche che nella filosofia aristotelica. Cortigiane famose furono Thais, compagna di Alessandro il Grande et sposa di Tolomeo, re dell’Egitto; Aspasia, che fu prima amante e modella di Fidia et poi moglie di Pericle; Frine2 che si legò a Prassitele; Lais che era ben più di una modella per il pittore Apelle. Da che cosa queste celebri amanti derivassero la loro fortuna non è di difficile comprensione, ma se ci fossero dei dubbi a dipanarli basterebbero le parole di Eubulo (ne “La veglia”)

Affrettati ad entrare. Niente moine o scempiaggini: la ragazza non si tira indietro, ma fa immediatamente quello che vuoi e nella maniera che vuoi. Quando hai finito, te ne vai. Puoi dirle di andare al Diavolo, che tanto non è niente per te.

Così stavano le cose nell’Ellade, anche se va ricordato che una tale promiscuità dei sessi era in buona misura disprezzata dagli uomini eruditi ne la filosofia, et accettata unicamente per la procreazione e lo sfogo degli istinti3, mentre era mille fiate più ricercato lo godimento omoerotico alla maniera degli erasti et degli eromeni (ma sull’argomento puoi leggere il mio De rerum contronatura). Secondo il detto antico:

Il culo è fatto per la gente dotta, Per il villan fottuto c’è la potta

E’ a partire dal V sec. a.C. che le cose cambiano per la donna greca, quando viene meno la società omerica e gli strali moralizzatori di Socrate fanno proseliti nella città. Ad Atene i postriboli rimasero ancora sotto il controllo dello stato, et furono sottoposti ad una tassa, il pornikon (deliberato dal bulè, il senato della città), versato annualmente agli esattori che raccoglievano l’imposta. Ma queste case cominciarono ad essere dirette da tenutari privati (ad exempio l’ateniese Euctemone, che possedeva nel Pireo un immobile gestito da una delle sue schiave experta nel formare le giovani prostitute; le quali giunte ad un’età veneranda diventavano a loro volta istruttrici in altre case), che si occupavano anche di istruire le giovinette non solo nel fare all’amore, ma nella musica et nella danza come completamento delle buone maniere. A regolare il commercio (tariffe e clienti) c’erano gli astinomi, che nel numero di dieci assumevano il ruolo di vigilare sul buon costume (tali magistrati si occupavano un po’ di tutto, dalla nettezza urbana alla sorveglianza, ai costumi; come pure dell’ordine morale e del decoro delle strade). Loro compito era anche quello di controllare che i tenutari si attenessero alle tariffe dello stato, stabilite in due dracme per ragazza. A questo proposito, le cronache raccontano ad exempio che l’ateniese Diognide e il meteco (straniero) Antidoro furono condannati dall’eisangelia (= l’azione giudiziaria ateniese) per avere noleggiato le fanciulle ad un costo più alto. Se la legislazione era tutto sommato tollerante nei confronti de la prostitutione, ammessa solo per gli schiavi et i barbari, non così fu per gli sfruttatori. La legge di Solone prevedeva un’ammenda di venti dracme per chi inducesse al meretricio una donna libera, et la pena di morte per quanti si rendevano responsabili de lo mercato dell’infanzia. Naturalmente existeva anche un mercimonio clandestino che si svolgeva fuori dalle case; come le venditrici di fiori sull’agorà (la piazza) et giovanetti e donne in cerca di passanti (come accadde a Sofocle che fu derubato del mantello dopo un rapporto omoerotico con uno sconosciuto). Nella sostanza, poiché la giurisprudenza proteggeva le mogli et le figlie dei cittadini, le cortigiane erano quasi tutte straniere (xeniali), et comunque di bassa extrazione sociale. Distinguere una donna perbene da una passeggiatrice non era complicato; sembra infatti che il legislatore prescrisse (come testimonia Clemente Alessandrino) alle donne oneste di vestire in modo sobrio, mentre autorizzò le prostitute ad indossare abiti vistosi. Le stesse non potevano uscire dalla cinta dei quartieri periferici et dovevano apparire in pubblico velate o mascherate.

CORINTO, che era una città portuale et pertanto molto più volgare e popolare di Atene, fu il vero centro della prostitutione, del piacere et del lusso. Fu in questa terra (le lucciole stavano soprattutto sull’Acrocorinto) che venne meno il carattere sacro della professione (che rimane una pratica di derivazione asiatica, persiana o egiziana), et così rimase fino al 146 d.C., anno della conquista da parte di Roma. Tra le tante prostitute che vi lavoravano, a Corinto exercitava la battona Neera, suocera dell’arconte-re di Atene, a cui venne intentato un processo nel 340 a.C. La sua vicenda è emblematica di quali fossero le regole dell’epoca. Demostene (“Contro Neera”, 18-19) racconta che Nicarete comprò sette ragazze ancora giovanissime (a quanto pare se ne intendeva molto e sapeva giudicare la futura bellezza delle fanciulle, allevarle perfettamente et educarle con competenza; tra queste c’erano Anteia, Stratola, Aristocleia, Metanira, Fila, Istmia e Neera che venne iniziata verso i sei-sette anni), divenne quindi prosseneta (= allevatrice di giovanette da introdurre nel mercato) et fu per questo accusata pubblicamente da Apollodoro. Al tempo il mestiere di prosseneta era riservato quasi esclusivamente alle donne, mentre i tenutari delle case erano soprattutto uomini. La prosseneta doveva avere la capacità di intuire nelle impuberi l’attitudine alla prostitutione. Lo mestiere si trasmetteva per lo più da una generazione all’altra; la madre che invecchiava approfittava della bellezza della figlia per conservare i clienti, mentre la figlia approfittava della reputazione della madre per farsi a sua volta una clientela (come Gnatena e la sua nipotina Gnatenion). In Grecia, et soprattutto in Atene, la prostituzione infantile era liberamente ammessa ma solo quando i fanciulli non fossero di nascita libera, et la legge puniva con severità, come fu per Nicarete, coloro che la contravvenivano. Eschine ha laciato memoria, nel processo Contro Timarco (9-14), che “Per la legge, se un padre o un fratello o un tutore … darà in affitto un bambino per prostituirlo, non vi sarà azione penale contro il bambino stesso, ma contro colui che l’ha dato in affitto e colui che l’ha preso … Quando il fanciullo avrà raggiunto l’età adulta non sarà obbligato a nutrire suo padre, né ad offrirgli alloggio, poiché quest’ultimo l’aveva prostituito”. Testimoniando una grande lectione di civiltà per lo mondo intero (le norme sul prossenitismo prevedevano che il cittadino ateniese accusato de lo sfruttamento della prostitutione venisse allontanato dalle cariche pubbliche, politiche, civili e religiose), et soprattutto alla moderna civiltà che ha fatto del latrocinio, della vendita de le pudende, della corruzione e dell’interesse individuale una virtù et quasi un’ideologia. Come in genere avveniva, et come difatti fece Nicarete, accanto all’istrutione amorosa si dava alle fanciulle un’educazione destinata a fare di loro delle cortigiane quotate nel mercato di Corinto (che era un po’ la borsa della prostitutione). Tale indottrinamento comprendeva:

– L’arte di saper utilizzare lo amore secondo lascivia lo corpo;

– Una conoscenza dei belletti (cerussa o biacca, ottenuta con carbonato di piombo, su cui spiccava il rossetto che si produceva dalla spremitura di more, piante e alghe. Ma sui belletti dell’antichità et sui modi di fabbricarli puoi leggere il libro di B. Grillet, Les femmes et les fards dans l’antiquité grecque; Lione 1975);

– Sui modi di ottenere artificialmente una figura ideale (ad exempio: se una era picciola di statura le si insegnava ad inserire nelle scarpe una suola di sughero; se invece troppo alta lo consiglio era quello di camminare con la testa insaccata; se non aveva fianchi si rimediava con un’imbottitura cucita sotto i vestiti; per non parlare dei vari seni posticci et de le altre diavolerie della tecnica pornotropa);

– Il maquillage, che era riservato quasi esclusivamente alle prostitute;

– L’arte del comportamento et delle buone maniere (imparando a ridere con misura et a intrattenere con contegno gli uomini senza buttarsi tra le braccia loro come una donna da strada; quella che aveva una parte del corpo particolare o bella doveva fare in modo di denudarla; quella con bei denti veniva abituata a sorridere; et se una proprio non sapeva ridere era invitata a portare sulle labbra un rossetto di mirto che la costringeva in qualche modo a tenere la bocca aperta);

– In ultimo venivano impartite lectioni sulla danza, il canto, il suono del flauto et della lira. Senza naturalmente trascurare i modi di stare a tavola.

1) Scrive Strabone che “Il santuario di Afrodite era talmente ricco, che possedeva più di mille prostitute sacre offerte agli dèi”; Geografia, VIII, 378.

2) A proposito di Frine, è noto il processo intentatole con l’accusa di empietà, e la condanna a morte che si risolse in suo favore grazie alla trovata dell’oratore Iperide, che la fece spogliare nel tribunale, così che gli eliasti giudicarono un delitto mandare al patibolo una donna tanto bella.

3) Nell’età classica lo amore veniva fatto unicamente di fianco, in quanto nessuno degli amanti (nel rispetto delle regole della polis) doveva dominare l’altro. Se lo marito stava sotto la moglie perdeva di prestigio (Seneca rimproverava severamente le donne che “Nate per il ruolo passivo, si permettevano di salire sul maschio come delle libertine”), mentre le prestationi oscene potevano essere richieste solo alle prostitute o agli schiavi. Vi fu però un’eccezione famosa, Andromaca, moglie di Ettore che (come racconta Marziale) “Montava così bene il marito che tutti e due ne provavano grande piacere”. Da allora tale modo di congiungersi è passato alla storia come la posizione di Andromaca..

4) Meglio di altri J. G. Frazer, nel Ramo d’oro, ha studiato le affinità tra la prostituta e la santa.

Continua …